Lo Specchio Incerto

Tra immagine e parola

Tina Modotti


L’arte di Tina Modotti

la copertina della monografia di Aperture su “Tina Modotti”
copertina di “Tina Modotti” (Aperture)

Il nome di Tina Modotti, caduto per anni nell’oblio, è diventato dalla sua riscoperta negli anni ‘70 ad oggi quello di un personaggio di culto.

La sua immagine leggendaria si nutre di una fama di donna indipendente ed intellettualmente consapevole, di rivoluzionaria “pasionaria”, legata nella vita ad uomini dalle forti aspirazioni artistiche e politiche, da lei completamente condivise.

Nel Messico degli anni ‘20, Tina diventa presto una figura molto nota, per la sua partecipazione alla vita pubblica, non meno che per la sua frequentazione di un ambiente artistico molto vivace, che vanta addirittura un Sindacato rivoluzionario dei tecnici, pittori e scultori, fra i cui iscritti vi sono personaggi del calibro di Rivera, Siqueiros, e Orozco, e che ha attirato a Città del Messico diversi artisti delle Avanguardie di tutto il mondo.

In occasione di una sua esposizione collettiva, sarà proprio l’amico muralista Diego Rivera a scrivere di lei: “Tina Modotti esprime una profonda sensibilità su un piano che, pur tendendo all’astrazione, senza dubbio più etereo, e in un certo senso più intellettuale, trae linfa dalle radici del suo temperamento italiano. La sua opera artistica è fiorita però in Messico, raggiungendo una rara armonia con le nostre passioni..”.
Questa descrizione di Tina fotografa sembra rendere bene il senso della sua opera: rigore formale sensibilità, e tensione d’ideali, infatti, pervadono i suoi still life, i ritratti, quanto i più sentiti reportage.

Sebbene gli esordi, come assistente-apprendista di Edward Weston, suo compagno, la vedano cimentarsi tenacemente, in studio ed in camera oscura, con la sperimentazione di tecniche di doppia esposizione, che danno alle sue immagini una particolare, dirà Alvárez Bravo, “impressione di cristallo” (ricordiamo “Glasses”, una composizione di calici, che s’intrecciano creando evanescenti geometrie su un fondo scuro), ben presto diventa in lei viva l’esigenza di “produrre soltanto buone fotografie, senza ricorrere a manipolazioni”, come la maggior parte dei fotografi succubi di un senso d’inferiorità nei confronti dell’arte. La sua ricerca di questo primo periodo (cui appartiene anche una serie di eleganti immagini floreali intrise di sensualità e inquietudine presaga di un equilibrio transitorio della bellezza), ancora legata all’influenza di Weston, e all’indagare di questi sui rapporti di forme, create da luci ed ombre, per rivelare la segreta struttura delle cose, è ancora prettamente estetica.

I primi riconoscimenti come fotografa le arrivano dagli esponenti dell’Estridentismo, un movimento affine al Futurismo per la sua lotta al “passatismo”: “Pali del telegrafo”, una sua foto del 1925, con una dinamica fuga prospettica di pali sovrapposti e di cavi contro il cielo, richiama alla mente le “scariche elettropoetiche” estridentiste; e un ritratto di Germán List Arzubide, capo di questo movimento e suo amico, trasmette appieno la carica eversiva dei suoi ideali.

Tina è acclamata e le sue immagini sono pubblicate dalle riviste estridentiste. A poco a poco, si muove verso una totale indipendenza artistica da Weston: i primi segnali di ciò li rivela soprattutto il suo volgersi verso la realtà del popolo; il suo obiettivo comincia a cercare per le vie messicane, tra la gente, le tracce di una rivoluzione dai risvolti contraddittori.

L’allontanarsi progressivo di Weston dalla sua vita, rappresenta per Tina un momento di sconfortata riflessione sul proprio ruolo di artista, che la induce a dubitare, come rivela una lettera al fotografo americano (col quale manterrà ancora a lungo un serrato rapporto epistolare): “…L’assenza d’interesse non c’entra. Forse mi manca la disciplina, il potere di controllo sull’esecuzione…”, scrive. E aggiunge: “non posso .. risolvere la questione della mia esistenza perdendomi nel problema dell’arte…ma soprattutto sento che il problema del vivere incide profondamente sul problema della creatività artistica”.

Nel 1927 s’iscrive al Partito comunista messicano, e il legame fra la sua attività creativa e quella politica diventa evidente ed indissolubile.
E’ amata e criticata, per il suo fascino e per il suo stile di vita spregiudicato per l’epoca, le voci dei denigratori la definiscono addirittura un personaggio sensazionale di Città del Messico: “una fotografa e modella, nonché prostituta d’alto bordo e Mata Hari” comunista.

Il suo lavoro diventa sempre più intenso: fotografa parate di lavoratori sotto i loro sombreri, mani, di zappatori in riposo, di contadini che leggono El Machete (la rivista degli artisti della Rivoluzione, che è diventato giornale del partito); ritrae donne coi propri bimbi al seno, scaricatori, e arnesi di lavoro e lotta. Questi ultimi rappresentano una vera e propria produzione dallo spiccato carattere propagandistico, e tuttavia rilevante da un punto di vista stilistico e compositivo.
Sono questi anni di grandi rivolgimenti, per la vita politica messicana e per quella privata di Tina Modotti: le sue foto appaiono su El Machete, AIZ, New Masses, Creative Art e persino su Vanity Fair; compie dei lavori su commissione.

Dopo l’assassinio di Julio Antonio Mella, il giovane ribelle cubano con cui ha vissuto, la sua immagine pubblica subisce un massiccio attacco, dal quale la salva l’appoggio degli amici artisti, stimati e impegnati sul fronte politico. Il suo lavoro continua agli stessi ritmi, ma si orienta sempre più verso il reportage sociale: celebri le immagini scattate nello Stato di Oxaca, che potrebbero rappresentare una buona documentazione etno-antropologica sugli indios messicani, ma rivelano ben più nei particolari, ritagliati dalla realtà, e cioè un’attenzione partecipe per la loro condizione umana.
Alla fine del 1929, con grandi onori, nelle sale della Biblioteca nazionale viene allestita la prima mostra personale di Tina Modotti.
Nell’introduzione essa scrive: “Non è indispensabile sapere se la fotografia è o non è un’arte, quel che conta è distinguere tra buona e cattiva fotografia […] La fotografia…si afferma come il mezzo più incisivo per registrare la vita reale. Da qui il valore documentario, e se a ciò si aggiunge la sensibilità e l’accettazione dell’argomento trattato, ma soprattutto una chiara idea del posto occupato nell’evolversi della storia, ritengo che il risultato sia degno di un proprio ruolo nella rivoluzione sociale”.

Si trova al culmine della sua carriera artistica e tutti i suoi interessi si volgono al suo ruolo di fotografa, grazie al quale sente la possibilità e il dovere d’incidere sulla società, ora rappresentandone i mali, ora esaltandone le potenzialità di riscatto. Le sue immagini appaiono originali e sentite, nella purezza della loro composizione trasmettono un messaggio sociale sintetico e chiaro in una forma classica per equilibri e simmetrie.
Ma la sua carriera di fotografa, ormai di fama internazionale, è quasi giunta al termine.
Ingiustamente accusata di complicità in un attentato al Presidente, viene espulsa dal Messico e nel suo peregrinare in Europa scatta le ultime immagini in una Berlino sull’orlo del regime nazista. Decide poi di dedicare tutto il suo tempo alla causa comunista.

La sua vita si conclude all’improvviso su di un taxi – si dice per avvelenamento – a Città del Messico, il 15 gennaio del 1942. Ha solo 45 anni.

Rosa Maria Puglisi

(Già pubblicato su Cultframe)

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