Sofia Bucci: “Oleandro”

© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014
© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014

(già pubblicata su Fotografia 3.0 -immagini per il benessere e il cambiamento)

Ho incontrato Sofia Bucci a Firenze, durante il workshop “La mia storia”, che ho tenuto a febbraio per Deaphoto.
Quello che segue è un veloce scambio di battute, attraverso le quali Sofia racconta di questo suo lavoro, portato a compimento attraverso l’esperienza del workshop, e del significato che ha per lei. In fondo trovate uno slideshow d’immagini tratte da “Oleandro”.

RM.P. Come nasce la serie “Oleandro”?
S.B. Tutto inizia dal titolo “Oleandro”, un fiore meraviglioso, bellissimo, per me il più bello, ma allo stesso tempo la sua Bellezza è direttamente proporzionale al suo Veleno. Tanto bello, quanto letale. Come l’Amore.

RM. Cosa raccontano queste immagini?
S.B. E’ una ricerca. Cercano di raccontare il dolore che può provocare una rottura. E’ una ricerca sul dolore.

RM.P. Che genere di “rottura”?
S.B. Una rottura che tutti abbiamo avuto, come la fine di una storia d’amore. E l’abbattimento di tutto il palazzo d’illusioni che mi ero creata.

RM.P. Ogni foto – si dice – sia un autoritratto..In che modo, queste, ti rispecchiano?
S.B. Mi rispecchiano perché mi ri-guardano. sono la mia storia.

RM.P. In che modo sono la tua storia?
S.B. Raccontano una mia esperienza diretta, la fine di un rapporto, uno dei tanti tasselli che va a formare la storia completa.

© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014
© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014

RM.P. Le tue immagini sono pensate come tasselli? Mi colpisce il fatto che siano sempre “dettaglio”…
S.B. Sì, sono pensate a tasselli. Come il dolore si concentra in alcuni punti ben precisi, allo stesso modo la fotografia si concentra su certi dettagli.

RM.P. Dimmi della tonalità bluastra che spesso hanno.
S.B. Di solito i miei sogni hanno tonalità blu petrolio. L’ho voluta ritrasportare in fotografia. E poi l’ho scelta anche perchè una volta mi dissero: “quello che mi piacerebbe vedere dalle tue foto è il blu della pelle, non tutti riescono e sono in grado di vederlo, tu potresti farcela”.. C’ho provato!

RM.P. Che tipo di blu è quello di cui parli?
S.B. Il blu che si riesce a vedere solo in certi momenti e con certa luce.

RM.P. Come si ricollega all’oleandro? E’ un blu venefico?
S.B. Sì, assolutamente.

RM.P. E la fotografia cos’è per te?
S.B. La fotografia per me è semplicemente il modo migliore che ho per esprimermi, o almeno ci provo.

RM. .. un modo per esprimere il dolore?
S.B. Tutto ciò che sento, se sento dolore, anche quello.

RM.P. Perché hai scelto di partecipare al workshop “La mia storia”?
S.B. Perché avevo iniziato questo lavoro e volevo trovargli una direzione. E per fare una nuova esperienza, in una nuova città con nuove persone.

RM.P. E cos’è successo?
S.B. La direzione è stata trovata e ora sto percorrendo la strada, aggiungendo foto prima mancanti, che si stanno realizzando. Che sto realizzando.

© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014
© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014

“Come un gatto ho nove vite da morire. Questa è la numero tre. La prima volta successe che avevo dieci anni. Fu un incidente. Ma la seconda volta ero decisa a insistere, a non recedere assolutamente. Mi dondolavo chiusa come conchiglia. Dovettero chiamare e chiamare e staccarmi via i vermi come perle appiccicose. Morire è un’arte, come ogni altra cosa. Io lo faccio in un modo eccezionale. Io lo faccio che sembra come un inferno. Io lo faccio che sembra reale. Ammetterete che ho la vocazione”. Sylvia Plath 

Quando l’Amore inizia, quando l’Amore finisce

www.sofiabucci.com

© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014
© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014

Alla ricerca di una visione personale, in un workshop

L’esperienza recente del workshop, che ho tenuto per Deaphoto, è ancora viva nella mia mente mentre scrivo, per quanto sia ormai trascorso un po’ di tempo. E mi fa piacere dedicare questo post ai protagonisti di quel laboratorio sulle cui premesse ho scritto diffusamente qui.
Nel formulare il suo titolo, “la mia storia”, avevo pensato già di fornire un preciso indizio su come il percorso proposto fosse pensato per dare agio ai fotografi  di narrarsi in maniera del tutto personale: di mettere a fuoco, cioè, la propria storia e il proprio vissuto quotidiano non tanto nei semplici termini di “storia di ciò che mi è capitato o che mi accade”, quanto piuttosto in quelli di “storia che racconto io”, ovvero sia “mia versione/visione delle cose”.
Punto di partenza per questo viaggio sono stati alcuni scatti preesistenti, che ai fotografi è stato chiesto di portare con sé: foto ritenute significative allo scopo di dire qualcosa della loro vita (ne vedete tre qui di seguito).

© Alessandro Comandini
© Alessandro Comandini
@ Diego Cicionesi
@ Diego Cicionesi
© Sofia Bucci
© Sofia Bucci

Proporre in un workshop fotografico un approccio mutuato dalla cosiddetta “relazione d’aiuto” sembrava azzardato, poiché era lecito temere che potesse sembrare inaccettabile a dei fotografi l’idea di lavorare in una maniera tanto insolita. A cominciare dall’opzione, che  era stata data loro, di scegliere le fotografie da portare e su cui lavorare anche fra immagini personali, tratte dall’album di famiglia. Quindi non necessariamente scattate da loro.
Perciò è stata una gradita sorpresa scoprire che ben due dei partecipanti avevano scelto di portare con sé “foto di famiglia” come spunto iniziale. E che uno di loro, addirittura, abbia poi deciso addirittura di mettersi in gioco tentando la difficile e per nulla scontata strada di trattare proprio quelle immagini come materiale vivo della sua narrazione (fatta di parole e immagini), più che semplice occasione di evocazione emotiva e rilancio verso nuovi scatti.

© Giovanni Masi
© Giovanni Masi
© Giovanni Masi
© Giovanni Masi

Sicuramente una scelta originale, estranea agli stereotipi della fotografia attuale, e una concreta affermazione della propria libertà di sperimentare in ogni direzione, senza farsi bloccare dalla paura di sbagliare.
Perché poi – diciamocelo chiaramente – la fotografia contemporanea ci mostra con grande evidenza come non esistano scatti “giusti”, ma esistano solo scatti funzionali ad estrinsecare l’idea che il fotografo intende esprimere, e anche il fatto che spesso si arriva ad un prodotto “finito e valido” attraverso un percorso tortuoso.
Ognuna delle scelte espressive messe in atto dai partecipanti si è rivelata profondamente personale, ed in varia misura sperimentale per quanto attiene ai rispettivi percorsi.
Ognuno di loro ha accettato di buon grado l’opportunità di fare, per così dire, un passo di fianco per guardare il proprio modo di fare fotografia  (e forse la propria stessa realtà?) da una diversa prospettiva.

© Alessandro Comandini
© Alessandro Comandini
© Alessandro Comandini
© Alessandro Comandini

Del resto era proprio questo l’obbiettivo del laboratorio: elicitare in loro la libertà di esprimere il proprio “occhio fotografico”. Oltre a sollecitare l’osservazione e la narrazione della quotidianità, che peraltro è tema alquanto complesso. Vuoi perché la nostra osservazione, assopita dalla routine quotidiana, cessa di notare quel che ci circonda e di trovarvi spunti di rilievo. Vuoi perché implica un riconoscimento di come percepiamo il nostro ambiente e una rappresentazione di come ci figuriamo il mondo, ma anche di quella che è la nostra modalità di interagire con l’ambiente circostante.

diary
© Sofia Bucci
© Sofia Bucci
© Sofia Bucci

Il compito era quello di tralasciare le consuetudini proprie, e soprattutto quelle acquisite in ossequio a un unico modo di vedere e di mostrare il mondo attraverso i propri scatti.  Per scoprire in questo racconto di sé l’originalità del proprio “io narrante”.

Immagino sia difficile cogliere l’entità dei risultati ottenuti attraverso le poche immagini che questo post può ospitare, ma – credetemi – io stessa sono rimasta sorpresa. E poco importa se le “storie” che mi sono state presentate siano un punto di partenza o punto di approdo. Quello che conta è la possibilità di cambiamento che questi fotografi si sono concessi di sperimentare, perché tutto cambia continuamente ed è assurdo rimanere ancorati a vaghe prescrizioni nel fotografare.
Anche perché quella che mostriamo nelle nostre fotografie è la nostra visione personale e in nome di cosa dovremmo privarci da soli della libertà di esprimerla?

Ringrazio Sofia Bucci, Diego Cicionesi, Alessandro Comandini, Giovanni De Leo e Giovanni Masi per aver accettato di scommettere sulla creatività e sul cambiamento. 🙂

© Diego Cicionesi
© Diego Cicionesi
© Diego Cicionesi
© Diego Cicionesi

Uno strumento per imparare a guardare e per raccontarsi

Il quarto capitolo di Una visione personale della realtà. Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”, parla di quale formidabile strumento possa essere la fotografia per confrontarsi con la propria visione della realtà allo scopo di elaborare una narrazione di se stessi e della propria vita.

triploself
© Rosa Maria Puglisi

LA FOTOGRAFIA COME STRUMENTO PER IMPARARE A GUARDARE E PER NARRARSI

La fotografia trova la sua applicazione nel campo della terapia psicologica in molte forme e per venire incontro a varie esigenze.

In generale, si può dire che essa si presta a intervenire su “quei disturbi dello sguardo di cui la società contemporanea sembra soffrire (il guardare senza vedere, il guardare senza meravigliarsi, il non guardare affatto, il guardare sapendo già in anticipo che cosa si deve vedere, etc.) che fanno sì che pur vivendo in una civiltà sovraffollata di immagini, tutti noi guardiamo sempre più, ma vediamo sempre… Clicca qui per continuare a leggere

Realtà e immagini

Il terzo capitolo di Una visione personale della realtà. Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”, entra più nello specifico di quella che è la nostra percezione del reale e parla dell’impatto che la fotografia può avere sul nostro modo di vedere il mondo.

© Rosa Maria Puglisi
© Rosa Maria Puglisi

REALTÀ E IMMAGINI DELLA REALTÀ.

Come si è detto, la realtà di ciò che ci circonda non può essere colta nella sua oggettività. E se, da un lato,ciò che siamo e come agiamo dipende in larga misura dall’esperienza che di essa facciamo, dall’altro proprio quello che ci appare essere il “nostro mondo” non è che frutto dei nostri sensi e del nostro intelletto.

Per questo Fritz Perls, uno dei padri della Gestalt Therapy, teorizza una centralità dell’esperienza del soggetto: l’importanza del suo punto di vista di percipiente, il quale attivamente costruisce la realtà, appunto interagendovi attraverso il suo contatto con l’ambiente. 

Clicca qui per continuare a leggere

Fotografia e relazione d’aiuto

Come preannunciato nel precedente post, ecco il secondo capitolo di Una visione personale della realtà. Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”.

© Rosa Maria Puglisi

FOTOGRAFIA E RELAZIONE D’AIUTO

In questo capitolo iniziale vorrei spiegare a partire da quali principi la fotografia trova una proficua applicazione nell’ambito della relazione d’aiuto e come, attraverso il suo ausilio, sia possibile attivare nelle persone risorse che portano al benessere, alla crescita personale e al cambiamento positivo.

Per capire come la fotografia si presti a tali scopi, sarà utile far luce su alcune sue caratteristiche costitutive.
[Clicca qui per continuare la lettura]

 

“La mia storia”

Ciò che segue è frutto di un anno di studi, durante il quale ho frequentato un Master, sui mediatori artistici nella relazione d’aiuto diretto da Oliviero Rossi, cercando nuovi spunti per ampliare ulteriormente la mia già lunga e variegata esperienza in fotografia; approfondendo una particolare declinazione delle Arti (inclusa la fotografia) e un efficace uso delle stesse attraverso tecniche di derivazione gestaltica.

Immaginando che qualcuno possa essere interessato a capirci qualcosa di più pubblicherò (in una serie di post di cui questo è il primo) la mia tesina del Master. Scrivendola ho pensato proprio a quelli che credo siano i miei più tipici lettori, persone che non sono a digiuno di quel che riguarda la complessità di un discorso fotografico. E tuttavia credo – e spero! – di essere il più possibile divulgativa.

Ma prima di farvi addentrare nella lettura che segue, quella della “premessa”, mi fa particolarmente piacere proporre a quanti siano interessati qualcosa di più concreto. Il testo che via via in questi giorni vi proporrò ne parlerà: si tratta di un workshop, che si terrà presto a Firenze, nel quale l’esperienza maturata nel mio passato di docente si avvarrà di quanto ho acquisito ultimamente e sarò lieta di condividere con i partecipanti.
Chi vuol saperne di più clicchi qui: info workshop.

Depliant del workshop "La mia storia" (photo: Rosa Maria Puglisi)

Chissà che non possa essere l’occasione per incontrare qualcuno di voi. Comunque sia, buona lettura!

.

Una visione personale della realtà
Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”

PREMESSA

Mi occupo di fotografia da oltre vent’anni e, nel corso di questi anni, ho esplorato in vario modo le sue potenzialità espressive e le sue implicazioni teoriche.
Dal momento che l’ho sempre considerata alla stregua di un linguaggio, ne ho dapprima appreso quelle che potremmo chiamare la sua grammatica e la sua sintassi, per dedicarmi solo successivamente alla riflessione critica sulle sue espressioni artistiche e al suo insegnamento.
Imparate le nozioni tecniche e presa coscienza della concreta possibilità di dar forma, attraverso il potere evocativo della fotografia, a ciò che sentivo di dire, immaginavo come mio scopo principale la costruzione di un futuro professionale nell’ambito della fotografia commerciale, e non riuscivo a vedere quello che, in realtà, era il vero significato che allora aveva, per me, dire “sono una fotografa”.
Per quanto non faticassi a capire che non era semplicemente un “fare la fotografa”, per garantirmi una sussistenza, ma che aveva piuttosto molto a che vedere con il mio senso d’identità e con la possibilità di dare un senso a ciò che vedevo e sentivo del mondo circostante.
Successivamente però le circostanze, o magari solo l’idea di seguire certe opportunità che il Caso pareva suggerirmi, mi hanno portata ad approfondire gli aspetti più teorici del fotografico, il suo statuto di medium e le sue caratteristiche peculiari all’interno di un più ampio discorso semiologico ed artistico.
Per anni ho scritto di fotografia, e sono passata dalla sua pratica al suo insegnamento. E col tempo ho sviluppato, nei confronti di quello che per me era sempre stato un mezzo piuttosto istintivo, immediato (e soddisfacente) che mi consentiva di “parlare per immagini”, un atteggiamento interpretativo consapevole che, se da una parte mi era indispensabile nel nuovo ruolo professionale di critico fotografico che col tempo mi si era cucito addosso (quasi senza che me ne accorgessi), dall’altra a poco poco ha sortito in me l’effetto di soffocare ogni spontaneità e, di conseguenza, ogni possibilità di espressione, presa com’ero dalla “necessità” di far rientrare ogni cosa sotto il controllo delle mie “categorie intellettuali”.
Come risultato di un simile processo, di allontanamento dalle intime ragioni, ho potuto sperimentare in me una perdita della mia “identità di fotografa” e con essa l’incapacità di sentire il mio modo personale di fotografare. Conseguenza inevitabile l’insoddisfazione perenne di fronte ai miei scatti, che – a mio modo di vedere – “non erano più fotografia”. Al punto da dire che non fotografavo più, pur scattando in verità – complice l’uso della tecnologia digitale – molto più di prima. Da questo stato di cose è derivata una profonda crisi, che non può certo esser materia di questa premessa e, nondimeno, mi riporta a questa tesina.
E’ grazie a quella crisi, infatti, che sono giunta a considerare un’ulteriore modalità della fotografia: quella del suo utilizzo come strumento di potenziamento delle risorse personali, di sostegno al proprio benessere e di crescita.
Lo stesso progetto di cui tratterò qui, inoltre, è per me ricollegabile alla mia personale esperienza di irrigidimento cognitivo fino al blocco, dovuto fondamentalmente alla percezione interna di una discrepanza fra il mio sentire personale e le “regole espressive” (a ben pensarci è un ossimoro!) che mi ero imposta. E il motivo, che principalmente mi spinge è il desiderio di poter essere d’aiuto a chi – forse senza neanche rendersene troppo conto – rischia la mia stessa impasse.
Argomento di questo scritto sarà, perciò, un workshop che ha come destinatari fotografi (non necessariamente professionali) o artisti che usano come medium la fotografia; ad essi vuole fornire strumenti atti ad incrementarne consapevolezza e crescita personale, tramite tecniche afferenti alla relazione d’aiuto.
In particolare, il suo percorso è stato pensato per cercare di promuovere spontaneità, libertà di espressione individuale e assunzione di responsabilità per le proprie scelte creative, ma anche per scardinare quella cieca osservanza ai dettami tecnico-estetici, che potrebbe limitare una disponibilità a misurarsi con punti di vista eclettici e difformi dall’accettazione di comodi stereotipi.
Poiché il percorso da me pensato affronta come tema principale quello del vissuto quotidiano (il workshop propone, cioè, la costruzione di un diario esperienziale personale per immagini fotografiche), come vedremo in seguito, di fatto si potrebbe adattare altrettanto bene ad un’utenza diversa da quella a cui ho pensato di primo acchito di proporlo, facendomi forte del ruolo di docente di fotografia che mi viene attualmente riconosciuto.
Nelle pagine che seguiranno cercherò di render conto del ruolo che la fotografia può avere come mediatore artistico nell’ambito della relazione di aiuto, della sua funzione terapeutica, ma anche e soprattutto delle sue potenzialità all’interno di un percorso di empowerment individuale, quale dovrebbe appunto essere l’attuazione del progetto di questo workshop per i miei clienti, e anche per me stessa.
Cercherò di spiegare quale sia, all’interno della relazione d’aiuto, un uso del mezzo fotografico che può confarsi al mio progetto, e come quest’ultimo possa poi offrire un’occasione di confronto con se stessi e con la propria vita. Parlerò delle possibilità che il mediatore fotografia offre allo scopo di sviluppare una narrazione autobiografica, e anche dell’impatto che essa può avere in vista di una ri-costruzione del proprio vissuto quotidiano e di una revisione del proprio copione di vita. E naturalmente illustrerò la maniera in cui intendo operare.