Fotografia fra terapia e conoscenza di sé

Segnalo questo incontro, al quale parteciperò anch’io, a quanti volessero approfondire il tema della fotografia terapeutica, che ho trattato qui qualche settimana addietro.
Alcuni di voi hanno già portato il contributo del loro pensiero nei commenti a quel post e mi auguro che altri vorranno farlo in presenza giovedì 19 Novembre.
Sarà una buona occasione per ragionare insieme su un argomento di particolare interesse perché controverso.

Maggiori informazioni potete trovarle sul sito di Nuove Arti Terapie che organizza l’incontro.

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Alla ricerca di una visione personale, in un workshop

L’esperienza recente del workshop, che ho tenuto per Deaphoto, è ancora viva nella mia mente mentre scrivo, per quanto sia ormai trascorso un po’ di tempo. E mi fa piacere dedicare questo post ai protagonisti di quel laboratorio sulle cui premesse ho scritto diffusamente qui.
Nel formulare il suo titolo, “la mia storia”, avevo pensato già di fornire un preciso indizio su come il percorso proposto fosse pensato per dare agio ai fotografi  di narrarsi in maniera del tutto personale: di mettere a fuoco, cioè, la propria storia e il proprio vissuto quotidiano non tanto nei semplici termini di “storia di ciò che mi è capitato o che mi accade”, quanto piuttosto in quelli di “storia che racconto io”, ovvero sia “mia versione/visione delle cose”.
Punto di partenza per questo viaggio sono stati alcuni scatti preesistenti, che ai fotografi è stato chiesto di portare con sé: foto ritenute significative allo scopo di dire qualcosa della loro vita (ne vedete tre qui di seguito).

© Alessandro Comandini
© Alessandro Comandini
@ Diego Cicionesi
@ Diego Cicionesi
© Sofia Bucci
© Sofia Bucci

Proporre in un workshop fotografico un approccio mutuato dalla cosiddetta “relazione d’aiuto” sembrava azzardato, poiché era lecito temere che potesse sembrare inaccettabile a dei fotografi l’idea di lavorare in una maniera tanto insolita. A cominciare dall’opzione, che  era stata data loro, di scegliere le fotografie da portare e su cui lavorare anche fra immagini personali, tratte dall’album di famiglia. Quindi non necessariamente scattate da loro.
Perciò è stata una gradita sorpresa scoprire che ben due dei partecipanti avevano scelto di portare con sé “foto di famiglia” come spunto iniziale. E che uno di loro, addirittura, abbia poi deciso addirittura di mettersi in gioco tentando la difficile e per nulla scontata strada di trattare proprio quelle immagini come materiale vivo della sua narrazione (fatta di parole e immagini), più che semplice occasione di evocazione emotiva e rilancio verso nuovi scatti.

© Giovanni Masi
© Giovanni Masi
© Giovanni Masi
© Giovanni Masi

Sicuramente una scelta originale, estranea agli stereotipi della fotografia attuale, e una concreta affermazione della propria libertà di sperimentare in ogni direzione, senza farsi bloccare dalla paura di sbagliare.
Perché poi – diciamocelo chiaramente – la fotografia contemporanea ci mostra con grande evidenza come non esistano scatti “giusti”, ma esistano solo scatti funzionali ad estrinsecare l’idea che il fotografo intende esprimere, e anche il fatto che spesso si arriva ad un prodotto “finito e valido” attraverso un percorso tortuoso.
Ognuna delle scelte espressive messe in atto dai partecipanti si è rivelata profondamente personale, ed in varia misura sperimentale per quanto attiene ai rispettivi percorsi.
Ognuno di loro ha accettato di buon grado l’opportunità di fare, per così dire, un passo di fianco per guardare il proprio modo di fare fotografia  (e forse la propria stessa realtà?) da una diversa prospettiva.

© Alessandro Comandini
© Alessandro Comandini
© Alessandro Comandini
© Alessandro Comandini

Del resto era proprio questo l’obbiettivo del laboratorio: elicitare in loro la libertà di esprimere il proprio “occhio fotografico”. Oltre a sollecitare l’osservazione e la narrazione della quotidianità, che peraltro è tema alquanto complesso. Vuoi perché la nostra osservazione, assopita dalla routine quotidiana, cessa di notare quel che ci circonda e di trovarvi spunti di rilievo. Vuoi perché implica un riconoscimento di come percepiamo il nostro ambiente e una rappresentazione di come ci figuriamo il mondo, ma anche di quella che è la nostra modalità di interagire con l’ambiente circostante.

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© Sofia Bucci
© Sofia Bucci
© Sofia Bucci

Il compito era quello di tralasciare le consuetudini proprie, e soprattutto quelle acquisite in ossequio a un unico modo di vedere e di mostrare il mondo attraverso i propri scatti.  Per scoprire in questo racconto di sé l’originalità del proprio “io narrante”.

Immagino sia difficile cogliere l’entità dei risultati ottenuti attraverso le poche immagini che questo post può ospitare, ma – credetemi – io stessa sono rimasta sorpresa. E poco importa se le “storie” che mi sono state presentate siano un punto di partenza o punto di approdo. Quello che conta è la possibilità di cambiamento che questi fotografi si sono concessi di sperimentare, perché tutto cambia continuamente ed è assurdo rimanere ancorati a vaghe prescrizioni nel fotografare.
Anche perché quella che mostriamo nelle nostre fotografie è la nostra visione personale e in nome di cosa dovremmo privarci da soli della libertà di esprimerla?

Ringrazio Sofia Bucci, Diego Cicionesi, Alessandro Comandini, Giovanni De Leo e Giovanni Masi per aver accettato di scommettere sulla creatività e sul cambiamento. 🙂

© Diego Cicionesi
© Diego Cicionesi
© Diego Cicionesi
© Diego Cicionesi

Uno strumento per imparare a guardare e per raccontarsi

Il quarto capitolo di Una visione personale della realtà. Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”, parla di quale formidabile strumento possa essere la fotografia per confrontarsi con la propria visione della realtà allo scopo di elaborare una narrazione di se stessi e della propria vita.

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© Rosa Maria Puglisi

LA FOTOGRAFIA COME STRUMENTO PER IMPARARE A GUARDARE E PER NARRARSI

La fotografia trova la sua applicazione nel campo della terapia psicologica in molte forme e per venire incontro a varie esigenze.

In generale, si può dire che essa si presta a intervenire su “quei disturbi dello sguardo di cui la società contemporanea sembra soffrire (il guardare senza vedere, il guardare senza meravigliarsi, il non guardare affatto, il guardare sapendo già in anticipo che cosa si deve vedere, etc.) che fanno sì che pur vivendo in una civiltà sovraffollata di immagini, tutti noi guardiamo sempre più, ma vediamo sempre… Clicca qui per continuare a leggere

Realtà e immagini

Il terzo capitolo di Una visione personale della realtà. Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”, entra più nello specifico di quella che è la nostra percezione del reale e parla dell’impatto che la fotografia può avere sul nostro modo di vedere il mondo.

© Rosa Maria Puglisi
© Rosa Maria Puglisi

REALTÀ E IMMAGINI DELLA REALTÀ.

Come si è detto, la realtà di ciò che ci circonda non può essere colta nella sua oggettività. E se, da un lato,ciò che siamo e come agiamo dipende in larga misura dall’esperienza che di essa facciamo, dall’altro proprio quello che ci appare essere il “nostro mondo” non è che frutto dei nostri sensi e del nostro intelletto.

Per questo Fritz Perls, uno dei padri della Gestalt Therapy, teorizza una centralità dell’esperienza del soggetto: l’importanza del suo punto di vista di percipiente, il quale attivamente costruisce la realtà, appunto interagendovi attraverso il suo contatto con l’ambiente. 

Clicca qui per continuare a leggere

Fotografia e relazione d’aiuto

Come preannunciato nel precedente post, ecco il secondo capitolo di Una visione personale della realtà. Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”.

© Rosa Maria Puglisi

FOTOGRAFIA E RELAZIONE D’AIUTO

In questo capitolo iniziale vorrei spiegare a partire da quali principi la fotografia trova una proficua applicazione nell’ambito della relazione d’aiuto e come, attraverso il suo ausilio, sia possibile attivare nelle persone risorse che portano al benessere, alla crescita personale e al cambiamento positivo.

Per capire come la fotografia si presti a tali scopi, sarà utile far luce su alcune sue caratteristiche costitutive.
[Clicca qui per continuare la lettura]

 

“La mia storia”

Ciò che segue è frutto di un anno di studi, durante il quale ho frequentato un Master, sui mediatori artistici nella relazione d’aiuto diretto da Oliviero Rossi, cercando nuovi spunti per ampliare ulteriormente la mia già lunga e variegata esperienza in fotografia; approfondendo una particolare declinazione delle Arti (inclusa la fotografia) e un efficace uso delle stesse attraverso tecniche di derivazione gestaltica.

Immaginando che qualcuno possa essere interessato a capirci qualcosa di più pubblicherò (in una serie di post di cui questo è il primo) la mia tesina del Master. Scrivendola ho pensato proprio a quelli che credo siano i miei più tipici lettori, persone che non sono a digiuno di quel che riguarda la complessità di un discorso fotografico. E tuttavia credo – e spero! – di essere il più possibile divulgativa.

Ma prima di farvi addentrare nella lettura che segue, quella della “premessa”, mi fa particolarmente piacere proporre a quanti siano interessati qualcosa di più concreto. Il testo che via via in questi giorni vi proporrò ne parlerà: si tratta di un workshop, che si terrà presto a Firenze, nel quale l’esperienza maturata nel mio passato di docente si avvarrà di quanto ho acquisito ultimamente e sarò lieta di condividere con i partecipanti.
Chi vuol saperne di più clicchi qui: info workshop.

Depliant del workshop "La mia storia" (photo: Rosa Maria Puglisi)

Chissà che non possa essere l’occasione per incontrare qualcuno di voi. Comunque sia, buona lettura!

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Una visione personale della realtà
Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”

PREMESSA

Mi occupo di fotografia da oltre vent’anni e, nel corso di questi anni, ho esplorato in vario modo le sue potenzialità espressive e le sue implicazioni teoriche.
Dal momento che l’ho sempre considerata alla stregua di un linguaggio, ne ho dapprima appreso quelle che potremmo chiamare la sua grammatica e la sua sintassi, per dedicarmi solo successivamente alla riflessione critica sulle sue espressioni artistiche e al suo insegnamento.
Imparate le nozioni tecniche e presa coscienza della concreta possibilità di dar forma, attraverso il potere evocativo della fotografia, a ciò che sentivo di dire, immaginavo come mio scopo principale la costruzione di un futuro professionale nell’ambito della fotografia commerciale, e non riuscivo a vedere quello che, in realtà, era il vero significato che allora aveva, per me, dire “sono una fotografa”.
Per quanto non faticassi a capire che non era semplicemente un “fare la fotografa”, per garantirmi una sussistenza, ma che aveva piuttosto molto a che vedere con il mio senso d’identità e con la possibilità di dare un senso a ciò che vedevo e sentivo del mondo circostante.
Successivamente però le circostanze, o magari solo l’idea di seguire certe opportunità che il Caso pareva suggerirmi, mi hanno portata ad approfondire gli aspetti più teorici del fotografico, il suo statuto di medium e le sue caratteristiche peculiari all’interno di un più ampio discorso semiologico ed artistico.
Per anni ho scritto di fotografia, e sono passata dalla sua pratica al suo insegnamento. E col tempo ho sviluppato, nei confronti di quello che per me era sempre stato un mezzo piuttosto istintivo, immediato (e soddisfacente) che mi consentiva di “parlare per immagini”, un atteggiamento interpretativo consapevole che, se da una parte mi era indispensabile nel nuovo ruolo professionale di critico fotografico che col tempo mi si era cucito addosso (quasi senza che me ne accorgessi), dall’altra a poco poco ha sortito in me l’effetto di soffocare ogni spontaneità e, di conseguenza, ogni possibilità di espressione, presa com’ero dalla “necessità” di far rientrare ogni cosa sotto il controllo delle mie “categorie intellettuali”.
Come risultato di un simile processo, di allontanamento dalle intime ragioni, ho potuto sperimentare in me una perdita della mia “identità di fotografa” e con essa l’incapacità di sentire il mio modo personale di fotografare. Conseguenza inevitabile l’insoddisfazione perenne di fronte ai miei scatti, che – a mio modo di vedere – “non erano più fotografia”. Al punto da dire che non fotografavo più, pur scattando in verità – complice l’uso della tecnologia digitale – molto più di prima. Da questo stato di cose è derivata una profonda crisi, che non può certo esser materia di questa premessa e, nondimeno, mi riporta a questa tesina.
E’ grazie a quella crisi, infatti, che sono giunta a considerare un’ulteriore modalità della fotografia: quella del suo utilizzo come strumento di potenziamento delle risorse personali, di sostegno al proprio benessere e di crescita.
Lo stesso progetto di cui tratterò qui, inoltre, è per me ricollegabile alla mia personale esperienza di irrigidimento cognitivo fino al blocco, dovuto fondamentalmente alla percezione interna di una discrepanza fra il mio sentire personale e le “regole espressive” (a ben pensarci è un ossimoro!) che mi ero imposta. E il motivo, che principalmente mi spinge è il desiderio di poter essere d’aiuto a chi – forse senza neanche rendersene troppo conto – rischia la mia stessa impasse.
Argomento di questo scritto sarà, perciò, un workshop che ha come destinatari fotografi (non necessariamente professionali) o artisti che usano come medium la fotografia; ad essi vuole fornire strumenti atti ad incrementarne consapevolezza e crescita personale, tramite tecniche afferenti alla relazione d’aiuto.
In particolare, il suo percorso è stato pensato per cercare di promuovere spontaneità, libertà di espressione individuale e assunzione di responsabilità per le proprie scelte creative, ma anche per scardinare quella cieca osservanza ai dettami tecnico-estetici, che potrebbe limitare una disponibilità a misurarsi con punti di vista eclettici e difformi dall’accettazione di comodi stereotipi.
Poiché il percorso da me pensato affronta come tema principale quello del vissuto quotidiano (il workshop propone, cioè, la costruzione di un diario esperienziale personale per immagini fotografiche), come vedremo in seguito, di fatto si potrebbe adattare altrettanto bene ad un’utenza diversa da quella a cui ho pensato di primo acchito di proporlo, facendomi forte del ruolo di docente di fotografia che mi viene attualmente riconosciuto.
Nelle pagine che seguiranno cercherò di render conto del ruolo che la fotografia può avere come mediatore artistico nell’ambito della relazione di aiuto, della sua funzione terapeutica, ma anche e soprattutto delle sue potenzialità all’interno di un percorso di empowerment individuale, quale dovrebbe appunto essere l’attuazione del progetto di questo workshop per i miei clienti, e anche per me stessa.
Cercherò di spiegare quale sia, all’interno della relazione d’aiuto, un uso del mezzo fotografico che può confarsi al mio progetto, e come quest’ultimo possa poi offrire un’occasione di confronto con se stessi e con la propria vita. Parlerò delle possibilità che il mediatore fotografia offre allo scopo di sviluppare una narrazione autobiografica, e anche dell’impatto che essa può avere in vista di una ri-costruzione del proprio vissuto quotidiano e di una revisione del proprio copione di vita. E naturalmente illustrerò la maniera in cui intendo operare.

“Viaggio intorno alla fotografia contemporanea”

© Sonja Braas, dalla serie "The Quiet of Dissolution", 2005-2010
© Sonja Braas, dalla serie “The Quiet of Dissolution”, 2005-2010

Ieri, 23 gennaio, si è tenuto il primo di una serie di 6 seminari sulla fotografia contemporanea, organizzati dall’associazione Prospettiva 8, che – nell’arco del 2013 – avrò l’onore di condurre presso la Sala Cittadina del III Municipio (in via Boemondo 7) a Roma.

Scusandomi per la comunicazione tardiva, qualora qualcuno di voi fosse interessato a partecipare ai prossimi incontri, vi illustrerò brevemente di che si tratta, rifacendomi per cominciare al titolo che ho scelto per l’intero ciclo di eventi: “Viaggio intorno alla fotografia contemporanea”.

Il termine “viaggio” intende proporre l’idea di uno spostamento, come vorrebbe pure suggerire i concetti di scoperta progressiva e di conoscenza determinata dall’incontro con l’altro e l’altrove, dal mettere in relazione ciò che si sa con ciò che appare nuovo; concetti, questi, talmente legati al termine “viaggio” che non a caso, per esempio, Dante collega Ulisse, inquieto viaggiatore, – e la sua “orazion picciola” intesa ad incitare i compagni a ripartire verso nuovi lidi e nuove esperienze – con il “seguir virtute e canoscenza”.
Il viaggio è qualcosa che poi ci cambia, perché cambia i nostri “punti di vista” e la nostra “prospettiva” (termini cari alla fotografia!). E il nostro sarà un “viaggio intorno”, appunto per questo: per permetterci di guardare da varie angolazioni la fotografia contemporanea.

Cercheremo di volta in volta di sottolineare alcuni aspetti, legati all’essenza del medium fotografico e alla pratica odierna della fotografia.

La scelta dell’argomento iniziale è ricaduta, per meglio inquadrare le questioni che emergono attualmente come più scottanti, sul seguente tema:  “Finzioni documentali: forme di ricostruzione del reale”. Perché funzionale come introduzione, legato com’è ai caratteri essenziali della fotografia, alla nostra illusoria percezione di poterci affidare a quello che crediamo quasi un prolungamento meccanico della vista. Come – naturalmente – è legato pure alle ulteriori questioni emerse con l’avvento della cosiddetta fotografia digitale (all’impatto sociologico di questa) e, addirittura, alle sorti stesse della fotografia, che a causa della pressione dei nuovi mezzi tecnici (dell’uso che ne facciamo) sembrerebbe ormai destinata a dissolversi nella “postfotografia“.

Questi temi sono stati toccati ieri – ma lo saranno ancora nel corso dei prossimi seminari – grazie agli spunti forniti dalla proiezione di una carrellata di immagini (e autori), che hanno come denominatore comune la” costruzione” di realtà più o meno verosimili, attraverso le possibilità offerte dal mezzo fotografico.

Negli incontri successivi parlerò del reportage e della fotografia documentaria (della loro tendenza ad una sempre più spiccata soggettività), e del rapporto problematico fra immagini e parole, per poi volgermi agli aspetti concretamente “narrativi” della fotografia contemporanea, ed a certe declinazioni del far fotografia, fra ritratto e performance, che talora si avvicinano fin quasi a confondersi agli ambiti dell’arte, ma anche della psicoterapia.

Queste le tappe del viaggio che propongo, chissà che fra voi non ci sia qualche inquieto viaggiatore desideroso di aggregarsi. 🙂

Happy Rebirth-day: all’insegna della rinascita!

21-12-2012. Approfitto di questa data “fatidica” per augurare a voi, lettori e amici, una buona fine…

… ed un miglior principio d’anno! 😉

Certamente ognuno di noi avrà i propri interrogativi e le proprie ansie riguardo al futuro, prossimo venturo (!), e tuttavia gli interrogativi sembrano fatti apposta per darci modo di riflettere sul nostro percorso, per darci l’opportunità di cambiare, e pure le ansie sono utili in vista di un loro superamento, che ci lascerà dentro il senso di una crescita e forse persino di una maggiore solidità.

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Augurando a voi e a me, dunque, proprio una simile svolta positiva, legata innanzi tutto al nostro modo di “vedere” il mondo – una svolta che potrebbe, in realtà, benissimo nascere anche da un  nuovo approccio alla fotografia, all’arte, in breve a tutto ciò che  stimoli la creatività che è dentro tutti noi – vi invito oggi a sentirvi parte del Rebirth-day planetario proclamato da Michelangelo Pistoletto.

Il senso di tale evento, che coinvolgerà gente di molti, e disparati, luoghi intorno al mondo, vuole essere appunto quello di favorire una rinascita globale nel segno della consapevolezza che un cambiamento è necessario, e deve nascere da azioni collettive, responsabili e rispettose dell’essere umano e della natura, perché siamo tutti parte di un qualcosa e ogni piccola azione è importante.
E’ un cambiamento di visione, quello che va operato, lasciando indietro lamentazioni e recriminazioni per fare ognuno la propria parte.
Gli elementi per costruire un futuro li abbiamo già, ma quello che non si cerca attivamente non si può vedere. Un po’ come accade nel mio piccolo contributo al Rebirth-day (l’immagine e la riflessione che vedete qui di seguito).

Che  c’entra il quadro di un pittore fiammingo con Pistoletto e il Rebirth- day? e che c’entra con il nostro presente?
Come vedrete, io delle forti analogie ce le ho trovate. Forzatura o ermeneutica? Per come la vedo io, è solo uno dei tanti spunti possibili da ripescare nel nostro bagaglio culturale e su cui riflettere per riassemblare in una nuova forma la nostra vita… in fondo anche la scienza ci assicura che “nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”.
E allora auguro a tutti per il 2013 una buona trasformazione!!! 🙂

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Tertium datur: una riflessione

© Rosa Maria Puglisi. "Tertium datur - una riflessione"
© Rosa Maria Puglisi. “Tertium datur – una riflessione”

La simbologia dell’unione e del concepimento, nei “Coniugi Arnolfini” di Jan van Eyck, sembra contenere in sé lo schema grafico del concetto di Terzo Paradiso.
Nel quadro, i due elementi che hanno contraddistinto le “ere passate” – ossia Artificio e Natura, come teorizzato da Pistoletto – possono essere individuati nella mano dell’uomo (l’azione dell’artefice) e nel seno della sposa (la natura che accoglie e nutre); persino il verde del suo abito ribadisce questo significato allegorico.
Ho usato, perciò, il segno simbolo del Terzo Paradiso per individuare visivamente questi due elementi salienti dell’immagine, in modo tale che lo stesso gesto che unisce i due personaggi possa sottolineare l’elemento centrale dello specchio, elemento fondamentale della poetica pistolettiana, e di per sé pregno di profondi simboli archetipici.
Lo specchio, nel quadro, con la sua forma convessa sembra gonfiarsi, gravido di possibilità, come il Terzo Paradiso. Ed è pure simile ad una lente, che “mette a fuoco” un piano diverso dello spazio, della realtà: quello della “riflessione” concettuale.
E’ questo uno spazio in continuo divenire, “aperto e inclusivo”, nel quale i vari aspetti della realtà – anche quelli in apparente contrapposizione – possono proficuamente fondersi in un “tertium datur”, così da annullare quei meccanismi della logica comune, secondo i quali esiste solo una verità e la si può ricavare con un ragionamento logico-deduttivo fondato su opposti, del tipo bianco/nero, bene/male, io/l’altro.
La rinascita, che il Rebirth Day auspica, per me non può che essere “rinuncia al bipolarismo del pensiero logico”, per accogliere il non previsto, il diverso, il nuovo.

Rosa Maria Puglisi
(10-10-2012)

 

1° Concorso fotografico “Comune di Leonessa”: i vincitori

premiazione del 1° Concorso fotografico “Comune di Leonessa”

Sono state consegnate dal Sindaco, venerdì 25 agosto presso il Chiostro di San Francesco a Leonessa (RI), le targhe che hanno premiato  i vincitori del 1° Concorso fotografico “Comune di Leonessa”, organizzato dall’associazione Prospettivaotto, del quale avevo a suo tempo postato notizia su questo blog (vedi articolo).

Dopo un’ardua selezione, la Giuria – valutando la personalità dell’interpretazione del tema proposto, la validità e la coerenza delle immagini dal punto di vista tecnico, narrativo e stilistico – ha stilato la seguente classifica:

1° Classificato – Giulio Rauco: “Sentieri”

Motivazione:

Interpretazione fortemente personale del tema; la fotografia restituisce con immediatezza ed efficacia visiva la luce e il carattere di un ambiente particolare, quale è il territorio di Leonessa, trasmettendone la sua vocazione alla bellezza naturalistica e alle escursioni.

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2° Classificato – Amelie Soffietti : “Prospettiva”

Motivazione:

Aderente al tema, la fotografia fornisce un punto di vista originale e appropriato, dando un’idea articolata del paesaggio urbano leonessiano, in cui il gioco di piani dei tetti conduce l’occhio a scoprire dettagli peculiari e significativi del luogo.

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3° Classificato – Sergio Dottarelli: “Possanza muliebre leonessiana – Palio del velluto”


Motivazione:

In maniera semplice e diretta, la fotografia restituisce il volto folclorico di Leonessa attraverso un ritratto, dove antico e attuale si mescolano e dialogano per dare risalto tanto a un viso quanto al suo sentimento di compartecipazione alla cultura e alla tradizione locale.

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La Giuria inoltre segnala:

Per la notevole resa atmosferica del luogo, “Autunno” di Andrea Vittori .

Per il dinamismo e la coerenza della visione d’insieme, “Montagne Leonessane” di Silvia Martoni.

Per la capacità di veicolare un particolare messaggio visivo e d’atmosfera attraverso luce e composizione, “Io ti ascolto” di Lorenzo Scacchia.

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La giuria era presieduta da:

Augusto Pieroni

Docente di storia e critica fotografica presso l’Università della Tuscia-Vt, la Scuola Romana di Fotografia e Officine Fotografiche. Saggista e giornalista, Collabora con riviste specializzate internazionali e italiane. Tra i suoi libri: “Leggere la Fotografia” (2006) e “Arti Fotografiche del 900” (2009). Web: http://www.fototensioni.net

e composta da:

Paola Casali: fotografa, docente fotografica e curatrice – web: info@pfcimmagini.it

Laura Marcolini: coordinatore e redattore di riviste fotografiche (IL FOTOGRAFO) – web: www.lauradelvuoto.it

Rosa Maria Puglisi: docente e critico fotografico, curatrice – web :https://specchioincerto.wordpress.com/

un concorso per scoprire Leonessa

Circondato dal massiccio del Terminillo alle cui pendici è situato, Leonessa è un comune della provincia di Rieti piccolo e ormai scarsamente popolato, ma ricco di storia e di bellezze paesaggistiche; per celebrare le sue origini medioevali ogni anno vi si tiene il cosiddetto Palio del Velluto, una corsa di cavalli con rievocazione storica nella quale si sfidano i “Sesti” che compongono il suo territorio. In inverno è meta sciistica, grazie alle vicine piste di Campo Stella; nelle rimanenti stagioni gli appassionati di escursioni possono contare su ben 42 sentieri, tracciati dal CAI su per l’Appennino.

Allo scopo di far conoscere e valorizzare il patrimonio storico, ambientale e naturalistico del suo territorio, il Comune di Leonessa in collaborazione con l’Associazione Culturale Prospettiva 8, bandisce un concorso fotografico aperto a tutti, fotografi e semplici amatori purché maggiorenni e residenti in Italia, il cui tema è – appunto – “conoscere Leonessa”. La partecipazione è gratuita e la scheda di partecipazione si può scaricare cliccando qui.

Termine ultimo d’invio degli scatti è il 18 agosto 2012; per questa data andranno fatti pervenire – in formato digitale: jpeg, di dimensioni non superiori a 1280 pixel di lato lungo – all’indirizzo concorsi@prospettivaotto.it scrivendo come oggetto della email «Concorso_Conoscere Leonessa».

La Giuria è composta da:
Augusto Pieroni (presidente)
Rosa Maria Puglisi
Laura Marcolini
Paola Casali

Le valutazioni saranno basate sui seguenti criteri:
• rispondenza al Tema generale del Concorso, definito nel titolo;
• personalità nell’interpretazione del Tema;
• coerenza e validità delle immagini da almeno uno dei seguenti punti di vista: tecnico, narrativo, stilistico;
• accuratezza e tempestività nella consegna.

Per informazioni più dettagliate e per scaricare il bando completo del concorso potete collegarvi al sito di Prospettiva 8. L’associazione ha anche una sua pagina facebook.

Un concorso per tutti, dunque, una possibilità di esercitare la vostra inventiva e l’opportunità di conoscere questo splendido paese dell’Appennino.

Che altro dire? Aspettiamo (anch’io, visto che faccio parte alla giuria) le vostre foto! 🙂

A Roma: “Nuovi Talenti – Fotografia Contemporanea”

“Nuovi Talenti – Fotografia Contemporanea” è un progetto proposto dall’associazione Exusphoto per promuovere le ricerche personali nell’ambito dell’arte fotografica, come disciplina che meglio coniuga la conservazione della memoria alle nuove forme espressive.

Primo degli interventi previsti è una serie di appuntamenti espositivi che avranno luogo in diverse sedi del quartiere San Lorenzo di Roma a partire dal 20 ottobre. In mostra saranno gli scatti di 32 autori, selezionati a seguito di un bando rivolto a giovani fotografi, dove era richiesta la presentazione di opere inedite orientate verso la sperimentazione e la rilettura del proprio rapporto con la realtà circostante.

Sovente espressione soggettiva di proprie realtà, le immagini presentate sono varie come le personalità che le hanno prodotte, e raccontano di approcci alla fotografia spontanei ed originali, influenzati, tuttavia, dagli echi della fotografia contemporanea di tendenza; sono il prodotto dello sguardo attento di questi giovani talenti in cerca di un confronto con la realtà e con il mondo della fotografia. Oscillano fra il gusto della documentazione e quello per il lirismo. Raccontano di esperienze vissute e colte con sguardo ora partecipe ora incuriosito. Sono visioni di un mondo contemporaneo dominato a livello estetico da due opposte modalità, che riconducono, tuttavia, alla medesima esigenza di narrare qualcosa sottolineandone l’aderenza alla“realtà”. Propongono, da un lato, un apparente iperrealismo spesso segnato da una perfezione quasi cosmetica; dall’altro immagini fresche e immediate, che “esibiscono” tutti quei difetti tecnici, che ormai per tutti “significano” istantaneità e veridicità dello scatto.

Attraverso questi due estremi, si declinano le esperienze fotografiche personali di questi giovani autori; esperienze differenti fra loro, il cui filo comune pare essere l’esigenza di una narrazione del proprio tempo attraverso un lessico visuale riconoscibile, che lungi dall’essere un limite creativo,diventa un valido spunto per le più disparate rielaborazioni personali.

[Nota bene! Errata Corrige: il numero civico dell’indirizzo della prima mostra è – in realtà – Via  dei Sabelli 88]

Per informazioni:

exusphoto@gmail.com

http://www.exusphoto.it/