Ho qualcosa di personale da dirvi…

selfInnanzi tutto, vorrei salutare tutti i miei lettori!
Questo insolito post nasce dalla voglia di rendervi partecipi di questa riflessione.

Sono lieta di aver festeggiato ieri il settimo compleanno dello Specchio Incerto inaugurando il mio workshop sul “diario fotografico esperienziale” a Firenze (vedi post del 13 gennaio); e di essere ancora qui con voi, dopo sette anni, e lo sono ancor di più perché – attraverso l’interesse che ho maturato per certi territori ancora non troppo frequentati della fotografia – mi auguro di poter contribuire a fornirvi nuovi spunti.
Possibilità che ieri ho potuto concretamente toccare con mano nel vedere la risposta di chi ieri ha seguito il laboratorio da me proposto. I sorrisi sui loro volti non hanno prezzo per me!

Sette anni sono tanti per un blog, e qualcuno mi ha suggerito che è forse il più longevo fra quelli italiani che parlano di fotografia. Sinceramente non credo, certo è che è stato fra i primi e che – sia pure con fatica – è giunto qui attraverso tante vicissitudini, grazie anche al fatto che mi avete sempre fatto sentire la vostra presenza, anche in momenti in cui forze e motivazioni, per una serie di ragioni (anche legate alla salute), mi stavano mancando.

Questo post, dunque, nasce dall’esigenza di esprimervi la mia gratitudine per avermi accompagnata attraverso questo percorso, che chissà quanto durerà ancora, e chissà dove ci porterà (questo fa parte – ed è il bello – dell’imprevedibilità della vita).

Grazie di cuore per l’interesse e la costanza con cui mi seguite,  e per i graditi feedback che spesso non mancate di farmi arrivare anche in privato!

Uno strumento per imparare a guardare e per raccontarsi

Il quarto capitolo di Una visione personale della realtà. Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”, parla di quale formidabile strumento possa essere la fotografia per confrontarsi con la propria visione della realtà allo scopo di elaborare una narrazione di se stessi e della propria vita.

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© Rosa Maria Puglisi

LA FOTOGRAFIA COME STRUMENTO PER IMPARARE A GUARDARE E PER NARRARSI

La fotografia trova la sua applicazione nel campo della terapia psicologica in molte forme e per venire incontro a varie esigenze.

In generale, si può dire che essa si presta a intervenire su “quei disturbi dello sguardo di cui la società contemporanea sembra soffrire (il guardare senza vedere, il guardare senza meravigliarsi, il non guardare affatto, il guardare sapendo già in anticipo che cosa si deve vedere, etc.) che fanno sì che pur vivendo in una civiltà sovraffollata di immagini, tutti noi guardiamo sempre più, ma vediamo sempre… Clicca qui per continuare a leggere

Realtà e immagini

Il terzo capitolo di Una visione personale della realtà. Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”, entra più nello specifico di quella che è la nostra percezione del reale e parla dell’impatto che la fotografia può avere sul nostro modo di vedere il mondo.

© Rosa Maria Puglisi
© Rosa Maria Puglisi

REALTÀ E IMMAGINI DELLA REALTÀ.

Come si è detto, la realtà di ciò che ci circonda non può essere colta nella sua oggettività. E se, da un lato,ciò che siamo e come agiamo dipende in larga misura dall’esperienza che di essa facciamo, dall’altro proprio quello che ci appare essere il “nostro mondo” non è che frutto dei nostri sensi e del nostro intelletto.

Per questo Fritz Perls, uno dei padri della Gestalt Therapy, teorizza una centralità dell’esperienza del soggetto: l’importanza del suo punto di vista di percipiente, il quale attivamente costruisce la realtà, appunto interagendovi attraverso il suo contatto con l’ambiente. 

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Fotografia e relazione d’aiuto

Come preannunciato nel precedente post, ecco il secondo capitolo di Una visione personale della realtà. Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”.

© Rosa Maria Puglisi

FOTOGRAFIA E RELAZIONE D’AIUTO

In questo capitolo iniziale vorrei spiegare a partire da quali principi la fotografia trova una proficua applicazione nell’ambito della relazione d’aiuto e come, attraverso il suo ausilio, sia possibile attivare nelle persone risorse che portano al benessere, alla crescita personale e al cambiamento positivo.

Per capire come la fotografia si presti a tali scopi, sarà utile far luce su alcune sue caratteristiche costitutive.
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“La mia storia”

Ciò che segue è frutto di un anno di studi, durante il quale ho frequentato un Master, sui mediatori artistici nella relazione d’aiuto diretto da Oliviero Rossi, cercando nuovi spunti per ampliare ulteriormente la mia già lunga e variegata esperienza in fotografia; approfondendo una particolare declinazione delle Arti (inclusa la fotografia) e un efficace uso delle stesse attraverso tecniche di derivazione gestaltica.

Immaginando che qualcuno possa essere interessato a capirci qualcosa di più pubblicherò (in una serie di post di cui questo è il primo) la mia tesina del Master. Scrivendola ho pensato proprio a quelli che credo siano i miei più tipici lettori, persone che non sono a digiuno di quel che riguarda la complessità di un discorso fotografico. E tuttavia credo – e spero! – di essere il più possibile divulgativa.

Ma prima di farvi addentrare nella lettura che segue, quella della “premessa”, mi fa particolarmente piacere proporre a quanti siano interessati qualcosa di più concreto. Il testo che via via in questi giorni vi proporrò ne parlerà: si tratta di un workshop, che si terrà presto a Firenze, nel quale l’esperienza maturata nel mio passato di docente si avvarrà di quanto ho acquisito ultimamente e sarò lieta di condividere con i partecipanti.
Chi vuol saperne di più clicchi qui: info workshop.

Depliant del workshop "La mia storia" (photo: Rosa Maria Puglisi)

Chissà che non possa essere l’occasione per incontrare qualcuno di voi. Comunque sia, buona lettura!

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Una visione personale della realtà
Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”

PREMESSA

Mi occupo di fotografia da oltre vent’anni e, nel corso di questi anni, ho esplorato in vario modo le sue potenzialità espressive e le sue implicazioni teoriche.
Dal momento che l’ho sempre considerata alla stregua di un linguaggio, ne ho dapprima appreso quelle che potremmo chiamare la sua grammatica e la sua sintassi, per dedicarmi solo successivamente alla riflessione critica sulle sue espressioni artistiche e al suo insegnamento.
Imparate le nozioni tecniche e presa coscienza della concreta possibilità di dar forma, attraverso il potere evocativo della fotografia, a ciò che sentivo di dire, immaginavo come mio scopo principale la costruzione di un futuro professionale nell’ambito della fotografia commerciale, e non riuscivo a vedere quello che, in realtà, era il vero significato che allora aveva, per me, dire “sono una fotografa”.
Per quanto non faticassi a capire che non era semplicemente un “fare la fotografa”, per garantirmi una sussistenza, ma che aveva piuttosto molto a che vedere con il mio senso d’identità e con la possibilità di dare un senso a ciò che vedevo e sentivo del mondo circostante.
Successivamente però le circostanze, o magari solo l’idea di seguire certe opportunità che il Caso pareva suggerirmi, mi hanno portata ad approfondire gli aspetti più teorici del fotografico, il suo statuto di medium e le sue caratteristiche peculiari all’interno di un più ampio discorso semiologico ed artistico.
Per anni ho scritto di fotografia, e sono passata dalla sua pratica al suo insegnamento. E col tempo ho sviluppato, nei confronti di quello che per me era sempre stato un mezzo piuttosto istintivo, immediato (e soddisfacente) che mi consentiva di “parlare per immagini”, un atteggiamento interpretativo consapevole che, se da una parte mi era indispensabile nel nuovo ruolo professionale di critico fotografico che col tempo mi si era cucito addosso (quasi senza che me ne accorgessi), dall’altra a poco poco ha sortito in me l’effetto di soffocare ogni spontaneità e, di conseguenza, ogni possibilità di espressione, presa com’ero dalla “necessità” di far rientrare ogni cosa sotto il controllo delle mie “categorie intellettuali”.
Come risultato di un simile processo, di allontanamento dalle intime ragioni, ho potuto sperimentare in me una perdita della mia “identità di fotografa” e con essa l’incapacità di sentire il mio modo personale di fotografare. Conseguenza inevitabile l’insoddisfazione perenne di fronte ai miei scatti, che – a mio modo di vedere – “non erano più fotografia”. Al punto da dire che non fotografavo più, pur scattando in verità – complice l’uso della tecnologia digitale – molto più di prima. Da questo stato di cose è derivata una profonda crisi, che non può certo esser materia di questa premessa e, nondimeno, mi riporta a questa tesina.
E’ grazie a quella crisi, infatti, che sono giunta a considerare un’ulteriore modalità della fotografia: quella del suo utilizzo come strumento di potenziamento delle risorse personali, di sostegno al proprio benessere e di crescita.
Lo stesso progetto di cui tratterò qui, inoltre, è per me ricollegabile alla mia personale esperienza di irrigidimento cognitivo fino al blocco, dovuto fondamentalmente alla percezione interna di una discrepanza fra il mio sentire personale e le “regole espressive” (a ben pensarci è un ossimoro!) che mi ero imposta. E il motivo, che principalmente mi spinge è il desiderio di poter essere d’aiuto a chi – forse senza neanche rendersene troppo conto – rischia la mia stessa impasse.
Argomento di questo scritto sarà, perciò, un workshop che ha come destinatari fotografi (non necessariamente professionali) o artisti che usano come medium la fotografia; ad essi vuole fornire strumenti atti ad incrementarne consapevolezza e crescita personale, tramite tecniche afferenti alla relazione d’aiuto.
In particolare, il suo percorso è stato pensato per cercare di promuovere spontaneità, libertà di espressione individuale e assunzione di responsabilità per le proprie scelte creative, ma anche per scardinare quella cieca osservanza ai dettami tecnico-estetici, che potrebbe limitare una disponibilità a misurarsi con punti di vista eclettici e difformi dall’accettazione di comodi stereotipi.
Poiché il percorso da me pensato affronta come tema principale quello del vissuto quotidiano (il workshop propone, cioè, la costruzione di un diario esperienziale personale per immagini fotografiche), come vedremo in seguito, di fatto si potrebbe adattare altrettanto bene ad un’utenza diversa da quella a cui ho pensato di primo acchito di proporlo, facendomi forte del ruolo di docente di fotografia che mi viene attualmente riconosciuto.
Nelle pagine che seguiranno cercherò di render conto del ruolo che la fotografia può avere come mediatore artistico nell’ambito della relazione di aiuto, della sua funzione terapeutica, ma anche e soprattutto delle sue potenzialità all’interno di un percorso di empowerment individuale, quale dovrebbe appunto essere l’attuazione del progetto di questo workshop per i miei clienti, e anche per me stessa.
Cercherò di spiegare quale sia, all’interno della relazione d’aiuto, un uso del mezzo fotografico che può confarsi al mio progetto, e come quest’ultimo possa poi offrire un’occasione di confronto con se stessi e con la propria vita. Parlerò delle possibilità che il mediatore fotografia offre allo scopo di sviluppare una narrazione autobiografica, e anche dell’impatto che essa può avere in vista di una ri-costruzione del proprio vissuto quotidiano e di una revisione del proprio copione di vita. E naturalmente illustrerò la maniera in cui intendo operare.

Nel mondo di Ottavia Hiddenart

“Ho vissuto un’esistenza quasi trasparente, tra il 1903 e il 1983. Non sono stata coraggiosa e non ho fatto quello che avrei voluto, non sono riuscita a separarmi da mia madre né dalla casa in cui vivevo. Non mi sono sposata, non ho avuto figli e la mia famiglia si è estinta. Avrei voluto essere un’artista, lavoravo nel segreto della mia mente senza mai realizzare le mie opere. Ora, a trent’anni dalla morte, mi viene data una seconda possibilità da chi si è trovato in mano le mie fotografie, unica eredità della mia esistenza. Si perde facilmente la memoria delle persone che sono state, con la mia arte lotto contro questo: voglio riportare in vita volti rimasti senza una storia.”

Con queste parole si presenta  Ottavia Hiddenart, misterioso personaggio nato dall’incontro immaginario di due esistenze, l’una presente e reale, l’altra avvolta nei misteri di un passato di cui non restano che immagini fotografiche in bianco e nero.
E’ proprio da questi scatti che nasce l’idea di “una collaborazione”, che si nutre di affinità, di risonanze emotive, di fantasia: una collaborazione che  nei personaggi e negli scenari dell’album di famiglia di Ottavia trova i materiali e gli spunti per nutrire e rendere palese l’immaginario di un’altra donna, una nostra contemporanea, che finalmente è coraggiosa abbastanza da poter parlare di sé come di un’artista. Insieme ad Ottavia, nei panni di Ottavia.

Al Perugia Social Photo Fest – che apre i battenti domani – le sue opere saranno presenti in una mostra intitolata “I am now brave enough to call my self an artist”.  Cogliendo questa occasione ho pensato di farvi cosa gradita proponendovi la conversazione che segue.

Buongiorno Ottavia! Cosa rappresenta l’arte nella tua vita?

L’arte è importantissima per me, vi ci metto tutto ciò che non vedo, non conosco, le persone di cui sento parlare, i luoghi in cui non vado, è anche ciò che non posso dire.

E’ un luogo forse un po’ onirico, mio personale nascondiglio, dove i pensieri si trasformano in immagine.

Uso colori, forme e ironie per raccontare storie inventate, fino ad ora solo per me stessa, ma finalmente, da poco, ho iniziato ad espormi, e ciò che era solo materiale astratto, ha assunto una forma concreta.

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Che ruolo ha avuto la fotografia nella tua esistenza?

La fotografia ha sempre avuto una grande importanza per me. Mio padre ne era appassionato e io da piccola lo guardavo incuriosita; lui ci metteva in posa, quando la luce o la situazione gli piaceva e scattava quelli che possono essere considerati dei classici ritratti familiari. Sempre d’estate, quando la luce era buona e la vacanza gli dava il tempo; sempre in campagna e mai in città; perché è la campagna il luogo dello svago, del tempo libero e della riunione familiare.

Non faceva mai foto nei momenti di routine, ma neanche in quei momenti dove te lo saresti aspettato: mai a natale, mai per i compleanni, mai per comunioni o celebrazioni varie. A lui piaceva fotografare momenti di silenzio e comunione familiare. Ed è così che io appaio oggi in fotografia.

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Non ho lasciato al mondo delle prove tangibili, la fotografia è l’unica traccia della mia esistenza. Non ho costruito nulla e non ho avuto figli a cui tramettere i miei geni e il mio ricordo. Ho solo aiutato in casa e fatto beneficenza. Ho cucito, cucinato e letto tanti libri. Poi me ne sono andata, in modo silenzioso, esattamente come sono stata al mondo.

La fotografia per te costituisce, dunque, una traccia della tua esistenza…

E’ grazie alla fotografia che qualcuno ha scoperto che sono esistita. Qualcuno ha trovato tutta la mia vita in una scatola, ha messo in ordine le mie fotografie e mi ha ridato un nome, forse anche una seconda chance.

Spesso, dopo un po’ di tempo , delle persone che muoiono non rimangono che le foto… Quante vite sono state dimenticate e quel che rimane è una fotografia; rimane un momento, un’espressione di cui non si sa più nulla se non quello che la foto descrive.

E’ come una prova dell’esserci stati…

Questo mi affascina della fotografia, come dice Roland Barthes, la foto prova che quel momento li è veramente stato, che quel volto ha vissuto: la fotografia prova l’esistenza di qualcuno.

Ma forse è anche uno strumento in grado di “rimescolare le carte” di un’esistenza?

Chi ha trovato le mie foto, e con esse tutte le foto delle persone con cui condividevo l’esistenza, mi ha proposto un’interessante collaborazione: io racconto storie, lei le mette su carta fotografica. In questo modo lei mi ridà la possibilità di essere quell’artista che non ho avuto il coraggio o l’opportunità di essere in passato. E se per rimescolare le carte intendi un uso selvaggio di fantasia, si, c’è anche quello.

Chi è questa persona e come mai ha deciso di darti questa nuova chance d’esistenza?

È una persona che, come me, fa fatica a definirsi artista, che fa fatica ad esporsi, che per motivi familiari, sociali o lavorativi, ha deciso che le piace rimanere in incognito… e trovandosi per caso le mie foto in mano, ha deciso di utilizzarmi come maschera, come strumento per esprimersi. C’è una sintonia, un incastro nelle nostre vite che ci permette di collaborare, di dare l’una all’altra ciò di cui abbiamo bisogno. Entrambe, insieme, troviamo il coraggio di esporci, nella creazione di opere d’arte a 4 mani.

C’è, fra le tue immagini, una che ti somiglia più delle altre?

E’ una domanda difficile… un’immagine che somiglia a chi? A me Ottavia o a chi mi tiene viva?

Per immagine intendi una foto della mia vita in cui mi riconosco oppure uno dei miei collage?

A te la facoltà di scegliere come vuoi interpretare la domanda…

C’è una foto tessera di quando avevo quindici anni circa, dove indosso un cappello a falda larga e ho un sorriso triste; ecco, quella forse è la foto dove le fisionomie di entrambe noi, artiste in gioco, si incontrano di più. 

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Ce n’è anche una di quando ero più piccola, seduta su una seggiola di vimini con la mia bambola: anche li vedo somiglianza. Ma purtroppo è la foto melanconica dell’adolescenza quella in cui più ci vediamo, entrambe, contemporaneamente.

Per quanto riguarda i collage, “Margherita in the 60” è la donna che avrei voluto essere: quella che riesce ad essere artista, che è bella ed elegante, ha 6 figli e coraggio e personalità da vendere. Anche quel volto lega me e la mia amica e collaboratrice.

E noi pure siamo legate, ma più non posso dirti; la nostra storia si basa sul mistero: mistero di vite perdute, mistero di vite contemporanee, mistero di arte ed espressione. Tanti sono i motivi per cui rimaniamo un po’ così… sospese nell’ombra, mettendo fuori un piedino alla volta. La difficoltà ad esporci ci accomuna. 

© Ottavia Hiddenart. "Margherita in the 60"
© Ottavia Hiddenart. “Margherita in the 60”

Nelle tue opere spesso si notano cose che sembrano uscire dalla testa dei soggetti ritratti, perché ricorre questo elemento e come dobbiamo interpretarlo?

Sì, effettivamente, senza rendermene conto, per raccontare le mie storie ho iniziato ad utilizzare elementi vaganti che sovrappongo alla stampa fotografica, oppure che faccio uscire dalla testa dei soggetti rappresentati. Semplicemente, rappresentano i pensieri. Sono ritratti immaginari e c’è una piccola storia dietro ad ogni immagine che, se non si deduce, è scritta nel sottotitolo. Ma poi ognuno ci vede quello che vuole.

© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | On a japanese sunday afternoon
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | On a japanese sunday afternoon, 2011
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | Nège, bride tension, 2011
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | Nège, bride tension, 2011
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | Everyone has his own thought, 2011
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | Everyone has his own thought, 2011
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | The powder dilemma, 2013
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | The powder dilemma, 2013

Quanto questi collage ci parlano del passato e quanto del futuro?

Difficile rispondere. Vediamo un po’… Fammi ragionare, pensare ad alta voce… Se consideriamo la mia prima tranche di lavoro, i collage digitali… sono storie tratte dal passato, inventate nel presente, poi stampate, incorniciate ed esposte nel presente. Ma il nostro gioco è dire che sono stati fatti nel passato. .Per quanto riguarda il nuovo lavoro, i collage di carta con fotografie d’epoca originali… anche questi sono fatti nel presente, ma penso che rappresentino il futuro della mia/nostra produzione. E’ lì che voglio andare. Ancora non sono molto brava a gestire colla e taglierino, ma sto imparando, quindi è il futuro. Tuttavia, come nel caso dell’altro lavoro, questi collage sono ispirati al passato, vogliono riportare nel presente storie di persone passate.

Si tratta di collage che, attraverso i loro frammenti, vogliono raccontare e descrivere pensieri, atmosfere e personalità perdute.

© Ottavia Hiddenart.
© Ottavia Hiddenart.

Il Viaggio in Italia di Zoltan Nagy

“I viaggiatori tedeschi e inglesi del Grand Tour non venivano in Italia per cercare davvero l’Italia, venivano per costruirsi una cultura. Era per loro un viaggio di formazione personale, di crescita interiore. Cercavano se stessi, non noi
I grandi fotografi internazionali di oggi fanno la stessa cosa: nelle loro immagini non vediamo l’Italia, bensì l’effetto, positivo o negativo, che l’Italia ha sull’anima di chi l’Italia non ce l’ha” (Michele Smargiassi).

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Ricevo e volentieri vi inoltro la segnalazione di questa mostra, che sarà inaugurata a Cuneo il 12 Novembre (ore 18) , presso Palazzo Samone, via Amedeo Rossi 4.

Nelle più di 100 immagini  di questa mostra, dal titolo “Viaggio in Italia” si dipana, da un lato, l’Italia dell’arte e della cultura, così come era stata confezionata per l’immaginario dei viaggiatori del Grand Tour, nelle  fotografie loro destinate e prodotte dai più famosi atelier dell’Ottocento; dall’altro un’Italia solo in parte più familiare per noi.
Nelle fotografie scattate fra il 1974 ed oggi dal fotografo contemporaneo Ungherese Zoltan Nagy, infatti, c’è sì l’Italia quotidiana di questi ultimi quarant’anni, ma vista e riletta – proprio come si diceva nella sopra citata frase di Smargiassi – attraverso l’effetto che fa, per l’impatto che ha sulla fantasia di qualcuno che – malgrado i numerosi anni trascorsi ormai in Italia – continua fortunatamente a conservare intatto uno sguardo eccentrico (nel senso etimologico di “fuori dal centro”) e fresco su questa nostra Italia, che ormai fatichiamo a guardare e riconoscere.

La mostra proseguirà fino al 5 gennaio.

fast photography vs late photography?

© Rosa Maria Puglisi
© Rosa Maria Puglisi

 

Leggendo un post su Binitudini,  il blog di Sandro Bini, dal titolo “Late photography”: per una fotografia fuori dal coro, – che a partire dall’attuale trend che, complice lo sviluppo della mobile tecnology, causa una vera inondazione fotografica sul web e intasa i social network dell’ultima versione delle famigerate foto delle vacanze da condividere a tutti i costi con gli amici, parla di un ruolo da outsider che sarebbe destinato a chi “resterà fedele a una fotografia più lenta, scattata con una fotocamera e non con un cellulare o perlomeno non condivisibile e consumabile in diretta (“late photography”)” – ho trovato le riflessioni di Bini molto stimolanti, tanto da fornirmi l’idea di questo commento, che vi si aggancia e dà conto di come gli spunti di quel post hanno lavorato dentro di me.

Senza la minima intenzione di fornirvi verità o profonde intuizioni, mi limiterò ad una riflessione sulle implicazioni di quell’argomento su cui si potrebbe ulteriormente cercare un approfondimento.
A mio modo di vedere, la questione “fast photography vs late photography” cui sembra far riferimento l’articolo, potrebbe essere articolata altrimenti, approfondendone i due aspetti distinti: quello della “condivisione” di immagini personali (che non implica tanto, o implica solo in parte, l’aspetto esibizionistico di chi posta sui social network) e quello dell’approccio professionale, che sarebbe giusto potesse esprimersi secondo una pluralità di stili e intenti, non escluso quello della “fast photography”, che magari a questo punto andrebbe ridefinita e meglio indagata nelle sue potenzialità (al di là del suo aspetto “usa e getta” o magari proprio per quello).

Due aspetti distinti che, comunque, giustamente Bini fa confluire in un unico discorso, trattandosi delle due facce di una sola medaglia: l’atteggiamento nei confronti della realtà (o dovremmo dire l’approccio verso il mondo?) che negli ultimi anni è stato promosso dalla fotografia “mainstream” (quella che si fregia d’importanza per il fatto di trovar vetrine e fondi, sempre più miseri, a suo sostegno).
Da una parte, dunque, il discorso sociologico, che peraltro potrebbe – a ben guardare – arrivare a sfumare in toni ampiamente psicologici, se si comincia a mettere a fuoco il fatto che la “smart phone photography”, proprio come le care vecchie “foto delle vacanze” d’un tempo, prima ancora che moda compulsiva, non è altro che una delle espressioni possibili dell’umano bisogno di raccontarsi ed esser visti.
Dietro alla tecnologia… anzi, forse potremmo dire, dietro lo schermo protettivo della tecnologia c’è ancora l’essere umano con i suoi bisogni e le sue resistenze; l’umana voglia di essere approvati, anche a suon di illusori likes, che lasciano il tempo che trovano, e la paura di esporsi senza essere accettati).
L’altro argomento di questo discorso bicipite, invece, ci porterebbe al ruolo (ai ruoli) dei fotografi (non voglio neanche fare distinzione fra professionisti e non per non aprire un’ulteriore questione) che vivono, o almeno cercano di sbarcare il lunario, con questa sempre meno prestigiosa occupazione. Su questo fronte la parola chiave, tanto per cominciare, potrebbe essere “inflazione”. Certamente la cosiddetta fast photography favorisce un’inflazione d’immagini e anche tanta banalizzazione, ma siamo sicuri che la “late photography” sia un’alternativa?
 
Lo è se intendiamo con questo termine ciò che intendeva David Campany (riferendosi principalmente al fotoreportage giornalistico), cioè quegli scatti meditati di professionisti che preferivano giungere all’indomani delle tragedie per eseguire un lavoro”freddo” d’indagine, quasi da medico forense, alla ricerca delle prove di un dramma e dei suoi effetti, al di là di un  impatto emotivo subitaneo (schockante quanto transitorio); in quel caso la late photography ha un senso assolutamente alternativo ed un valore per me encomiabile, in quanto si rivolge alle coscienze dei fruitori, non ai suoi istinti (talora ferini, pensiamo alle riflessioni di Susan Sontag in “Davati al dolore degli altri”!), e pertanto bisognerebbe riconoscerle un ruolo di grande stimolo intellettuale, anziché paragonarla a quel mero sollecitatore emotivo, che spesso è la fotografia scattata a caldo, e con tecnologici “mezzi di fortuna”, che quotidianamente riempie la stampa.
Lo stesso si potrebbe dire (fatte le debite trasposizioni del discorso) per ambiti della fotografia diversi dal fotogiornalismo.Se, invece, l’idea di lentezza o, piuttosto, di ritardo – rispetto alla fretta/velocità e in funzione del riflettere, selezionare, operare delle scelte ponderate – diviene una mera scusa per mettersi “fuori dal coro”, sperando che questa posizione dia in qualche modo ragione e forza alle scelte fotografiche solo perché compiute lentamente e individualmente, augurandosi un riconoscimento futuro sol perché “il tempo è galantuomo”…
Beh, allora ho qualche dubbio… e mi vien da riflettere meglio sulla parola “coro”, sulle origini di questo concetto e sul ruolo – che al coro si affidava nella tragedia greca: era l’interlocutore dell’attore. Rappresentava la collettività che con il suo “senso comune” dialogava con i protagonisti delle vicende, dando loro spessore per contrasto. Insomma porsi “in relazione con”, piuttosto che “fuori dal” coro, credo potrebbe anche essere un gran vantaggio.

Luigi Ghirri. Pensare per immagini. Icone Paesaggi Architetture

Cittanova, 1985 da: Esplorazioni sulla via Emilia. Vedute nel paesaggio (1983-1986) da: Il profilo delle nuvole (1980-1992)
Luigi Ghirri, Cittanova, 1985. Da: Esplorazioni sulla via Emilia. Vedute nel paesaggio (1983-1986); da: Il profilo delle nuvole (1980-1992).
Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri

“L’Italia, come tutti sanno, è una nazione di santi, navigatori, poeti, e adesso anche di fotografi, che la percorrono in auto, a piedi, in torpedone per portarsi nei punti più adatti a osservare la «realtà». […]

Tra tutti quelli che si considerano artisti, i fotografi sono quelli che hanno meno dubbi… La fotografia è magia e se non spaventa più, come si racconta accadesse ai primitivi, è capace ancora di suscitare un senso di potenza.

La foto è la moderna versione della parabola della moltiplicazione dei pesci; con essa moltiplichiamo la realtà, ce ne impadroniamo, la coloriamo, la rendiamo simile ai quadri, impressionisti o astratti, a scelta. L’importante è che la fotografia «trasformi», abbellisca, accenda i colori, possibilmente immergendo i soggetti in un’atmosfera soffusa, carica di nostalgia e di ricordi. E se la realtà è brutale come nelle guerre, si può fare ancora qualcosa, basta riprendere i combattenti controluce o mentre si stagliano contro il cielo.

Perché per i fotografi tutto è simbolo: le cose non sono mai quello che sembrano; questo lo credete voi, ma solo perché siete degli inguaribili ingenui. […]

Luigi Ghirri, Modena, 1973. Da: Italia ai lati (1971-1979) Courtesy ©Eredi Ghirri
Luigi Ghirri, Modena, 1973. Da: Italia ai lati (1971-1979)
Courtesy ©Eredi Ghirri

Certo Ghirri ha sbagliato tutto, ha sbagliato ad interessarsi di quello che potrebbe definirsi il banale quotidiano, ha sbagliato a ricercare un’ottica adatta ai nuovi spazi invasi dall’urbanizzazione… La sua fotografia è asciutta, guarda direttamente alle cose; non allude. non ammicca, non cerca la complicità di chi guarda e l’osservatore viene lasciato con i suoi tic estetici. Ma è alla sua prima mostra dopo due anni di ricerca. Si ravvederà?”

Risalgono al dicembre 1972 queste parole, e sono stralci di un testo ben più articolato, nel quale Franco Vaccari, allo scopo di presentare il lavoro di esordio dell’amico Luigi Ghirri (in una mostra dal titolo essenziale: “Fotografie 1970-1971”), dipinge la situazione che si è venuta a determinare a causa di una incipiente massificazione della fotografia. Lo fa colorando le sue frasi di un’ironia all’apparenza leggera, che a  tratti  però trascolora in una pungente satira, forma – quest’ultima – che ben si addice ad una critica che vuole veicolare istanze etiche. Suo chiaro intento è far emergere per contrasto le caratteristiche precipue della ricerca ghirriana; una ricerca allora ai suoi primi passi, nella quale si  scorge già in potenza l’intera parabola di un percorso variegato ma sempre coerente nella sua esigenza di rinnovamento del linguaggio fotografico e di rigenerazione continua della visione stessa.

 

Luigi Ghirri, San Pietro In Vincoli, Villa Jole, 1990. Da: Paesaggio italiano (1980-1992); da: Paesaggio italiano (1980-1992) Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri

Luigi Ghirri, San Pietro In Vincoli, Villa Jole, 1990. Da: Paesaggio italiano (1980-1992); da: Paesaggio italiano (1980-1992) Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri

A  Roma dal 24 aprile al 27 ottobre 2013, nelle gallerie 2 e 2a del MAXXI sarà possibile ripercorrere le maggiori tappe dell’iter concettuale e creativo di Luigi Ghirri, attraverso la visione di oltre 300 opere originali provenienti dalla Fototeca della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia. Sono in mostra pure preziosi documenti quali menabò, libri, riviste, recensioni, che rimandano alla sua attività di editore, critico e curatore; libri d’artista, che testimoniano l’incontro e lo scambio intellettuale con gli artisti concettuali modenesi nei primi anni ‘70;  cartoline illustrate e fotografie anonime dalla sua collezione personale; e ancora una selezione di libri tratti dalla biblioteca personale di Ghirri, a far luce sui suoi riferimenti culturali; e infine le copertine dei dischi, frutto della collaborazione con musicisti come i CCCP e Lucio Dalla.

E’ il mondo di Ghirri quello che progressivamente si apre ai visitatori di questa esposizione. Attraverso le tre sezioni (Icone. Paesaggi. Architetture) si dispiega, infatti, l’attitudine dell’autore a “pensare per immagini”. Ma ancor più a “far pensare attraverso le immagini”.

Luigi Ghirri, Rifugio Grostè, 1983. Da: Paesaggio italiano (1980-1992) Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri
Luigi Ghirri, Rifugio Grostè, 1983. Da: Paesaggio italiano (1980-1992)
Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri

La cosiddetta democratizzazione della fotografia, cui abbiamo continuato ad assistere nei quarant’anni che ci separano dallo scritto di Vaccari, e che ci ha sempre di più trasformato in “un popolo di fotografi”, infatti, non ha certo invertito la diffusa tendenza – stigmatizzata  nelle parole di quella introduzione – a pensare e, di conseguenza, a vedere la realtà che ci circonda come un serbatoio di potenziali immagini pittoresche e fondamentalmente consolatorie, inevitabilmente stereotipate: oggi come allora esistono “ricette del buon fotografare”, che inducono ad “imbalsamare la realtà” attraverso situazioni prescritte, inquadrature raccomandate e postproduzioni d’obbligo. Oggi come allora il risultato di tutto questo è la formazione di una sorta di immaginario collettivo d’appendice, in cui la nostra stessa percezione della realtà finisce per cristallizzarsi, vittima degli automatismi di un guardare distratto.

L’opera di Ghirri, al contrario, è tutta percorsa da una profonda, e amorevole, attenzione verso “quello che potrebbe definirsi il banale quotidiano”; da un’instancabile, sistematica analisi del paesaggio urbano, nei suoi aspetti minori (e minimi) comunemente ritenuti scontati, ma che  – parafrasando l’Ecclesiaste – faranno affermare al fotografo di Scandiano “non c’è niente di antico sotto il sole”.

Fotografare, per Ghirri, è uno strumento di conoscenza, un modo per osservare il mondo conservando intatto una sorta di stupore   adolescenziale, e un vedere “attraverso” le cose per poter attingere nuovi significati. Per poter, infine, trovare nuove domande.

Questa sua antologica ha il sapore di un incontro proficuo alla riflessione, sia per chi non conoscendolo si avvicina all’opera del Maestro per la prima volta, sia per chi – magari conoscendone solo gli aspetti più esteriori – è portato ormai ad osservare e fotografare la realtà attraverso una sorta di precostituito filtro ghirriano.
Per tutti noi, comunque, sarà un piacere attraversare quel suo sguardo sempre profondo e capace di stupore, poco cronachistico o di mestiere,  non unicamente teso all’aspetto estetico. E sarà un importante monito questo suo consiglio:
“Credo che una delle strade possa essere quella di lavorare come se ci si trovasse in uno stato di “necessità”, in un modo che potrei definire etico… Vedere come se fosse la prima e l’ultima volta”

Rosa Maria Puglisi
[30/04/2013]

Luigi Ghirri, Marina di Ravenna, 1986. Da: Paesaggio italiano (1980-1992); da: Il profilo delle nuvole (1989) Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri
Luigi Ghirri, Marina di Ravenna, 1986. Da: Paesaggio italiano (1980-1992); da: Il profilo delle nuvole (1989)
Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri

doveroso saluto ad un poeta concreto della fotografia italiana

“Artista contemporaneo, un intellettuale civile e democratico, un uomo mite e generoso, che ha saputo costantemente coltivare il tesoro dell’amicizia e del dialogo. Ha insegnato a tutti e ha aiutato tutti, nell’arte e nella vita. Ci lascia un enorme patrimonio di lavoro, di cultura, di umanità… (vedi pagina facebook)“.

Il Museo della Fotografia Contemporanea, con queste ed altre sentite parole – da cui emerge l’importanza e la natura dell’uomo, come pure il senso di perdita, mista ad orgoglio e riconoscenza – celebra il fotografo milanese, che con sensibilità e rigore ha rappresentato la dura poesia concreta del paesaggio urbano in una chiave concettuale che a partire da richiami visivi alla Scuola di Düsseldorf giungeva sovente a far vibrare in noi corde metafisiche.  Vedi l’articolo “La Bari di Basilico“.

Una simile sorta di incomprensibile senso di sospensione, e persino di vuoto, che in questo caso va oltre il semplice coinvolgimento visuale, per diventare sensazione quasi fisica (e interrogativo, che si rinnova ad ogni inattesa perdita di un essere umano di valore)  ci ha colto ieri all’apprendere la notizia che egli non era più fra noi. Forse nelle sue stesse immagini potremo trovare il senso di una pacificazione almeno formale, che risponderà alla tentazione del rimpianto.

http://www.lastampa.it/2013/02/14/cultura/la-poesia-del-misuratore-di-spazi-5OxQ77hczpMeTpATADtGuL/pagina.html

immagine postata da "Museo della Fotografia Contemporanea" su facebook
immagine postata da “Museo della Fotografia Contemporanea” su facebook

 

“Viaggio intorno alla fotografia contemporanea”

© Sonja Braas, dalla serie "The Quiet of Dissolution", 2005-2010
© Sonja Braas, dalla serie “The Quiet of Dissolution”, 2005-2010

Ieri, 23 gennaio, si è tenuto il primo di una serie di 6 seminari sulla fotografia contemporanea, organizzati dall’associazione Prospettiva 8, che – nell’arco del 2013 – avrò l’onore di condurre presso la Sala Cittadina del III Municipio (in via Boemondo 7) a Roma.

Scusandomi per la comunicazione tardiva, qualora qualcuno di voi fosse interessato a partecipare ai prossimi incontri, vi illustrerò brevemente di che si tratta, rifacendomi per cominciare al titolo che ho scelto per l’intero ciclo di eventi: “Viaggio intorno alla fotografia contemporanea”.

Il termine “viaggio” intende proporre l’idea di uno spostamento, come vorrebbe pure suggerire i concetti di scoperta progressiva e di conoscenza determinata dall’incontro con l’altro e l’altrove, dal mettere in relazione ciò che si sa con ciò che appare nuovo; concetti, questi, talmente legati al termine “viaggio” che non a caso, per esempio, Dante collega Ulisse, inquieto viaggiatore, – e la sua “orazion picciola” intesa ad incitare i compagni a ripartire verso nuovi lidi e nuove esperienze – con il “seguir virtute e canoscenza”.
Il viaggio è qualcosa che poi ci cambia, perché cambia i nostri “punti di vista” e la nostra “prospettiva” (termini cari alla fotografia!). E il nostro sarà un “viaggio intorno”, appunto per questo: per permetterci di guardare da varie angolazioni la fotografia contemporanea.

Cercheremo di volta in volta di sottolineare alcuni aspetti, legati all’essenza del medium fotografico e alla pratica odierna della fotografia.

La scelta dell’argomento iniziale è ricaduta, per meglio inquadrare le questioni che emergono attualmente come più scottanti, sul seguente tema:  “Finzioni documentali: forme di ricostruzione del reale”. Perché funzionale come introduzione, legato com’è ai caratteri essenziali della fotografia, alla nostra illusoria percezione di poterci affidare a quello che crediamo quasi un prolungamento meccanico della vista. Come – naturalmente – è legato pure alle ulteriori questioni emerse con l’avvento della cosiddetta fotografia digitale (all’impatto sociologico di questa) e, addirittura, alle sorti stesse della fotografia, che a causa della pressione dei nuovi mezzi tecnici (dell’uso che ne facciamo) sembrerebbe ormai destinata a dissolversi nella “postfotografia“.

Questi temi sono stati toccati ieri – ma lo saranno ancora nel corso dei prossimi seminari – grazie agli spunti forniti dalla proiezione di una carrellata di immagini (e autori), che hanno come denominatore comune la” costruzione” di realtà più o meno verosimili, attraverso le possibilità offerte dal mezzo fotografico.

Negli incontri successivi parlerò del reportage e della fotografia documentaria (della loro tendenza ad una sempre più spiccata soggettività), e del rapporto problematico fra immagini e parole, per poi volgermi agli aspetti concretamente “narrativi” della fotografia contemporanea, ed a certe declinazioni del far fotografia, fra ritratto e performance, che talora si avvicinano fin quasi a confondersi agli ambiti dell’arte, ma anche della psicoterapia.

Queste le tappe del viaggio che propongo, chissà che fra voi non ci sia qualche inquieto viaggiatore desideroso di aggregarsi. 🙂

Happy Rebirth-day: all’insegna della rinascita!

21-12-2012. Approfitto di questa data “fatidica” per augurare a voi, lettori e amici, una buona fine…

… ed un miglior principio d’anno! 😉

Certamente ognuno di noi avrà i propri interrogativi e le proprie ansie riguardo al futuro, prossimo venturo (!), e tuttavia gli interrogativi sembrano fatti apposta per darci modo di riflettere sul nostro percorso, per darci l’opportunità di cambiare, e pure le ansie sono utili in vista di un loro superamento, che ci lascerà dentro il senso di una crescita e forse persino di una maggiore solidità.

MP_wellcome

Augurando a voi e a me, dunque, proprio una simile svolta positiva, legata innanzi tutto al nostro modo di “vedere” il mondo – una svolta che potrebbe, in realtà, benissimo nascere anche da un  nuovo approccio alla fotografia, all’arte, in breve a tutto ciò che  stimoli la creatività che è dentro tutti noi – vi invito oggi a sentirvi parte del Rebirth-day planetario proclamato da Michelangelo Pistoletto.

Il senso di tale evento, che coinvolgerà gente di molti, e disparati, luoghi intorno al mondo, vuole essere appunto quello di favorire una rinascita globale nel segno della consapevolezza che un cambiamento è necessario, e deve nascere da azioni collettive, responsabili e rispettose dell’essere umano e della natura, perché siamo tutti parte di un qualcosa e ogni piccola azione è importante.
E’ un cambiamento di visione, quello che va operato, lasciando indietro lamentazioni e recriminazioni per fare ognuno la propria parte.
Gli elementi per costruire un futuro li abbiamo già, ma quello che non si cerca attivamente non si può vedere. Un po’ come accade nel mio piccolo contributo al Rebirth-day (l’immagine e la riflessione che vedete qui di seguito).

Che  c’entra il quadro di un pittore fiammingo con Pistoletto e il Rebirth- day? e che c’entra con il nostro presente?
Come vedrete, io delle forti analogie ce le ho trovate. Forzatura o ermeneutica? Per come la vedo io, è solo uno dei tanti spunti possibili da ripescare nel nostro bagaglio culturale e su cui riflettere per riassemblare in una nuova forma la nostra vita… in fondo anche la scienza ci assicura che “nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”.
E allora auguro a tutti per il 2013 una buona trasformazione!!! 🙂

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Tertium datur: una riflessione

© Rosa Maria Puglisi. "Tertium datur - una riflessione"
© Rosa Maria Puglisi. “Tertium datur – una riflessione”

La simbologia dell’unione e del concepimento, nei “Coniugi Arnolfini” di Jan van Eyck, sembra contenere in sé lo schema grafico del concetto di Terzo Paradiso.
Nel quadro, i due elementi che hanno contraddistinto le “ere passate” – ossia Artificio e Natura, come teorizzato da Pistoletto – possono essere individuati nella mano dell’uomo (l’azione dell’artefice) e nel seno della sposa (la natura che accoglie e nutre); persino il verde del suo abito ribadisce questo significato allegorico.
Ho usato, perciò, il segno simbolo del Terzo Paradiso per individuare visivamente questi due elementi salienti dell’immagine, in modo tale che lo stesso gesto che unisce i due personaggi possa sottolineare l’elemento centrale dello specchio, elemento fondamentale della poetica pistolettiana, e di per sé pregno di profondi simboli archetipici.
Lo specchio, nel quadro, con la sua forma convessa sembra gonfiarsi, gravido di possibilità, come il Terzo Paradiso. Ed è pure simile ad una lente, che “mette a fuoco” un piano diverso dello spazio, della realtà: quello della “riflessione” concettuale.
E’ questo uno spazio in continuo divenire, “aperto e inclusivo”, nel quale i vari aspetti della realtà – anche quelli in apparente contrapposizione – possono proficuamente fondersi in un “tertium datur”, così da annullare quei meccanismi della logica comune, secondo i quali esiste solo una verità e la si può ricavare con un ragionamento logico-deduttivo fondato su opposti, del tipo bianco/nero, bene/male, io/l’altro.
La rinascita, che il Rebirth Day auspica, per me non può che essere “rinuncia al bipolarismo del pensiero logico”, per accogliere il non previsto, il diverso, il nuovo.

Rosa Maria Puglisi
(10-10-2012)

 

Un libro per Natale: “Un habitat italiano”

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© Fulvio Bortolozzo. Corso Torino, da “Un habitat italiano”, 2008-2010

Si avvicina il Natale e, per gli appassionati, l’occasione di farsi un regalo fotografico, che magari solitamente non si concederebbero. Così ho immaginato che questo post potesse esser d’aiuto a qualcuno ancora incerto e confuso fra le tante opportunità, che si possono attualmente reperire in libreria. Il libro di cui vi parlo oggi, però,  – è utile saperlo da subito – potrà essere vostro solo ordinandolo online su Blurb, dove si può sfogliare anche una sua parziale anteprima (clicca sul link!).

In 120 pagine e 70 fotografie a colori, il suo autore, Fulvio Bortolozzo, vi accompagnerà in una ricognizione di un particolare paesaggio antropizzato, degna della migliore fotografia contemporanea; alla scoperta di luoghi, che siamo portati a credere anonimi, e  sui quali  raramente il nostro sguardo si sofferma curioso, sempre distratto com’è da quegli  stereotipi  della rappresentazione, che propongono l’eccezionalità e la spettacolarità come unici valori estetici possibili, da ricercare compulsivamente.

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© Fulvio Bortolozzo. Corso Cervi, da “Un habitat italiano”, 2008-2010

Nel titolo, “Un habitat italiano”, c’è la chiave di lettura di questo pensoso incontro fra l’autore  e Grugliasco, piccola città operaia nei dintorni della Torino. Da definizione tratta dal dizionario Garzanti della lingua italiana, infatti, Bortolozzo cita nel testo introduttivo che “per habitat si intende il complesso delle condizioni ambientali, delle strutture e dei servizi che caratterizzano un’area di insediamento umano; nella sua accezione figurata, lo stesso termine può anche essere usato per definire un ambiente congeniale all’indole, alle abitudini di qualcuno”.

Per meglio comprendere, dunque, lo spirito che anima questo progetto di ricerca e di osservazione critica di un territorio in via di deindustrializzazione, ci viene suggerito di non guardare solo all’accezione oggettiva del termine habitat, ma di considerare, e scoprire, nella compostezza formale delle immagini presentate anche quella dimensione soggettiva, emotiva ed empatica, che si direbbe attenere alla citata “congenialità” di un ambiente.

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© Fulvio Bortolozzo. Borgo Nuovo, da “Un habitat italiano”, 2008-2010

Ci guidano, a tale scopo, i testi didascalici che affiancano le immagini, nei quali Fulvio Bortolozzo ci racconta il procedere del suo lavoro; riferendo sensazioni e riflessioni, così come sono scaturiti dalle sue flâneries; dandoci il pieno senso di un fare – quello fotografico – che, similmente a quello della performance artistica,  trae alimento continuo dalla propria processualità, fatta di “riflessioni ed osservazioni, prolungate nel tempo e nello spazio dalle tracce visive che si lasciano dietro”. Fotografie, dunque, come tracce concrete – frutto di un’emanazione luminosa captata da un materiale fotosensibile –  prodotto finale di un processo concettuale.

In linea con la cosiddetta “Scuola di Düsseldorf”,  nella quale questa ricerca pare trovare diverse ispirazioni, Fulvio Bortolozzo si sofferma con occhio neutrale sull’aspetto sociale dei cambiamenti all’interno di un habitat ormai in costante mutazione, indagando nel contempo sugli aspetti – per nulla secondari – della visione e della rappresentazione, forse non soltanto con l’intento di dare un ordine intelligibile alla realtà quanto con quello di dare nuovi input alla nostra capacità di guardare oltre le sovrastrutture retoriche di molta fotografia attuale, per restituirci anche una possibilità d’immaginare per il territorio italiano, nel suo complesso, un futuro diverso, più confacente alle vere esigenze dei suoi abitanti.

Di fronte e di schiena

© Ferdinando Scianna. L’ uccello dei cattivi pensieri, Bergamo,1966.

La fotografia, grazie al suo esser divenuta strumento d’espressione preferenziale per moltissimi artisti contemporanei, e – come conseguenza – grazie al suo essere entrata ormai da lungo tempo a pieno diritto nel mondo del mercato artistico, quest’anno avrà una nuova vetrina tutta per sé a Torino. Si chiama Photissima ed è la manifestazione fieristica che a partire da quest’anno andrà ad affiancare – per un novembre che si preannuncia denso di eventi – la ben più consolidata Artissima con lo scopo dichiarato di rendere omaggio alle varie declinazioni della fotografia: alla fotografia storica, come a quella contemporanea, come pure a quella di reportage.

Nell’ambito di questa sua prima edizione, vorrei segnalare la presenza di una mostra che si preannuncia particolarmente interessante, avendo come tema “non solo il ritratto, ma anche il “ritrarsi”. Perché a volte il visibile non è quello che ci sta davanti: ma intorno, ai lati. Dietro”.

Curata da Elio Grazioli ed organizzata da Pho_To Progetti per la Fotografia, ha come emblematico titolo “Di fronte e di schiena” e s’inaugurerà il 6 novembre alle ore 18 presso il Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, portando in mostra immagini selezionate della Collezione di Fotografia Europea Reggio Emilia

Ecco per voi qui di seguito il suo comunicato stampa:

© Martin Parr, Italy. Reggio Emilia, 2006
Di fronte e di schiena

Dalla Collezione di Fotografia Europea Reggio Emilia

 7 novembre – 2 dicembre

 Il visibile non è quello che ci sta davanti. È intorno, ai lati. Dietro. Si nasconde allo sguardo e va ricercato, scoperto. Ritrovato, ri-tratto. In esclusiva assoluta per l’Italia viene inaugurata martedì 6 novembre alle 18 al Museo Regionale di Scienze Naturali, la mostra Di fronte e di schiena, a curadi Elio Grazioli,organizzata da Pho_To Progetti per la fotografia, con il Patrocinio della Regione Piemonte, e tratta dalla Collezione di Fotografia Europea Reggio Emilia, un progetto culturale del Comune di Reggio Emilia che dal 2006 si confronta con la cultura internazionale dell’immagine e rivolge una particolare attenzione al territorio e ai giovani fotografi.

Di fronte e di schiena è una selezione di autori, tra cui Luigi Ghirri, Martin Parr, Gabriele Basilico, Antoine D’Agata e Ferdinando Scianna, che compongono la collezione, acquisita nel corso delle sue sette edizioni e custodita nella Fototeca della Biblioteca Panizzi.

La mostra è inserita come evento speciale nel programma di Photissima, la fiera torinese dedicata alla fotografia.

© Gabriele Basilico, Fuori centro, 2005

Sprazzi di verità si rivelano a volte sbirciando attraverso le finestre di un asilo. Tra i palazzoni di una periferia, 

luogo “fuori centro” per eccellenza. Nella fugacità di un amplesso, o in ascolto fuori da una porta chiusa. “Talvolta è di fronte ma è invisibile, talvolta è di schiena ma si capisce tutto” spiega Elio Grazioli,curatoredi Fotografia Europeache ha selezionato le opere in mostra; immagini varie e significative con cui viene ricostruito lo sguardo attento e curioso sul panorama internazionale contemporaneo che ha guidato le edizioni 

del festival fin qui realizzate. La Collezione di Reggio Emilia, infatti, mette a confronto le ricerche professionali e artistiche originali di alcuni dei più autorevoli esponenti e delle più stimolanti promesse della scena fotografica internazionale di oggi.

Sono 18 gli autori selezionati tra gli oltre 100 che compongono la Collezione e che attraverso il fil rouge Di fronte e di schiena generano nuovi accostamenti, analogie impreviste, inedite sfaccettature in un confronto di stili ed epoche che è una ricerca continua, in perenne trasformazione. Marina Ballo Charmet, Giorgio Barrera, Gabriele Basilico, Antonio Biasiucci, Bruno Cattani, Antoine D’Agata, Vittore Fossati, Luigi Ghirri, Goran Galić e Gian-Reto Gredig, Aino Kannisto, Martin Parr, Bernard Plossu, Pentti Sammallahti Kai-Uwe Schulte-Bunert, Ferdinando Scianna, Klavdij Sluban, Alessandra Spranzi e Nicola Vinci con i loro scatti site specific per Reggio Emilia, hanno interpretato liberamente il tema che ogni anno ha caratterizzato Fotografia Europea, con unattenzione particolare al paesaggio urbano e alla figura umana, tra ricerca e sperimentazione.

© Antoine D’Agata, Situations, 2008

Oltre alle 30 immagini esposte, la mostra Di fronte e di schiena presenta anche una selezione di libri che compongono il progetto The Core of Industy, concorso internazionale di fotografia promosso nel 2008 dal Comune di Reggio Emilia e dall’Associazione Industriali della Provincia di Reggio Emilia nell’ambito del festival per mettere a fuoco l’essenza della realtà industriale europea e locale al tempo stesso. Gli autori – Carmen Cardillo, Luca Casonato, Karin Jobst, Florian Joye, Mindaugas Kavaliauskas, Hyun-Jin Kwak, Ernst van der Linden, Thomas Pospech – mettono a nudo, attraverso i loro scatti, scarni paesaggi e imponenti cisterne. Armadi pieni di fili e carrelli abbandonati, operai seduti in pausa pranzo e uomini che scaricano merci. Il paesaggio, l’architettura, l’ambiente e le persone diventano così gli oggetti di un’unica indagine per raccontare meglio di qualsiasi studio criticità, eccellenze e implicazioni sociali dei mutamenti industriali in atto.

INFO

Sede: Museo Regionale di Scienze Naturali, via Giolitti 36, Torino
Mostra: Di fronte e di schiena. Dalla Collezione di Fotografia Europea Reggio Emilia
Inaugurazione: martedì 6 novembre, ore 18
Periodo:
7 novembre – 2 dicembre 2012
Orario: tutti i giorni: 10 – 19 Chiuso il martedì
Biglietto: € 5,00 intero – € 2,50 ridotto
InfoMuseo: tel. +39 011 43.6354 www.mrsntorino.it

dalla fotografia al video 3D: Alessandra Vinotto si racconta

Pluripremiati registi nel campo del video in 3D (Best 3D Music Video 2010″, “Best of the fest 2011” e “Best director to watch 2011” al 3D Film Festival Hollywood), Alessandra Vinotto e Francesco Rotunno sono presenti anche all’edizione 2012 del 3D Film Festival di Los Angeles.
Il loro video, intitolato “3D Levitation” – e ispirato al senso di magia e fascinazione che il 3D ispira negli spettatori –  è stato, infatti, selezionato e sarà proiettato a Los Angeles Downtown al REGAL CINEMAS LA (dove già recentemente erano stati celebrati gli MTV AWARDS).
Nato come progetto didattico presso l’IED di Milano, è stato realizzato nella  sua sala di posa come risultato finale del primo corso sul workflow in 3D stereo – dal concept alle riprese – che Francesco Rotunno ha tenuto nella primavera del 2012 presso l’istituto milanese; con due Canon XF 305, e utilizzando un 3D Stereo rig di tipo beam-splitter, gli allievi del corso, con la guida dei due registi, hanno potuto mettere in pratica tutte le nozioni teoriche e pratiche apprese durante le lezioni, contribuendo a questa creazione.
Da questa notizia di attualità ho colto lo spunto per chiedere ad Alessandra Vinotto – la quale riceverà, in qualità di talento creativo genovese, il Ri-premio nell’ambito di Genova per Colombo 2012 – di raccontarci qualcosa riguardo alle esperienze personali che l’hanno portata in questo interessante campo dell’arte visuale.
video in 3D, il workshop allo IED
Come ti sei avvicinata al mondo delle immagini?
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Non ho mai chiesto regali in vita mia, non essendo molto interessata alle cose materiali. Ma alla prima comunione ho detto ai miei genitori che il mio regalo sarebbe stato una macchina fotografica! (Mio nonno era fotografo e stampatore per puro diletto… Utilizzava una Voigtglander, ancor oggi presente nella mia collezione di vecchie fotocamere!!).
Da quel giorno (avevo 7 anni) non ho mai smesso di fotografare… Poi ho fatto il liceo artistico scegliendo “laboratorio fotografico” come materia opzionale… Et voilà! Non so fare altro… Nella vita ho praticamente fatto solo l’artista.
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Puoi raccontarci il tuo percorso come fotografa e la tua evoluzione d’artista?
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Sempre al Liceo, tra artisti, c’era chi faceva teatro… Tutti squattrinati, loro avevano bisogno di foto di scena ed io avevo una macchina fotografica e tanta passione! Da lì ho iniziato a fare la fotografa di teatro, cosa che continua ancor oggi (ma purtroppo non quanto vorrei, per limiti di tempo…).
Poi, l’illuminante guida di Giuliana Traverso, per la quale ho fatto anche la modella per anni, che ha letteralmente cambiato il mio modo di osservare il mondo. Le mostre, personali e collettive, nazionali ed internazionali… Poi il lavoro come reporter (di viaggi, non di guerra! troppo emotiva..) per un’agenzia di Milano, quello di fotografa di scena prima itinerante in molte città e teatri d’europa, e poi presso il teatro dell’Opera Carlo Felice di Genova, l’insegnamento alla Sdac (una scuola di cinema genovese), e l’incontro con Francesco Rotunno, che mi ha fatto capire quanto il video avrebbe espanso le mie possibilità espressive… E poi la prima vittoria ad Hollywood (abbiamo vinto 3 premi al 3DFF negli ultimi due anni..), la partecipazione al Sundance Film Festival, al californiano Cinequest, al Belga 3D Media, la presentazione al Capalbio International Short Film Festival, la vittoria al parigino Dimension 3, il premio speciale all’italiano MEI, ed eccomi qui! Con ancora tantissimo entusiasmo e la voglia di imparare sempre cose nuove.
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Fra tanti impegni fotografi ancora?
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Sarebbe come chiedermi “respiri ancora?!?”.. Certo, fotografo continuamente e con ogni mezzo: telefono, I-pad, persino la tanto discussa Instagram. Credo che il mezzo abbia un’importanza relativa…
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Hai detto di essere passata ai video perché questi espandono le tue possibilità espressive, ma come cambia il tuo approccio?
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L’incontro con il regista Francesco Rotunno (quando ancora regista non era, ma bensì mio allievo di fotografia) è stato determinante: lavorando insieme mi sono resa conto che fare un video era come scattare tantissime foto! E mi sono lasciata catturare dalla magia del movimento. L’approccio è lo stesso: la ricerca della pulizia dell’immagine, della comunicazione simbolica, dell’armonia.
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Hai una preferenza per uno dei due linguaggi, foto o video?  E, se sì, per quale motivo?
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La fotografia per me è più immediata , più diretta. Forse perché praticandola da cosi tanto tempo ormai è connaturata al mio essere. Il video necessita di una preparazione diversa, va “pensato”, immaginato, voluto. La fotografia si incontra, è lei che trova te, ad ogni angolo della strada. Ma entrambi i linguaggi mi affascinano, difficile scegliere.
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Cosa rappresenta per te la possibilità di lavorare in 3D?
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Il 3D è l’assoluta magia della visione stereoscopica, quella più naturale per l’occhio umano.
Era ciò che mancava al cinema per essere quasi perfetto. Lavorare in 3D significa poter finalmente “mostrare” al pubblico le mie elucubrazioni in purezza!!
Mi spiego meglio: la profonditá degli spazi, la scansione dei volumi, il ritmo del 3D conferiscono alle immagini una vivezza incredibile, danno un coinvolgimento imparagonabile a ciò a cui ci aveva abituato l’immagine “piatta”. Tutto acquista uno spessore diverso, si imprime maggiormente nella memoria: e questo significa che il messaggio “passa”più agevolmente.
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Come sei giunta ad utilizzare questa nuova tecnica?
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Credo profondamente che la vita sia una continua evoluzione, e che pertanto si debbano ricercare nel progresso tecnologico quegli strumenti che ci consentano di esprimere appieno tutte le nostre istanze comunicative. Rotunno in questo è stato un aiuto fondamentale, essendo sempre aggiornatissimo e preparatissimo su ogni possibile innovazione: basti pensare che mentre in Italia molti non sono ancora arrivati al 3D, noi siamo giá approdati all’autostereoscopia, ovvero il 3D senza occhiali!! Bisogna riprendere da almeno 9 punti di vista simultaneamente.. Ma questa è un’altra storia!!
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Progetti in cantiere?
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Sto finendo una sceneggiatura per un corto che gireremo a Los Angeles (mi è stato commissionato là, e sarà un episodio di un lungometraggio pensato per partecipare a festival quali Cannes, Sundance, etc); stiamo ultimando con Rotunno la stesura di un lungometraggio, e come fotografa sto portando avanti un lavoro sul corpo e le sue mutazioni, di cui una foto sarà presente ad una collettiva molto importante che inaugurerà a fine novembre e mi vedrà affiancata ad alcuni dei più grossi nomi della fotografia internazionale..
Insomma, non ho senz’altro il tempo di annoiarmi!!