Lo Specchio Incerto

Tra immagine e parola

Jacques Henri Lartigue


L’arte di Jacques Henri Lartigue

Copertina del libro “Jacques Henri Lartigue. Photographer”
Copertina di “Jacques Henri Lartigue. Photographer”

Grazie a una precoce iniziazione alla fotografia da parte del padre, come pure alla veneranda età raggiunta, Jacques Henri Lartigue può vantare una carriera fotografica di oltre ottanta anni.

L’esser stato chiamato fotoamatore (in un periodo, per altro, nel quale questo termine non era sinonimo di dilettante) ha dato luogo a fraintendimenti tali da far considerare la sua opera alla stregua di una felice combinazione: il risultato del passatempo d’uno spensierato benestante.

Godendo di una vita facile e d’un intuitivo talento – secondo tale opinione – egli si sarebbe limitato a immortalare la vie en rose di quel suo ceto sociale alto, all’apparenza un po’ fatuo, dedito a null’altro che sport e viaggi, appassionato al dinamismo e alla meccanizzazione, desideroso di essere sempre all’avanguardia in ogni sorta d’invenzione della tecnica creata per correre e volare. Così – quasi inavvertitamente – attraverso un “hobby“ egli avrebbe raccontato l’affascinante età d’oro della Belle époque e successivamente buona parte del Novecento.

Si tratta di un pregiudizio; che – oltretutto – riassume l’intera carriera di Lartigue nelle immagini del primo periodo. Immagini scattate da un ragazzo, che per un analogo preconcetto, hanno cristallizzato la figura di quest’artista in quella di un eterno fanciullo, spinto all‘opera da un intramontabile entusiasmo piuttosto naïf.

Frutto di un’eccessiva semplificazione e di una lettura in superficie, simili interpretazioni non tengono conto dell’effettiva entità e qualità della sua opera, né della natura “multimediale” di essa.

Lartigue non si limitò, infatti, alla fotografia o alla pittura, ma si espresse sin dalla più tenera età anche attraverso la scrittura; e si adoperò dai sei anni in poi – con sempre maggiore consapevolezza lungo il corso della sua esistenza – per costituire attraverso i mezzi prediletti un vasto corpus di memorie, che da un certo momento in poi avrebbe rimaneggiato fino a farle diventare una sua vera e propria autobiografia letteraria.

Come suggerisce Françoise Simonet-Tenant, studiosa di autobiografia e genetica testuale presso l’Item (Istituto dei testi e manoscritti moderni) nel suo articolo “J. H. Lartigue. L’autofiction d’un homme heureux”, è Michel Frizot nel 1984 – ancora vivo Lartigue – a darci una prima indicazione in tale direzione. In un testo apparso sul catalogo d’una personale dal titolo “Le Passé composé. Les 6 x 13 de Jacques Lartigue”, costui sottolinea come negli album fotografici Lartigue avesse operato una rigida selezione, omettendo addirittura fatti e persone importanti, per poter ricomporre un “paradiso” a partire dalle immagini della propria vera vita. Un lavoro d’incorniciatura e di assemblaggio spesso avvenuto in tempi successivi rispetto agli avvenimenti ritratti, e – proprio come per i diari poi pubblicati – esito, per lo più, di varie revisioni.

Giustamente Frizot parla di questa vasta produzione di album “come di un quarto mezzo d’espressione” per Lartigue: quello in cui l’idealizzazione della propria vita si spinge più oltre; quello che può rappresentare una chiave di lettura dell’intera opera, non solo della sua arte fotografica.

Dello stesso avviso è Shelley Rice, che nel 1992 in “L’Empailleur du bonheur” – contenuto in “Le choix du bonheur de Jacques Henri Lartigue”, una pubblicazione dell’Association des amis de Jacques Henri Lartigue – approfondisce l’analisi dell‘opera lartiguiana comparando la “lettura” delle immagini fotografiche con quella filologica dei “diari”, in realtà costituiti sia da vere e proprie “cronache giornaliere”, che da sintetici “calendari” d‘eventi, nel tempo rimpolpati dal racconto di nuovi dettagli e sensazioni.

Ne emerge di nuovo il senso di una continua opera di riscrittura e reinterpretazione, avvenuta in momenti successivi della propria esistenza. Un lavoro creativo, che assegna soprattutto alla fotografia – medium che per propria natura “lo costringe a operare delle selezioni nelle sue attività quotidiane” – il ruolo di “mezzo di registrazione di ciò che egli crede essere essenziale e/o divertente”.

Non la pedissequa registrazione dei fatti da parte di un talentuoso quanto ingenuo dilettante, dunque, ma il costante instancabile lavoro di una “scelta della felicità“, come immagine ideale, all’interno di un più ampio racconto, nato come ogni autobiografia letteraria con l’obiettivo finale di dare un senso al proprio vissuto e di creare un “Io“, attraverso l’inestricabile intreccio di memorie e riflessioni.

Si tratta di un’operazione compiuta per lo più a posteriori. Solo gli album fra il 1920 e il 1927 sembrano conservare una sincronicità alla vita del loro autore, a parte sporadici interventi di rimaneggiamento.

Non si conosce la data d’inizio di tale revisione. Certo è soltanto il fatto che nell’ottica della memoria la poetica di Lartigue acquista un significato diverso, e la sua opera può essere, in realtà, altrettanto convincentemente letta in chiave malinconica. Infatti, se è vero che l’autore sottolinea proprio nell’opera fotografica le parvenze più liete del suo mondo, è pur vero che una simile visione intrisa di nostalgia, lascia intravedere un’attitudine alla malinconia, stigmate questa della meditazione artistica moderna.

Una malinconia esistenziale, che – dal racconto dello stesso Lartigue – pare esser stata precoce, avendo egli fin dall’infanzia orientato ogni suo sforzo a fermare il tempo – a sfuggire, ancora bambino, alla noia e agli assalti della tristezza per il destino effimero d’ogni gioia: isolando, per questo, gli attimi più felici tanto con la macchina fotografica quanto con la scrittura, per ricordarli, rivivendoli così.

Sarà questa la prassi di un’esistenza, e diverrà col tempo, da spontanea e ingenua che era, un’autentica scelta artistica.

Non ancora in possesso di un apparecchio fotografico, egli aveva immaginato il gioco del “piège d’œil”: un ingenuo esercizio fatto per isolare dal flusso troppo rapido del tempo le visioni più divertenti e piacevoli, e “intrappolarle” dentro di sé in un “fermo immagine” mentale.

Il dono di una macchina fotografica sarà così per il piccolo Lartigue quello d’un congegno magico per intrappolare il Tempo, in una certa misura per bloccarlo. E insieme al Tempo, di preferenza, egli fermerà l’essenza stessa del divenire: il movimento.

Al di là di ogni contingenza, e sin dai primi scatti dettati più che altro dal diletto personale, come dall’occasione dei giochi fanciulleschi o degli strambi esperimenti del fratello Zissou, è il Movimento, in ogni sua declinazione, il soggetto principale della fotografia di Jacques Henri Lartigue.

Le sue immagini possono richiamare alla mente gli studi sul moto di Muybridge, perché allo stesso modo sorprendono esseri umani e animali in gesti e pose inedite, ma non hanno nulla della goffezza di quelle sequenze ottocentesche, create a sussidio di artisti desiderosi di rappresentazioni fin troppo veristiche. Il loro scopo non è quello di servire il Lartigue pittore.La passione per la pittura può forse aver spinto Lartigue a servirsi talora delle proprie riprese per trovar spunti plastici durante la progettazione dei propri dipinti, ma la fotografia sarà sempre per lui un’arte a sé, con un suo specifico.

Con consapevole perizia sfrutterà le caratteristiche tecniche e comunicative di questo medium, grazie anche alla possibilità di avere sempre gli apparecchi fotografici più progrediti per l’epoca; apparecchi le cui caratteristiche di “portatilità” e messa a fuoco gli permettono di bloccare il movimento e di darne un’efficace trasposizione artistica: come le macchine stereoscopiche – che l’artista usò fino al 1928 scattando circa 5000 immagini doppie – che, grazie al piccolo formato e alla conseguente lunghezza focale ridotta delle lenti, eliminavano i vistosi effetti di offuscamento dovuti al mosso.

Una più complessiva conoscenza dell’arte e del suo linguaggio influenza, inoltre, lo sguardo di Lartigue, rendendolo conscio persino delle possibilità espressive insite in certi limiti tecnici della sua apparecchiatura fotografica. E’ proprio grazie a questi che può, infatti, talora rendere, come in un quadro futurista, una perfetta traduzione geometrica del movimento: rappresentazione delle forze in azione sulla materia lanciata nello spazio.

E’ il caso di una delle sue più celebri immagini, quella del “Gran Premio dell’Automobile Club di Francia” del 1912, dove l’immagine presenta – a causa dell’otturatore sul piano focale, una sorta di tendina scorrevole in orizzontale su rulli a molla, che ha impresso le diverse parti della scena in momenti lievemente sfalsati – una forte deformazione dinamica, di modo che lo sfondo sembra correr via, e la ruota dell’automobile da corsa pare resa ellittica dalla tensione data dalla velocità.

Il perfetto equilibrio formale, che scaturisce dall’occulto lavoro di forze visive opposte, fa sì che le sue immagini continuino ad affascinare tanto per la loro pulita compiutezza, quanto per i messaggi che veicolano in maniera gestaltica oltre che simbolica: dinamismo, levità, vitalità, ne fanno un inno alla joie de vivre.

Come nei suoi scatti, tuttavia, la facile naturalezza di un fluire di forme dissimula la realtà di un moto bloccato, così anche nell’ispirazione di Lartigue si avverte l’azione di spinte opposte.

Da un lato l’aspirazione alla gioia che lo porta al suo infaticabile lavoro di “empailleur du bonheur” (d‘impagliatore di felicità), dall‘altro il senso d‘un vissuto interiore più complicato e più deludente, ben lontano dall‘immagine stereotipa che lo ha reso celebre.

“C’è in me uno spettatore che guarda senza curarsi d’alcuna circostanza, senza sapere se quel che accade è serio, triste, importante, divertente, oppure no. Una specie d’abitante d’una stella venuto sulla terra solo per godersi lo spettacolo. Uno spettatore per il quale ogni cosa è una marionetta, anche – e soprattutto – io!”, scriverà Lartigue.

Biografia

Figlio secondogenito di un uomo ricco e influente – ex direttore generale della Compagnia delle ferrovie franco-algerine, poi banchiere, caporedattore dell’Express France e corrispondente di vari giornali – di nome di Henri, e di Marie Haguet, Jacques Lartigue nasce il 13 giugno del 1894 nella casa paterna di Courbevoie, nei pressi di Parigi.

Egli sarà influenzato dalla particolare vena inventiva del fratello Maurice, chiamato da tutti Zissou, – instancabile costruttore e sperimentatore di ogni sorta di strani mezzi di locomozione – non meno che dall’amore per la fotografia del padre, il quale lo introduce tanto all’uso della macchina fotografica quanto ai procedimenti di stampa a soli sei anni. Nel 1902 gli regala il primo apparecchio fotografico, in legno e con l’otturatore manuale, di un formato 13 x 18 piuttosto ingombrante per il bambino; ma Jacques se lo porta sempre appresso grazie a una tracolla di cuoio, poiché ama registrare in immagine ogni cosa delle sue giornate, così come ama annotare in un diario ogni idea e suggestione quotidiana.
Appare un’infanzia dorata la sua, trascorsa nelle ricche residenze di famiglia, fra le quali il castello di Rouzat nel dipartimento di Puy-de-Dôme; lontano da ogni preoccupazione o problema, circondato dall’amore di una famiglia dedita al bello e agli svaghi, seguace di un’ideale di modernità tutta imperniata sul progresso tecnologico, tipica della Belle époque.

Come è allora conveniente al rampollo di una delle più facoltose famiglie di Francia, egli riceve un’istruzione in casa, da precettori, e si dedica alle arti liberali, trascorrendo molto del suo tempo ad alimentare le proprie passioni. Ha un temperamento vivace e curioso.

Enfant prodige, egli fotografa, stampa, e incornicia con cura le proprie immagini in voluminosi album (abitudine, questa, che manterrà per tutta la vita). Si dedica al disegno. Continua a scrivere diari delle proprie meravigliose giornate, con riflessioni e schizzi di quel che ha fotografato, temendo di poter talora perdere l’immagine per qualche errore di sviluppo. In essi prende nota perfino delle variazioni meteorologiche, che incredibilmente vanno quasi sempre dal bello al molto bello.

Attraverso queste testimonianze, la vita di Jacques Lartigue appare un susseguirsi di aneddoti quotidiani, caratterizzati da una leggerezza giovanile, che mai vien meno al trascorrere degli anni.

Ancora bambino, il 3 aprile del 1904, in vacanza vicino alla Manica fotografa sulla spiaggia di Merlimont il primo volo di Gabriel Voisin sull’aliante Archdeacon. Nel 1911, malgrado l’interdizione delle piste al pubblico per paura d’incidenti, grazie alla sua tessera della Ligue Aérienne (il club cui appartengono i primi aviatori) egli accede liberamente a Issy-les-Moulineaux, dove riprende i tentativi di volo di personaggi del calibro di Roland Garros e Louis Blériot; nello stesso anno, a spasso a Parigi, fotografa l’eleganza delle signore al Bois de Boulogne. Il suo apparecchio fotografico preferito è allora la Nettel pieghevole, una macchina stereoscopica dal particolare formato 6×13 panoramico. Avendo ricevuto in dono dal padre una cinepresa Pathé, realizzerà diversi filmati sportivi.

Neanche lo scoppio della Prima Guerra Mondiale può turbare il normale corso della sua vita; del resto egli non è direttamente coinvolto, perché dichiarato rivedibile alla visita di leva per problemi di salute. Nel ‘16 fa servizio volontario per i medici militari di Parigi con la sua auto da corsa (una Pic-Pic 16 HP). Frattanto, l’anno prima, ha frequentato i corsi dell’Académie Jullian per perfezionarsi nella pittura, passatempo che vorrebbe trasformare in un’occupazione professionale.

Alla fine della guerra, l’epidemia di Spagnola miete vittime fra gli amici della famiglia Lartigue, la quale attraversa anche un periodo di dissesto finanziario, conseguentemente al quale dovrà privarsi dell’amato castello di Rouzat.

Jacques si sposa nel 1919 con Madeleine Messager, detta “Bibi” – figlia del compositore André Messager – dalla quale avrà due anni più tardi il figlio Dani.

Dedito alla pittura naturalistica, in quegli anni è sempre in viaggio in automobile attraverso la Francia; ne approfitta per scattare molte lastre autochrome.

Il debutto al pubblico di Lartigue, come pittore, avviene nel ‘22 con una mostra alla Galleria Georges Petit, cui ne seguiranno molte altre nei salons parigini e del sud della Francia. Il suo stile non è particolarmente innovativo, all’interno di un panorama dominato dalle avanguardie, ma avrà ugualmente qualche successo, soprattutto come ritrattista e decoratore.

Coinvolto dalla carriera artistica, negli anni Trenta incontra celebri pittori fra i quali Kees Van Dongen, Francis Picabia, e Picasso. Allo stesso tempo frequenta il mondo del cinema: conosce il regista Abel Gance e Maurice Chevalier, stringe amicizia con Sacha Guitry e Yvonne Printemps. Collaborrerà più tardi, come aiuto regista nel film di Alexis Granowsky “Les Aventures du Roi Pausole”; per altri registi si occuperà di casting e della ricerca di location adatte alle riprese.

Di avvenimenti che lo tormentano, ed in una certa misura lo segnano, come la morte nel ‘24 della seconda figlia Veronique di tre soli mesi, i suoi album fotografici tacciono, com’è normale per la visione felice che sembrano deputati a trasmettere. I suoi quaderni, gli scritti quotidiani che accompagnano l’intera sua esistenza, anche se successivamente in parte “corretti”, rivelano invece molto.

Gli anni scorrono attraverso alterne vicende. L’incontro con la modella di origine romena Renée Perle, che sarà sua compagna e musa ispiratrice per due anni, lo porta al divorzio. Risposatosi nel ‘34 con Marcelle Paolucci, meglio conosciuta come “Coco”, nel ‘42 incontra a Monte Carlo la donna col quale passerà il resto della sua esistenza: Florette Orméa, più giovane di lui di ventisette anni. Si unirà in matrimonio con lei tre anni più tardi.

Con la fine della Seconda Guerra Mondiale, giunge un progressivo allontanamento da parte di Lartigue dalla pittura: nonostante continui a dipingere e per sempre si sentirà d’esser pittore, probabilmente non crede più alla possibilità di avere un sostentamento economico da tale attività; diversamente, che dalla fotografia, i cui scatti a colori ora vende a vari giornali.

Nel 1954, alla fondazione dell’associazione Gens d’Images, Lartigue ne diventa vicepresidente; e Albert Plécy pubblica le sue foto in Point de vue et Images du Monde. L’anno seguente, infine, i suoi lavori appaiono accanto a quelli di Brassaï, Doisneau, e Man Ray in una mostra, organizzata da Gens d’Images, alla Galerie d’Orsay di Parigi.

Il suo nome comincia a circolare, ma la sua vera fortuna come autore fotografico arriva soltanto nel 1962: durante un viaggio in USA incontra Charles Rado, fondatore dell’agenzia Rapho.

Costui lo presenta al direttore del Dipartimento di Fotografia del Museum of Modern Art di New York, il celebre John Szarkowski, che l’anno dopo organizzerà nel proprio museo una personale, dal titolo “The Photographs of Jacques Henri Lartigue”.

In quest’occasione Jacques Lartigue decide di diventare “Jacques Henri”, aggiungendo, in omaggio al padre, il nome di quegli al proprio.

La pubblicazione del Portfolio della mostra su Life – casualmente proprio sul vendutissimo numero dedicato all’assassinio del presidente Kennedy – renderà noto il nome del fotografo francese, e la sua opera, ad pubblico inaspettatamente vasto.

Altre esposizioni e la pubblicazione di vari libri dedicati alla sua opera, fra i quali “The Family Album”, e “Diary of a Century” (nell’edizione francese “Instants de ma vie”), ideato da Richard Avedon, ne rafforzeranno in seguito la fama, al punto che nel ‘74 diventa fotografo ufficiale del presidente francese Valéry Giscard d’Estaing. Da allora, pur continuando a fotografare per se stesso, dedicherà molto del suo tempo alle commissioni di riviste di moda e arti decorative.

Nel 1979 Lartigue dona alla Nazione francese il suo intero archivio fotografico, che verrà gestito sotto la supervisione del Ministero della Cultura dall’Association des Amis de Jacques Henri Lartigue. L’evento è celebrato da una mostra “Bonjour Monsieur Lartigue”, che poi farà il giro del mondo.

Muore il 12 settembre del 1986 a Nizza, all’età di novantadue anni, restando nell’immaginario della gente come il testimone privilegiato di un’età d’oro, ma anche come una sorta di eterno fanciullo caratterizzato da un’inossidabile ottimismo.

Gli archivi dei suoi scritti restituiscono, invece, un uomo più complesso e tormentato, costantemente impegnato a costruire l’immagine d’un esistenza felice, attraverso quei 130 album fotografici – veri e propri album di ricordi personali – che sono raccolta, ma anche una selezione personale di momenti scelti a rappresentare un’ideale autobiografia visuale.

Rosa Maria Puglisi

(Pubblicato precedentemente su Cultframe)

3 thoughts on “Jacques Henri Lartigue

  1. ciao… mi chiamo cristina ed ho un blog che si occupa di sartoria principalmente, nel quale stò raccontando la storia della moda e parlando degli anni ’20 e ’30 ho citato il lavoro fotografico di Lartigue ed ho messo il link a questo tuo interessante testo.. spero ti faccia piacere… ciao cristina

    Mi piace

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: