La fotografia consapevole di Simona Guerra

Conosco Simona Guerra già da qualche anno attraverso Facebook, e più di recente abbiamo avuto modo di approfondire la nostra conoscenza trovando talora occasione per uno scambio d’idee anche attraverso mezzi più diretti che la parola scritta.

© Wilson Santinelli
© Wilson Santinelli

Simona si occupa di fotografia da molto tempo e lo fa con metodo e rigore scientifico; la serietà che la contraddistingue di questi tempi nel nostro settore è merce sempre più rara. Il suo impegno in campo fotografico si è concretizzato non solo nel suo lavoro per l’Archivio fotografico di Mario Giacomelli (per lei zio che l’ha iniziata a quest’arte), ma di volta in volta in quello di docente, di curatrice di mostre e di eventi (per citarne uno la manifestazione Giornate di Fotografia che quest’anno è alla sua quinta edizione) e di scrittrice.

Se qualcosa può mai accomunarci, è il nostro interesse verso una fotografia che va oltre ciò che comunemente viene inteso, e cioè una fotografia pensata – e vissuta – come mezzo d’espressione personale, tale da arrivare ad essere potente mezzo di autoconoscenza e valido strumento per il benessere personale. In quanto tale, la fotografia non può che trovare sostegno nella parola (nella scrittura intendo), in quanto questa racconta il nostro esprimerci attraverso il mezzo fotografico, ancor prima che agli altri, a noi stessi . A suo tempo scelsi la dicitura “tra immagine e parola” come sottotitolo a questo blog, proprio perché conscia di questo fatto. copertina-libro-GRANDEUna fotografia che va oltre la superficie ed ha bisogno della parola scritta come una sorta di “fissaggio” che ne stabilizza il senso sia pure transitoriamente, è questo – per come la vedo io – il terreno sul quale ci si incontra.

Su questa maniera d’intendere la fotografia Simona Guerra ha scritto ora un interessante libro, che s’intitola “Fotografia consapevole. Scrittura e fotografia s’incontrano“. E potete di certo immaginare l’entusiasmo col quale ho accolto la sua richiesta di dargli un’occhiata per scrivere eventualmente cosa ne pensassi!

Posso subito dire che l’esperienza non è stata per nulla deludente, malgrado confesso che mi aspettassi qualcosa di un po’ diverso.
Il titolo mi risuona, infatti, molto e scorrerne l’indice mi ha fatto pensare – sono sincera – che avrei voluto scriverlo io un libro che parlava di quegli argomenti.
Già di per sé il concetto di una consapevolezza applicata alla fotografia risulta prezioso in un momento storico, come quello presente, in cui molti credono di poter padroneggiare il linguaggio fotografico sol perché la tecnologia digitale consente agevolmente a chiunque di non toppare più una foto dal punto di vista tecnico, motivo per cui poi suppongono anche che basti riprodurre immagini aderenti agli stereotipi modaioli del momento per “fare Fotografia” e dirsi – a seconda dei casi – professionisti o artisti. A costoro sfugge, purtroppo, cosa sia la fotografia e cosa sia la comunicazione delle loro emozioni e/o idee, concetti questi strettamente interconnessi. La consapevolezza è precisamente il loro punto debole.

© Simona Guerra
© Simona Guerra

Ma queste considerazioni sono fin troppo scontate, e infatti la consapevolezza, cui Simona Guerra si riferisce, va ben oltre questo: nella fotografia lei vede un linguaggio finalizzato ancor prima che a comunicare ad esprimersi, e soprattutto uno strumento di verifica, consapevole, in quanto “ha come motivo d’essere l’esperienza sensoriale delle cose della nostra vita, la constatazione della loro esistenza e la presa di coscienza del mondo a noi circostante, sapendo già che tale progetto, per natura, non potrà mai interamente compiersi”. Fuori d’ogni considerazione logica che porterebbe a desistere per senso d’impotenza, l’esigenza di misurarsi col mondo, una spinta interiore propria a chi indaga per il solo piacere della conoscenza, rimane; e non possiamo far altro che tentare di affinare e combinare le risorse che possono meglio aiutarci a tale scopo. In questa ottica, per quanto mi riguarda trovo ovvia l’esigenza di una commistione fra fotografia e scrittura, ma mi rendo conto che per i più ovvia non è, e quindi sono ben felice che ora ci sia questo libro a sottolinearla.

© Simona Guerra
© Simona Guerra

Dopo un preambolo in cui l’autrice spiega le sue motivazioni, il libro si dipana in quattro sezioni.
La prima fa un punto della situazione riguardo a ciò che la fotografia è oggi, prende atto dei mutamenti storici e auspica un adeguamento alla realtà attuale da parte di chi opera in fotografia.

La seconda considera la fotografia in relazione a contesti quali l’arte e il mercato dell’arte, le innovazioni tecnologiche, e quelle istanze psicologiche che sempre più emergono creando sovente confusione e sovrapposizione fra setting psicologici e formativi, e setting artistici. Per ovvi motivi, legati al mio percorso e a ciò che trovo personalmente stimolante, m’incuriosiva soprattutto leggere come veniva configurato il rapporto fra la cosiddetta fotografia consapevole e la cosiddetta fotografia terapeutica.
A tal proposito Simona, con serietà, si esprime in maniera chiara, a fugare le facili tentazioni di omologazione fra ambiti diversi in cui spesso si scade, scrivendo: “La Fotografia consapevole non è la Fotografia terapeutica; … in questi ultimi anni si fa grande uso del termine terapeutico anche nel mondo della fotografia “artistica”. Molti autori parlano del loro lavoro fotografico definendolo terapeutico… la Fotografia consapevole – e la fotografia in generale, come gesto creativo – ben si inserisce fra tutte quelle attività che possono donare sollievo e piacere alla persona che le pratica … non bisogna però confondere la Fotografia consapevole con la fotografia utilizzata a vario titolo in ambito psicologico e clinico”.

© Simona Guerra
© Simona Guerra

Nella terza sezione accosta concretamente i linguaggi della scrittura e della fotografia, vedendo nella seconda “una penna per tutti” e valutando le opportunità che i due medium offrono al fine dell’autoanalisi e dell’espressione di sé.

A differenza del resto del libro, che ha uno stile che va dal saggistico all’ideologico, dando consistenza a un vero e proprio “manifesto” della sua fotografia consapevole, nella parte conclusiva l’autrice usa un registro linguistico che per me è più accattivante: è  quello proprio al racconto delle storie di vita, che ha l’efficacia di una testimonianza resa in maniera sincera, autentica  e pertanto emotivamente coinvolgente. In questa testimonianza personale trovano pieno senso e coerente spiegazione le motivazioni intrinseche di quella che altrimenti potrebbe sembrare soltanto una presa di posizione ideologica.

Nel leggere questo libro, che per quanto mi riguarda ho trovato stimolante, mi sono più volte scoperta a pensare che mi sarebbe piaciuto suggerirne la lettura ai miei studenti, e però anche a chiedermi se una lettura come questa sarebbe per loro infine chiarificatrice o se non verrebbe magari fraintesa, complessa e densa com’è di riferimenti colti, fotografici e non solo.

Un libro per Natale: “Un habitat italiano”

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© Fulvio Bortolozzo. Corso Torino, da “Un habitat italiano”, 2008-2010

Si avvicina il Natale e, per gli appassionati, l’occasione di farsi un regalo fotografico, che magari solitamente non si concederebbero. Così ho immaginato che questo post potesse esser d’aiuto a qualcuno ancora incerto e confuso fra le tante opportunità, che si possono attualmente reperire in libreria. Il libro di cui vi parlo oggi, però,  – è utile saperlo da subito – potrà essere vostro solo ordinandolo online su Blurb, dove si può sfogliare anche una sua parziale anteprima (clicca sul link!).

In 120 pagine e 70 fotografie a colori, il suo autore, Fulvio Bortolozzo, vi accompagnerà in una ricognizione di un particolare paesaggio antropizzato, degna della migliore fotografia contemporanea; alla scoperta di luoghi, che siamo portati a credere anonimi, e  sui quali  raramente il nostro sguardo si sofferma curioso, sempre distratto com’è da quegli  stereotipi  della rappresentazione, che propongono l’eccezionalità e la spettacolarità come unici valori estetici possibili, da ricercare compulsivamente.

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© Fulvio Bortolozzo. Corso Cervi, da “Un habitat italiano”, 2008-2010

Nel titolo, “Un habitat italiano”, c’è la chiave di lettura di questo pensoso incontro fra l’autore  e Grugliasco, piccola città operaia nei dintorni della Torino. Da definizione tratta dal dizionario Garzanti della lingua italiana, infatti, Bortolozzo cita nel testo introduttivo che “per habitat si intende il complesso delle condizioni ambientali, delle strutture e dei servizi che caratterizzano un’area di insediamento umano; nella sua accezione figurata, lo stesso termine può anche essere usato per definire un ambiente congeniale all’indole, alle abitudini di qualcuno”.

Per meglio comprendere, dunque, lo spirito che anima questo progetto di ricerca e di osservazione critica di un territorio in via di deindustrializzazione, ci viene suggerito di non guardare solo all’accezione oggettiva del termine habitat, ma di considerare, e scoprire, nella compostezza formale delle immagini presentate anche quella dimensione soggettiva, emotiva ed empatica, che si direbbe attenere alla citata “congenialità” di un ambiente.

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© Fulvio Bortolozzo. Borgo Nuovo, da “Un habitat italiano”, 2008-2010

Ci guidano, a tale scopo, i testi didascalici che affiancano le immagini, nei quali Fulvio Bortolozzo ci racconta il procedere del suo lavoro; riferendo sensazioni e riflessioni, così come sono scaturiti dalle sue flâneries; dandoci il pieno senso di un fare – quello fotografico – che, similmente a quello della performance artistica,  trae alimento continuo dalla propria processualità, fatta di “riflessioni ed osservazioni, prolungate nel tempo e nello spazio dalle tracce visive che si lasciano dietro”. Fotografie, dunque, come tracce concrete – frutto di un’emanazione luminosa captata da un materiale fotosensibile –  prodotto finale di un processo concettuale.

In linea con la cosiddetta “Scuola di Düsseldorf”,  nella quale questa ricerca pare trovare diverse ispirazioni, Fulvio Bortolozzo si sofferma con occhio neutrale sull’aspetto sociale dei cambiamenti all’interno di un habitat ormai in costante mutazione, indagando nel contempo sugli aspetti – per nulla secondari – della visione e della rappresentazione, forse non soltanto con l’intento di dare un ordine intelligibile alla realtà quanto con quello di dare nuovi input alla nostra capacità di guardare oltre le sovrastrutture retoriche di molta fotografia attuale, per restituirci anche una possibilità d’immaginare per il territorio italiano, nel suo complesso, un futuro diverso, più confacente alle vere esigenze dei suoi abitanti.

Donne d’arte

Fino a un recente passato, solo sporadicamente, e in tono minore, si parla di artiste all’interno di quell’olimpo d’uomini illustri e geni che la storia dell’arte – quella riconosciuta e dominante – ci ha tramandato. Solo a partire dal Novecento, infatti, i territori dell’arte cominciano a schiudersi alle donne, le quali tentano di affrancarsi faticosamente dal marchio di dilettantismo, spesso apposto al loro lavoro da una critica anch’essa, prima del femminismo, appannaggio del genere maschile.

A porre rimedio a tale stato di cose facendo luce su “l’altra metà dell’arte”, sono intervenute studiose, che Continua a leggere Donne d’arte

Introduzione alla cultura visuale

Ancora un libro per voi, ormai un classico per chi voglia avvicinarsi allo studio delle immagini e, più in generale, della comunicazione visiva.

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La divergenza esistente fra “vedere” e “capire”, in un’epoca della totale “visibilità” come la nostra, tende sempre più a divenire drastica, rendendo auspicabile l’avvento di una nuova cultura visuale, che rinnovi gli ormai inadeguati strumenti analitici, ancora legati alla logica tecnocratica (codificata) della parola, piuttosto che ai principi democratici (intuitivi) della visione, che sottendono ad una realtà fatta d’immagini.

Col suo “Introduzione alla cultura visuale“, edito in Italia da Meltemi, Nicholas Mirzoeff intende colmare una lacuna, da una parte creando un’interfaccia per la fruibilità su vasta scala di un argomento solitamente riservato ai teorici ed agli operatori del settore; dall’altra proponendo Continua a leggere Introduzione alla cultura visuale

una lettura diversa (e una segnalazione)

Accanto alla recensione, qui di seguito, di questo utilissimo manuale sulla lettura delle immagini, segnalo la 
pubblicazione nella sezione “interviste” di un interessante colloquio con l’autore del libro sul tema della formazione in fotografia e non solo. Le considerazioni che emergono, malgrado il tempo trascorso, a me paiono più valide che mai.

Per un collegamento diretto all’intervista cliccate qui.

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In uno scritto di qualche anno fa, Augusto Pieroni analizzava il sempre più stretto rapporto che lega l’arte contemporanea e la fotografia, vedendo Continua a leggere una lettura diversa (e una segnalazione)

Paola Agosti: “El Paraíso: entrada provisoria”

© Paola Agosti, "Vila. Al piano Roberto Pairone, Fernando Bai danza con Emma Barale de Mondino", 1990

Racconta di un’emigrazione, quella dei piemontesi in Argentina, il volume fotografico dal titolo “El Paraíso: entrada provisoria” recentemente uscito per le Monografie FIAF; in 46 immagini, che ci conducono con l’intensità del loro bianco e nero in un mondo inatteso dove il tempo pare aver seguito leggi tutte sue, dettate dalla Memoria.

Scattate da Paola Agosti lungo le strade della “Pampa Gringa” (un vasto territorio compreso fra le città di Cordoba, Rosario e Santa Fe) nel corso di diversi viaggi fra il 1987 e il 1991, sono Continua a leggere Paola Agosti: “El Paraíso: entrada provisoria”

Una presentazione per conoscere meglio Claude Cahun

copertina
copertina del libro di Clara Carpanini

Pubblicata dall’Editrice Quinlan, “Vedermi alla terza persona” è la prima monografia dedicata a Claude Cahun in Italia, come ho avuto occasione di di scrivere qualche mese fa (vedi recensione).

Vi segnalo ora, invece, che fra qualche giorno, venerdì 13 alle ore 18,30, il libro verrà presentato nuovamente a Bologna, presso la Libreria Igor in via San Petronio Vecchio 3/a, insieme ad una video-intervista dell’autrice del testo Clara Carpanini in dialogo con Elvira Vannini. Ad introdurli sarà Federica Muzzarelli, cui si deve anche la prefazione del saggio.

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Aggiungo, riportandole dal sito di Around Photography, queste informazioni sulle tre studiose coinvolte nell’evento:

Federica Muzzarelli è ricercatore presso il Dipartimento delle Arti Visive di Bologna e insegna Storia e Tecnica della Fotografia al corso di laurea in Culture e Tecniche della Moda (sede di Rimini). Tra le sue pubblicazioni Formato tessera. Storia, arte e idee in photomatic (Bruno Mondadori, 2003), Le origini contemporanee della fotografia (Editrice Quinlan, 2007), Il corpo e l’azione. Donne e fotografia tra Otto e Novecento (Atlante, 2007). Collabora inoltre con la rivista “Around Photography”.

Clara Carpanini è dottoranda in Storia dell’Arte presso il Dipartimento delle Arti Visive (Università di Bologna) e Tutor per l’insegnamento di Storia e Tecnica della Fotografia al corso di laurea in Culture e Tecniche della Moda (sede di Rimini). Collabora regolarmente con le riviste “Around Photography” e “D’Ars”. Vedermi alla terza persona è il suo primo libro, pubblicato dall’Editrice Quinlan (Bologna) nel 2008.

Elvira Vannini è dottoranda presso il Dipartimento delle Arti Visive (Università di Bologna). Storico dell’arte, critico, curatore indipendente è autrice e co-conduttrice di uno spazio radiofonico dedicato all’arte contemporanea su Radio Città del Capo -Popolare Network. Ha pubblicato su “Around Photography”, “Flash Art”, “Tema Celeste”, “Arte e Critica”. Ha curato progetti espositivi e tenuto lectures in workshop, incontri e conferenze.

“Quentin Tarantino. Asfalto nero e acciaio rosso sangue”

Copertina del libro "Quentin Tarantino. Asfalto nero e acciaio rosso sangue" di Simona Brancati
Copertina del libro "Quentin Tarantino. Asfalto nero e acciaio rosso sangue" di Simona Brancati

Com’è tipico che accada per i personaggi di culto nel mondo dell’arte e dello spettacolo, Quentin Tarantino è, secondo i casi, amato incondizionatamente oppure odiato; ma, al di là di ciò, la reale complessità della sua opera è spesso misconosciuta.

Sembra fatto apposta per colmare molte lacune sull’opera del geniale regista americano, il libro di recente pubblicato dalla casa editrice ligure “Le Mani”: un tascabile, davvero prezioso in tal senso, dal titolo “Quentin Tarantino. Asfalto nero e acciaio rosso sangue”. Ne è autrice Simona Brancati, scrittrice e giornalista specializzata in cinema e criminologia.

Si tratta di un saggio, che esamina puntualmente la produzione tarantiniana individuando le molteplici ispirazioni e i temi ricorrenti, che danno un’inconfondibile impronta personale all’intera opera di questo artista, alle sceneggiature e ai soggetti non meno che alle sue regie e produzioni, e persino alle sue sporadiche apparizioni da attore.

Una prefazione di Renato Venturelli, che delinea i tratti essenziali del “fenomeno” Tarantino, un po’ di sfuggita ci ricorda come Brancati  avesse proposto già, nel 2004,  le sue “istruzioni per l’uso” del regista americano, pubblicando un originale volume, “Kill Tarantino”.

Torna, nel libro ora uscito, l’intreccio precedentemente sperimentato di trattazione saggistica e informata narrazione aneddotica ricca di inedite testimonianze, in una forma che riproduce quasi quella dell’indagine poliziesca. I capitoli si snodano a partire dalla considerazione dell’impatto iniziale della poetica tarantiniana sul pubblico e sulla critica, attraverso sintetici cenni  biografici, approfondendo poi progressivamente sempre di più l’analisi dei testi filmici, ricollocandoli all’interno della cultura di certo periodo storico di cui sono di fatto impregnati.

Il gusto spiccato per la narrazione rende questo volume assai godibile. E’ una narrazione sottile, infatti, quella di Brancati, che rileva dati ed entra nel merito dei dettagli più minuti, restituendo una sensazione vivida di ogni scena esaminata, sollecitando nel lettore una ricostruzione mentale delle immagini, stimolando interrogativi, dando risposte.

Attraverso le sue pagine sembrano così prender vita i personaggi dei film, le manie, i gusti del regista, un intero periodo storico, e infine Tarantino stesso, la cui figura – malgrado la simpatia o l’antipatia che suscita – è quella di un cultore del cinema e di un autore “puramente cinematografico”.

Il volume è corredato da immagini dei film, e di una interessante bibliografia, ma soprattutto dalla filmografia completa di Tarantino.

Ecco un divertente trailer del libro:

“Vedermi alla terza persona”

copertinaTerza uscita nella collana ‘round photography della bolognese Editrice Quinlan, “Vedermi alla terza persona. La fotografia di Claude Cahun”  è un volumetto di un centinaio di pagine, simile nella veste grafica ad un quaderno d’altri tempi (copertina nera e bordi rossi), ma è soprattutto la prima monografia pubblicata in Italia dedicata a questa singolare artista, il cui talento troppo a lungo è rimasto misconosciuto.
Ne è autrice Clara Carpanini, che proprio per questo lungo saggio,  nella sua forma di tesi di laurea, ha ricevuto nel 2005 il Premio DAMS per la sezione Arte.

Introdotto da una interessante prefazione di Federica Muzzarelli, (che di Cahun si era occupata nel suo “Il corpo e l’azione. Donne e fotografia tra Otto e Novecento”),  il libro è articolato in cinque capitoli strutturati secondo una logica non diacronica, che mette in luce soprattutto le profonde relazioni esistenti fra la multiforme attività di Lucy Schwob (vero nome dell‘artista) e le istanze della sua epoca.
Così Carpanini  fra il capitolo che rende conto delle molteplici ascendenze letterarie, prima fra tutte quella che lega Cahun al Simbolismo (di cui l’ammirato zio, Marcel Schwob, era stato importante esponente) e quello dedicato alla frequentazione degli ambienti dada e surrealisti, ne inserisce opportunamente uno che traccia la figura di una cosiddetta “new woman”, quale si era diffusa nell’Europa degli anni fra le due guerre.

Continue sono le citazioni dagli scritti di Cahun, i quali forniscono sovente un’importante chiave di lettura per ogni sua espressione artistica, dalla fotografia alla performance teatrale, poiché attingono sempre ad una dimensione intima autobiografica, sia pur trasfigurata da una peculiare forma di linguaggio aperta e destrutturata, quanto carica di componenti visionarie. Elementi questi che avevano fruttato all’artista una grande stima da parte di Andrè Breton.
Allo stesso modo il libro è pieno di rimandi biografici, non meramente accessori, ma funzionali a definire in maniera sempre più stringente l’opera cahuniana nel suo complesso,  e in quella sua particolare complessità, che ha coinvolto l’intera sfera del vissuto dell’artista.
Particolare attenzione è stata riservata, inoltre, al sodalizio artistico e sentimentale con la compagna di una vita Suzanne Malherbe (Marcel Moore), alla luce del quale gran parte dell’opera fotografica si rivela probabile frutto di un lavoro comune.

“Vedermi alla terza persona” si rivela, perciò, un ottimo strumento sia per quanti si avvicinano per la prima volta alla figura di Cahun sia per quanti la conoscono già, e perché si sforza di tracciare un quadro quanto più possibile completo e perché fornisce una nutrita bibliografia.
Dalla sua lettura emerge la figura di un’artista figlia dei propri tempi ed insieme anticipatrice, di gran lunga più interessante della profetessa del gender bender, che altrove si è spesso propagandata.