La trasformazione secondo Yelena Steffen Milanesi (d’après Bowie)

Un nuovo tributo  fotografico alla figura di David Bowie,  e una nuova meditazione sul concetto di trasformazione. a lui ricollegabile. Quello che pubblico oggi è il terzo contributo nato da un’iniziativa, in cui ho coinvolto alcuni dei miei amici (quella di  cui dicevo  in questo post).
Yelena Steffen Milanesi ne è in più modi autrice, oltre che protagonista, con uno stile che unisce un’elegante leggerezza alla sua consueta intensità (di altri suoi lavori avevamo avuto già modo di raccontare su questo blog). Il prodotto finale che ci propone sono di fatto due serie di autoritratti, in realtà fermi immagine scattati durante delle performance, in cui Yelena indossa abiti da lei creati e ispirati a due momenti della carriera artistica del cosiddetto Duca Bianco. E una delle due performance nasce proprio dalle suggestioni ricavate dall’immagine elegante di questo alter ego di Bowie.

© Yelena Steffen Milanesi. Still da performance ispirata a David Bowie (in versione the White Thin Duke)
© Yelena Steffen Milanesi. Still da performance ispirata a David Bowie (come White Thin Duke)

“David Bowie è stato di ispirazione per moltissimi miei progetti, la sua ecletticità ed il suo essere alieno e perfettamente appartenente al mondo sono strabilianti!”, racconta l’altrettanto eclettica Yelena.

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© Yelena Steffen Milanesi.

“Le performance sono 2”, spiega, “una riferita al periodo The Man Who Fell on Earth 1976 e la seconda the White Thin Duke, diverse ma ugualmente legate a David Bowie.
Un primo periodo più glamRock, che mi permetto di collegare – almeno da un punto di vista prettamente estetico – al successivo periodo musicale Dance, pur sempre glam ma ormai trasfigurato nella sua versione più pop-glitterata, fine anni 70; mentre per il Secondo periodo, più matura, ho scelto un bn più riflessivo e neo dandy”.
Riguardo a come è nata la sua passione, per questo artista che l’ha tanto ispirata, ci racconta: “Ho conosciuto l’eccezionale personalità di David Bowie verso la fine degli anni ‘90, quand’ero appena adolescente, attraverso il film The Man Who Fell to Earth del 1976, dopo questo primo carismatico impatto sono andata a scoprire tutti i lati della sua poliedrica attività artistica. La capacità di oscillare tra diversi generi e mantenere sempre una forte individualità: dall’irraggiungibile Ziggy Sturdust all’eccentrico dandy de il Duca Bianco; dal fascino delle tute da ballerino GlamRock, che furono foriere della rivoluzione unisex negli anni ‘70, alle recentissime ballate struggenti di Blackstar. Mi sono ispirata molto spesso a questo eccezionale artista, per abiti e fotografie, come dimostrano questi scatti – di cui sono sia la fotografa che la performer – in cui prendo spunto dalle sue molteplici trasformazioni.

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© Yelena Milanesi. Ziggy in the galaxy

Stimo il suo messaggio di sfida alle convenzioni, l’essere stato pioniere di rivoluzioni sociali attraverso l’arte, non solo quella musicale ma anche visiva e del costume, l’essere stato musa iconoclasta e di tendenza allo stesso tempo.
Un mio recente lavoro, vestiti foto e perfomance fatti da me, è Ziggy in the galaxy…umile rivisitazione di una vera Icona!!”.

Ringrazio Yelena Milanesi per il suo tributo e vi invito a vedere altre sfaccettature della sua variegata produzione sul suo sito: https://yelenamilanesi.carbonmade.com/

La trasformazione secondo Alessandra Vinotto (d’après Bowie)

A distanza di un mese vi propongo un nuovo tributo a David Bowie e al concetto di trasformazione che l’artista ha sempre incarnato:  “Mi farò acqua: liquida essenza, gelida materia, lieve sostanza”.

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Alessandra Vinotto, “Mi farò acqua: liquida essenza, gelida materia, lieve sostanza”, 2016

Con queste parole Alessandra Vinotto, poliedrica artista genovese e autrice di quest’omaggio, ce lo introduce spiegandocene il senso: “Conforme alla mia concezione di crescita come cambiamento senza forzature, il farsi “acqua”, ovvero liquido che si adatta ad ogni forma, simboleggia l’adattarsi senza perdere la propria natura.. “Waterale” è il titolo che accorpa alcune mie opere ispirate all’acqua in relazione col mio corpo”.

Riguardo a cosa David Bowie sia stato per lei, ci racconta:”Sin dalla prima adolescenza ero incantata dalla sua musica e dai suoi testi, che per me rappresentavano il top del sound di quegli anni.
Ed essendo io giá all’epoca piuttosto trasgressiva (ma senza mai trascendere nel kitsch o nel volgare), avevo trovato in lui quel senso di composta eleganza nell’essere decisamente diverso.
Inoltre la trasformazione interiore che da allora non mi ha mai abbandonato è sempre stata in sintonia con il suo personaggio in costante mutamento coerente”.

Ringrazio Alessandra per la sua partecipazione a questa iniziativa (e le faccio un in bocca al lupo per le sfide -di vario genere- che sta attualmente affrontando!

Alessandra Vinotto [cliccando sul nome potete leggere anche un’intervista] è  fotografa d’arte, ha all’attivo numerose mostre personali e pubblicazioni internazionali (Vogue, Marie Claire, Herald Tribune, Opera, Amadeus, libri e cataloghi).
Reporter di viaggi e insegnante di fotografia, da qualche anno si occupa di regia e direzione artistica multimediale.
Ha fondato con Francesco Rotunno la RedEye Media, pluripremiata al 3D Film Festival Hollywood di L.A nel 2010 e nel 2011. Altri riconoscimenti: premio speciale al MEI (Faenza), special guests al Dimension 3 (Parigi), al 3D Stereo Media (Liegi), al Capalbio International Short Film Festival, e proiezione al Sundance Film Festival nel 3D Satellite.
Nel 2012 viene premiata dal Sindaco di Genova per la sua attività artistica all’estero.
Prima regista italiana ad aver realizzato un video in 3D stereo, nel 2013 ha diretto “Viceversa 3D” al padiglione Italia della Biennale di Venezia: il primo documentario europeo sull’arte contemporanea girato in 4K.
Sue fotografie sono state esposte a mostre collettive con opere di artisti quali Andy Warhol, Nan Goldin, Joseph Beuys, Jan Saudek, Bettina Rheims, Luigi Viola, Ferdinando Scianna, Kiki Smith, Orlan, Yoko Ono, Vanessa Beecroft, Marina Abramovic , Shirin Neshat.

La trasformazione secondo Pierluigi Vecchi (d’après Bowie)

Una necessità di trasformazione e l’auspicio di andare avanti sotto una buona stella (seppure una “blackstar“!) sono l’occasione che ha fornito lo spunto all’opera di Pierluigi Vecchi, che qui viene presentata. Trasformare la transitoria, anche se imponente e sentita, manifestazione emotiva scaturita dall’inattesa notizia della scomparsa di David Bowie in qualcosa di diverso che una cupa celebrazione.  E farlo attraverso la fotografia.

L’11 gennaio è stato per me uno strano giorno, che ho vissuto in un’atmosfera di sospensione fra l’incredulità e un incombente dolore.
A molti di voi, come a me, sarà capitato quel giorno di scorrere la homepage di Facebook e di vedere un’interminabile sequela di post in memoriam, omaggi di ogni genere e da parte delle persone più inattese. Il mood che, per lo più, si respirava era da “fine di un sogno” e brusco risveglio a una realtà più grigia. Quasi che la scomparsa di Bowie ci orbasse definitivamente di una guida capace di immaginare per noi mondi nei quali ci si potesse muovere in sicurezza; come se ci privasse, senza speranza, di un prezioso ispiratore e d’un esempio, capace com’era di riformulare continuamente la propria ricerca estetica, ricordandoci che tutto scorre incessantemente e cambia, che così dovrebbe sempre essere in una ricerca artistica (in barba alle esigenze dei mercanti d’arte!).
In effetti non so dire con certezza se ciò che riferisco fosse realmente sotteso ai tanti messaggi di cordoglio dei miei amici o se si trattasse piuttosto di una proiezione delle mie personali emozioni; ciò che invece è certo è che quella mattina ho desiderato di poter fare qualcosa  che ci scuotesse da tanta cupezza, spostando il focus della nostra attenzione da una disperato senso di mancanza a una speranzosa “capitalizzazione” del legato artistico di Bowie. Da orfani, quali ci siamo sentiti – mi son detta – ognuno di noi potrebbe forse prendere consapevole possesso di quell’eredità in forma d’ispirazione, che già da tempo ha avuto a disposizione senza accorgersene.
Da qui l’idea, forse un po’ ingenua, di improvvisare una call su Facebook fra i tanti miei amici reali e “social”, che si esprimono attraverso la fotografia, per rendere omaggio all’artista scomparso in un “Bowie Photographic Tribute“. Mi è parso un buon modo per continuare a ricevere ispirazione ed energie positive da qualcuno che ha significato tanto per noi.
Come spunto su cui lavorare ho proposto il tema, appunto, della trasformazione, sia perché David Bowie ai miei occhi ha sempre fatto suo e quasi incarnato questo concetto, sia perché il tributo stesso è nato – come già detto – dal desiderio di trasformare emozioni dolorose e di disagio in un qualcosa di positivo, di trasformare letteralmente la cupezza in luce, grazie alla fotografia. Infine perché l’evento stesso della morte possiamo interpretarlo come una trasformazione.

Alla mia call ha così risposto Pierluigi Vecchi.

Pierluigi Vecchi, TRANSFORM 1 & 2, febbraio 2016. Fotografia. Dittico
Pierluigi Vecchi, TRANSFORM 1 & 2, febbraio 2016. Fotografia (dittico)

E con queste parole ha presentato il suo dittico: “Per me la trasformazione comincia da se stessi: trasformare vuol dire guardare il mondo con occhi nuovi, vedere le cose in modo diverso. Quando vediamo le situazioni da un’altro punto di vista cambiamo le nostre percezioni e cambiamo anche il mondo che ci circonda. Per me “trasformazione” significa anche non perdersi mai d’animo e guardare sempre avanti; a volte, camminando anche sulla stressa strada che ho già fatto mille volte, posso continuare a scoprire cose nuove, magari semplicemente guardandole da una nuova prospettiva: una luce, per esempio; è un po’ come un lampo di luce sul pavimento in una giornata grigia e piovosa…”

Pierluigi Vecchi è un artista multi disciplinare che da anni lavora nell’ambito dei video, della fotografia e delle installazioni d’arte. I suoi video sono stati mostrati in diversi festival internazionali di cortometraggi. Nato inizialmente come pittore si è successivamente concentrato sulla fotografia e sulle opere video anche attraverso esperienze come VJ presso la SAT di Montreal (Society of Technological Arts) e in alcune discoteche. Laureato in belle arti all’Università Concordia di Montreal, in Canada, vive adesso a Londra e lavora nel mondo dei media. La luce l’acqua e i colori sono elementi ricorrenti nel suo linguaggio visivo.

Gli ho chiesto cosa abbia significato/significhi Bowie per lui o per la sua arte, cosa lo abbia spinto ad aderire a quest’idea di un tributo fotografico.
Pierluigi mi ha risposto richiamando alla mente alcuni ricordi: “Il mio primo concerto vero, l’ho visto a 17 anni quando sono andato, da Genova, allo stadio Comunale di Firenze a vedere Bowie in una tappa di un suo tour internazionale, il suo Glass Spider Tour dell’ 87.
Quindi Bowie fa parte della mia adolescenza. Un’altra ragione è che il mio film preferito in assoluto, quello che mi ha spinto a diventare videografo, è stato un film degli anni 80 che è quasi un video e aveva come protagonisti Catherine Deneuve, David Bowie e Susan Sarandon: The Hunger [uscito in Italia col titolo “Miriam si sveglia a mezzanotte”].
Allora ero rimasto impressionato dal suo multiforme talento, come attore, musicista, eccetera…”
Ringrazio Pierluigi per aver aderito mostrandoci questa sua visione, doppiamente legata a Bowie: in quanto espressione della sua personale eredità bowiana e in quanto inconscio rimando a quello che Pierluigi stesso definisce “l’imprinting del lampo di Ziggy Stardust

Il sito/blog di Pierluigi Vecchi è all’indirizzo www.pierluigivecchi.com

 

doveroso saluto ad un poeta concreto della fotografia italiana

“Artista contemporaneo, un intellettuale civile e democratico, un uomo mite e generoso, che ha saputo costantemente coltivare il tesoro dell’amicizia e del dialogo. Ha insegnato a tutti e ha aiutato tutti, nell’arte e nella vita. Ci lascia un enorme patrimonio di lavoro, di cultura, di umanità… (vedi pagina facebook)“.

Il Museo della Fotografia Contemporanea, con queste ed altre sentite parole – da cui emerge l’importanza e la natura dell’uomo, come pure il senso di perdita, mista ad orgoglio e riconoscenza – celebra il fotografo milanese, che con sensibilità e rigore ha rappresentato la dura poesia concreta del paesaggio urbano in una chiave concettuale che a partire da richiami visivi alla Scuola di Düsseldorf giungeva sovente a far vibrare in noi corde metafisiche.  Vedi l’articolo “La Bari di Basilico“.

Una simile sorta di incomprensibile senso di sospensione, e persino di vuoto, che in questo caso va oltre il semplice coinvolgimento visuale, per diventare sensazione quasi fisica (e interrogativo, che si rinnova ad ogni inattesa perdita di un essere umano di valore)  ci ha colto ieri all’apprendere la notizia che egli non era più fra noi. Forse nelle sue stesse immagini potremo trovare il senso di una pacificazione almeno formale, che risponderà alla tentazione del rimpianto.

http://www.lastampa.it/2013/02/14/cultura/la-poesia-del-misuratore-di-spazi-5OxQ77hczpMeTpATADtGuL/pagina.html

immagine postata da "Museo della Fotografia Contemporanea" su facebook
immagine postata da “Museo della Fotografia Contemporanea” su facebook

 

“Viaggio intorno alla fotografia contemporanea”

© Sonja Braas, dalla serie "The Quiet of Dissolution", 2005-2010
© Sonja Braas, dalla serie “The Quiet of Dissolution”, 2005-2010

Ieri, 23 gennaio, si è tenuto il primo di una serie di 6 seminari sulla fotografia contemporanea, organizzati dall’associazione Prospettiva 8, che – nell’arco del 2013 – avrò l’onore di condurre presso la Sala Cittadina del III Municipio (in via Boemondo 7) a Roma.

Scusandomi per la comunicazione tardiva, qualora qualcuno di voi fosse interessato a partecipare ai prossimi incontri, vi illustrerò brevemente di che si tratta, rifacendomi per cominciare al titolo che ho scelto per l’intero ciclo di eventi: “Viaggio intorno alla fotografia contemporanea”.

Il termine “viaggio” intende proporre l’idea di uno spostamento, come vorrebbe pure suggerire i concetti di scoperta progressiva e di conoscenza determinata dall’incontro con l’altro e l’altrove, dal mettere in relazione ciò che si sa con ciò che appare nuovo; concetti, questi, talmente legati al termine “viaggio” che non a caso, per esempio, Dante collega Ulisse, inquieto viaggiatore, – e la sua “orazion picciola” intesa ad incitare i compagni a ripartire verso nuovi lidi e nuove esperienze – con il “seguir virtute e canoscenza”.
Il viaggio è qualcosa che poi ci cambia, perché cambia i nostri “punti di vista” e la nostra “prospettiva” (termini cari alla fotografia!). E il nostro sarà un “viaggio intorno”, appunto per questo: per permetterci di guardare da varie angolazioni la fotografia contemporanea.

Cercheremo di volta in volta di sottolineare alcuni aspetti, legati all’essenza del medium fotografico e alla pratica odierna della fotografia.

La scelta dell’argomento iniziale è ricaduta, per meglio inquadrare le questioni che emergono attualmente come più scottanti, sul seguente tema:  “Finzioni documentali: forme di ricostruzione del reale”. Perché funzionale come introduzione, legato com’è ai caratteri essenziali della fotografia, alla nostra illusoria percezione di poterci affidare a quello che crediamo quasi un prolungamento meccanico della vista. Come – naturalmente – è legato pure alle ulteriori questioni emerse con l’avvento della cosiddetta fotografia digitale (all’impatto sociologico di questa) e, addirittura, alle sorti stesse della fotografia, che a causa della pressione dei nuovi mezzi tecnici (dell’uso che ne facciamo) sembrerebbe ormai destinata a dissolversi nella “postfotografia“.

Questi temi sono stati toccati ieri – ma lo saranno ancora nel corso dei prossimi seminari – grazie agli spunti forniti dalla proiezione di una carrellata di immagini (e autori), che hanno come denominatore comune la” costruzione” di realtà più o meno verosimili, attraverso le possibilità offerte dal mezzo fotografico.

Negli incontri successivi parlerò del reportage e della fotografia documentaria (della loro tendenza ad una sempre più spiccata soggettività), e del rapporto problematico fra immagini e parole, per poi volgermi agli aspetti concretamente “narrativi” della fotografia contemporanea, ed a certe declinazioni del far fotografia, fra ritratto e performance, che talora si avvicinano fin quasi a confondersi agli ambiti dell’arte, ma anche della psicoterapia.

Queste le tappe del viaggio che propongo, chissà che fra voi non ci sia qualche inquieto viaggiatore desideroso di aggregarsi. 🙂

Un libro per Natale: “Un habitat italiano”

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© Fulvio Bortolozzo. Corso Torino, da “Un habitat italiano”, 2008-2010

Si avvicina il Natale e, per gli appassionati, l’occasione di farsi un regalo fotografico, che magari solitamente non si concederebbero. Così ho immaginato che questo post potesse esser d’aiuto a qualcuno ancora incerto e confuso fra le tante opportunità, che si possono attualmente reperire in libreria. Il libro di cui vi parlo oggi, però,  – è utile saperlo da subito – potrà essere vostro solo ordinandolo online su Blurb, dove si può sfogliare anche una sua parziale anteprima (clicca sul link!).

In 120 pagine e 70 fotografie a colori, il suo autore, Fulvio Bortolozzo, vi accompagnerà in una ricognizione di un particolare paesaggio antropizzato, degna della migliore fotografia contemporanea; alla scoperta di luoghi, che siamo portati a credere anonimi, e  sui quali  raramente il nostro sguardo si sofferma curioso, sempre distratto com’è da quegli  stereotipi  della rappresentazione, che propongono l’eccezionalità e la spettacolarità come unici valori estetici possibili, da ricercare compulsivamente.

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© Fulvio Bortolozzo. Corso Cervi, da “Un habitat italiano”, 2008-2010

Nel titolo, “Un habitat italiano”, c’è la chiave di lettura di questo pensoso incontro fra l’autore  e Grugliasco, piccola città operaia nei dintorni della Torino. Da definizione tratta dal dizionario Garzanti della lingua italiana, infatti, Bortolozzo cita nel testo introduttivo che “per habitat si intende il complesso delle condizioni ambientali, delle strutture e dei servizi che caratterizzano un’area di insediamento umano; nella sua accezione figurata, lo stesso termine può anche essere usato per definire un ambiente congeniale all’indole, alle abitudini di qualcuno”.

Per meglio comprendere, dunque, lo spirito che anima questo progetto di ricerca e di osservazione critica di un territorio in via di deindustrializzazione, ci viene suggerito di non guardare solo all’accezione oggettiva del termine habitat, ma di considerare, e scoprire, nella compostezza formale delle immagini presentate anche quella dimensione soggettiva, emotiva ed empatica, che si direbbe attenere alla citata “congenialità” di un ambiente.

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© Fulvio Bortolozzo. Borgo Nuovo, da “Un habitat italiano”, 2008-2010

Ci guidano, a tale scopo, i testi didascalici che affiancano le immagini, nei quali Fulvio Bortolozzo ci racconta il procedere del suo lavoro; riferendo sensazioni e riflessioni, così come sono scaturiti dalle sue flâneries; dandoci il pieno senso di un fare – quello fotografico – che, similmente a quello della performance artistica,  trae alimento continuo dalla propria processualità, fatta di “riflessioni ed osservazioni, prolungate nel tempo e nello spazio dalle tracce visive che si lasciano dietro”. Fotografie, dunque, come tracce concrete – frutto di un’emanazione luminosa captata da un materiale fotosensibile –  prodotto finale di un processo concettuale.

In linea con la cosiddetta “Scuola di Düsseldorf”,  nella quale questa ricerca pare trovare diverse ispirazioni, Fulvio Bortolozzo si sofferma con occhio neutrale sull’aspetto sociale dei cambiamenti all’interno di un habitat ormai in costante mutazione, indagando nel contempo sugli aspetti – per nulla secondari – della visione e della rappresentazione, forse non soltanto con l’intento di dare un ordine intelligibile alla realtà quanto con quello di dare nuovi input alla nostra capacità di guardare oltre le sovrastrutture retoriche di molta fotografia attuale, per restituirci anche una possibilità d’immaginare per il territorio italiano, nel suo complesso, un futuro diverso, più confacente alle vere esigenze dei suoi abitanti.

A Torino il primo appuntamento con Confini

© Franco Borrelli

Confini, la rassegna fotografica italiana che ha per filo conduttore la fotografia al confine in termini di linguaggio o di tecnica importati da altri media, inizia quest’anno a Torino il proprio ciclo espositivo, per concludersi, dopo 8 mesi, a Trieste.

La nona edizione di questa rassegna annuale, ideata e organizzata da PhotoGallery di Firenze e MassenzioArte di Roma, presenta cinque autori che intervengono sul Continua a leggere A Torino il primo appuntamento con Confini

LENS BASED ART SHOW

A Torino nel mese di novembre esordisce quest’anno quello che ci auguriamo diventi un nuovo appuntamento con la fotografia contemporanea. Così com’è progettato, con la sua varietà di proposte, dibattiti e letture di portfolio gratuite, promette di essere un evento di punta per le arti visive fondate sulle tecniche fotografiche.

Eccone il comunicato stampa con tutti i link d’interesse per gli appassionati.

ARTISTI ED ESPERTI SI INCONTRANO PER LA PRIMA EDIZIONE
DEL CONCORSO DI FOTOGRAFIA CONTEMPORANEA DELL’OSSERVATORIO GUALINO

Il Lens Based Art Show è una manifestazione culturale ideata e realizzata dall’Osservatorio Gualino di Torino per promuovere l’eccellenza delle forme d’arte contemporanea basate in tutto o in parte sulla tecnica fotografica.

© Gerardo Di Fonzo. "Radice Quadra"

L’evento principale del Lens Based Art Show consiste in una grande mostra collettiva di 40 artisti, dell’età media di circa trent’anni, provenienti dalla ricerca come dal fotogiornalismo e rigorosamente selezionati da una giuria altamente qualificata. La mostra è allestita a Torino dal 6 al 30 novembre 2010 negli spazi della prestigiosa Villa Gualino. Durante i primi tre fine settimana del mese di esposizione si succedono incontri, dibattiti e letture di portfolio a cura di autorevoli esperti del settore.

Le opere in mostra spaziano dalla ricerca formale realizzata con tecniche fotografiche tradizionali o digitali dell’ultima generazione, fino alle immagini in puro stile documentario, passando per l’uso di vere e proprie performance attoriali e allestimenti scenografici. Predomina il colore, spesso alterato dalle sapienti manipolazioni degli artisti. Le dimensioni di stampa partono dai formati classici della fotografia (40×50 cm e simili) arrivando fino agli attuali formati giganti e ad installazioni di svariati metri lineari.

I vari incontri e presentazioni in programma affrontano il tema della fotografia come forma espressiva della ricerca artistica contemporanea, dalle gallerie al web, nei suoi vari aspetti sociali, storici, estetici con riferimento anche ad altri ambiti artistici ed economici.
http://www.lensbasedartshow.net/events.html

Durante lo svolgimento della manifestazione alcuni degli esperti presenti si renderanno disponibili su prenotazione per l’analisi di portfolio fotografici e progetti artistici.
http://www.lensbasedartshow.net/experts.html

© Matilde Soligno. "Archaiologia"

Il momento culminante della manifestazione sarà rappresentato dalla cerimonia del 21 novembre durante la quale verrà consegnato il Premio Camera d’Oro all’autore del progetto ritenuto di migliore qualità artistica tra tutti quelli esposti. A questo primo fondamentale riconoscimento si affiancheranno il Premio Speciale della Giuria e il Premio Opera Prima.

Inaugurazione: sabato 6 novembre 2010, dalle ore 17:30.
Dopo la cerimonia d’apertura, l’artista Francesca Tilio inviterà il pubblico femminile a prendere parte alla performance del suo progetto ME² in una piccola sala di posa attrezzata per originali ritratti con parrucca. Contemporaneamente, l’artista Sergio Gaudenti aprirà la sua mostra personale curata da Guido Folco (Italia Arte).

Gli artisti in mostra:
Baldassari, Barucchi, Belloni, Boraso, Burzigotti/Mariucci, Buscema, Cirone/Musi, Cucchi, Daniele, De Min, Di Brigida, Di Fonzo, Doldo, Dottori, Fassetta, Forti, Giobbio, Girolami, Intonti, Jeltema, Kammerer, Mariani/Merzi, Martin, Mazzesi, Milanesio, Moschetto, Parrini, Pedonesi, Pesce, Presutti, Ricca, Rulli, Salvati, Sanna, Soligno, Suffritti, Tilio, Tozzi, Tumeo, Urbini.


Evento: LENS BASED ART SHOW a cura dell’Osservatorio Gualino.
Luogo: Villa Gualino, viale Settimio Severo 63, 10133 Torino.
Periodo: dal 6 al 30 novembre 2010
Orario: dalle ore 10 alle ore 20:00, tutti i giorni; ingresso libero
Informazioni: cell. +39 348.774.7360 (Fulvio Bortolozzo)
Web: www.lensbasedartshow.netinfo@osservatoriogualino.net

performance di Francesca Tilio

sulle tendenze della fotografia contemporanea…

cover_puglisiQuesta è una piccola segnalazione di servizio…

Vi comunico che è stato pubblicato su “La Critica – rivista telematica di arte, design e nuovi media”  un mio lungo testo riguardante, appunto, quelle che sono le linee di tendenza della fotografia contemporanea.

Per leggerlo potete cliccare qui.

Spero che lo troverete interessante!