Lo Specchio Incerto

Tra immagine e parola

Manuel Álvarez Bravo


L’arte di Manuel Álvarez Bravo

catalogo del MOMA su Manuel Alvarez Bravo
copertina di "Manuel Alvarez Bravo" (catalogo del MOMA)

Appassionato d’arte, amante della letteratura e della musica, Álvarez Bravo ha, giovanissimo, molti talenti da coltivare. Il particolare momento storico nel quale si trova, impone, però, scelte dettate dalle possibilità e dalla convenienza economiche; ne consegue tanto l’abbandono della scuola, quanto la necessità di intraprendere un lavoro modesto, ma sicuro, per lo Stato.
Sarà, così, un autodidatta e sceglierà di approfondire, fra le altre arti, la fotografia che gli sembra più facile e probabilmente anche meno dispendiosa in termini di tempo e di denaro (la fotocamera che usa è in prestito ed egli stesso si occupa di sviluppo e stampa). Un lento cammino lo porta tuttavia a riconoscere, proprio in questa scelta, la sua strada, quella che gli consentirà di dare una forma ad immagini, e riflessioni, così personali da farne un artista indiscusso e il primo grande della fotografia messicana.
La fama giunge con l’apprezzamento che il suo lavoro, non sempre interpretato nei giusti termini, acquista – nemo profeta in patria – in Europa e negli Stati Uniti; solo più tardi la sua reputazione si diffonde in un Messico, in cui l’arte è stata fino a quel momento soprattutto un fenomeno popolare di propaganda rivolta alle masse, educate alla visione dei magniloquenti capolavori dei muralisti. Nutrita dall’ethos popolare e folklorico indigeno, nonché dalla cultura artistica internazionale, l’opera di Manuel Álvarez Bravo, non avendo nulla di popolaresco né di populistico, riceve agli inizi il plauso soltanto da parte della comunità artistica; in particolare da quella estera, che di volta in volta scopre ed apprezza nelle sue immagini aspetti documentari o surreali tutto sommato accessori.

Octavio Paz, premio nobel messicano, nel libro “Vuelta”, dedica ad Alvarez Bravo alcuni bei versi, nei quali sembra racchiusa la poetica e l’essenza stessa dell’intera sua opera: chiave di lettura è il concetto di Tempo. Nel corpo del testo poetico i titoli di due fotografie, “El retrato de lo eterno” (Il ritratto dell’eterno) e “Las bocas del río” (Le bocche del fiume), introducono poi un altro aspetto fondamentale nell’arte del maestro messicano: la frequente presenza di uno scarto semantico nelle didascalie.
“¡Quieto, un momento!”, così l’incipit di Paz, a sottolineare l’atto del fotografo che ferma il tempo nelle sue immagini. Ritrarre l’eterno in una camera oscura è l’aspirazione; ritrae una donna che, con gesto ritmicamente ripetuto, pettina nella sua chioma “un torrente negro” e insinua l’idea eraclitea di un Tempo che fluisce senza sosta; un Tempo che inventa e cancella le sue invenzioni, facendo scorrere incessantemente tutte quelle “apparizioni” che chiamiamo Realtà.
Il fluire del tempo è sotteso a tutte le immagini di Bravo, che raccontano l’epifania di esseri umani e oggetti concreti in un preciso momento. Questa realtà fenomenica, abilmente catturata, è pronta a rivelare dietro il sottile diaframma della stampa fotografica un complesso apparato interpretativo che si avvale anche di strumenti tipici della poesia e della letteratura oltre che delle arti visive.
“Las bocas del río/ dicen nubes/ Las bocas umanas/ dicen ríos”; Il fiume ha bocche che dicono nubi, le bocche umane dicono fiumi. Le parole diventano infine la cosa che nominano, in certo modo la rendono visibile e persino concreta.
Le immagini fotografiche per natura denotano, ma le parole che ne formano il titolo spesso in Álvarez Bravo, evidenziando un particolare, sottolineando una qualità, giocando su un particolare significato, dispiegano un intero ventaglio d’intepretazioni inattese, ma non per questo meno evidenti una volta additate.
Tutto concorre nella fotografia di quest’autore a svelare corrispondenze fra situazioni quotidiane, persino casuali, e un senso della vita profondamente impregnato di “realismo magico”, piuttosto che di surrealismo come si è voluto talora sostenere: l’immediatezza e la falsa semplicità delle forme, l’uso sapiente della luce, le atmosfere sospese, la resa dell’universale nel particolare, i “misteriosi” accostamenti.
Nella poesia di Paz leggiamo ancora: “La realidad tiene siempre otra cara,/ la cara de todod los días,/ la que nunca vemos,/ la otra cara del tiempo”. L’altra faccia del tempo, quella che Bravo indaga, è quella che non vediamo mai, sol perché la consuetudine di tutti i giorni ce la nasconde.
Per meglio precisare l’importanza capitale della tematica del Tempo nelle opere (ma anche nella vita) di artista, è illuminante la testimonianza di Graciela Iturbide, sua allieva, che ha raccontato in un’intervista come il maestro avesse un senso molto poetico della vita e del tempo, da lei riconosciuto come tipicamente messicano: “Se si va nelle zone indigene,” spiega Iturbide, “è ancora come se ci fosse tempo per ogni cosa: per il paesaggio, per le leggende, per i racconti dei nonni ai bambini, per arare i campi, per tutto. E’ legato ai cicli della luna e della natura… Nel laboratorio di Alvarez Bravo c’era un cartello che diceva: “C’è tempo!”… lui non aveva fretta di fotografare, metteva la sua macchina e aspettava. Non aveva fretta neanche per la fama, diceva che tutto arriva da solo”.
Artista figurativo e sensibile uomo di cultura, più che semplice fotografo, Don Manuel (così lo hanno chiamato i suoi connazionali) ha considerato la fotografia sempre un mezzo tecnico, non un fine. Un mezzo che userà con grande perizia, ma anche con estrema libertà poetica.
Sosterrà sempre, anche nelle vesti d’insegnante di fotografia, l’importanza fondamentale dell’occhio e del sentimento, di ciò che sta dietro la macchina fotografica e il semplice atto dello scattare: l’uomo con la sua cultura e le influenze mutuate anche da altri linguaggi artistici (nel suo caso, non ultime quelle del cinema, dal quale impara molto in fatto di composizione).
Figlio di un’epoca di profondo cambiamento, agitata da passioni politiche intense, i cui protagonisti saranno per lui amici anche stretti, Manuel Álvarez Bravo preferisce tenersi discretamente fuori d’ogni tipo di militanza. Egli è interessato solo all’arte.
Non sfugge certo all’inflenza di un simile clima, ne è però interprete a modo proprio. Anche quando, testimone di un atto sanguinoso, scatta la sua celebre immagine dal titolo Obrero en huelga, asesinado del ’34. Sceglierà, infatti, di trasportare il fatto di cronaca su un piano immortale, fuori dell’alveo del tempo e in una dimensione metaforica: un uomo, che sembra addormentato, è in realtà immerso in una pozza di sangue, del quale la terra pare nutrirsi avidamente, quasi memore d’antichi sacrifici umani.
Manuel Alvarez Bravo percorre gran parte del Novecento con la sua opera, rielaborando, in maniera personale, tutta la cultura messicana, dall’arte preispanica fino ai muralisti.
Il suo lavoro, profondamente messicano, anche quando connotato da un certo etnicismo, ha indubitabilmente il pregio dell’universalità.

Biografia

Manuel Álvarez Bravo nasce a Città del Messico il 4 febbraio 1902 da Manuel Álvarez García e Soledad Bravo. Figlio d’arte, poiché suo padre, insegnante, si dedica a tempo perso alla pittura e alla fotografia, Manuel s’interessa precocemente a tali attività; le necessità contingenti alla Rivoluzione Messicana lo porteranno, tuttavia, ancora fanciullo a “servire la patria” come contabile.

Comincia, infatti, a lavorare nel 1914 per il Dipartimento del Tesoro, lasciando la scuola cattolica che aveva frequentato, e con essa gli studi regolari. Quest’esperienza lo induce in seguito a definirsi con orgoglio un autodidatta: i corsi serali d’arte e di musica, cui s’iscrive presso l’Academia de San Carlos, non incidono direttamente sulla sua ricerca nutrita – così egli sostiene – “dall’esperienza personale e da quella di una comunità”, piuttosto che da catene intellettuali create da esperienze di pittori passati e di culture estranee alla propria. I primi tentativi nel campo della fotografia, armato di un apparecchio avuto in prestito dal padre d’un amico, risalgono all’incirca al 1915; contemporaneamente sperimenta anche i procedimenti di stampa in una camera oscura allestita con mezzi di fortuna nella casa paterna.
Il suo interesse per questo medium artistico è all’epoca ancora dettato dall’idea che esso sia più rapido e immediato della pittura.

“Da sempre attratto dall’arte, commisi l’errore generalizzato di credere che la fotografia sarebbe stata il cammino più facile”, e tuttavia aggiunge, “La memoria delle mie incursioni in altre discipline, mi ha alfine fatto comprendere che ho trovato la mia strada per tempo”.

A spingerlo su tale strada, è l’incontro del 1923 con il fotografo tedesco Hugo Brehme, che lo convince ad acquistare una fotocamera e lo incoraggia ad insistere nella sua passione per la fotografia.
Il lavoro per lo Stato porta in quegli anni Bravo ad Oaxaca, dove egli intensifica l’attività di fotografo, e riceve il suo primo riconoscimento partecipando ad un concorso locale.

Nel 1925, sposa Lola Martínez de Anda, che più tardi diverrà fotografa e sarà conosciuta col cognome del marito. Con lei avrà un figlio, Manuel Álvarez Bravo Martínez, il quale seguirà le orme dei genitori.
Dopo un inizio da pittorialista – esegue ritratti di amici e colleghi in cambio di qualche soldo – Manuel Álvarez Bravo rinnegherà e distruggerà siffatto lavoro, perché imitazione supina alla pittura, dedicandosi ad una più originale ricerca.

E’ un periodo di grandi fermenti sociali ed artistici per il Messico, e nella capitale operano due grandi nomi come Edward Weston e Tina Modotti. Alla scoperta della loro opera, e di quella delle contemporanee avanguardie europee, è probabilmente legata la nuova concezione che Álvarez Bravo sviluppa della fotografia.

Conoscere Modotti, nel ’27, e diventarne amico fidato, lo condurrà quattro anni dopo ad abbandonare infine il lavoro da statale per dedicarsi professionalmente alla fotografia.

Le opportunità, infatti, si susseguiranno: attraverso di lei entra in contatto con i muralisti, dei quali diverrà il fotografo; fra questi Diego Rivera, in qualità di direttore dell’Academia de San Carlos, lo spingerà all’insegnamento della fotografia presso la Escuela Central de Artes Plasticas; nello stesso periodo conosce anche Frances Toor, per il quale lavorerà poi in “Mexican Folkways” sostituendo Tina che, espulsa dal Messico per motivi politici, alla partenza gli lascia la propria macchina fotografica, quasi come un simbolico testimone.

La partecipazione al Primo Salone della Fotografia di Città del Messico e ad una collettiva presso il californiano Berkeley Art Museum nella quale espongono anche figure del calibro di Weston, Imogen Cunningham, e Dorothea Lange, non sono per Álvarez Bravo che i primi passi verso una maggiore notorietà. Nel ’31 vince il primo premio in un concorso fotografico, e quello stesso anno il Museum of Modern Art di New York acquista alcune sue fotografie.

Risale, invece, all’anno precedente il suo primo approccio al mondo del cinema: partecipa, infatti, come cineoperatore alla lavorazione del film di Sergei Eisenstein, “Que viva México”. Più tardi realizzerà riprese per autori quali Luis Buñuel e John Ford; negli anni Quaranta girerà anche un proprio lungometraggio dal titolo “Tehuantepec” e vari corti.

La prima mostra personale di Bravo è nel 1932, presso la Galería Posada. La sua fortuna come artista, in un paese che a causa dei rivolgimenti politici allora valorizza principalmente le grandi opere pittoriche sociali dei muralisti, giungerà tuttavia in seguito con la rinomanza che il suo lavoro acquisterà all’estero grazie ad alcune fortunate circostanze.

Attratti dal clima di libertà e di fioritura artistica del Messico rivoluzionario, molti personaggi della cultura europea si aggirano in quegli anni nella capitale, fra questi Henri Cartier-Bresson e André Breton.

Insieme al fotografo francese, già stimato a livello internazionale e del quale diverrà amico, Alvarez Bravo espone al Palacio des Bellas Artes di Città del Messico, e più tardi alla Julien Levy Gallery di New York. Selezionato da Breton, invece, partecipa all’esposizione internazionale del surrealismo con La buena fama durmiendo, immagine che era stata in un primo tempo pensata come copertina del catalogo, ma che viene censurata a causa di pretesi contenuti pornografici.

Nel ’35 trascorre qualche mese negli Stati Uniti, insegnando alla Hull-House di Chicago, un centro d’istruzione per immigrati, fondato da Jane Addams ed Ellen Star alla fine dell’Ottocento.

Raggiunta la propria affermazione artistica, fra gli anni ’40 e i ’50, Álvarez Bravo colleziona esperienze personali e professionali, oltre ad esposizioni internazionali; partecipa, fra l’altro, anche alla celeberrima “The Family of Man” di Steichen.

Nel corso di quegli anni le sue attività si moltiplicano: intraprende per breve tempo un’attività commerciale con un negozio d’articoli fotografici; è cameraman e istruttore di fotografia presso il Sindacato dei Lavoratori della Produzione Cinematografica; infine insegnante all’Istituto Cinematografico Mexicano e al Centro Universitario de Estudios Cinematográficos, ma le sue lezioni sono ritenute poco ortodosse per il poco spazio concesso alla parte tecnica, in favore di lunghe discussioni sull’arte e la letteratura. Istituisce pure il Fondo Editorial de al Plástica Messicana, per la pubblicazione di libri d’arte.

Frattanto sposa in seconde nozze Doris Heydin, scrittrice e giornalista americana appassionata di fotografia. Negli anni Sessanta Bravo visita varie volte l’Europa.

Divorzia, per sposare nel ‘62 la fotografa francese Colette Urbachtel (poi Alvarez-Urbajtel), che sarà sua fidata collaboratrice.

Una fama indiscussa accompagna nei decenni seguenti l’attività di Álvarez Bravo. Egli riceve una lunga serie di riconoscimenti, fra i quali spiccano il Premio Sourasky nel 1974 e nell’87 il Master of Photography Award dell’ICP (International Center for Photography) di New York.

Nel 1976 dona all’Istituto Nazionale di Belle Arti un fondo di 700 sue fotografie, che sono lo spunto per l’apertura di una sala a lui permanentemente dedicata presso il MAM (Museo d’Arte Moderna) di Città del Messico.
Da sempre convinto promotore della cultura e delle arti, si dedica inoltre lungamente per conto della Fundación Televisa alla raccolta d’una collezione (contenente immagini dei più grandi fra gli autori della fotografia internazionale), ora esposta nel Centro Culturale Casa Lamm e visitabile dal 2000 anche attraverso un sito internet.

Manuel Álvarez Bravo trascorre gli ultimi anni della sua vita a Coyoacán, l’antica cittadina coloniale ormai inglobata dentro Città del Messico, e lì muore all’età di 100 anni il 19 ottobre 2002.

Rosa Maria Puglisi

(Pubblicato su precedentemente Cultframe)

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