Lo Specchio Incerto

Tra immagine e parola

Augusto Pieroni


L’importanza della formazione in fotografia.

Intervista ad Augusto Pieroni (Febbraio 2005)

Storico e critico d’arte contemporanea, Augusto Pieroni è docente di Storia della Fotografia oltre che autore di scritti illuminanti sul linguaggio fotografico. In quest’intervista racconta la propria concezione della fotografia e l’appassionato lavoro nel campo della formazione.

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Perché hai esteso i tuoi interessi dall’arte alla fotografia?

Perché mi stupiva di più e perché essendo cosa quotidiana, per dire davvero qualcosa bisogna avere un pensiero. Trovo che fare un quadro oggi o fare un’installazione sia diventato, diciamo così, un po’ accademico: non nel risultato estetico, ma nel senso che oggi si sono abbattute certe barriere e chiunque può fare un’installazione di non particolare bruttezza o idiozia, mentre hai bisogno di limiti, di scegliere il tuo linguaggio con tutti i suoi limiti, per muoverti liberamente.

La fotografia per questo è più divertente: perché ha uno specifico tecnico duro ancora resistente. Quando vai a vedere come la fotografia s’incastra con la società, scopri che ci sono ancora dei protocolli di “viabilità” ben precisi e un concetto tecnico della creatività, un po’ come nel Medioevo quando c’erano le corporazioni degli artisti. Questo, l’arte se l’è perso insieme alle costrizioni, perdendo anche l’occasione di fare le rivoluzioni.

Ho smesso di credere all’idea che uno possa fare solo il creativo, standosene da una parte a coltivare idee che non nascono da un gioco di spinte e contro-spinte con la realtà sociale e col fatto di vivere.

Non credi nell’essere solo artista, allora qual è il ruolo di un fotografo quando la fotografia ambisce ad essere arte?

Non solo: non credo molto nell’essere soltanto fotografo. Quando l’artista ha usato la fotografia, si è affrettato a dire che non era un fotografo; quando il fotografo ha premuto l’acceleratore su questioni che non venivano dalla committenza, ha tenuto subito a dire che era un artista; ma chiamarsi dentro o fuori da un certo ambiente, è voler salire su un treno che comunque viaggia al di là di te. Il problema non è di definizione, ma di azione: cosa fai, come lo fai, perché, dove e per chi. Lascia poi che siano gli altri a non capire che razza di “animale” sei.

La questione, infatti, è che in realtà sono i sistemi di potere che chiamano a sé autori e opere in modi imprescrittibili; in un certo momento, per convalidare determinate cose, si è preso un perfetto sconosciuto e lo si è fatto diventare il prototipo dell’artista protoconcettuale – tipo Atget, oggi noto a tutti per quello che ha fatto -, ma i motivi riguardano questioni di politica museale e di sociologia dell’immagine fotografica, ora qui ora lì. Ti rendi anche conto che a volte si parla d’arte e si dà dell’artista a uno che magari non si vuole dentro questa definizione: a comandare è il museo, la storia, anzi la critica storica. Mi sta bene: però bisogna lo si sappia.

Fino a che punto, a causa del mercato, il critico non assume una rilevanza maggiore del fotografo?

A dircela tutta direi che nell’arte contemporanea l’idea del critico è talmente in primo piano da meritare una retrocessione d’ufficio. Ma posso dirti? a me interessano le ricerche, gli autori; quelli insoddisfatti di quel che sanno, di quel che vedono: troppo poco o troppo per loro. Io penso alla ricerca non come ad un aggiungere sempre e necessariamente; esistono autori che vanno a sottrarre. Quanto più conosci e più hai visto, tanto più ti rendi conto che ci sono piccoli differenziali fra gli autori; non inventano mai l’acqua calda: fanno piccoli spostamenti. Uno come Lee Friedlander, in fondo non ha fatto niente se non riprendere gli stessi identici temi di Walker Evans ma infilandoci dentro una piccola cosa in più: l’autoritratto. Così però ha creato un mondo. Dal lavoro di un autore pretenderei insomma piccole ma decisive prese di posizione – e in fotografia è più difficile, no? – per questo dico mi sorprende di più chi mi faccia anche spostare per seguire il suo pensiero. Alla “mano” ci bado fino a un certo punto.

Lavorando in Scuola Romana di Fotografia, mi rendo conto che gli allievi colgono – wow! – l’oggetto fotografico, lo “reificano” fuori di loro, ma a volte lo smarrimento è pazzesco. A questi ragazzi puoi dare una formazione critica che gli permetta di cogliere e gestire le strategie comunicative, capendo e articolando tutte le variabili della visualizzazione fotografica. Pensando profondamente per immagini.

Susan Sontag aveva recentemente affermato che la fotografia serve a ricordare, la scrittura a spiegare. Che ne pensi?

Nel suo ultimo libro, “Davanti al dolore degli altri” la Sontag si era un po’ ricreduta riguardo all’idea che la fotografia fosse un fatto costitutivo. E’ la reazione di una persona che ha capito che la cultura visiva è stata usata da molti in malafede – o senza volerlo – in modo errato per sdoganare una sorta di disimpegno: “accontentati dell’immagine, sia questa il tuo nutrimento”; ma questa di per sé ti può tranquillamente mettere sul binario sbagliato e lasciartici.

Allora dobbiamo stare attenti a parlare di primato delle immagini, perché potrebbe andare a finire che, affermandosi questa linea, le immagini diventeranno l’unica cosa che abbiamo da smerciare; e visto che c’è chi campa anche politicamente di smercio d’immagine, francamente il discorso diventa un po’ pericoloso.
Pensare per immagini ci aiuta ad articolare e veder articolare le immagini come testi complessi, non come illustrazioni.

E’ importante dare degli strumenti – non delle Verità – a chi fa le immagini, perché si sappia alla guida delle proprie scelte, per poter produrre un testo. Non semplicemente per riuscire a soddisfare delle richieste tecniche, ma per dare un punto di vista, che è ottico, ma tanto più intellettuale e, se vuoi, morale.

Combatti, insomma, quella che nei tuoi scritti hai definito come una “preterintenzionalità” dell’immagine.

Fin dall’inizio, fin dall’autore. Lavoro molto sodo sulla formazione. Formare può sembrare una banalità, ma a seconda del modo in cui tu la fai crescere la pianta, cambia parecchio quello che fa: il bonsai è semplicemente un albero a cui è stata data una forte limitazione di crescita. In mancanza di formazione si può arrivare alla “deformazione”.

Guarda il disinvestimento nella formazione del nostro governo: automaticamente produce un consumo più inconsapevole, che accetta molto più volentieri lo standard e non chiede alternative, perché mancano gli strumenti critici; crea gente che pensa fondamentalmente al lavoro come una cosa pratica operativa, e non ha grandi velleità, né critiche né ricreative; quindi difficilmente chiede più di quello che gli dai, facendogli credere che sia già abbastanza. Significa anche creare una popolazione politicamente più scarsa. Se poi non investe lo Stato, lo fanno i privati, ma così possono subentrare saperi, come quelli dei religiosi, che non vanno buttati alle ortiche, ma non devono neanche essere i servizi segreti della nostra educazione.

Dall’arte del Novecento ho imparato che facendo un quadrato nero su un fondo bianco, tu non stai solo facendo una forma, ma creando un altro modo di pensare. Quando insegni, fai una cosa del genere: non racconti chi era Malevic, o Rodchenko, fai intravedere la lezione di questi, cosa ti hanno insegnato a vedere, come ti hanno insegnato a pensare. E’ il mio modo di fare politica.

Col termine “Fototensioni”, titolo di un tuo libro, hai introdotto l’idea di un ripensamento costante della fotografia; quanto ti aiuta questo nel lavoro di critico, e quanto in quello d’insegnante?

Dal punto di vista critico, mi permette di non annoiarmi mai, di cercare sempre una soluzione alternativa o trasversale
Dal punto di vista dell’insegnamento, questa continua “sdefinizione” poi è splendida. Sei garantito nel parlare di una materia che non ha assolutamente il proprio territorio solo ed esclusivamente nell’arte, e questo è bellissimo: adoro l’idea di poter contrabbandare con il mio gommone universitario consapevolezze più estese.

Il bello di questo continuo cambiamento di luci è che c’è la possibilità di cambiare idea. Devi aver un buon metodo, però, e una buona consapevolezza storica, non solo critica, per guardare una cosa che evidentemente è olio su tela, e sapere che in qualche modo c’entra con la fotografia, e viceversa.

Detto questo, allora che cos’è la fotografia?

Preferisco ridomandarmelo continuamente pur sapendolo bene, in qualche modo. Prendi il digitale: ha messo all’inizio in crisi tutti, poi si è diffuso in tutti i momenti della creazione fotografica. Non è più vero che “digitale” è solo ciò che è stato acquisito in digitale; è digitale una stampa, digitale il trattamento del negativo, digitale la produzione del negativo, e anche se sei uno che continua a fare fotografia pura, fotochimica, magari a un certo punto ti è servito di raddrizzare linee che anche il banco non riesce a raddrizzare, o recuperare luci che si sono perse per motivi di luminosità dell’obbiettivo, e l’hai potuto fare in tutta buona fede scansionando il negativo.

Il digitale non è un problema per la fotografia, esattamente come non lo è stato per la musica. La tecnologia agita solo quando è una novità d’effetto, non nel momento in cui poi viene assunta dalla società, passando da fine a mezzo.

Hai un nuovo scritto in preparazione?

Sto preparando varie cose; tra le altre, un saggio, che parla di questo doppio mondo, dei ragazzi basati sulle nozioni e di quelli basati sulla tecnica: parlando di fotografia, è come se vedessero due oggetti teorici completamente diversi.
Insegnare a entrambe le categorie, gli autori e i ricettori, per me è una specie di congiunzione degli estremi: a quelli che fanno storia dell’arte faccio fare cose che li abituano a creare un senso della sequenzialità delle immagini, a capire il modo in cui porsi davanti a un soggetto; gli altri dovrebbero già saperlo fare, ma sono trattenuti dalla questione tecnica
A loro do competenze opposte rispetto a quelle che si aspetterebbero.

Mi piace il candore di tanti fotografi che dicono: ti faccio vedere la realtà. E’ una tale bugia. L’importanza del punto di vista è tale – del punto di vista che hai prima di scattare e del punto di vista dal quale ti poni per realizzare le immagini – che è grave non capirlo e dare per scontato che il soggetto buchi sempre l’immagine. Oppure pensano di dover fare semplicemente una buona immagine, stilisticamente. Possono però fare molto di più e, se se ne rendono conto, c’è il rischio che qualcuno di loro diventi un buon autore. In Italia ci piacerebbe averne tanti.

Questa è la cosa che preferisco; nonostante io scriva tante cose, mi piace di più pensare di star dando con l’insegnamento un contributo a un domani imprevisto ed elettrizzante.

[Già pubblicato su Cultframe]

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