Luigi Ghirri. Pensare per immagini. Icone Paesaggi Architetture

Cittanova, 1985 da: Esplorazioni sulla via Emilia. Vedute nel paesaggio (1983-1986) da: Il profilo delle nuvole (1980-1992)
Luigi Ghirri, Cittanova, 1985. Da: Esplorazioni sulla via Emilia. Vedute nel paesaggio (1983-1986); da: Il profilo delle nuvole (1980-1992).
Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri

“L’Italia, come tutti sanno, è una nazione di santi, navigatori, poeti, e adesso anche di fotografi, che la percorrono in auto, a piedi, in torpedone per portarsi nei punti più adatti a osservare la «realtà». […]

Tra tutti quelli che si considerano artisti, i fotografi sono quelli che hanno meno dubbi… La fotografia è magia e se non spaventa più, come si racconta accadesse ai primitivi, è capace ancora di suscitare un senso di potenza.

La foto è la moderna versione della parabola della moltiplicazione dei pesci; con essa moltiplichiamo la realtà, ce ne impadroniamo, la coloriamo, la rendiamo simile ai quadri, impressionisti o astratti, a scelta. L’importante è che la fotografia «trasformi», abbellisca, accenda i colori, possibilmente immergendo i soggetti in un’atmosfera soffusa, carica di nostalgia e di ricordi. E se la realtà è brutale come nelle guerre, si può fare ancora qualcosa, basta riprendere i combattenti controluce o mentre si stagliano contro il cielo.

Perché per i fotografi tutto è simbolo: le cose non sono mai quello che sembrano; questo lo credete voi, ma solo perché siete degli inguaribili ingenui. […]

Luigi Ghirri, Modena, 1973. Da: Italia ai lati (1971-1979) Courtesy ©Eredi Ghirri
Luigi Ghirri, Modena, 1973. Da: Italia ai lati (1971-1979)
Courtesy ©Eredi Ghirri

Certo Ghirri ha sbagliato tutto, ha sbagliato ad interessarsi di quello che potrebbe definirsi il banale quotidiano, ha sbagliato a ricercare un’ottica adatta ai nuovi spazi invasi dall’urbanizzazione… La sua fotografia è asciutta, guarda direttamente alle cose; non allude. non ammicca, non cerca la complicità di chi guarda e l’osservatore viene lasciato con i suoi tic estetici. Ma è alla sua prima mostra dopo due anni di ricerca. Si ravvederà?”

Risalgono al dicembre 1972 queste parole, e sono stralci di un testo ben più articolato, nel quale Franco Vaccari, allo scopo di presentare il lavoro di esordio dell’amico Luigi Ghirri (in una mostra dal titolo essenziale: “Fotografie 1970-1971”), dipinge la situazione che si è venuta a determinare a causa di una incipiente massificazione della fotografia. Lo fa colorando le sue frasi di un’ironia all’apparenza leggera, che a  tratti  però trascolora in una pungente satira, forma – quest’ultima – che ben si addice ad una critica che vuole veicolare istanze etiche. Suo chiaro intento è far emergere per contrasto le caratteristiche precipue della ricerca ghirriana; una ricerca allora ai suoi primi passi, nella quale si  scorge già in potenza l’intera parabola di un percorso variegato ma sempre coerente nella sua esigenza di rinnovamento del linguaggio fotografico e di rigenerazione continua della visione stessa.

 

Luigi Ghirri, San Pietro In Vincoli, Villa Jole, 1990. Da: Paesaggio italiano (1980-1992); da: Paesaggio italiano (1980-1992) Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri

Luigi Ghirri, San Pietro In Vincoli, Villa Jole, 1990. Da: Paesaggio italiano (1980-1992); da: Paesaggio italiano (1980-1992) Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri

A  Roma dal 24 aprile al 27 ottobre 2013, nelle gallerie 2 e 2a del MAXXI sarà possibile ripercorrere le maggiori tappe dell’iter concettuale e creativo di Luigi Ghirri, attraverso la visione di oltre 300 opere originali provenienti dalla Fototeca della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia. Sono in mostra pure preziosi documenti quali menabò, libri, riviste, recensioni, che rimandano alla sua attività di editore, critico e curatore; libri d’artista, che testimoniano l’incontro e lo scambio intellettuale con gli artisti concettuali modenesi nei primi anni ‘70;  cartoline illustrate e fotografie anonime dalla sua collezione personale; e ancora una selezione di libri tratti dalla biblioteca personale di Ghirri, a far luce sui suoi riferimenti culturali; e infine le copertine dei dischi, frutto della collaborazione con musicisti come i CCCP e Lucio Dalla.

E’ il mondo di Ghirri quello che progressivamente si apre ai visitatori di questa esposizione. Attraverso le tre sezioni (Icone. Paesaggi. Architetture) si dispiega, infatti, l’attitudine dell’autore a “pensare per immagini”. Ma ancor più a “far pensare attraverso le immagini”.

Luigi Ghirri, Rifugio Grostè, 1983. Da: Paesaggio italiano (1980-1992) Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri
Luigi Ghirri, Rifugio Grostè, 1983. Da: Paesaggio italiano (1980-1992)
Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri

La cosiddetta democratizzazione della fotografia, cui abbiamo continuato ad assistere nei quarant’anni che ci separano dallo scritto di Vaccari, e che ci ha sempre di più trasformato in “un popolo di fotografi”, infatti, non ha certo invertito la diffusa tendenza – stigmatizzata  nelle parole di quella introduzione – a pensare e, di conseguenza, a vedere la realtà che ci circonda come un serbatoio di potenziali immagini pittoresche e fondamentalmente consolatorie, inevitabilmente stereotipate: oggi come allora esistono “ricette del buon fotografare”, che inducono ad “imbalsamare la realtà” attraverso situazioni prescritte, inquadrature raccomandate e postproduzioni d’obbligo. Oggi come allora il risultato di tutto questo è la formazione di una sorta di immaginario collettivo d’appendice, in cui la nostra stessa percezione della realtà finisce per cristallizzarsi, vittima degli automatismi di un guardare distratto.

L’opera di Ghirri, al contrario, è tutta percorsa da una profonda, e amorevole, attenzione verso “quello che potrebbe definirsi il banale quotidiano”; da un’instancabile, sistematica analisi del paesaggio urbano, nei suoi aspetti minori (e minimi) comunemente ritenuti scontati, ma che  – parafrasando l’Ecclesiaste – faranno affermare al fotografo di Scandiano “non c’è niente di antico sotto il sole”.

Fotografare, per Ghirri, è uno strumento di conoscenza, un modo per osservare il mondo conservando intatto una sorta di stupore   adolescenziale, e un vedere “attraverso” le cose per poter attingere nuovi significati. Per poter, infine, trovare nuove domande.

Questa sua antologica ha il sapore di un incontro proficuo alla riflessione, sia per chi non conoscendolo si avvicina all’opera del Maestro per la prima volta, sia per chi – magari conoscendone solo gli aspetti più esteriori – è portato ormai ad osservare e fotografare la realtà attraverso una sorta di precostituito filtro ghirriano.
Per tutti noi, comunque, sarà un piacere attraversare quel suo sguardo sempre profondo e capace di stupore, poco cronachistico o di mestiere,  non unicamente teso all’aspetto estetico. E sarà un importante monito questo suo consiglio:
“Credo che una delle strade possa essere quella di lavorare come se ci si trovasse in uno stato di “necessità”, in un modo che potrei definire etico… Vedere come se fosse la prima e l’ultima volta”

Rosa Maria Puglisi
[30/04/2013]

Luigi Ghirri, Marina di Ravenna, 1986. Da: Paesaggio italiano (1980-1992); da: Il profilo delle nuvole (1989) Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri
Luigi Ghirri, Marina di Ravenna, 1986. Da: Paesaggio italiano (1980-1992); da: Il profilo delle nuvole (1989)
Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri

Nel mondo di Ottavia Hiddenart

“Ho vissuto un’esistenza quasi trasparente, tra il 1903 e il 1983. Non sono stata coraggiosa e non ho fatto quello che avrei voluto, non sono riuscita a separarmi da mia madre né dalla casa in cui vivevo. Non mi sono sposata, non ho avuto figli e la mia famiglia si è estinta. Avrei voluto essere un’artista, lavoravo nel segreto della mia mente senza mai realizzare le mie opere. Ora, a trent’anni dalla morte, mi viene data una seconda possibilità da chi si è trovato in mano le mie fotografie, unica eredità della mia esistenza. Si perde facilmente la memoria delle persone che sono state, con la mia arte lotto contro questo: voglio riportare in vita volti rimasti senza una storia.”

Con queste parole si presenta  Ottavia Hiddenart, misterioso personaggio nato dall’incontro immaginario di due esistenze, l’una presente e reale, l’altra avvolta nei misteri di un passato di cui non restano che immagini fotografiche in bianco e nero.
E’ proprio da questi scatti che nasce l’idea di “una collaborazione”, che si nutre di affinità, di risonanze emotive, di fantasia: una collaborazione che  nei personaggi e negli scenari dell’album di famiglia di Ottavia trova i materiali e gli spunti per nutrire e rendere palese l’immaginario di un’altra donna, una nostra contemporanea, che finalmente è coraggiosa abbastanza da poter parlare di sé come di un’artista. Insieme ad Ottavia, nei panni di Ottavia.

Al Perugia Social Photo Fest – che apre i battenti domani – le sue opere saranno presenti in una mostra intitolata “I am now brave enough to call my self an artist”.  Cogliendo questa occasione ho pensato di farvi cosa gradita proponendovi la conversazione che segue.

Buongiorno Ottavia! Cosa rappresenta l’arte nella tua vita?

L’arte è importantissima per me, vi ci metto tutto ciò che non vedo, non conosco, le persone di cui sento parlare, i luoghi in cui non vado, è anche ciò che non posso dire.

E’ un luogo forse un po’ onirico, mio personale nascondiglio, dove i pensieri si trasformano in immagine.

Uso colori, forme e ironie per raccontare storie inventate, fino ad ora solo per me stessa, ma finalmente, da poco, ho iniziato ad espormi, e ciò che era solo materiale astratto, ha assunto una forma concreta.

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Che ruolo ha avuto la fotografia nella tua esistenza?

La fotografia ha sempre avuto una grande importanza per me. Mio padre ne era appassionato e io da piccola lo guardavo incuriosita; lui ci metteva in posa, quando la luce o la situazione gli piaceva e scattava quelli che possono essere considerati dei classici ritratti familiari. Sempre d’estate, quando la luce era buona e la vacanza gli dava il tempo; sempre in campagna e mai in città; perché è la campagna il luogo dello svago, del tempo libero e della riunione familiare.

Non faceva mai foto nei momenti di routine, ma neanche in quei momenti dove te lo saresti aspettato: mai a natale, mai per i compleanni, mai per comunioni o celebrazioni varie. A lui piaceva fotografare momenti di silenzio e comunione familiare. Ed è così che io appaio oggi in fotografia.

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Non ho lasciato al mondo delle prove tangibili, la fotografia è l’unica traccia della mia esistenza. Non ho costruito nulla e non ho avuto figli a cui tramettere i miei geni e il mio ricordo. Ho solo aiutato in casa e fatto beneficenza. Ho cucito, cucinato e letto tanti libri. Poi me ne sono andata, in modo silenzioso, esattamente come sono stata al mondo.

La fotografia per te costituisce, dunque, una traccia della tua esistenza…

E’ grazie alla fotografia che qualcuno ha scoperto che sono esistita. Qualcuno ha trovato tutta la mia vita in una scatola, ha messo in ordine le mie fotografie e mi ha ridato un nome, forse anche una seconda chance.

Spesso, dopo un po’ di tempo , delle persone che muoiono non rimangono che le foto… Quante vite sono state dimenticate e quel che rimane è una fotografia; rimane un momento, un’espressione di cui non si sa più nulla se non quello che la foto descrive.

E’ come una prova dell’esserci stati…

Questo mi affascina della fotografia, come dice Roland Barthes, la foto prova che quel momento li è veramente stato, che quel volto ha vissuto: la fotografia prova l’esistenza di qualcuno.

Ma forse è anche uno strumento in grado di “rimescolare le carte” di un’esistenza?

Chi ha trovato le mie foto, e con esse tutte le foto delle persone con cui condividevo l’esistenza, mi ha proposto un’interessante collaborazione: io racconto storie, lei le mette su carta fotografica. In questo modo lei mi ridà la possibilità di essere quell’artista che non ho avuto il coraggio o l’opportunità di essere in passato. E se per rimescolare le carte intendi un uso selvaggio di fantasia, si, c’è anche quello.

Chi è questa persona e come mai ha deciso di darti questa nuova chance d’esistenza?

È una persona che, come me, fa fatica a definirsi artista, che fa fatica ad esporsi, che per motivi familiari, sociali o lavorativi, ha deciso che le piace rimanere in incognito… e trovandosi per caso le mie foto in mano, ha deciso di utilizzarmi come maschera, come strumento per esprimersi. C’è una sintonia, un incastro nelle nostre vite che ci permette di collaborare, di dare l’una all’altra ciò di cui abbiamo bisogno. Entrambe, insieme, troviamo il coraggio di esporci, nella creazione di opere d’arte a 4 mani.

C’è, fra le tue immagini, una che ti somiglia più delle altre?

E’ una domanda difficile… un’immagine che somiglia a chi? A me Ottavia o a chi mi tiene viva?

Per immagine intendi una foto della mia vita in cui mi riconosco oppure uno dei miei collage?

A te la facoltà di scegliere come vuoi interpretare la domanda…

C’è una foto tessera di quando avevo quindici anni circa, dove indosso un cappello a falda larga e ho un sorriso triste; ecco, quella forse è la foto dove le fisionomie di entrambe noi, artiste in gioco, si incontrano di più. 

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Ce n’è anche una di quando ero più piccola, seduta su una seggiola di vimini con la mia bambola: anche li vedo somiglianza. Ma purtroppo è la foto melanconica dell’adolescenza quella in cui più ci vediamo, entrambe, contemporaneamente.

Per quanto riguarda i collage, “Margherita in the 60” è la donna che avrei voluto essere: quella che riesce ad essere artista, che è bella ed elegante, ha 6 figli e coraggio e personalità da vendere. Anche quel volto lega me e la mia amica e collaboratrice.

E noi pure siamo legate, ma più non posso dirti; la nostra storia si basa sul mistero: mistero di vite perdute, mistero di vite contemporanee, mistero di arte ed espressione. Tanti sono i motivi per cui rimaniamo un po’ così… sospese nell’ombra, mettendo fuori un piedino alla volta. La difficoltà ad esporci ci accomuna. 

© Ottavia Hiddenart. "Margherita in the 60"
© Ottavia Hiddenart. “Margherita in the 60”

Nelle tue opere spesso si notano cose che sembrano uscire dalla testa dei soggetti ritratti, perché ricorre questo elemento e come dobbiamo interpretarlo?

Sì, effettivamente, senza rendermene conto, per raccontare le mie storie ho iniziato ad utilizzare elementi vaganti che sovrappongo alla stampa fotografica, oppure che faccio uscire dalla testa dei soggetti rappresentati. Semplicemente, rappresentano i pensieri. Sono ritratti immaginari e c’è una piccola storia dietro ad ogni immagine che, se non si deduce, è scritta nel sottotitolo. Ma poi ognuno ci vede quello che vuole.

© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | On a japanese sunday afternoon
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | On a japanese sunday afternoon, 2011
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | Nège, bride tension, 2011
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | Nège, bride tension, 2011
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | Everyone has his own thought, 2011
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | Everyone has his own thought, 2011
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | The powder dilemma, 2013
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | The powder dilemma, 2013

Quanto questi collage ci parlano del passato e quanto del futuro?

Difficile rispondere. Vediamo un po’… Fammi ragionare, pensare ad alta voce… Se consideriamo la mia prima tranche di lavoro, i collage digitali… sono storie tratte dal passato, inventate nel presente, poi stampate, incorniciate ed esposte nel presente. Ma il nostro gioco è dire che sono stati fatti nel passato. .Per quanto riguarda il nuovo lavoro, i collage di carta con fotografie d’epoca originali… anche questi sono fatti nel presente, ma penso che rappresentino il futuro della mia/nostra produzione. E’ lì che voglio andare. Ancora non sono molto brava a gestire colla e taglierino, ma sto imparando, quindi è il futuro. Tuttavia, come nel caso dell’altro lavoro, questi collage sono ispirati al passato, vogliono riportare nel presente storie di persone passate.

Si tratta di collage che, attraverso i loro frammenti, vogliono raccontare e descrivere pensieri, atmosfere e personalità perdute.

© Ottavia Hiddenart.
© Ottavia Hiddenart.

Il Viaggio in Italia di Zoltan Nagy

“I viaggiatori tedeschi e inglesi del Grand Tour non venivano in Italia per cercare davvero l’Italia, venivano per costruirsi una cultura. Era per loro un viaggio di formazione personale, di crescita interiore. Cercavano se stessi, non noi
I grandi fotografi internazionali di oggi fanno la stessa cosa: nelle loro immagini non vediamo l’Italia, bensì l’effetto, positivo o negativo, che l’Italia ha sull’anima di chi l’Italia non ce l’ha” (Michele Smargiassi).

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Ricevo e volentieri vi inoltro la segnalazione di questa mostra, che sarà inaugurata a Cuneo il 12 Novembre (ore 18) , presso Palazzo Samone, via Amedeo Rossi 4.

Nelle più di 100 immagini  di questa mostra, dal titolo “Viaggio in Italia” si dipana, da un lato, l’Italia dell’arte e della cultura, così come era stata confezionata per l’immaginario dei viaggiatori del Grand Tour, nelle  fotografie loro destinate e prodotte dai più famosi atelier dell’Ottocento; dall’altro un’Italia solo in parte più familiare per noi.
Nelle fotografie scattate fra il 1974 ed oggi dal fotografo contemporaneo Ungherese Zoltan Nagy, infatti, c’è sì l’Italia quotidiana di questi ultimi quarant’anni, ma vista e riletta – proprio come si diceva nella sopra citata frase di Smargiassi – attraverso l’effetto che fa, per l’impatto che ha sulla fantasia di qualcuno che – malgrado i numerosi anni trascorsi ormai in Italia – continua fortunatamente a conservare intatto uno sguardo eccentrico (nel senso etimologico di “fuori dal centro”) e fresco su questa nostra Italia, che ormai fatichiamo a guardare e riconoscere.

La mostra proseguirà fino al 5 gennaio.

Luigi Ghirri. Pensare per immagini. Icone Paesaggi Architetture

Cittanova, 1985 da: Esplorazioni sulla via Emilia. Vedute nel paesaggio (1983-1986) da: Il profilo delle nuvole (1980-1992)
Luigi Ghirri, Cittanova, 1985. Da: Esplorazioni sulla via Emilia. Vedute nel paesaggio (1983-1986); da: Il profilo delle nuvole (1980-1992).
Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri

“L’Italia, come tutti sanno, è una nazione di santi, navigatori, poeti, e adesso anche di fotografi, che la percorrono in auto, a piedi, in torpedone per portarsi nei punti più adatti a osservare la «realtà». […]

Tra tutti quelli che si considerano artisti, i fotografi sono quelli che hanno meno dubbi… La fotografia è magia e se non spaventa più, come si racconta accadesse ai primitivi, è capace ancora di suscitare un senso di potenza.

La foto è la moderna versione della parabola della moltiplicazione dei pesci; con essa moltiplichiamo la realtà, ce ne impadroniamo, la coloriamo, la rendiamo simile ai quadri, impressionisti o astratti, a scelta. L’importante è che la fotografia «trasformi», abbellisca, accenda i colori, possibilmente immergendo i soggetti in un’atmosfera soffusa, carica di nostalgia e di ricordi. E se la realtà è brutale come nelle guerre, si può fare ancora qualcosa, basta riprendere i combattenti controluce o mentre si stagliano contro il cielo.

Perché per i fotografi tutto è simbolo: le cose non sono mai quello che sembrano; questo lo credete voi, ma solo perché siete degli inguaribili ingenui. […]

Luigi Ghirri, Modena, 1973. Da: Italia ai lati (1971-1979) Courtesy ©Eredi Ghirri
Luigi Ghirri, Modena, 1973. Da: Italia ai lati (1971-1979)
Courtesy ©Eredi Ghirri

Certo Ghirri ha sbagliato tutto, ha sbagliato ad interessarsi di quello che potrebbe definirsi il banale quotidiano, ha sbagliato a ricercare un’ottica adatta ai nuovi spazi invasi dall’urbanizzazione… La sua fotografia è asciutta, guarda direttamente alle cose; non allude. non ammicca, non cerca la complicità di chi guarda e l’osservatore viene lasciato con i suoi tic estetici. Ma è alla sua prima mostra dopo due anni di ricerca. Si ravvederà?”

Risalgono al dicembre 1972 queste parole, e sono stralci di un testo ben più articolato, nel quale Franco Vaccari, allo scopo di presentare il lavoro di esordio dell’amico Luigi Ghirri (in una mostra dal titolo essenziale: “Fotografie 1970-1971”), dipinge la situazione che si è venuta a determinare a causa di una incipiente massificazione della fotografia. Lo fa colorando le sue frasi di un’ironia all’apparenza leggera, che a  tratti  però trascolora in una pungente satira, forma – quest’ultima – che ben si addice ad una critica che vuole veicolare istanze etiche. Suo chiaro intento è far emergere per contrasto le caratteristiche precipue della ricerca ghirriana; una ricerca allora ai suoi primi passi, nella quale si  scorge già in potenza l’intera parabola di un percorso variegato ma sempre coerente nella sua esigenza di rinnovamento del linguaggio fotografico e di rigenerazione continua della visione stessa.

 

Luigi Ghirri, San Pietro In Vincoli, Villa Jole, 1990. Da: Paesaggio italiano (1980-1992); da: Paesaggio italiano (1980-1992) Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri

Luigi Ghirri, San Pietro In Vincoli, Villa Jole, 1990. Da: Paesaggio italiano (1980-1992); da: Paesaggio italiano (1980-1992) Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri

A  Roma dal 24 aprile al 27 ottobre 2013, nelle gallerie 2 e 2a del MAXXI sarà possibile ripercorrere le maggiori tappe dell’iter concettuale e creativo di Luigi Ghirri, attraverso la visione di oltre 300 opere originali provenienti dalla Fototeca della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia. Sono in mostra pure preziosi documenti quali menabò, libri, riviste, recensioni, che rimandano alla sua attività di editore, critico e curatore; libri d’artista, che testimoniano l’incontro e lo scambio intellettuale con gli artisti concettuali modenesi nei primi anni ‘70;  cartoline illustrate e fotografie anonime dalla sua collezione personale; e ancora una selezione di libri tratti dalla biblioteca personale di Ghirri, a far luce sui suoi riferimenti culturali; e infine le copertine dei dischi, frutto della collaborazione con musicisti come i CCCP e Lucio Dalla.

E’ il mondo di Ghirri quello che progressivamente si apre ai visitatori di questa esposizione. Attraverso le tre sezioni (Icone. Paesaggi. Architetture) si dispiega, infatti, l’attitudine dell’autore a “pensare per immagini”. Ma ancor più a “far pensare attraverso le immagini”.

Luigi Ghirri, Rifugio Grostè, 1983. Da: Paesaggio italiano (1980-1992) Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri
Luigi Ghirri, Rifugio Grostè, 1983. Da: Paesaggio italiano (1980-1992)
Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri

La cosiddetta democratizzazione della fotografia, cui abbiamo continuato ad assistere nei quarant’anni che ci separano dallo scritto di Vaccari, e che ci ha sempre di più trasformato in “un popolo di fotografi”, infatti, non ha certo invertito la diffusa tendenza – stigmatizzata  nelle parole di quella introduzione – a pensare e, di conseguenza, a vedere la realtà che ci circonda come un serbatoio di potenziali immagini pittoresche e fondamentalmente consolatorie, inevitabilmente stereotipate: oggi come allora esistono “ricette del buon fotografare”, che inducono ad “imbalsamare la realtà” attraverso situazioni prescritte, inquadrature raccomandate e postproduzioni d’obbligo. Oggi come allora il risultato di tutto questo è la formazione di una sorta di immaginario collettivo d’appendice, in cui la nostra stessa percezione della realtà finisce per cristallizzarsi, vittima degli automatismi di un guardare distratto.

L’opera di Ghirri, al contrario, è tutta percorsa da una profonda, e amorevole, attenzione verso “quello che potrebbe definirsi il banale quotidiano”; da un’instancabile, sistematica analisi del paesaggio urbano, nei suoi aspetti minori (e minimi) comunemente ritenuti scontati, ma che  – parafrasando l’Ecclesiaste – faranno affermare al fotografo di Scandiano “non c’è niente di antico sotto il sole”.

Fotografare, per Ghirri, è uno strumento di conoscenza, un modo per osservare il mondo conservando intatto una sorta di stupore   adolescenziale, e un vedere “attraverso” le cose per poter attingere nuovi significati. Per poter, infine, trovare nuove domande.

Questa sua antologica ha il sapore di un incontro proficuo alla riflessione, sia per chi non conoscendolo si avvicina all’opera del Maestro per la prima volta, sia per chi – magari conoscendone solo gli aspetti più esteriori – è portato ormai ad osservare e fotografare la realtà attraverso una sorta di precostituito filtro ghirriano.
Per tutti noi, comunque, sarà un piacere attraversare quel suo sguardo sempre profondo e capace di stupore, poco cronachistico o di mestiere,  non unicamente teso all’aspetto estetico. E sarà un importante monito questo suo consiglio:
“Credo che una delle strade possa essere quella di lavorare come se ci si trovasse in uno stato di “necessità”, in un modo che potrei definire etico… Vedere come se fosse la prima e l’ultima volta”

Rosa Maria Puglisi
[30/04/2013]

Luigi Ghirri, Marina di Ravenna, 1986. Da: Paesaggio italiano (1980-1992); da: Il profilo delle nuvole (1989) Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri
Luigi Ghirri, Marina di Ravenna, 1986. Da: Paesaggio italiano (1980-1992); da: Il profilo delle nuvole (1989)
Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri

Di fronte e di schiena

© Ferdinando Scianna. L’ uccello dei cattivi pensieri, Bergamo,1966.

La fotografia, grazie al suo esser divenuta strumento d’espressione preferenziale per moltissimi artisti contemporanei, e – come conseguenza – grazie al suo essere entrata ormai da lungo tempo a pieno diritto nel mondo del mercato artistico, quest’anno avrà una nuova vetrina tutta per sé a Torino. Si chiama Photissima ed è la manifestazione fieristica che a partire da quest’anno andrà ad affiancare – per un novembre che si preannuncia denso di eventi – la ben più consolidata Artissima con lo scopo dichiarato di rendere omaggio alle varie declinazioni della fotografia: alla fotografia storica, come a quella contemporanea, come pure a quella di reportage.

Nell’ambito di questa sua prima edizione, vorrei segnalare la presenza di una mostra che si preannuncia particolarmente interessante, avendo come tema “non solo il ritratto, ma anche il “ritrarsi”. Perché a volte il visibile non è quello che ci sta davanti: ma intorno, ai lati. Dietro”.

Curata da Elio Grazioli ed organizzata da Pho_To Progetti per la Fotografia, ha come emblematico titolo “Di fronte e di schiena” e s’inaugurerà il 6 novembre alle ore 18 presso il Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, portando in mostra immagini selezionate della Collezione di Fotografia Europea Reggio Emilia

Ecco per voi qui di seguito il suo comunicato stampa:

© Martin Parr, Italy. Reggio Emilia, 2006
Di fronte e di schiena

Dalla Collezione di Fotografia Europea Reggio Emilia

 7 novembre – 2 dicembre

 Il visibile non è quello che ci sta davanti. È intorno, ai lati. Dietro. Si nasconde allo sguardo e va ricercato, scoperto. Ritrovato, ri-tratto. In esclusiva assoluta per l’Italia viene inaugurata martedì 6 novembre alle 18 al Museo Regionale di Scienze Naturali, la mostra Di fronte e di schiena, a curadi Elio Grazioli,organizzata da Pho_To Progetti per la fotografia, con il Patrocinio della Regione Piemonte, e tratta dalla Collezione di Fotografia Europea Reggio Emilia, un progetto culturale del Comune di Reggio Emilia che dal 2006 si confronta con la cultura internazionale dell’immagine e rivolge una particolare attenzione al territorio e ai giovani fotografi.

Di fronte e di schiena è una selezione di autori, tra cui Luigi Ghirri, Martin Parr, Gabriele Basilico, Antoine D’Agata e Ferdinando Scianna, che compongono la collezione, acquisita nel corso delle sue sette edizioni e custodita nella Fototeca della Biblioteca Panizzi.

La mostra è inserita come evento speciale nel programma di Photissima, la fiera torinese dedicata alla fotografia.

© Gabriele Basilico, Fuori centro, 2005

Sprazzi di verità si rivelano a volte sbirciando attraverso le finestre di un asilo. Tra i palazzoni di una periferia, 

luogo “fuori centro” per eccellenza. Nella fugacità di un amplesso, o in ascolto fuori da una porta chiusa. “Talvolta è di fronte ma è invisibile, talvolta è di schiena ma si capisce tutto” spiega Elio Grazioli,curatoredi Fotografia Europeache ha selezionato le opere in mostra; immagini varie e significative con cui viene ricostruito lo sguardo attento e curioso sul panorama internazionale contemporaneo che ha guidato le edizioni 

del festival fin qui realizzate. La Collezione di Reggio Emilia, infatti, mette a confronto le ricerche professionali e artistiche originali di alcuni dei più autorevoli esponenti e delle più stimolanti promesse della scena fotografica internazionale di oggi.

Sono 18 gli autori selezionati tra gli oltre 100 che compongono la Collezione e che attraverso il fil rouge Di fronte e di schiena generano nuovi accostamenti, analogie impreviste, inedite sfaccettature in un confronto di stili ed epoche che è una ricerca continua, in perenne trasformazione. Marina Ballo Charmet, Giorgio Barrera, Gabriele Basilico, Antonio Biasiucci, Bruno Cattani, Antoine D’Agata, Vittore Fossati, Luigi Ghirri, Goran Galić e Gian-Reto Gredig, Aino Kannisto, Martin Parr, Bernard Plossu, Pentti Sammallahti Kai-Uwe Schulte-Bunert, Ferdinando Scianna, Klavdij Sluban, Alessandra Spranzi e Nicola Vinci con i loro scatti site specific per Reggio Emilia, hanno interpretato liberamente il tema che ogni anno ha caratterizzato Fotografia Europea, con unattenzione particolare al paesaggio urbano e alla figura umana, tra ricerca e sperimentazione.

© Antoine D’Agata, Situations, 2008

Oltre alle 30 immagini esposte, la mostra Di fronte e di schiena presenta anche una selezione di libri che compongono il progetto The Core of Industy, concorso internazionale di fotografia promosso nel 2008 dal Comune di Reggio Emilia e dall’Associazione Industriali della Provincia di Reggio Emilia nell’ambito del festival per mettere a fuoco l’essenza della realtà industriale europea e locale al tempo stesso. Gli autori – Carmen Cardillo, Luca Casonato, Karin Jobst, Florian Joye, Mindaugas Kavaliauskas, Hyun-Jin Kwak, Ernst van der Linden, Thomas Pospech – mettono a nudo, attraverso i loro scatti, scarni paesaggi e imponenti cisterne. Armadi pieni di fili e carrelli abbandonati, operai seduti in pausa pranzo e uomini che scaricano merci. Il paesaggio, l’architettura, l’ambiente e le persone diventano così gli oggetti di un’unica indagine per raccontare meglio di qualsiasi studio criticità, eccellenze e implicazioni sociali dei mutamenti industriali in atto.

INFO

Sede: Museo Regionale di Scienze Naturali, via Giolitti 36, Torino
Mostra: Di fronte e di schiena. Dalla Collezione di Fotografia Europea Reggio Emilia
Inaugurazione: martedì 6 novembre, ore 18
Periodo:
7 novembre – 2 dicembre 2012
Orario: tutti i giorni: 10 – 19 Chiuso il martedì
Biglietto: € 5,00 intero – € 2,50 ridotto
InfoMuseo: tel. +39 011 43.6354 www.mrsntorino.it

due mostre da (ri)vedere sotto Natale

Per chi non avesse avuto modo di visitarle e, naturalmente, per chi avesse voglia di rivederne le immagini, segnalo la prossima apertura di due mostre – riproposte rispettivamente a Roma e a Milano – delle quali avevo già parlato qui tempo fa.

Sono due esposizioni molto diverse fra loro, da una parte una personale che presenta – attraverso un sapiente uso del bianco e nero – un reportage che parla di migrazione e integrazione, dall’altra una collettiva che offre le più svariate interpretazioni concettuali e visive di un “luogo” quotidiano di solito inosservato. Sia pure in maniera differente, entrambe le mostre sono interessanti e ricche di spunti.

Si tratta di “Roma sunu Senegal” di Roberto Cavallini, la cui inaugurazione è prevista per il 13 dicembre alle ore 18, presso la Biblioteca Guglielmo Marconi – Via Gerolamo Cardano 135, Roma; e di ”Living in Lift”, mostra itinerante giunta alla sua tappa milanese, in apertura il 15 dicembre alle 18.30 presso l’ex Chiesa di San Carpoforo, sede del Dipartimento di Arti Visive e del CRAB, via Formentini 1, in  zona Brera.

Linkati ai titoli delle mostre troverete gli articoli che avevo loro dedicato a suo tempo.

Roma sunu Senegal

© Roberto Cavallini. "Keba", da Roma sunu Senegal

E’ in mostra a Roma presso la Casa della Memoria e della Storia, fino al 15 gennaio, “Roma sunu Senegal” (Roma nostro Senegal): un lavoro fotografico di Roberto Cavallini di grande interesse per la maniera in cui affronta il tema sociale dell’immigrazione dal Senegal in Italia.

Lungi dall’essere uno dei tanti reportage attuali, dove la crudezza di certe situazioni è sbattuta in faccia allo spettatore senza lasciargli altro spazio che quello di una reazione emotiva alla provocazione di immagini le quali richiamano solo situazioni estreme e spettacolarizzate, quello del fotografo e critico romano è, al contrario, un vero racconto in immagine, narrato da un osservatore – evidentemente coinvolto – che porta dinnanzi ai nostri occhi la propria testimonianza, ricca di quegli spunti e riflessioni che il suo approccio (frutto d’una cultura e una sensibilità personale) ci detta; cosicché ciò che vediamo negli scatti di questa mostra “non è né fiction che ha bisogno di suscitare emozioni forti, né cronaca che ha bisogno di accadimenti sensazionali che devono essere strillati con titoli a caratteri cubitali, è la storia di un processo di integrazione, dove le sofferenze, le gioie e le delusioni, si snodano nel fluire dell’arco temporale di circa tre – quattro anni, dal 2006 al 2009”.

© Roberto Cavallini. “Totem”, da Roma sunu Senegal

Teatro della storia che questi scatti narrano è il famigerato Roma Residence di Bravetta, nel XVI Municipio di Roma, gli intrecci della cui troppo complessa vicenda – fra speculazione immobiliare e propaganda politica – non sono qui molto importanti da ricordare quanto lo è, invece, lo spirito di positività, speranza e apertura che l’autore ha colto oltre lo sfondo drammatico di quella situazione. In proposito vi invito a leggere la presentazione che Cavallini ha scritto del proprio lavoro (clicca qui!).

Sono immagini forti e ben composte, in un bianco e nero “classico” dalla stampa molto accurata che nulla concede alle forzature drammatiche di contrasti eccessivi, ma neanche indulge nell’indeterminatezza emotiva di gamme tonali che stemperano nel grigiore. Il rigore del loro aspetto formale, nulla precludendo ma anzi esaltando un’incisività espressiva assolutamente in grado di coinvolgere chi le guarda, si direbbe null’altro che il corrispettivo visivo di quel rigore intellettuale con il quale l’autore ha scelto di raccontare la propria testimonianza diretta, con lucidità e chiarezza, di come un gruppo di persone lontane dalla loro patria, pur nelle difficoltà di una realtà precaria, sia riuscito a mantenere la propria identità e ad aprire un dialogo reciprocamente arricchente con i cittadini della città che li ospita.

© Roberto Cavallini, da Roma sunu Senegal

Storia di un processo d’integrazione riuscito malgrado le vicissitudini del Roma Residence, che da ghetto ha potuto divenire luogo d’incontro e scambio tra culture. Ma anche storia di una trasformazione in termini di percezione della realtà, per cui – sono queste le parole contenute nella lettera di un’abitante italiana di Bravetta – “un luogo da sfuggire, un luogo da sopportare, che racchiudeva in sé leggende metropolitane ma anche tutte le “povertà”degli uomini” – così come era visto prima – ha potuto trasformarsi in un luogo “in cui molte volte ci siamo confrontati ed abbiamo condiviso, musica, balli, gioia e speranze… in cui sono nate amicizie profonde e storie importanti”.

la verità è un libro aperto alla Biblioteca Angelica: “Nude Truth”

© Andrew Rutt. "Assunta e Rita" da "Nude Truth"

I magnifici spazi della  Biblioteca Angelica di Roma ospitano una insolita (e troppo poco pubblicizzata) mostra che ha come protagonista la biblioteca stessa, i suoi libri, ma soprattutto le persone che la popolano quotidianamente e la rendono viva.

L’esposizione, che doveva chiudersi il 15 ottobre, è stata prolungata oltre la seconda metà di novembre.

S’intitola “Nude Truth” (Nuda Verità) il lavoro esposto, e nasce da un’idea dell’artista londinese Andrew Rutt, la cui realizzazione tecnica è stata affidata – per la parte fotografica – a Steve Bisgrove, fotografo, anch’esso inglese ma residente da lungo tempo in Italia, grande appassionato dei suoi monumenti e della sua storia quotidiana, soggetti d’elezione della sua fotografia.

All’interno del monumentale Salone Vanvitelliano vi è “Two books”, una scultura di grandi dimensioni rappresentante due libri di legno che si tramutano in un comodo e invitante divano, in un luogo d’incontro nel segno della cultura suggerendone così la valenza socializzatrice; con quest’opera dialoga un’altra all’ingresso della biblioteca: “Voices”, fatta di libri in plexiglass, “invito a entrare e a lasciarsi guidare dal fascino di un insolito e appassionato racconto, dove il libro è il soggetto, l’attore, l’oggetto con cui dialogare”.

A queste installazioni di Rutt – che già in passato ha posto il “libro” al centro delle sue riflessioni artistiche (clicca qui per vedere un video sui suoi lavori) – fanno da controcanto i ritratti realizzati da Bisgrove, sempre con la “regia” attenta di Rutt. Proposti come “rivelatori di un nuovo modo di presentare al pubblico l’Angelica, contenitore non solo di libri preziosi fruibile da un pubblico elitario e specialistico, ma anche aperto a ogni forma di scambio e interazione culturale ed umana”, questi scatti rappresentano il materiale umano di cui la biblioteca è inevitabilmente costituita (i bibliotecari) in maniera insieme colta e spiritosa, trasformandoli in personaggi che rievocano un mondo immaginario di letture e d’arte, anche attraverso la citazione di celebri quadri.

E’ un linguaggio, quello dell’artista inglese, diretto semplice ed efficace; e fa comprendere in un colpo d’occhio allo spettatore come la lettura e la cultura siano parte integrante e segreta, verità intima e nuda di chi le frequenti e dedichi loro la propria vita. L’idea di una simile trasformazione da reale ad immaginario – è vero – non è di per sé particolarmente nuova, ma la sua efficacia assoluta è garantita dall’inevitabile senso di sorpresa, dal derangement provocato dalla presenza di quei “personaggi” in giro per le sale: persone in carne, ossa e competenze librarie, che si muovono ogni giorno nello spazio reale ed insieme nella dimensione fantastica della Biblioteca.

[Mi scuso con i lettori e l’artista per aver precedentemente fornito informazioni lacunose e in parte errate, che non mettevano in luce tutto il lavoro svolto da Andrew Rutt.]

© Andrew Rutt. "Stefania" da "Nude Truth"

“Altri Mari. Visioni d’autore sulla rotta di Hemingway”

locandina della mostra

Giunto alla sua ventiseiesima edizione il “Premio Ernest Hemingway Lignano Sabbiadoro”, premio giornalistico/letterario assegnato nel mese di giugno, vede nuovamente – come negli ultimi sette anni – fra gli eventi ad esso legati  una mostra fotografica. Chi questa estate si trovasse in vacanza in Friuli – magari proprio a Lignano Sabbiadoro – potrà, dunque, godere di tale particolare esposizione all’aria aperta, visitabile per tutta l’estate (fino al 30 settembre) al Parco Hemingway.

L’idea è stata quella di unire la vocazione di un luogo alla passione per il mare di un grande della letteratura del Novecento – Ernest Hemingway appunto, che quella cittadina ha apprezzato al punto da definirla la “Florida d’Italia” – traducendo questo duplice rapporto viscerale con l’elemento marino  in una mostra che presenta in 20 pannelli immagini di grandi fotografi italiani, inframmezzate a foto personali dello scrittore.

Grazie ad una collaborazione con il CRAF, Centro di ricerca e archiviazione della fotografia del Friuli Venezia Giulia, e con l’agenzia Contrasto, si possono ammirare gli scatti di dodici tra i maggiori fotografi della scena regionale, nazionale e internazionale a cavallo tra il secolo scorso e il decennio appena concluso: Gianni Berengo Gardin, Clemente Bernad, Carlo Bevilacqua, Tommaso Bonaventura, Roberto Caccuri, Elio Ciol, Alessandro Cosmelli, Massimo Crivellari, Franco Fontana, Jose Goitia, Giorgio Lotti, Fulvio Roiter, oltre a  due preziose e inedite immagini tratte dagli archivi parigini della Keyston Press Agency: “Sulla rotta di Hemingway, dunque, per scoprire che la sua storia d’amore con le acque esterne non inizia che alla soglia dei trent’anni: le gite al mare di Spagna (sull’Atlantico), Italia (il mar Ligure) e Africa (la sponda kenyana dell’oceano Indiano) con mogli, una per volta, e amici al seguito. Un flirt che si trasforma in passione folgorante e definitiva ai Caraibi, nel triangolo disegnato dall’isola americana di Key West, L’Avana e l’arcipelago minuscolo delle Bimini (Bahamas), là dove scorre, «grande e profondo», il «fiume azzurro»; quella corrente del Golfo su cui Hemingway progetterà, a partire dal 1933, prima un libro sui suoi misteri secolari e poi una più ambiziosa trilogia sul mare che si tradurranno in un romanzo pubblicato in vita (Avere e non avere, 1937) e uno postumo (Isole nella corrente, 1970); e, ultimo ma non ultimo, nel capolavoro – Il vecchio e il mare ( 1952) – che lo portò un meritato Pulitzer (1953), seguito dal Nobel (1954)”.

Un piccolo ma interessante catalogo, attraverso i suoi testi curati come la mostra da Davide Lorigliola, ci illustra poi puntualmente il senso del racconto che si dipana in questa mostra, nella quale immagine e parola s’intrecciano strettamente per condurci lontano, in “altri mari”: luoghi fisici ed insieme mentali.


“Margini d’Italia”

© Mario Fiore, Massawa, 1935. Laboratorio di Ricerca e Documentazione Storica Iconografica dell'Università di Roma Tre

Fino al 9 luglio è possibile visitare, presso la British School at Rome, (via Gramsci 61, Roma), una mostra di particolare interesse, dal titolo “Margini d’Italia”.

Ne è curatore David Forgacs, studioso e docente di Storia culturale italiana al University College London (dove detiene dal 1999 la cattedra più antica di italianistica in Gran Bretagna), secondo l’approccio metodologico che fa riferimento ai cosiddetti cultural studies.

La mostra è il risultato del suo progetto di ricerca ‘Linguaggio, spazio e potere in Italia dal 1800 a oggi’, svolto in occasione di una residenza triennale proprio al BSR in qualità di Research Professor in Modern Studies; sullo stesso progetto verte anche il suo libro illustrato “Italy’s Margins”, di prossima pubblicazione con la Cambridge University Press.

Per meglio capire le premesse (e le implicazioni) del lavoro del professor Forgacs consiglio di leggere una interessante intervista da lui recentemente rilasciata (cliccando qui!)

Concetto ampio e multiforme, quello di “marginalità” cui il titolo si riferisce, acquista in questa esposizione – fatta di immagini fotografiche, ma pure di materiale filmico – un senso di volta in volta concreto o figurato, mostrandoci “luoghi di confine” tanto in un’accezione geografica, quanto in una sociale e culturale; così che le 5 sezioni in cui è suddivisa la mostra hanno titoli come: Periferie; Colonie; Sud, Manicomi; Migranti, nomadi e altri. E designa, di fatto, come margini del Bel Paese, tutte le realtà che nel corso della storia, dall’Unità d’Italia a oggi, sono state messe in secondo piano e, per così dire, oscurate da immagini più “costruttive” per quella visione positiva che del Paese si teneva (tiene) a dare.

Gli scatti e i video proposti, sono per certi versi l’altra faccia della medaglia rispetto alle immagini di una “propaganda” più o meno mirata ed esplicita, diffuse nel corso del tempo allo scopo di trasformare e orientare l’opinione pubblica (vedi nell’intervista sopra citata i riferimenti fatti dal curatore della mostra al modello di analisi dei media da lui adottato!) magnificando la modernità e l’opulenza di una società, che per contro preferirebbe allontanare da sé (in senso lato) ogni situazione dissonante e “altra” rispetto al proprio mito di progresso; attuare una rimozione dalla coscienza collettiva di ogni fattore problematico.

© Franco Pinna. Maria di Nardò, epilogo dell’esorcismo, Cappella di San Paolo, Galatina (Lecce), 25 Giugno 1959

Non fa gran differenza che si tratti di poveri baraccati o nomadi, spinti nelle periferie cittadine; di gente mentalmente disturbata, allontanata in istituti spesso fuori città prima della riforma Basaglia; di coloni in terre lontane, emarginati in certo modo dalla Madrepatria, ed “emarginatori” a loro volta di popolazioni brutalmente asservite; di contadini del Sud, imprigionati senza speranza nella loro arretratezza economica e culturale; o, infine, di  migranti sui quali riversare attraverso i media ogni forma di sospetto per spostare l’attenzione da altri possibili forme d’allarme sociale. Tutte queste realtà sono “margini” e tendono sempre a rimanere marginali nella diffusione mediatica.

In mostra foto di autori quali Giuseppe Primoli, Ettore Roesler Franz, Franco Pinna, Robert Capa, Chim, Herbert List, Jerry Cooke, Marco Delogu, Uliano Lucas, Carla Cerati; ma anche cartoline e fotografie private di anonimi, e persino qualche testimonianza “dall’altra parte”, di etiopi che hanno fatto la resistenza contro gli italiani.

Scatti fotografici e film, documentari e telegiornali d’epoca, da un lato, acquistano in questa esposizione il valore di vera e propria documentazione visiva delle realtà da essi riprodotte, dall’altro costituiscono un fondamentale oggetto di riflessione circa i “modi di vedere”, oltre che di rappresentare, le realtà in questione: infatti “l’atteggiamento implicito assunto nei loro confronti varia significativamente di caso in caso. In alcuni casi le immagini riproducono e rinforzano gli atteggiamenti preesistenti di segregazione, dominio ed esclusione. In altri si assiste invece ad un tentativo di redenzione. Ad alcuni dei soggetti ritratti vien restituita dignità e si tenta di riportarli dai margini verso il centro. A volte una stessa rappresentazione oscilla ambiguamente fra i due opposti atteggiamenti o può essere interpretata diversamente a seconda del contesto”.

Si pongono così ai visitatori delle importanti questioni: “Fino a che punto queste immagini hanno contribuito alla creazione o alla riproduzione dell’idea stessa di marginalità? Fino a che punto, invece, hanno avuto una funzione di critica, contestazione e denuncia?”

© Maria Stefanek. Campo rom, Casilino 900, 2010

“Haiti, The Melancholy of Shadows”


© Moises Saman, Haiti, 2010

Si è aperta ieri presso lo Spazio Tadini di Milano (via Jommelli, 24) la  mostra fotografica di Moises Saman “Haiti, the Melancholy of Shadows”.

Ideata da Daria Bonera e curata da Chiara Oggioni Tiepolo, sponsorizzata da Shades International, HahnemüleNeutral Sicav, e realizzata con la collaborazione di Blackarchives, che rappresenta il fotografo in Italia, la mostra propone una selezione d’immagini scattate in due occasioni molto diverse, ma ugualmente significative per questo tormentato paese: le elezioni presidenziali che nel febbraio 2006, dopo giorni di proteste popolari per i brogli, hanno portato alla seconda elezione di René Préval, e i giorni seguenti il sisma del 12 gennaio scorso.

Pluripremiato fotoreporter, collaboratore fra gli altri del New York Times, Newsweek e Human Rights Watch, Moises Saman è  peruviano di nascita. Cresciuto in Spagna, e stabilitosi negli Stati Uniti – dove prima di dedicarsi alla fotografia ha studiato Comunicazione e Sociologia – nel 2007 si è aggiudicato due premi al World Press Photo, uno dei quali proprio per il suo lavoro sulle elezioni haitiane.

Di Haiti, allora come qualche mese fa, egli ha testimoniato aspetti “normali” di una quotidianità di miseria e desolazione, che va al di là di quei singoli eventi eccezionali la cui plateale drammaticità soltanto ha portato alla ribalta una nazione per il resto colpevolmente dimenticata.

Le immagini, sia a colori che in bianco e nero, mostrano così nelle forme di un reportage rigoroso e spartano, poco incline agli infiorettamenti stilistici – fra raduni di folla e incidenti fra manifestanti e polizia, strade semideserte costellate ora da auto in fiamme ora da macerie, alloggi di fortuna e poveri derelitti prostrati – tutta la varietà di situazioni limite, che fanno di Haiti l’altra faccia di un “caribe allegro e musicale e spensierato che si vuole meta di vacanza e divertimento”.

“Haiti non è estranea ai disastri, naturali o causati dall’uomo. Violenti colpi, uragani devastanti, epidemie, bande violente, alluvioni epiche, contribuiscono all’impoverimento di questa nazione caraibica. Nonostante ciò, gli haitiani hanno un`incredibile abilità di manovrare il caos che incontrano, avvicinando ogni aspetto delle loro radici: religione, cultura, musica, arte con impareggiabile passione e devozione al limite del fantastico”.

La mostra proseguirà fino al 30 di giugno.

Informazioni mostra e stampe per collezionismo:

Daria Bonera daria.bonera@blackarchives.it

Chiara Oggioni Tiepolochiara.oggionit@gmail.com

L’intero profitto delle vendite sarà devoluto alla Croce Rossa Internazionale in favore delle vittime del terremoto.

© Moises Saman, Haiti, 2010

Sara Munari: “Di treni di sassi di vento”

© Sara Munari, da "Di Treni di sassi di vento", Albania 2009
© Sara Munari, da "Di Treni di sassi di vento", Albania 2009

In mostra fino al 21 marzo presso la foto libreria galleria di Roma S.T. (via degli Ombrellari, 25), a cura di Diego Mormorio, il più recente lavoro di Sara Munari,  dal poetico titolo “Di treni di sassi di vento”.

Promossa da Amnesty International, Circoscrizione Lazio – Gruppo Italia 221, l’esposizione intende richiamare l’attenzione sulle comunità Rom e sui pregiudizi ad esse collegate, che troppo sovente ormai culminano in operazioni di sgombero forzato, a dispetto del fatto che tale pratica sia vietata dal diritto internazionale dei diritti umani.

Scattate in un Campo in Albania durante la scorsa estate, sono immagini che testimoniano momenti, luoghi e atmosfere fragranti di semplicità e autenticità. Uno squarcio di realtà vissuta dalla fotografa con occhi limpidi e raccontata con una levità assolutamente lirica.

Ogni luogo comune è stato da esse bandito: quelli negativi che vorrebbero i Rom un’etnia infida e ladra, come quelli positivi che li vorrebbero gli ultimi eroi, romantici e malandrini, di una vita libera randagia e selvatica.

Resta, invece, l’impressione vivida di un microcosmo popolato prevalentemente da personaggi giovanissimi, animati da un moto costante contro uno sfondo senza tempo, spinti dal vento incontro al sole, appagati dal vivere stesso.

Sono liberi certamente, a dispetto degli abusi che da sempre li colpiscono, a dispetto delle norme segregatrici che da sempre si abbattono su di loro. E la libertà di cui godono non è quella esteriore e stereotipata del presunto ribelle; ma quella reale, invece, di chi sa dare il giusto valore alle cose, piuttosto che rincorrere vaghe e frustranti illusioni. Ecco ciò che paiono trasmetterci queste immagini, così diverse dalle “solite foto” degli accampamenti nomadi.

In questi scatti, come è solita fare, Sara Munari ha messo da parte ciò che si crede di sapere per accostarsi alla quotidianità dei Rom con un’empatia profonda, che le sue immagini chiedono anche a chi le guarderà.

A noi metterci alla prova: saremo capaci di “sentire” quel che non ci attendevamo? il suono ritmato dei treni che corrono sulle rotaie lontane? i sassi smossi da passi leggeri e veloci? il soffio caldo del vento d’estate?

WideWorld: il paesaggio secondo Riccardo Improta

Per gli amanti della fotografia di paesaggio segnalo l’inaugurazione di una spettacolare mostra, che avrà luogo la prossima settimana a Roma presso la sede di un noto negozio di fotoforniture.

© Riccardo Improta

Il prossimo 10 marzo, presso lo spazio expo di Fotoforniture Sabatini in Roma, si inaugura  WideWorld – scenic landscape photography show, del fotografo romano Riccardo Improta.

L’ esposizione  trae origine dalla volontà dell’autore di mostrare alcune tra le  piu’ spettacolari locations naturalistiche del pianeta, con l’ intento di suscitare  nell’ osservatore un istintivo senso di libera presenza emotiva nei luoghi narrati e al tempo stesso  di indurre  le coscienze ad una spontanea riflessione   sull’ ormai improrogabile necessità di  considerare in modo responsabile e definitivo il valore fondamentale  dell’equilibrio ambientale.

Venti stampe fine-art di paesaggistica  in grande formato, realizzate nel corso di anni di produzioni internazionali landscape/travel, che vogliono essere “testimonianze della solenne semplicità della natura e dei suoi elementi, del suo linguaggio che, incessantemente nel tempo, modula in armonia l’esistenza di ogni cosa; non ricordi da custodire gelosamente in previsione di un futuro cieco.”

Vernissage 10.03.10 h.19.30

Fotoforniture Sabatini, via Germanico 168/a Roma
info: www.riccardoimprota.com

Ritratti. Frammenti di memoria.

© Vincenzo Cottinelli. Alda Merini, 1997

Fino al 16 gennaio 2010 presso la libreria galleria Mandeep Photography and beyond di Roma (viale Scalo San Lorenzo 55) sarà possibile ammirare una vasta galleria di magnifici ritratti, scattati da Vincenzo Cottinelli nel corso di una ventina d’anni alle più grandi personalità della cultura italiana ed internazionale.

Bresciano di nascita, classe 1938, Cottinelli ha alle spalle una lunga carriera da ritrattista e reporter sociale. I suoi lavori sono stati pubblicati in Italia e all’estero su importanti testate quali Linea d’Ombra, Le Monde, Il Diario, The European, Graphis N.York, Frankfurter Allgemeine Zeitung, e numerose altre. Ha, inoltre, al suo attivo la pubblicazione di diversi volumi, nei quali appaiono illustri collaborazioni: “Sguardi”, nato da un’idea di Grazia Cherchi, con testi di Lalla Romano; “Tiziano Terzani: ritratto di un amico”, con testi di Grazia Neri e Ettore Mo; “La domenica”, con testi di Claudio Marra e Vincenzo Consolo; solo per citarne alcuni.

In questo spazio romano, dedicato a chi ama la fotografia, e dove la fotografia è trattata a tutto tondo – poiché non si tratta solo di una libreria specializzata e di una galleria, ma pure di spazio per seminari e sala di posa attrezzata, di un luogo d’incontro soprattutto, che fornisce quanto serve “affinchè un’idea si trasformi in immagine” -, il fotografo bresciano ha portato una selezione di 200 scatti in bianco e nero, dove racconta una storia poliedrica fatta di pensiero e di umanità, nel senso più nobile del termine.

Sono volti assorti o partecipi, talora persino giocosi, atteggiati in una classica posa o colti in una fugace quanto rivelatrice espressione; sfilano innanzi ai nostri occhi portando con sé il senso delle loro vite dedicate all’arte, alla poesia, alla letteratura, alla filosofia e ad ogni altra forma di attività intellettuale: trasformati in emblemi di se stessi e della loro opera.

Tra di essi figurano  i compianti Norberto Bobbio,  Alda Merini, Attilio Bertolucci, Tiziano Terzani, ma pure numerosissimi degli odierni protagonisti, fra i quali  Erri De Luca, Guido Ceronetti, Dario Fo, Giosetta Fioroni, Amos Oz, Altan e Staino, e altri ancora.

Come nella migliore ritrattistica di tutti i tempi, spesso queste scatti rivelano la persona (ovvero l’aspetto formale di una identità plasmata dal proprio ruolo nel mondo) molto più che un Io soggettivo (che tuttavia a volte pare trapelare quasi a sorpresa). E’ del resto proprio questo lo scopo di un ritratto ufficiale, che consegni ai posteri l’immagine di un protagonista della cultura; e Cottinelli si rivela un vero maestro nel fornirci la giusta sintesi di elementi da tramandare in effigie: intelligenza, talento, impegno, tipici di questi grandi che sono già o diventeranno “frammenti di memoria”; di una memoria collettiva da conservare gelosamente in tempi infelici di revisione e rimozione come quelli che oggi viviamo.

Parte delle opere esposte in questa mostra è in vendita: le stampe riportano data, titolo, e sono autografate dall’autore; la tiratura stabilita è ridottissima e, a volte, si tratta addirittura di copie uniche.

© Vincenzo Cottinelli. Lorenzo Lavia, 2006
© Vincenzo Cottinelli. Tiziano Terzani, Orsigna 2002
© Vincenzo Cottinelli. Attilio Bertolucci, 2004

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“Antonella Monzoni. Ferita Armena”

Armenia, il primo genocidio del XX secolo
© Antonella Monzoni. Armenia, il primo genocidio del XX secolo

Si apre oggi  e rimarrà sino al 13 dicembre, presso il Centro Culturale Altinate / San Gaetano (via Altinate) di Padova, la mostra “Antonella Monzoni. Ferita Armena”. E’ il primo evento nell’ambito di “Immaginare Armenia”, una rassegna dedicata a un popolo e un Paese fra i più martoriati nel corso del Novecento da guerre e genocidi, fino a un disastroso terremoto nel 1988.

L’esposizione, promossa dall’Assessorato alla Cultura – Centro Nazionale di Fotografia e curata da Enrico Gusella, presenta un reportage di circa 40 immagini in bianco e nero, attraverso le quali Antonella Monzoni (pluripremiata fotografa modenese che fra l’altro, ha ricevuto il Best Photographer Award al Photovernissage 2009 di San Pietroburgo ed è stata designata Autrice dell’Anno 2010 dalla FIAF) racconta con sguardo attento la sua personale esperienza d’incontro con la gente e i suoi luoghi di un’Armenia ferita, ma non prostrata.

Quelli che ci riporta sono talora siti che parlano di una storia antica: come Haghpat, sede di un celebre monastero riconosciuto dall’Unesco come patrimonio dell’umanità, che ci rimanda alla sua particolare tradizione cristiana, colma di una ritualità dagli echi persino pagani; la spiritualità del paese che per primo si è covertito al Cristianesimo e ne conserva vestigia importanti per l’arte e la religione.

Armenia, il primo genocidio del XX secolo
© Antonella Monzoni. Armenia, il primo genocidio del XX secolo

Tal altra sono posti emblematici di un sanguinoso passato, come la “Collina delle Rondini” vicino Yerevan, dove sorge il monumento al genocidio armeno e  si celebra il “giorno della  memoria”, ogni 24 aprile, recando un fiore perché non venga mai scordato il Metz Yeghèrn, il “Grande Male”, che causò lo sterminio di un milione e mezzo di uomini, colpevoli soltanto di essere armeni. E luoghi terribili come quello al confine fra Azerbaigian e Nagorno Karabagh (piccolo stato di etnia armena), dove, nei pressi di Sumgait, sorge un muro ricoperto da targhe automobilistiche azere: atroce monito delle sanguinose vendette fra i popoli armeno e azero nel corso della guerra, fra il 1989 e il 1993.

Ancor più, però, spesso Monzoni ci conduce attraverso luoghi qualsiasi, che parlano di una difficile quotidianità, simbolicamente sottolineata da condizioni atmosferiche perennemente difficili che sembrano avvolgere tutto in una pesante cappa di grigiore. Inequivocabili immagini di un Paese prima immiserito da settant’anni di occupazione sovietica  poi abbandonato allo sfacelo economico; un Paese nel quale, tuttavia, accanto alla mestizia non manca la forza morale, un coraggio che evidentemente trae forza dall’appartenenza ad una cultura, ma anche da un carattere indomito, che nulla ha potuto distogliere dalla speranza nel futuro.

Tutto questo emerge dalle immagini di Monzoni, che si muove attraverso queste realtà con percettibile partecipazione, cogliendo situazioni e dettagli pregnanti, lasciandoci di volta in volta incupire o emozionare insieme a lei.

Armenia, il primo genocidio del XX secolo
© Antonella Monzoni. Armenia, il primo genocidio del XX secolo