“Fotografo perché voglio bene…” (intervista a Virgilio Carnisio a cura di Yelena Steffen Milanesi)

Lo Specchio Incerto torna per offrire nuove suggestioni ai suoi affezionati lettori. In un’ottica partecipativa di condivisione, ho scelto ora di accogliere una gradita e  preziosa offerta di collaborazione e spero ne possano giungere presto altre per dar nuova vita al blog (quindi chi volesse proporre qualcosa, sappia che è il/la benvenuto/a).

Con questa bella intervista a Virgilio Carnisio, noto “sguardo” della Milano più autentica di ieri e oggi, ci porta il suo contributo Yelena Steffen Milanesi. Accogliamola insieme! 🙂
Questa è la sua breve nota biografica

Yelena Steffen Milanesi è artista visiva e pianista, nata e cresciuta a Milano con lontane origini ungheresi. Si è laureata con lode presso l’Accademia di Belle Arti di Brera Milano, avendo una prima laurea in Scienze Naturali con specializzazione in entomologia. Ha una quasi decennale esperienza nel campo fotografico e delle belle arti, in cui opera come ritrattista con particolare attenzione al nudo FineArt; collabora alla creazione di tessuti e stampe d‘arte per diverse case di moda ed ha al suo attivo diversi premi/mostre.

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Ed ecco finalmente la sua … Intervista a Virgilio Carnisio (3 Novembre 2017)
Buona lettura!

Quando hai cominciato a fotografare e cosa ti ha spinto a farlo?

Ho sempre avuto una passione innata per la fotografia e le prime immagini che avrei utilizzato per le mie pubblicazioni negli anni successivi le ho scattate a 18 anni. Si trattava di due scorci della Milano povera: le lavandaie lungo il naviglio pavese e un orto al limitare di una fabbrica in zona Barona. Il mio desiderio, da subito, è stato quello di documentare per salvare almeno il ricordo.

© Virgilio Carnisio.
Milano, la Darsena in viale Gorizia, 1960

Le tue origini hanno influenzato molto la tua fotografia?

Sì, sono state determinanti. Pur piccino ho mantenuto ricordi della guerra con bombardamenti e immani devastazioni e pure della lotta civile, amarissima a ripensarci, ed infine il ritorno alla pace tra mille difficoltà e tanta speranza.

Bisogna studiare per fare buona fotografia?

Per fare documentazione di strada bastavano poche nozioni e molta pratica perché le fotocamere usate erano semplici e chiare. All’opposto per alcuni usi specifici della fotografia (architettura, macro, riproduzioni ecc.) uno studio approfondito era indispensabile.

Perché hai scelto la “old street Photography”? Pensi che può insegnare ad osservare il mondo?

Dopo due anni di scuola serale comunale conseguii un attestato in fotografia pubblicitaria; feci subito pratica in uno studio che trattava quasi solamente moda e capii ben presto che non era quello che volevo. Avevo bisogno, delle vie, dei cortili, della gente, di tutto quello che la città offriva fisicamente ed in modo corale, e di respirare con essa. Documentare per riportare è, per me essenziale, per entrare nelle pieghe della città e della società, per capire la facciata ed il backstage, per creare un mosaico capibile e veritiero.

© Virgilio Carnisio.
Milano, via Magolfa 15, 1969

Quale è stato il momento della tua vita in cui ti sei sentito più legato alla fotografia?

E’ora, da qualche mese a questa parte, tempo di riflessioni e di bilanci.

Ci sono stati o ci sono dei maestri fotografi o artisti a cui ti ispiri?

Ci fu all’inizio un libro “del miracolo” che mi scosse alquanto con fotografie dure, crude, molto contrastate, anche sfuocate, ma nuovissime, quasi un pugno nello stomaco perché scavavano nella vita reale della città, senza titubanze o auto censure. E’ “ Milano, Italia” di Mario Carrieri, 1958.

Perché la maggior parte delle tue fotografie sono in BN?

Non è stata una scelta. Mi è venuto così, naturalmente. Vivevamo in un mondo in cui l’immagine stampata era quasi sempre in bianco e nero, sia sui libri che sulle riviste e nel grande cinema italiano e francese di quegli anni, un periodo magico e fecondo come mai più avrei riscontrato nella mia pur lunga vita.

© Virgilio Carnisio.
Milano, corte a ringhera, 1969

Come è avvenuto il passaggio analogico/digitale?

E’ avvenuto nell’agosto del 2016, dopo sessant’anni di analogico e sempre con la medesima pellicola, la TRI X della Kodak.
Mi ero ripromesso di fare, come lavoro finale, una lunga verifica sulla Milano di oggi, sia nel centro che nelle periferie, approfondendo anche quelle zone “grigie” che sono né l’uno né le altre e solitamente poco documentate perché giudicate, a priori, scarsamente interessanti. Un lavoro di lungo periodo e di grande portata che prevedeva un rilevante numero di scatti e una varietà di veloci cambiamenti. Pensai così ad una camera digitale che potesse accogliere i miei obiettivi manuali e presi una Pentax che non deluse le mie aspettative: uso facile e veloce e il tutto a costo zero, molto apprezzato dato che in un anno ho realizzato più di 21.000 immagini già parzialmente selezionate.

Hai anche un portfolio ritrattistico, sembra ispirato dal neorealismo, delicate e potenti allo stesso tempo, c’è ne puoi parlare?

Il neorealismo, cruccio e delizia dei fotografi (ma non solo) degli anni ‘50 e ’60! Certo, un po’ era dentro di noi, nel DNA degli anni della fanciullezza e dell’adolescenza, e qualche segno riaffiora, di tanto in tanto, in tutta la vita fotografica. Faccio qualche fotografia di nudo solo da un anno per capire se ci sono analogie con la fotografia di documentazione e direi che ci sono o, meglio, il mio occhio è sempre il medesimo, così come il punto di osservazione ed il risultato cui vorrei arrivare.
Per ora sono soltanto balbettii ma mi piacerebbe andare avanti.

Quale è l’esperienza espositiva che ti ha dato più emozione?

La prima, nel 1962 al Politecnico di Milano, e l’ultima che è sempre chiusa nel mio cuore e nella mia mente.

© Virgilio Carnisio. Milano, corso San Gottardo 14, 1969

Fotografi da 50 anni, come è cambiato il tuo modo di fare fotografia?

No, non è cambiato anche perché mi viene naturale fotografare così, soggetto o sguardo diretti verso l’obiettivo, punto di ripresa frontale però, a pensarci bene, ora mi accorgo che talvolta “rubo” qualche immagine, mentre prima non succedeva e credo che ciò dipenda dall’estrema praticità e rapidità della camera digitale.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Finire il mio reportage su Milano, seguirne gli ultimi cambiamenti e collaborare maggiormente con gli splendidi e competenti amici dell’A.F.I. Archivio Fotografico Italiano, che hanno acquisito tutto il mio lavoro fotografico durato una vita intera.

Lasciaci una tua “frase mantra”!

“Fotografo perché voglio bene e non ho altro modo per dirlo”

 

 

due mostre da (ri)vedere sotto Natale

Per chi non avesse avuto modo di visitarle e, naturalmente, per chi avesse voglia di rivederne le immagini, segnalo la prossima apertura di due mostre – riproposte rispettivamente a Roma e a Milano – delle quali avevo già parlato qui tempo fa.

Sono due esposizioni molto diverse fra loro, da una parte una personale che presenta – attraverso un sapiente uso del bianco e nero – un reportage che parla di migrazione e integrazione, dall’altra una collettiva che offre le più svariate interpretazioni concettuali e visive di un “luogo” quotidiano di solito inosservato. Sia pure in maniera differente, entrambe le mostre sono interessanti e ricche di spunti.

Si tratta di “Roma sunu Senegal” di Roberto Cavallini, la cui inaugurazione è prevista per il 13 dicembre alle ore 18, presso la Biblioteca Guglielmo Marconi – Via Gerolamo Cardano 135, Roma; e di ”Living in Lift”, mostra itinerante giunta alla sua tappa milanese, in apertura il 15 dicembre alle 18.30 presso l’ex Chiesa di San Carpoforo, sede del Dipartimento di Arti Visive e del CRAB, via Formentini 1, in  zona Brera.

Linkati ai titoli delle mostre troverete gli articoli che avevo loro dedicato a suo tempo.

A Torino il primo appuntamento con Confini

© Franco Borrelli

Confini, la rassegna fotografica italiana che ha per filo conduttore la fotografia al confine in termini di linguaggio o di tecnica importati da altri media, inizia quest’anno a Torino il proprio ciclo espositivo, per concludersi, dopo 8 mesi, a Trieste.

La nona edizione di questa rassegna annuale, ideata e organizzata da PhotoGallery di Firenze e MassenzioArte di Roma, presenta cinque autori che intervengono sul Continua a leggere A Torino il primo appuntamento con Confini

ancora “Confini”: i vincitori

Conclusa la selezione per la rassegna di fotografia italiana Confini 09, cui hanno partecipato 174 autori, fra i quali 19 sono stati selezionati; in virtù della qualità delle opere proposte, sono  5 (e non 2 come previsto!)  coloro che la giuria – composta dai curatori degli spazi che ospiteranno la manifestazione – ha scelto: Franco BorrelliAnna FabroniAlessandro PagniSandro RafanelliBruno TaddeiContinua a leggere ancora “Confini”: i vincitori

Ritrattare

© Stefano Abbiati

Pubblico qui di seguito il comunicato stampa di un’interessante mostra che ha come suo oggetto una riflessione sul ritratto, in pittura è vero… ma anche il ritratto fotografico dovrebbe  essere qualcosa di più che una foto-copia, e dunque per questo vi propongo tale mostra, a cura di Andrea Lacarpia, che si svolgerà fino al 25 giugno da Obraz Gallery, in via Lazzaro Palazzi 8 a Milano.

Espongono: Stefano Abbiati, Giuseppe Bombaci, Virginia López, Piero 1/2Botta, Piero Roccasalvo. Per info: www.obraz.it | info@obraz.it

”Ritrattare – ritratti dell’invisibile”:

“Il ritratto tradizionale è un’opera artistica o meccanica rappresentante un soggetto nelle sue fattezze reali, la quale risulta più efficace se la somiglianza tra l’originale e la riproduzione è tale da poter indiscutibilmente riferire l’immagine alla persona ritratta.
Spesso nella storia dell’arte il ritratto propriamente detto è stato solo pretesto per l’espressione di altro dalla verosimiglianza con la realtà visiva. Esempio eloquente di ritrattazione del ritratto nella storia dell’arte è la vasta serie di rielaborazioni dell’effigie della Marchesa Casati, eccentrica donna aristocratica vissuta tra l’800 e il ‘900, rappresentata dalla maggior parte dei migliori artisti della sua epoca in modi anche diametralmente opposti, ad accentuare le diverse possibilità espressive che possono emergere da un genere che a prima vista può sembrare limitato.
Altro esempio, forse il più popolare, di come può essere ampia la gamma di possibilità del genere ritrattistico, può essere la Gioconda di Leonardo Da Vinci: opera celebre per essere al tempo stesso ritratto di una persona reale e summa di tutto un impianto filosofico che la rende simbolo della natura nella sua interezza, un’effigie reale e irreale al tempo stesso, espressione dei processi vitali visibili e invisibili. Ed è proprio la riproduzione dell’invisibile ad accompagnare l’arte di ogni epoca, come un filo conduttore che collega i periodi e le individualità della storia dell’arte nonostante le differenze formali. Si può individuare una sorta di classicità dell’immaginazione che pur nella libertà espressiva fa proprie le lezioni dell’arte del passato, quelle regole interne al fare artistico e in particolare alla tecnica pittorica che fanno sì che un’opera funzioni o no, mantenendo un equilibrio tra il pieno controllo del mezzo espressivo e la libertà del processo immaginativo. La particolarità del mondo invisibile, rispetto al visibile, è la sua estensione praticamente infinita, dentro la quale ogni artista può scegliere di sviluppare uno o l’altro aspetto, in base alla propria particolare attitudine.
Nelle opere esposte della collettiva Ritrattare ciò che emerge maggiormente è la volontà degli artisti di sfaldare e rimaneggiare l’immagine tipica del ritratto, nell’intenzione di rappresentare altro dalla somiglianza con un soggetto reale, differenziandosi nettamente dallo stile illustrativo dell’arte fumettistica di matrice pop e accentuando invece il senso già
insito nella tecnica espressiva utilizzata da ciascuno: la pittura comunica già nelle sue stesse proprietà di materia, luce e colore.

© Virginia Lopez

Virginia López presenta una serie di lavori nei quali la sedimentazione di strati di materia va a rappresentare il corpo sia nella sua materialità che nella sua essenza interiore.
L’artista ha intensificato la sensazione di vitalità e calore carnale delle opere grazie a una finitura di cera, versata sulla superficie dei lavori in uno spesso strato ambrato. Tale strato di cera allontana l’immagine sfocandone i contorni e i particolari, come uno schermo che nello stesso tempo protegge e seduce.
Anche nelle opere di Giuseppe Bombaci compaiono degli schermi trasparenti, ma dalla consistenza e finalità diverse: l’artista presenta la nuova serie di opere a olio su fogli di acetato trasparente, nelle quali delle enigmatiche figure emergono dall’inconsueto supporto trasparente come immagini prelevate da una notte interiore, evanescente e visionaria, dai tratti marcatamente malinconici. I fogli di acetato risultano come schermi attraverso i quali le immagini appaiono incorporee, come impressioni fotografiche del mondo subconscio.
Altrettanto incorporee sono le opere recenti di Stefano Abbiati, che espone delle carte dove predomina il monocromo della grafite nera su fondo bianco, con inserti di lampi di colore puro e tratti a penna che, come scosse elettriche, interrompono la regolarità delle luci e delle ombre, intense e profonde. I soggetti di Abbiati, provenienti dalle origini più disparate, sono rappresentati nella loro essenzialità e trasfigurati fino a esser trasportati in una condizione atemporale, nella quale l’estremizzazione del contrasto tra luci e ombre, poi sfumate e rese evanescenti, diventa riflessione sullo scontro e possibile dialogo e fusione tra visibile e invisibile, il bene e il male che forma il dramma dell’esistenza umana.
L’essenzialità dell’immagine è prerogativa anche di Piero Roccasalvo, il quale esprime l’invisibile come sensazione interiore, con un linguaggio visivo scarno e aggressivo che punta direttamente al sistema nervoso dello spettatore, facendo propria la lezione baconiana di una pittura viscerale e dall’impatto diretto. Nella serie esposta in mostra, dal titolo “Colui che parla davanti”, Roccasalvo induce ad una riflessione sulla figura autoritaria del profeta, ponendo davanti allo spettatore una carrellata di personaggi recanti su di sé vari simboli e atteggiamenti tipici del potere, dove i differenti ambiti politici e religiosi sono messi sullo stesso piano.
Piero 1/2Botta presenta un’opera su tela di grandi dimensioni, in rapporto dialettico con un’opera invece di dimensioni molto ridotte. L’autore dipinge con energica gestualità delle epifanie di luminoso colore a olio su tele dal fondo bianco, nelle quali le ampie zone bianche su bianco sono differenziate solo da diversi spessori di materia che dialogano con le zone dipinte con colori accesi, prevalentemente rossi. Il riferimento figurativo nelle opere di 1/2Botta si disfa in sciabolate di pittura densa e sensuale, piacevoli all’occhio nonostante l’aspetto grottesco delle figure risultanti da tale processo di creazionedissoluzione.
Nonostante l’apparente caos di larghe pennellate che vanno a comporre la pittura di 1/2Botta, le opere dell’artista sono ben equilibrate nei pesi delle masse visive, rapportate armonicamente tra loro.”

Confini09: il bando di selezione

Anche quest’anno torna “Confini”, rassegna nata nel tentativo di dare visibilità ad autori i quali – operanti nel campo della fotografia e zone limitrofe – sono solitamente ritenuti poco “collocabili”, per via della particolarità della loro visione e ricerca personale.

Nell’arco delle passate edizioni questo progetto, creato da MassenzioArte, ha acquistato sempre maggior vigore e interesse trasformandosi in una rete di collaborazione, grazie all’affiancarsi via via di nuovi partner culturali, legati a sedi espositive in varie città italiane, nelle quali la rassegna ha così trovato diffusione presso un sempre più ampio pubblico.

Augurando buona fortuna a coloro che vorranno presentare il loro lavori, pubblico qui di seguito il bando della nona edizione di Confini:

CONFINI09

Confini09 bando di selezione
fotografia al confine
Firenze, Torino, Roma, Genova, Milano, Trieste

Confini (www.confini.eu) è una rassegna sulla fotografia contemporanea che si presenta come una realtà italiana unica nel suo genere, giunta alla nona edizione, rivolta alla fotografia creativa. Photographers.it e la rivista Il Fotografo sono partner culturali della rassegna. La collaborazione fra Confini e Photographers.it offre strumenti on line semplici ed avanzati di invio dei progetti, oltre alla possibilità di dare visibilità sul web ad eventuali progetti interessanti che rimangano esclusi dalla selezione definitiva.

Se i tuoi progetti si esprimono attraverso opere fotografiche, anche contaminate da altre tecniche visive puoi candidarti alla selezione di almeno 2 degli autori che parteciperanno alla rassegna. Per partecipare presenta un portfolio fotografico di 10 – 25 immagini entro il 31 maggio 2010 tramite www.photographers.it, il portale realizzato da Starring dedicato alla fotografia in Italia al link: http://www.photographers.it/bandi.php?id=23

Fra i progetti con forti contaminazioni linguistiche presentati a Photographers.it saranno scelti almeno due degli autori di Confini09. Le mostre avranno luogo a Firenze, Roma, Milano,Trieste, Genova, in un periodo compreso fra settembre 2011 ad aprile 2012.

La commissione sarà formata da Clelia Belgrado (VisionQuesT), Leo Brogioni (Polifemo Fotografica), Fulvio Bortolozzo (Officine Nadàr), Maurizio Chelucci (MassenzioArte), Fulvio Merlak (Sala Fenice), Francesco Tei (PhotoGallery).

location espositive

Firenze        a cura di PhotoGallery

Torino          a cura di Officine Nadàr

Roma           a cura di MassenzioArte

Genova        a cura di VisionQuest

Milano          a cura di Polifemo Fotografia

Trieste         a cura di Sala Fenice

Termini di partecipazione

  • La partecipazione è gratuita e aperta a tutti gli autori italiani e stranieri, purché attivi anche in Italia
  • Entro il 31 maggio 2011 viene richiesto a chi fosse interessato a proporre progetti fotografici pronti o in fase di conclusione, al fine di un eventuale inserimento nella rassegna Confini09
  • Il materiale riguardante il progetto fotografico dovrà essere caricato on line sul sito http://www.photographers.it. La partecipazione al bando e la registrazione al portale, necessaria per procedere al caricamento delle immagini, è totalmente gratuita
  • Viene richiesto di caricare minimo 10 e al massimo 20 immagini (anche se il lavoro completo, ed eventualmente messo in mostra, potrà essere composto da un numero superiore di fotografie
  • Le foto dovranno essere accompagnate da un breve testo di presentazione del progetto (possono bastare anche un paio di righe) e da una breve biografia. Entrambi i testi andranno inseriti nell’apposito campo all’interno del form di partecipazione
  • Eventuali links o url di riferimento verranno ignorati, così come tutte le proposte che non soddisfaranno le indicazioni di cui sopra
  • Entro il 30 giugno 2011 gli autori dei progetti valutati positivamente verranno contattati dagli organizzatori.
  • Tutti i partecipanti riceveranno via e-mail notifica ufficiale del risultato.
  • Partecipare a Confini non implica alcun compenso economico.
  • La partecipazione alla rassegna è totalmente gratuita ma subordinata alla selezione dei curatori.
  • Gli autori che hanno già esposto nelle precedenti edizioni non possono partecipare al bando.

Copyright e privacy

  • Tutti i diritti relativi alle immagini presentate rimangono di proprietà dei partecipanti. L’organizzazione si riserva il diritto di riprodurre le immagini per la promozione della rassegna ed allegarle ai comunicati stampa.
  • I progetti partecipanti non verranno mostrati pubblicamente su Photograhers.it, a meno che non vengano messi in evidenza dai promotori.
  • La partecipazione presuppone che gli autori siano in possesso delle liberatorie dei soggetti ritratti.
  • I dati personali dei partecipanti, nel rispetto delle leggi nazionali ed internazionali sulla privacy, saranno utilizzati solo per scopi interni all’organizzazione.

Esposizioni

  • Gli autori selezionati dovranno garantire la disponibilità del proprio lavoro nel periodo che va da settembre 2011 ad aprile 2012.
  • Le opere selezionate saranno pubblicate sul sito www.photogallery.it in contemporanea alla prima inaugurazione fisica.
  • In alcune sedi potrebbe essere richiesto di produrre il materiale in formati specifici per adeguarsi alle caratteristiche della location.

Stampa, montaggio, imballo e trasporto delle opere

  • Ogni autore dovrà farsi carico della produzione della mostra (stampe, montaggio su supporto o su cornice, eventuali allestimenti personalizzati).
  • Non saranno ammesse opere con vetro e materiali fragili.
  • Le opere dovranno essere recapitate alla sede della prima mostra preferibilmente tramite Pacco Celere 3, (peso massimo di 30 Kg con  lunghezza massima consentita di cm 100 e la somma dei tre lati non deve essere superiore a cm 150) utilizzando imballi adeguati e riciclabili.
  • Il trasferimento delle opere con imballi compatibili con la spedizione postale Pacco Celere 3 fra le varie sedi e la restituzione finale agli autori è a carico dell’organizzazione.
  • Il trasferimento delle opere che hanno imballi non compatibili con il  Pacco Celere 3 è a carico dell’autore. In questo caso l’autore si impegna ad  anticipare l’importo totale necessario alla spedizione per le sedi espositive alla direzione del bando.
  • L’organizzazione non assume nessuna responsabilità per i danni subiti dal materiale durante il trasporto, l’installazione e l’esposizione delle opere.

Partner culturali

Sono partner culturali di Confini la rivista Il Fotografo e Photographers

www.confini.eu

confinifotografiacontemporanea@gmail.com

A Milano: Francesca Woodman

Francesca Wodman, Senza titolo, New York, 1979-1980, stampa alla gelatina d’argento

Curata da Marco Pierini e Isabel Tejeda – realizzata dal Comune di Milano e da Civita, in collaborazione con SMS Contemporanea di Siena, l’Espacio AV di Murcia (Spagna) e il Francesca Woodman Estate di New York – la retrospettiva “Francesca Woodman”, già presentata in Spagna e a Siena, è ora visitabile presso il milanese “Palazzo della Ragione” dove rimarrà  fino al 24 ottobre.

Sono esposte 116 immagini; a tale vasta selezione appartengono pure 15 fotografie concesse in esclusiva per questo allestimento, fra le quali – per la prima volta in Italia – quelle che costituiscono l’installazione Swan Song (La canzone del cigno), serie del 1978 costituita da cinque immagini di grande formato pensate per esser collocate ognuna ad altezza differente, in modo da contraddire la comune logica espositiva e allo scopo di rispondere alle esigenze del ritmo narrativo imposto dall’artista. Sul suo lavoro fanno pure luce 5 frammenti video recentemente restaurati.

La mostra tenta di ripercorrere così la breve ma intensa carriera della fotografa di Denver: durata in tutto 9 anni, dai primi scatti con una macchina fotografica ricevuta in dono a tredici anni, fino agli ultimi progetti prima del suo “abbandono volontario” della vita. Ed è un ripercorrere la sua stessa esistenza, dacché l’intera opera è imperniata sull’autorappresentazione e sulla soggettività ancor più che – come nota Rosalind Krauss – su una sorta di consapevole riflessione riguardo il mezzo fotografico e il suo linguaggio da parte di una studentessa d’arte (almeno fino alle opere del periodo in cui frequenta il RISD di Providence e prima del suo soggiorno a Roma).

Francesca Wodman, Then at one point I did not need to translate the notes; they went directly to my hands, Providence, Rhode Island, 1976, stampa alla gelatina d’argento

Sono immagini forti e intense, quelle di Woodman. Frequentissimi, gli autoscatti si mescolano ai ritratti spersonalizzati di altre modelle (in particolare l’amica Sloan Rankin), il cui corpo pare preso in prestito per impersonare suoi alter ego. Il bianco e nero, proposto in una forma dall’apparenza al tempo stesso materica ed evanescente, sottolinea un’atmosfera di misteriosa introspezione, dove la figura umana è ridotta ad una bidimensionalità palesemente senza peso, e aspira a confondersi con l’ambiente spesso squallido e fatiscente.

Queste messe in scena – così accuratamente pensate, e predisposte in ogni dettaglio – dove è fortissima la componente performativa, portano tutta l’evidenza di una profonda cultura artistica, attraverso le suggestioni di varie correnti del passato, dal Simbolismo al Surrealismo, e richiamano inevitabilmente alla mente altri autori, quali Claude Cahun, lasciando tuttavia intatta l’assoluta originalità di quest’opera. Un’opera d’altronde estremamente contemporanea nel suo minimalismo e nel suo raccontarsi attraverso serie di immagini, che ha poi incontrato l’ammirazione di molti altri artisti.

Ponendo l’accento ora sulla sua indagine della propria corporeità – ridotta attraverso la fotografia a “oggetto” indistinguibile dall’ambiente -, ora su un’analisi di tipo psicoanalitico alla quale troppo spesso la sua tragica morte è servita da retrospettiva chiave di lettura; nel lavoro di Francesca Woodman, da un lato si è voluto vedere – in una prospettiva di genere – un’incalzante critica (o magari persino un’acquiescenza) nei confronti dello “sguardo maschile” imperante nella società, dall’altro si è tentato addirittura di ridurlo alla manifestazione di un patologico narcisismo i cui esiti avrebbero portato la giovane a sprofondare in una depressione letale.

Fra gli estremi di tali letture critiche, che fanno di Woodman poco credibilmente una consapevole precorritrice del postmodernismo femminista, o piuttosto meramente una povera adolescente in crisi, come dato certo abbiamo solo la realtà della potenza espressiva delle immagini che ci ha lasciato, sorta di ritratti interiori nei quali nasconde, per rivelare solo ad occhi più attenti e scevri di pregiudizio, il racconto della sua vita e del suo modo di sentire l’arte.

Per ascoltare un’interessante intervista rilasciata da Betty e George Woodman (genitori di Francesca), cliccate qui.

Francesca Wodman, Senza titolo, Providence, Rhode Island, autunno 1976, stampa alla gelatina d’argento

“Haiti, The Melancholy of Shadows”


© Moises Saman, Haiti, 2010

Si è aperta ieri presso lo Spazio Tadini di Milano (via Jommelli, 24) la  mostra fotografica di Moises Saman “Haiti, the Melancholy of Shadows”.

Ideata da Daria Bonera e curata da Chiara Oggioni Tiepolo, sponsorizzata da Shades International, HahnemüleNeutral Sicav, e realizzata con la collaborazione di Blackarchives, che rappresenta il fotografo in Italia, la mostra propone una selezione d’immagini scattate in due occasioni molto diverse, ma ugualmente significative per questo tormentato paese: le elezioni presidenziali che nel febbraio 2006, dopo giorni di proteste popolari per i brogli, hanno portato alla seconda elezione di René Préval, e i giorni seguenti il sisma del 12 gennaio scorso.

Pluripremiato fotoreporter, collaboratore fra gli altri del New York Times, Newsweek e Human Rights Watch, Moises Saman è  peruviano di nascita. Cresciuto in Spagna, e stabilitosi negli Stati Uniti – dove prima di dedicarsi alla fotografia ha studiato Comunicazione e Sociologia – nel 2007 si è aggiudicato due premi al World Press Photo, uno dei quali proprio per il suo lavoro sulle elezioni haitiane.

Di Haiti, allora come qualche mese fa, egli ha testimoniato aspetti “normali” di una quotidianità di miseria e desolazione, che va al di là di quei singoli eventi eccezionali la cui plateale drammaticità soltanto ha portato alla ribalta una nazione per il resto colpevolmente dimenticata.

Le immagini, sia a colori che in bianco e nero, mostrano così nelle forme di un reportage rigoroso e spartano, poco incline agli infiorettamenti stilistici – fra raduni di folla e incidenti fra manifestanti e polizia, strade semideserte costellate ora da auto in fiamme ora da macerie, alloggi di fortuna e poveri derelitti prostrati – tutta la varietà di situazioni limite, che fanno di Haiti l’altra faccia di un “caribe allegro e musicale e spensierato che si vuole meta di vacanza e divertimento”.

“Haiti non è estranea ai disastri, naturali o causati dall’uomo. Violenti colpi, uragani devastanti, epidemie, bande violente, alluvioni epiche, contribuiscono all’impoverimento di questa nazione caraibica. Nonostante ciò, gli haitiani hanno un`incredibile abilità di manovrare il caos che incontrano, avvicinando ogni aspetto delle loro radici: religione, cultura, musica, arte con impareggiabile passione e devozione al limite del fantastico”.

La mostra proseguirà fino al 30 di giugno.

Informazioni mostra e stampe per collezionismo:

Daria Bonera daria.bonera@blackarchives.it

Chiara Oggioni Tiepolochiara.oggionit@gmail.com

L’intero profitto delle vendite sarà devoluto alla Croce Rossa Internazionale in favore delle vittime del terremoto.

© Moises Saman, Haiti, 2010

“qualcosa di buono”: un widget e un concorso

Oggi vi propongo due diverse occasioni per “fare qualcosa di buono” con poco sforzo. 😉

La prima è un widget di questo blog: quel grosso banner/bottone con un’immagine, su cui ora appaiono dei pennelli su sfondo azzurro e una sorta di contatore. Lo trovate nella barra laterale destra sotto la scritta SocialVibe.

Cliccando su questo bottone darete il vostro contributo ad una campagna di beneficenza. Un contributo che sarà per voi assolutamente gratuito, poiché sarà lo sponsor, cui è legato il banner, a pagare per il “disturbo” che vi sarete presi con l’aver visualizzato (o aver interagito con) la pagina che vi si proporrà.

Il widget di SocialVibe è presente da diversi mesi sul blog, ma forse avrei dovuto segnalarlo prima, poiché pochissime persone l’hanno usato; forse perché non hanno capito di che si trattava?

Attualmente è legato ad una campagna per finanziare progetti d’arte per ragazzi ospedalizzati, ma lo sponsor (che è la stessa SocialVibe) propone in occasione dell’approssimarsi di Halloween un “giochino” per aiutare ulteriori iniziative benefiche, come – spero – scoprirete.

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osf50L’altra occasione, di cui parlavo è appunto (vedi titolo) un concorso – che mi è stato segnalato – ideato da OSF (Opera San Francesco per i Poveri) di Milano per celebrare i suoi 50 anni di attività nel campo dell’assistenza e dell’accoglienza di chi è difficoltà; ma pure per coinvolgere  la gente e contagiarla di questo spirito accogliente e generoso.

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Questa è la presentazione del concorso:

Il concorso dal titolo RINASCERE UOMO – il superamento del disagio
vuole raccontare attraverso foto e video, la possibilità dell’uomo di rinascere dalle difficoltà e dai momenti bui, grazie all’aiuto degli altri.

Il concorso è diretto in particolare alle giovani generazioni alle quali OSF lancia un invito a cogliere, a cercare lo spirito dell’accoglienza e della generosità del cuore nell’intento di mostrare il volto più umano della nostra città.

Infatti grazie ai suoi volontari e ai suoi donatori, da 50 anni OSF lavora nel territorio milanese dove svolge attività di prima accoglienza in favore dei poveri e degli emarginati. Per loro costituisce un importante luogo di aiuto garantendo sostegno materiale e conforto spirituale.
Nell’ultimo anno a Milano OSF ha distribuito gratuitamente oltre 600.000 pasti (2000 al giorno), ha offerto 56.500 docce, 8.400 cambi d’abito ed effettuato oltre 33.000 visite presso il suo poliambulatorio.

OSF quindi rappresenta una realtà attraverso la quale l’uomo può
rinascere dall’emarginazione, dalla miseria e dalla solitudine.

Clicca qui per leggere il bando del concorso.

Altre informazioni le troverete sul sito: http://www.operasanfrancesco.it/50anni/

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A voi accogliere o meno questi stimoli (molto diversi fra loro, poiché provengono da modi e mentalità diverse, dove comune è l’intenzione di far qualcosa per aiutare il prossimo) con mente aperta, con la sola voglia di portare un piccolo contributo, con molta semplicità….

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