Lo Specchio Incerto

Tra immagine e parola

Francesco Impellizzeri


I volti paradossali della società. 

Intervista a Francesco Impellizzeri (Ottobre 2007)


Nelle sue performance e installazioni, musica, pittura e teatro incontrano la fotografia, come documento dell’azione artistica e come esito espressivo finale d‘un più complesso progetto, sempre restituendoci l’immagine dell’artista stesso. Per l’uso del travestimento, per il gioco dei ruoli sessuali, e l’interpretazione di stereotipi, potrebbe essere collocato idealmente accanto ad artisti come Cahun, Luthi e Sherman, ma si tratta di analogie tutto sommato superficiali. Come lo stesso artista ci spiega nell’intervista di seguito, il suo è un calarsi nei panni di “creature” emerse dall’immaginario mediatico contemporaneo.
Francesco Impellizzeri, nato a Trapani nel 1958, si è da anni trasferito giovanissimo nell’Urbe, e ultimamente fa la spola fra Roma e Madrid.

La sua vena ironica ammanta ogni cosa di un’aura leggera e a volte persino infantile, come nei “Pensierini” (fogli di quaderno delle elementari, all’apparenza scritti e disegnati da un bambino), ma i messaggi, che dal suo lavoro traspaiono, sollecitano l’attenzione dello spettatore su temi importanti, avvalendosi – come i Pop Artist – dei codici linguistici della moda, della televisione, del fumetto, e usando il kitsch per smascherare gli eccessi e le strumentalizzazioni dei media, di cui siamo quotidiane vittime.

Puoi parlarmi di come hai iniziato a fare arte?

Ho appena pubblicato un libro catalogo, in occasione della mostra “Riassunto: Pensierini, parole e…” alla gall. Bonelli Arte Contemporanea di Mantova, che inizia dal 1963, data dei primi disegni e fogli di quaderno delle scuole elementari e anche foto delle prime recite scolastiche, fino alle immagini pittoriche e fotografiche che, dall’adolescenza, arrrivano ad oggi.

Sfogliando questo “Album e Quaderno di Francesco Impellizzeri” si sviluppano 200 pagine di vita/lavoro.
Atraverso questo lungo racconto si rivela un percorso continuo, coerente e conseguenziale.

Percorso artistico e vita in una certa misura coincidono, dunque. L’arte è per te soprattutto una maniera di esprimere te stesso, un modo per riflettere sul mondo e l’arte stessa, o piuttosto entrambe le cose?

Raccontare è il verbo adatto al mio lavoro. Ribadisco questo concetto.

E’ chiaro che il mio lavoro riflette il mio modo di vedere la vita e l’arte parallelemante, con grande senso critico, analitico…

L’interpretazione di personaggi stereotipati fa parte dei tuoi travestimenti, che giocano spesso sull’ambiguità sessuale, cosa in questa “masquerade” ha a che vedere con l’autoritratto, e cosa con la performance dei ruoli legata al genere?

Nelle performance, fotografie, acquerelli e video ho sempre “dipinto” figure paradossali ritagliate da una realtà esaperata dalla mia creatività ma che non hanno niente a che vedere con il ritratto della mia personalità. Interpreto stereotipi che sono distanti da me mille miglia.

Li faccio vivere proprio come un attore sul palcoscenico. Non mi interessa mostrarmi solo per narcisistico piacere, ma come mezzo per evidenziare – in quanto vittima di questi attentati mediatici – i paradossi di questa società, in modo divertente ma sempre con forte senzo critico e nessun compiacimento.

E’ narrazione dipinta di kitch (strumento più volte utilizzato da pubblicità e mezzi di comunicazione), o con immagini libere da orpelli ma pur sempre tragicomiche.

Anche la sessualità, vissuta con imposizioni e canoni ben precisi dalla nostra società, è uno strumento di indagine che alcuni dei mie personaggi rivelano in maniera evidente. Il ruolo in cui la religione ha relegato la sessualità, è una delle tematiche del mio lavoro, come quella del disagio per le differenze razziali, o gerenazionali fino al travestimento che la gente adotta per uniformarsi o diventare uno stereotipo.

Nel video “Videoclippami” del 2001 interpreto 16 personaggi che rappresentano queste tipologie, e in soli 4 minuti sono evidenziati tutti gli aspetti sociali che ho citato, legati da una canzone dalle chiare ironiche parole.

Quando, e perché, hai deciso di usare la fotografia?

Negli anni ’60 la fotografia ha avuto una diffusione e un consumo di massa. Mi è stata regalata la prima macchina fotografica a 10 anni e m’incantava il risultato magico che se ne otteneva: fermare un’immagine scovata dal tuo occhio e vederla inquadrata dentro un lucido pezzo di carta. Poi, con la scoperta della mia fotogenia, ho iniziato prestissimo a farmi fotografare e, già alla fine degli anni ’70, ho trovato un amico/complice di numerosi set fotografici che mi vedevano ora come un un efebo ora nei panni di una svenevole modella inizi ’900.

Naturalmente, studiando poi pittura in accademia, le prime mostre contenevano disegni e poi segni e colori che avevano affinità con la musica. I primi tentativi fotografici non erano, però, stati accettati dai miei insegnanti di pittura.

Nel 1990 ho fatto la mia prima performance alla Temple Gallery di Roma, proprio perché i quadri avevano bisogno dell’apporto musica/azione. Così è nato Unpopop, il mio primo personaggio.

Naturalmente la foto è diventata necessaria per fermare quei momenti, ma anche logica per le esperienze precedenti alle mostre.

Ti sei ispirato a qualche fotografo in particolare?

Essendo nato in sicilia le influenze storiche, fotografiche e folkloriche hanno nutrito la mia crescita. Naturalmente conoscevo Von Gloeden, anche se le sue immagini mi sembravano troppo serie o morbose.
A me è sempre piaciuto il polpettone culturale della mia adolescenza, farcito di classicismo, spruzzato dalle dominazioni che tutta l’isola ha subito nel corso dei secoli, fino al finto sviluppo offerto dai media, televisione in testa.

Ho sempre asserito che nel mio sangue scorre una miscela composta da tutte le culture che hanno arricchito la Sicilia nella sua lunga e affascinante storia.

Sarebbe riduttivo definirsi siciliani, isolani: la fratellanza con il mondo intero mi permette di creare e dialogare, attraverso e “grazie” al il mio patrimonio genetico. Certamente è un privilegio essere nato in un luogo etremamente ricco di storia e vibrazioni liriche, ma anche essere cresciuto nella città eterna per quasi trent’anni…

Adesso poi vivo a Madrid con i miei “fratelli” spagnoli… Ho dovuto aspettare la prima personale in Spagna per incontrare un giornalista che faccese delle domande pertinenti al mio lavoro.

Per le tue opere trai spunto dai media, dalla moda, e colpisce un certo aspetto ironico-giocoso, sia nelle opere che nei titoli , talora addirittura richiami all’infanzia. Quanto c’è davvero di gioco, quanto di satira?

Non ho mai abbandonato l’espressione ludica appartenente alla mia infanzia, ma ho dovuto condirla di ironia per proporla crescendo, e affinarla con la satira per stuzzicare i palati.

Ma non si tratta di una ricetta vera, quanto piuttosto di un punto di vista che mi appartiene e che esercito per dialogare con questa paradossale società.

Non sono un pittore di paesaggi; o meglio, è il “paesaggio” umano che m’interessa in tutte le sue sfaccettature.
Voglio aprire un dialogo con tutti coloro che incontrano il mio lavoro come in un buon salotto; ho bisogno di fare una satira politica, di costume, fino a parlare dell’ultimo festival di Sanremo. Le domande sono sempre benvenute, naturalmente se dall’altra parte si presenta chi sa fartele: il problema si potrebbe verificare solo nel momento in cui… non te ne fanno più!

C’è nelle tue opere la volontà di sdrammatizzare, d’esser più leggeri?

Se penso al lavoro che c’è per preparare una performance, un set fotografico per entrare nei panni dei miei personaggi, è la pesantezza quella che mi viene subito in mente!

Quello che il fruitore recepisce è la freschezza di una narrazione autentica, che vuole evidenziare per poi sdrammatizzare.
Adesso bisogna che chi il mio lavoro ha guardato, dopo essere stato catturato dalla piacevolezza del mio operato, scruti un pò più a fondo il prodotto che ho, amorevolmente, presentato! Buona visione!

(Precedentemente pubblicata su Cultframe)

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