La fotografia consapevole di Simona Guerra

Conosco Simona Guerra già da qualche anno attraverso Facebook, e più di recente abbiamo avuto modo di approfondire la nostra conoscenza trovando talora occasione per uno scambio d’idee anche attraverso mezzi più diretti che la parola scritta.

© Wilson Santinelli
© Wilson Santinelli

Simona si occupa di fotografia da molto tempo e lo fa con metodo e rigore scientifico; la serietà che la contraddistingue di questi tempi nel nostro settore è merce sempre più rara. Il suo impegno in campo fotografico si è concretizzato non solo nel suo lavoro per l’Archivio fotografico di Mario Giacomelli (per lei zio che l’ha iniziata a quest’arte), ma di volta in volta in quello di docente, di curatrice di mostre e di eventi (per citarne uno la manifestazione Giornate di Fotografia che quest’anno è alla sua quinta edizione) e di scrittrice.

Se qualcosa può mai accomunarci, è il nostro interesse verso una fotografia che va oltre ciò che comunemente viene inteso, e cioè una fotografia pensata – e vissuta – come mezzo d’espressione personale, tale da arrivare ad essere potente mezzo di autoconoscenza e valido strumento per il benessere personale. In quanto tale, la fotografia non può che trovare sostegno nella parola (nella scrittura intendo), in quanto questa racconta il nostro esprimerci attraverso il mezzo fotografico, ancor prima che agli altri, a noi stessi . A suo tempo scelsi la dicitura “tra immagine e parola” come sottotitolo a questo blog, proprio perché conscia di questo fatto. copertina-libro-GRANDEUna fotografia che va oltre la superficie ed ha bisogno della parola scritta come una sorta di “fissaggio” che ne stabilizza il senso sia pure transitoriamente, è questo – per come la vedo io – il terreno sul quale ci si incontra.

Su questa maniera d’intendere la fotografia Simona Guerra ha scritto ora un interessante libro, che s’intitola “Fotografia consapevole. Scrittura e fotografia s’incontrano“. E potete di certo immaginare l’entusiasmo col quale ho accolto la sua richiesta di dargli un’occhiata per scrivere eventualmente cosa ne pensassi!

Posso subito dire che l’esperienza non è stata per nulla deludente, malgrado confesso che mi aspettassi qualcosa di un po’ diverso.
Il titolo mi risuona, infatti, molto e scorrerne l’indice mi ha fatto pensare – sono sincera – che avrei voluto scriverlo io un libro che parlava di quegli argomenti.
Già di per sé il concetto di una consapevolezza applicata alla fotografia risulta prezioso in un momento storico, come quello presente, in cui molti credono di poter padroneggiare il linguaggio fotografico sol perché la tecnologia digitale consente agevolmente a chiunque di non toppare più una foto dal punto di vista tecnico, motivo per cui poi suppongono anche che basti riprodurre immagini aderenti agli stereotipi modaioli del momento per “fare Fotografia” e dirsi – a seconda dei casi – professionisti o artisti. A costoro sfugge, purtroppo, cosa sia la fotografia e cosa sia la comunicazione delle loro emozioni e/o idee, concetti questi strettamente interconnessi. La consapevolezza è precisamente il loro punto debole.

© Simona Guerra
© Simona Guerra

Ma queste considerazioni sono fin troppo scontate, e infatti la consapevolezza, cui Simona Guerra si riferisce, va ben oltre questo: nella fotografia lei vede un linguaggio finalizzato ancor prima che a comunicare ad esprimersi, e soprattutto uno strumento di verifica, consapevole, in quanto “ha come motivo d’essere l’esperienza sensoriale delle cose della nostra vita, la constatazione della loro esistenza e la presa di coscienza del mondo a noi circostante, sapendo già che tale progetto, per natura, non potrà mai interamente compiersi”. Fuori d’ogni considerazione logica che porterebbe a desistere per senso d’impotenza, l’esigenza di misurarsi col mondo, una spinta interiore propria a chi indaga per il solo piacere della conoscenza, rimane; e non possiamo far altro che tentare di affinare e combinare le risorse che possono meglio aiutarci a tale scopo. In questa ottica, per quanto mi riguarda trovo ovvia l’esigenza di una commistione fra fotografia e scrittura, ma mi rendo conto che per i più ovvia non è, e quindi sono ben felice che ora ci sia questo libro a sottolinearla.

© Simona Guerra
© Simona Guerra

Dopo un preambolo in cui l’autrice spiega le sue motivazioni, il libro si dipana in quattro sezioni.
La prima fa un punto della situazione riguardo a ciò che la fotografia è oggi, prende atto dei mutamenti storici e auspica un adeguamento alla realtà attuale da parte di chi opera in fotografia.

La seconda considera la fotografia in relazione a contesti quali l’arte e il mercato dell’arte, le innovazioni tecnologiche, e quelle istanze psicologiche che sempre più emergono creando sovente confusione e sovrapposizione fra setting psicologici e formativi, e setting artistici. Per ovvi motivi, legati al mio percorso e a ciò che trovo personalmente stimolante, m’incuriosiva soprattutto leggere come veniva configurato il rapporto fra la cosiddetta fotografia consapevole e la cosiddetta fotografia terapeutica.
A tal proposito Simona, con serietà, si esprime in maniera chiara, a fugare le facili tentazioni di omologazione fra ambiti diversi in cui spesso si scade, scrivendo: “La Fotografia consapevole non è la Fotografia terapeutica; … in questi ultimi anni si fa grande uso del termine terapeutico anche nel mondo della fotografia “artistica”. Molti autori parlano del loro lavoro fotografico definendolo terapeutico… la Fotografia consapevole – e la fotografia in generale, come gesto creativo – ben si inserisce fra tutte quelle attività che possono donare sollievo e piacere alla persona che le pratica … non bisogna però confondere la Fotografia consapevole con la fotografia utilizzata a vario titolo in ambito psicologico e clinico”.

© Simona Guerra
© Simona Guerra

Nella terza sezione accosta concretamente i linguaggi della scrittura e della fotografia, vedendo nella seconda “una penna per tutti” e valutando le opportunità che i due medium offrono al fine dell’autoanalisi e dell’espressione di sé.

A differenza del resto del libro, che ha uno stile che va dal saggistico all’ideologico, dando consistenza a un vero e proprio “manifesto” della sua fotografia consapevole, nella parte conclusiva l’autrice usa un registro linguistico che per me è più accattivante: è  quello proprio al racconto delle storie di vita, che ha l’efficacia di una testimonianza resa in maniera sincera, autentica  e pertanto emotivamente coinvolgente. In questa testimonianza personale trovano pieno senso e coerente spiegazione le motivazioni intrinseche di quella che altrimenti potrebbe sembrare soltanto una presa di posizione ideologica.

Nel leggere questo libro, che per quanto mi riguarda ho trovato stimolante, mi sono più volte scoperta a pensare che mi sarebbe piaciuto suggerirne la lettura ai miei studenti, e però anche a chiedermi se una lettura come questa sarebbe per loro infine chiarificatrice o se non verrebbe magari fraintesa, complessa e densa com’è di riferimenti colti, fotografici e non solo.

Introduzione alla cultura visuale

Ancora un libro per voi, ormai un classico per chi voglia avvicinarsi allo studio delle immagini e, più in generale, della comunicazione visiva.

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La divergenza esistente fra “vedere” e “capire”, in un’epoca della totale “visibilità” come la nostra, tende sempre più a divenire drastica, rendendo auspicabile l’avvento di una nuova cultura visuale, che rinnovi gli ormai inadeguati strumenti analitici, ancora legati alla logica tecnocratica (codificata) della parola, piuttosto che ai principi democratici (intuitivi) della visione, che sottendono ad una realtà fatta d’immagini.

Col suo “Introduzione alla cultura visuale“, edito in Italia da Meltemi, Nicholas Mirzoeff intende colmare una lacuna, da una parte creando un’interfaccia per la fruibilità su vasta scala di un argomento solitamente riservato ai teorici ed agli operatori del settore; dall’altra proponendo Continua a leggere Introduzione alla cultura visuale

una lettura diversa (e una segnalazione)

Accanto alla recensione, qui di seguito, di questo utilissimo manuale sulla lettura delle immagini, segnalo la 
pubblicazione nella sezione “interviste” di un interessante colloquio con l’autore del libro sul tema della formazione in fotografia e non solo. Le considerazioni che emergono, malgrado il tempo trascorso, a me paiono più valide che mai.

Per un collegamento diretto all’intervista cliccate qui.

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In uno scritto di qualche anno fa, Augusto Pieroni analizzava il sempre più stretto rapporto che lega l’arte contemporanea e la fotografia, vedendo Continua a leggere una lettura diversa (e una segnalazione)

una lettura sotto l’ombrellone: Calvino, “L’avventura di un fotografo”

Negli «anni cinquanta» Italo Calvino scrive la raccolta di racconti, che poi s’intitolerà “Gli amori difficili”; tema comune in essi è quel “nucleo di silenzio” che resta nei rapporti umani a dispetto di ogni forma di comunicazione, così nel titolo di ogni racconto il rapportarsi con gli altri si trasforma ironicamente in avventura.

“L’avventura di un fotografo” (messa in racconto dell’articolo saggistico La follia del mirino, scritto nel ’55 per il settimanale romano “Il Contemporaneo”), in modo particolare, tratta le difficoltà di comunicazione legate al medium fotografico.

Le idee di Antonino Paraggi, personaggio dal nome emblematico, non-fotografo, ma piuttosto uomo qualunque e filosofo per atteggiamento mentale, sono Continua a leggere una lettura sotto l’ombrellone: Calvino, “L’avventura di un fotografo”

Paola Agosti: “El Paraíso: entrada provisoria”

© Paola Agosti, "Vila. Al piano Roberto Pairone, Fernando Bai danza con Emma Barale de Mondino", 1990

Racconta di un’emigrazione, quella dei piemontesi in Argentina, il volume fotografico dal titolo “El Paraíso: entrada provisoria” recentemente uscito per le Monografie FIAF; in 46 immagini, che ci conducono con l’intensità del loro bianco e nero in un mondo inatteso dove il tempo pare aver seguito leggi tutte sue, dettate dalla Memoria.

Scattate da Paola Agosti lungo le strade della “Pampa Gringa” (un vasto territorio compreso fra le città di Cordoba, Rosario e Santa Fe) nel corso di diversi viaggi fra il 1987 e il 1991, sono Continua a leggere Paola Agosti: “El Paraíso: entrada provisoria”

Hellen van Meene: “Untitled”

A gentile richiesta ripropongo questo pezzo di diverso tempo fa, relativo a un libro sul lavoro di una particolarissima fotografa olandese. Grazie per l’occasione! 🙂

(Una curiosità: il link all’account flickr del marito di van Meene, Frank van Eykelen (cliccare sul nome!), dove potrete trovare molto sui retroscena del lavoro di quest’artista e persino una nutrita galleria di sue foto.)

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copertina di Untitled

Prima di esser prese dal “sistema dei generi”, prima d’immergersi completamente nell’identità femminile, le ragazze vivono uno stato d’imperfezione e d’ingenuità, una sorta di limbo denso d’incerti presagi sulla vita futura.  Continua a leggere Hellen van Meene: “Untitled”

Sara Munari: “Di treni di sassi di vento”

© Sara Munari, da "Di Treni di sassi di vento", Albania 2009
© Sara Munari, da "Di Treni di sassi di vento", Albania 2009

In mostra fino al 21 marzo presso la foto libreria galleria di Roma S.T. (via degli Ombrellari, 25), a cura di Diego Mormorio, il più recente lavoro di Sara Munari,  dal poetico titolo “Di treni di sassi di vento”.

Promossa da Amnesty International, Circoscrizione Lazio – Gruppo Italia 221, l’esposizione intende richiamare l’attenzione sulle comunità Rom e sui pregiudizi ad esse collegate, che troppo sovente ormai culminano in operazioni di sgombero forzato, a dispetto del fatto che tale pratica sia vietata dal diritto internazionale dei diritti umani.

Scattate in un Campo in Albania durante la scorsa estate, sono immagini che testimoniano momenti, luoghi e atmosfere fragranti di semplicità e autenticità. Uno squarcio di realtà vissuta dalla fotografa con occhi limpidi e raccontata con una levità assolutamente lirica.

Ogni luogo comune è stato da esse bandito: quelli negativi che vorrebbero i Rom un’etnia infida e ladra, come quelli positivi che li vorrebbero gli ultimi eroi, romantici e malandrini, di una vita libera randagia e selvatica.

Resta, invece, l’impressione vivida di un microcosmo popolato prevalentemente da personaggi giovanissimi, animati da un moto costante contro uno sfondo senza tempo, spinti dal vento incontro al sole, appagati dal vivere stesso.

Sono liberi certamente, a dispetto degli abusi che da sempre li colpiscono, a dispetto delle norme segregatrici che da sempre si abbattono su di loro. E la libertà di cui godono non è quella esteriore e stereotipata del presunto ribelle; ma quella reale, invece, di chi sa dare il giusto valore alle cose, piuttosto che rincorrere vaghe e frustranti illusioni. Ecco ciò che paiono trasmetterci queste immagini, così diverse dalle “solite foto” degli accampamenti nomadi.

In questi scatti, come è solita fare, Sara Munari ha messo da parte ciò che si crede di sapere per accostarsi alla quotidianità dei Rom con un’empatia profonda, che le sue immagini chiedono anche a chi le guarderà.

A noi metterci alla prova: saremo capaci di “sentire” quel che non ci attendevamo? il suono ritmato dei treni che corrono sulle rotaie lontane? i sassi smossi da passi leggeri e veloci? il soffio caldo del vento d’estate?

Calder (ma anche Mulas)

Alexander Calder. Blue Feather, c. 1948 - © Calder Foundation

Per molti le vacanze di Natale potrebbero essere l’attesa occasione per recarsi a quelle mostre d’arte, che durante l’anno non hanno tempo di visitare. Ve ne suggerirò una magnifica, che è aperta già da qualche tempo al Palazzo delle Esposizioni di Roma, e coniuga pittura, scultura e fotografia: si tratta, infatti, della grande retrospettiva dedicata ad Alexander Calder; la prima nella Capitale a celebrare, nella maniera più completa, la variegata opera dell’artista statunitense, principalmente noto per i suoi mobile e stabile. La mostra è stata curata da Alexander S.C. Rower, presidente della Fondazione Calder di New York e nipote di Calder.

Ugo Mulas. Alexander Calder, Saché, 1963 - ©Eredi Ugo Mulas

Divisa in sette sezioni, ripercorre puntualmente il cammino e l’evoluzione di questo artista, che ha rivoluzionato la concezione dell’arte, a partire addirittura dai suoi primissimi lavori in lamiera, opere di un undicenne Calder nel quale si intuisce già il preponderante interesse per un’arte che sia viva e mobile, partecipe del mondo reale.

“Perché l’arte deve essere statica? Se osservi un’opera astratta, che sia una scultura o un quadro, vedi un’intrigante composizione di piani, sfere e nuclei che non hanno senso. Sarebbe perfetto, ma è pur sempre arte statica. Il passo successivo nella scultura è il movimento”, affermerà difatti nel 1932 esordendo con i suoi mobile.

La mostra, così, si dipana nei locali del Palazzo delle Esposizioni in un percorso tanto vario quanto interessante: dalle prime wire sculpture, opere ancora iconiche in fil di ferro, e dai primi dipinti (ancora palesemente legati ad una pittura più tradizionale) al rivoluzionario Small Sphere and Heavy Sphere del 1932-33, primo mobile ideato per essere sospeso al soffitto; di sala in sala si procede verso opere dove la poetica di Calder risulta sempre più compiuta in una progressiva frammentazione ed articolazione di forme e colori e trasparenze, che penetrano lo spazio in un tripudio dell’immaginazione e inducono il visitatore allo stupore; non mancano nemmeno le insolite opere di gioielleria.

Ugo Mulas. Alexander Calder, Saché 1963 - ©Eredi Ugo Mulas

La location e l’allestimento sono quanto mai propizi a questa mostra e per l’ampiezza e l’altezza dei locali (essendoci anche opere di formato particolarmente grande), e per la ben studiata illuminazione.

Al piano di sopra, oltre a una interessante sezione dedicata a filmati d’epoca, possiamo ammirare – come una mostra nella mostra – un gran numero di stampe in bianco e nero di Ugo Mulas, le quali raccontano da una parte “l’affinità genetica tra le opere e l’artista che le faceva” (come ebbe a dire Giulio Carlo Argan), dall’altra il lavoro e il quotidiano di Calder e famiglia nelle sue case di Roxbury e Saché (negli USA e in Francia), ma pure evidenziano la profonda amicizia che legò Mulas all’artista americano.

La mostra sarà aperta fino al 14 febbraio.

A partire dal 13 gennaio avranno luogo “I mercoledì di Calder“, una serie di incontri che si terranno ogni mercoledì alle ore 18.30 presso il Palazzo delle Esposizioni, nei quali alcuni docenti, curatori e storici dell’arte saranno chiamati a discutere diversi aspetti dell’opera di Calder. L’incontro conclusivo (del 10 febbraio) sarà dedicato proprio al vasto corpus di immagini scattate da Ugo Mulas e alla nascita del libro, pubblicato nel 1971, che le conteneva.

Per leggere il programma di questi incontri, cliccate qui.

Ugo Mulas. Alexander Calder con Snow Flurry, Saché 1963 - ©Eredi Ugo Mulas

Ritratti. Frammenti di memoria.

© Vincenzo Cottinelli. Alda Merini, 1997

Fino al 16 gennaio 2010 presso la libreria galleria Mandeep Photography and beyond di Roma (viale Scalo San Lorenzo 55) sarà possibile ammirare una vasta galleria di magnifici ritratti, scattati da Vincenzo Cottinelli nel corso di una ventina d’anni alle più grandi personalità della cultura italiana ed internazionale.

Bresciano di nascita, classe 1938, Cottinelli ha alle spalle una lunga carriera da ritrattista e reporter sociale. I suoi lavori sono stati pubblicati in Italia e all’estero su importanti testate quali Linea d’Ombra, Le Monde, Il Diario, The European, Graphis N.York, Frankfurter Allgemeine Zeitung, e numerose altre. Ha, inoltre, al suo attivo la pubblicazione di diversi volumi, nei quali appaiono illustri collaborazioni: “Sguardi”, nato da un’idea di Grazia Cherchi, con testi di Lalla Romano; “Tiziano Terzani: ritratto di un amico”, con testi di Grazia Neri e Ettore Mo; “La domenica”, con testi di Claudio Marra e Vincenzo Consolo; solo per citarne alcuni.

In questo spazio romano, dedicato a chi ama la fotografia, e dove la fotografia è trattata a tutto tondo – poiché non si tratta solo di una libreria specializzata e di una galleria, ma pure di spazio per seminari e sala di posa attrezzata, di un luogo d’incontro soprattutto, che fornisce quanto serve “affinchè un’idea si trasformi in immagine” -, il fotografo bresciano ha portato una selezione di 200 scatti in bianco e nero, dove racconta una storia poliedrica fatta di pensiero e di umanità, nel senso più nobile del termine.

Sono volti assorti o partecipi, talora persino giocosi, atteggiati in una classica posa o colti in una fugace quanto rivelatrice espressione; sfilano innanzi ai nostri occhi portando con sé il senso delle loro vite dedicate all’arte, alla poesia, alla letteratura, alla filosofia e ad ogni altra forma di attività intellettuale: trasformati in emblemi di se stessi e della loro opera.

Tra di essi figurano  i compianti Norberto Bobbio,  Alda Merini, Attilio Bertolucci, Tiziano Terzani, ma pure numerosissimi degli odierni protagonisti, fra i quali  Erri De Luca, Guido Ceronetti, Dario Fo, Giosetta Fioroni, Amos Oz, Altan e Staino, e altri ancora.

Come nella migliore ritrattistica di tutti i tempi, spesso queste scatti rivelano la persona (ovvero l’aspetto formale di una identità plasmata dal proprio ruolo nel mondo) molto più che un Io soggettivo (che tuttavia a volte pare trapelare quasi a sorpresa). E’ del resto proprio questo lo scopo di un ritratto ufficiale, che consegni ai posteri l’immagine di un protagonista della cultura; e Cottinelli si rivela un vero maestro nel fornirci la giusta sintesi di elementi da tramandare in effigie: intelligenza, talento, impegno, tipici di questi grandi che sono già o diventeranno “frammenti di memoria”; di una memoria collettiva da conservare gelosamente in tempi infelici di revisione e rimozione come quelli che oggi viviamo.

Parte delle opere esposte in questa mostra è in vendita: le stampe riportano data, titolo, e sono autografate dall’autore; la tiratura stabilita è ridottissima e, a volte, si tratta addirittura di copie uniche.

© Vincenzo Cottinelli. Lorenzo Lavia, 2006
© Vincenzo Cottinelli. Tiziano Terzani, Orsigna 2002
© Vincenzo Cottinelli. Attilio Bertolucci, 2004

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“Ri-Africa”

© Claudia Romiti. "Ri-Africa", 2009

Fino all’8 dicembre sarà possibile visitare, presso l’ex Manifattura Tabacchi di Lucca (Piazzale G. Verdi), “Ri-Africa”, mostra fotografica che presenta il progetto con il quale Claudia Romiti si è guadagnata, nell’ambito del Lucca Digital Photo Festival, il premio destinato ai talenti emergenti della fotografia (vedi articolo).

In mostra una selezione del lavoro, costituito da una quarantina d’immagini per lo più a colori (che i visitatori possono ammirare tutte in uno slide-show) attraverso le quali la fotografa ci offre una sua rilettura affatto nuova del tema dell’immigrazione. Nuova perché del tutto scevra della consueta retorica riproposta in tutte le possibili versioni da reportage che hanno sfinito lo spettatore, il quale ormai si limita a subirne ogni ulteriore riedizione in maniera del tutto acritica.

Così, se altrove la figura dell’immigrato è immancabilmente trattata come quella di un disperato – la cui vita è nel migliore dei casi raccontata in chiave pietistica, nel peggiore in una forma che rasenta un vojerismo che si pasce delle disgrazie altrui – qui ne abbiamo invece una visione limpida e serena; oggettiva per un verso, ma al contempo totalmente simbolica ed universale.

L’idea semplice, ma tutt’altro che banale, è quella di far sfilare dinnanzi ai nostri occhi degli individui, che si recano a lavorare.

Niente di drammatico in tutto ciò: non c’è tristezza nè fatica, non c’è soprattutto svilimento della loro dignità. Procedono quietamente, pieni di quelle cianfrusaglie colorate che faranno felici i loro acquirenti: si tratta, infatti, dei cosiddetti “Vucumprà”, una categoria che per anni ha incarnato l’idea del migrante africano agli occhi un tempo bonari degli Italiani, oggi più spesso sospettosi.

Gli scatti si ripetono simili eppure diversissimi, riprendendo sul medesimo sfondo una sorta di processione, fatta da questi lavoratori, che paiono sbucare tutti dallo stesso paesaggio: un paesaggio, la cui spoglia vuotezza l’autrice riduce ad un bianco e nero senza tempo, ad indicare che il problema dell’immigrazione dall’Africa ha radici lontane nel passato, e  che questo rituale del recarsi a lavoro in terra straniera rappresenta un ennesimo ritorno, che riporta tutto ad una dimensione di corsi e ricorsi storici.

A seconda dello sguardo con cui si avvicina a queste immagini cicliche e raffinate al livello formale, probabilmente qualcuno vedrà a stento gli uomini e vorrà gustarsi soprattutto  il ritmo e i colori dell’insieme. Forse qualcun altro non riuscirà affatto a vedere degli individui, ma vedrà solo la maschera sociale da poveracci che è stata loro cucita addosso dai benpensanti.

Ognuna di queste fotografie è, però, un ritratto e costituisce il tassello di una storia complessa, ricca di sottili sfumature.

© Claudia Romiti. "Ri-Africa", 2009
© Claudia Romiti. "Ri-Africa", 2009
© Claudia Romiti. "Ri-Africa", 2009
© Claudia Romiti. "Ri-Africa", 2009
© Claudia Romiti. "Ri-Africa", 2009

“Antonella Monzoni. Ferita Armena”

Armenia, il primo genocidio del XX secolo
© Antonella Monzoni. Armenia, il primo genocidio del XX secolo

Si apre oggi  e rimarrà sino al 13 dicembre, presso il Centro Culturale Altinate / San Gaetano (via Altinate) di Padova, la mostra “Antonella Monzoni. Ferita Armena”. E’ il primo evento nell’ambito di “Immaginare Armenia”, una rassegna dedicata a un popolo e un Paese fra i più martoriati nel corso del Novecento da guerre e genocidi, fino a un disastroso terremoto nel 1988.

L’esposizione, promossa dall’Assessorato alla Cultura – Centro Nazionale di Fotografia e curata da Enrico Gusella, presenta un reportage di circa 40 immagini in bianco e nero, attraverso le quali Antonella Monzoni (pluripremiata fotografa modenese che fra l’altro, ha ricevuto il Best Photographer Award al Photovernissage 2009 di San Pietroburgo ed è stata designata Autrice dell’Anno 2010 dalla FIAF) racconta con sguardo attento la sua personale esperienza d’incontro con la gente e i suoi luoghi di un’Armenia ferita, ma non prostrata.

Quelli che ci riporta sono talora siti che parlano di una storia antica: come Haghpat, sede di un celebre monastero riconosciuto dall’Unesco come patrimonio dell’umanità, che ci rimanda alla sua particolare tradizione cristiana, colma di una ritualità dagli echi persino pagani; la spiritualità del paese che per primo si è covertito al Cristianesimo e ne conserva vestigia importanti per l’arte e la religione.

Armenia, il primo genocidio del XX secolo
© Antonella Monzoni. Armenia, il primo genocidio del XX secolo

Tal altra sono posti emblematici di un sanguinoso passato, come la “Collina delle Rondini” vicino Yerevan, dove sorge il monumento al genocidio armeno e  si celebra il “giorno della  memoria”, ogni 24 aprile, recando un fiore perché non venga mai scordato il Metz Yeghèrn, il “Grande Male”, che causò lo sterminio di un milione e mezzo di uomini, colpevoli soltanto di essere armeni. E luoghi terribili come quello al confine fra Azerbaigian e Nagorno Karabagh (piccolo stato di etnia armena), dove, nei pressi di Sumgait, sorge un muro ricoperto da targhe automobilistiche azere: atroce monito delle sanguinose vendette fra i popoli armeno e azero nel corso della guerra, fra il 1989 e il 1993.

Ancor più, però, spesso Monzoni ci conduce attraverso luoghi qualsiasi, che parlano di una difficile quotidianità, simbolicamente sottolineata da condizioni atmosferiche perennemente difficili che sembrano avvolgere tutto in una pesante cappa di grigiore. Inequivocabili immagini di un Paese prima immiserito da settant’anni di occupazione sovietica  poi abbandonato allo sfacelo economico; un Paese nel quale, tuttavia, accanto alla mestizia non manca la forza morale, un coraggio che evidentemente trae forza dall’appartenenza ad una cultura, ma anche da un carattere indomito, che nulla ha potuto distogliere dalla speranza nel futuro.

Tutto questo emerge dalle immagini di Monzoni, che si muove attraverso queste realtà con percettibile partecipazione, cogliendo situazioni e dettagli pregnanti, lasciandoci di volta in volta incupire o emozionare insieme a lei.

Armenia, il primo genocidio del XX secolo
© Antonella Monzoni. Armenia, il primo genocidio del XX secolo

A Ovada “Passaggi e Paesaggi”

© Enrico Minasso - modica1608200825082008
© Enrico Minasso - modica1608200825082008

Dal 23 al 30 novembre lo Spazio sotto l’ombrello presso la Scalinata Sligge di Ovada ospita la mostra collettiva “Passaggi e Paesaggi”, che presenta gli scatti di cinque autori mettendo a confronto altrettanti  modi di intendere il Paesaggio.

Genere antico su cui da sempre si sono cimentati artisti, professionisti e amatori, il Paesaggio è ormai da tempo soggetto – come del resto tutta la fotografia  – a svariati tentativi di ridefinizione, sembrando ormai del tutto logoro il concetto di “veduta” che ad esso si soleva collegare, poiché richiama inevitabilmente alla mente l’idea abusata di “cartolina”, luogo di un’immaginario precostituito, come già Luigi Ghirri aveva sottolineato con una rilettura concettuale, che minava alla base ogni presupposto realistico proprio in questa forma di fotografia, che – fra le altre – si potrebbe supporre più fedelmente documentaria.

Vittore Fossati, Mario Tinelli, Andrea Repetto, Enrico Minasso e Carlo Cichero, le cui diverse formazioni in questa mostra si esprimono liberamente in quello che appare un proficuo dialogo, sembrano precisare in primo luogo uno slittamento del Paesaggio da una dimensione più segnatamente naturale verso quella umana e persino mentale.

© Carlo Cichero - ognuno è solo su questa terra
© Carlo Cichero - ognuno è solo su questa terra

Lo fanno in vari modi. Da quelli dove tale transito risulta quasi inavvertito, come in Tinelli, il quale volge il suo obiettivo ai segni del passaggio umano impressi nei campi; e come in Carlo Cichero, che mette in scena luoghi “da sogno” dove si aggirano – si direbbe un po’ spaesate – piccole figure non del tutto protagoniste di quegli spazi; a quelli più esibitamente antropizzati: le visioni urbane di Repetto, dove l’assenza dell’essere umano è ben più eloquente di una presenza, e gli sprazzi di luoghi più mentali (o forse “senti-mentali”) di Enrico Minasso, fatti di esperienze nelle quali il passaggio all’umano è già compiuto e sedimentato nella memoria. Più radicalmente in Fossati, la lettura del Paesaggio diviene meta-fotografica, attraverso il ritorno ad un apparente vedutismo di stampo classico, rivisitato – in maniera del tutto esibita – attraverso una  “ricomposizione ideale” della realtà.

Diversi gli approcci e diversi gli esiti, ciò che accomuna i lavori di questi autori, pare essere il senso di un transito, di un “passaggio” appunto, dal fisico al mentale, dalla realtà al concetto.

Si tratta di un primo interessante incontro con la fotografia contemporanea per lo Spazio sotto l’ombrello, che prossimamente ospiterà il progetto Centro Studi  sull’Immagine Contemporanea, diretto da Andrea Repetto: un progetto che prevede la costituzione di una collezione – e la divulgazione – di lavori di fotografi italiani, noti e meno noti, che non sempre riescono ad ottenere la meritata visibilità nei consueti circuiti.

Nell’ambito della mostra è, inoltre, prevista per venerdì 20 novembre alle ore 21 la presentazione del volume “Viaggio in un paesaggio terrestre” di Vittore Fossati e Giorgio Messori.

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© Mario Tinelli - osservazioni naturali
© Mario Tinelli - osservazioni naturali
© Andrea Repetto - mes3marghera
© Andrea Repetto - mes3marghera
© Vittore Fossati - Isola di Capri 2002
© Vittore Fossati - Isola di Capri 2002

Evgen Bavcar: fotografia e visione mentale

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Copyright: Evgen Bavcar

Segnalo la pubblicazione su Cultframe di un articolo su un’interessante mostra personale, che spinge lo spettatore ad interrogarsi sull’atto del fotografare, non meno che su quello del vedere. Ancora per pochi giorni (fino al 21 giugno) a Roma.

Appartenente al circuito del Festival Internazionale della Fotografia di Roma, “La gioia di vedere oltre il visibile” è una mostra che fa molto riflettere su quale sia il vero statuto della Fotografia.
In questione viene posto, infatti, quello che comunemente si dà per scontato ne sia l’assunto di base, ovvero che la fotografia attenga al senso della vista, e che di essa trasponga le percezioni su di una superficie pressoché pedissequamente. Affermazioni, queste, che sembrerebbero lapalissiane.
Che dire, però, quando si apprende che Evgen Bavcar, autore delle magnifiche immagini esposte presso la B>Gallery, è cieco dall’età di dodici anni? [continua]

Geovanny Verdezoto. “Roma Oculta”

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Copyright: Geovanny Verdezoto. Termini (serie Roma oculta), 2008

Vincitore della prima edizione del Premio IILA (di cui abbiamo parlato nel precedente post), Geovanny Verdezoto è un talentuoso fotografo ecuadoriano, appena venticinquenne, che pur professando di essere ancora alle prime armi, si è rivelato del tutto all’altezza del compito assegnatogli l’anno scorso insieme alla vittoria, ossia sviluppare un suo progetto fotografico imperniato su Roma.
Fino al 2 agosto possiamo ammirare questo suo lavoro al Palazzo delle Esposizioni di Roma, fra le mostre più importanti del festival FotoGrafia. S’intitola “Roma Oculta”.

La Roma “nascosta” che quest’artista vuole svelare è quella di coloro che, stranieri come lui in Italia, sono arrivati senza le sue opportunità, ma con tante speranze troppo spesso disattese. E’ un racconto delle loro difficoltà e dei loro sforzi per integrarsi, così come i suoi occhi lo hanno colto e come il suo grandangolare l’ha “rubato” per offrirlo a noi in tutta la sua autenticità.

Copyright: Geovanny Verdezoto. El mercado de Roma (serie "Roma Oculta), 2008
Copyright: Geovanny Verdezoto. El mercado de Roma (serie "Roma Oculta), 2008

E’ un reportage incisivo, il suo, che tuttavia incontra l’arte per vie diverse da quelle che più quotati reporter tentano spesso, magari compiendo forzature tecniche per accentuare l’espressività del loro racconto. Non ci sono qui forti contrasti che frantumano l’immagine in chiazze di luci e ombre, o in campiture di colori oltremodo saturi; né troviamo, d’altro canto, desaturazione di colori. Non ci sono vistose sfocature o mossi che rendono l’idea di un’impressione fugace colta nella sua flagranza, o piuttosto l’impressione di un ottundimento dei sensi. Tutto arriva con semplice ed efficace chiarezza allo spettatore.

Verdezoto – che ha studiato Arte all’Università San Francisco di Quito, ed ha già ottenuto diversi riconoscimenti sia in America Latina che negli Stati Uniti – ripropone nelle sue fotografie, con i mezzi della postproduzione digitale, un linguaggio “narrativo” da lui già sperimentato dipingendo; un linguaggio che si direbbe in debito con una lunghissima tradizione artistica, dai fregi dei templi greci fino al cubismo.

In quelle che – per la sua abilità compositiva – appaiono a prima vista delle foto panoramiche, egli ha invece ricostruito digitalmente quella somma di momenti che il suo sguardo ha colto spaziando intorno; così com’è solito fare nei suoi quadri, dove riporta dal vivo immagini, raccolte in un arco prossimo ai 360,° accorpandole in un’unica visione: compenetrando differenti piani visivi non senza alcune lievi forzature, che segnano suture spaziotemporali.
In questo modo nello spazio di un’unico “quadro”, dall’apparenza molto semplice ma di grande complessità, Verdezoto non ci racconta un attimo fuggente, ma bensì ricompone magistralmente la complessità reale del divenire.

Copyright: Geovanny Verdezoto. El envío de remesas (serie "Roma oculta), 2008
Copyright: Geovanny Verdezoto. El envío de remesas (serie "Roma oculta), 2008

Le visioni di Lise Sarfati

Eva-Claire #02. Austin, TX 2008. © Lise Sarfati, Courtesy Brancolini Grimaldi, Rome
Eva-Claire #02. Austin, TX 2008. © Lise Sarfati, Courtesy Brancolini Grimaldi, Rome

Segnalo la pubblicazione su CultFrame di un mio articolo sulla mostra “Austin, Texas” di Lise Sarfati, attualmente alla Galleria Brancolini Grimaldi di Roma.

Francese, laureata alla Sorbona in Studi Russi, ex fotografa ufficiale dell’Académie des Beaux-Arts di Parigi, Sarfati è fotografa di grande prestigio internazionale; ha ottenuto borse di studio e premi, fra i quali il Prix Niépce a Parigi e l’Infinity Award dall’International Center of Photography di New York.

Ha vissuto e lavorato per 10 anni in Russia e negli ultimi 5 anni si è trasferita in USA. Nel 1997 si è unita a Magnum Photo e dal 2001 ne è pienamente membro.

In Italia  ha esposto per la prima  volta lo scorso settembre da Carla Sozzani a Milano e quella attuale è appena la sua seconda mostra nel nostro Paese.

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