Monica Delli Iaconi: fra fotografia e scrittura

Copertina del del libro
Copertina de “La Protagonista è assente “

Ho conosciuto Monica Delli Iaconi qualche anno or sono su facebook, dove condividevamo diverse amicizie, prima d’incontrarla dal vivo. E a quel punto avevamo la sensazione di essere amiche di vecchia data. Non solo perché ci eravamo più volte confrontate – anche animatamente – via chat, ma soprattutto per il fatto d’esser state entrambe allieve di Giuliana Traverso. Il riconoscimento di un’esperienza che aveva lasciato in noi un’importante impronta, insomma, ci rendeva vicine.
Fotografa e insegnante, Monica ha ormai da tempo ha messo in luce il suo talento di scrittrice, servendosi inizialmente della parola a commento delle proprie immagini. Con una raccolta di “pensieri sparsi” dal titolo “Il re senza corazza” (edito da Matithyàh) ha temporaneamente rinunciato alla protezione di un filtro – quello della fotografia – attraverso cui guardare al mondo in una modalità sicura e protetta. Quell’esperienza ha  certamente avuto per lei il sapore di un mettersi in gioco in maniera nuova, di un esprimersi in maniera diretta lasciando emergere – senza le ambiguità semantiche proprie della fotografia – suggestioni personali profonde. Ma ne “La protagonista è assente”, suo ultimo libro, la fotografia ritorna. Non da protagonista (in un lavoro in cui il titolo stesso rimarca come il concetto stesso di protagonismo sia bandito). Tanto meno ancella della parola.
Fotografia e scrittura s’intrecciano in questo libro con pari dignità allo scopo di portare in luce temi universali in cui ognuno può riconoscersi: il sogno, l’amore, la speranza, la memoria e le aspirazioni future. Come scrive nel presentarlo Bruno Sullo, l’autrice “offre una molteplice e diversificata prospettiva di lettura: consente il piacere dell’immagine e, al tempo stesso, l’acquisizione dello straordinario contributo di contemporaneità espresso dai testi. I due elementi sono complanari e contemporanei, inscindibili eppure autonomi”. In questa maniera i due testi, quello scritto e quello visivo, invitano il loro lettore a partecipare nella costruzione di un senso, aggiungendo – attraverso la loro libera interpretazione – molto del loro sentire.

Mi fa piacere condividere, dunque, con voi questa breve chiacchierata a proposito del suo lavoro creativo. Brevi battute che, mi auguro, possano incuriosirvi su questa autrice tutta da scoprire.

–o–

– Buongiorno Monica, ti va – innanzi tutto – di raccontarci come e perché ti sei avvicinata alla fotografia?

Mi sono avvicinata laal fotografia grazie a mio padre: comprò una zenit con gli obiettivi base (gradangolo tele e 50mm) e cominciò a fare fotografie, da autodidatta. Mi affascinò e cominciai a osservarlo e a studiare su un piccolo manuale, la tecnica fotografica. Avevo circa 12-13 anni.

– Il tuo lavoro d’insegnante e la  tua formazione culturale, quanto hanno pesato sul tuo fotografare e sulla tua scrittura?

Fare l’insegnante è stata una mia scelta. Dopo la scuola superiore decisi di iscrivermi a Pedagogia contestualmente cominciai a lavorare nel sociale. Cominciai a capire se potevo specializzarmi un po’ anche con la fotografia. Sono degli anni delle scuole superiori, le mie riflessioni e indagini sui corsi di foto. Molto costosi, alcuni fuori da Genova, quindi improponibili. Poi verso la fine degli anni 80 scoprii che a Genova c’era una scuola di fotografia particolare. Riservata a sole donne e condotta da una esperta e stimata fotografa in campo internazionale: Giuliana Traverso. Appena guadagnai il mio primo stipendio mi iscrissi. Ecco è stata la formazione pedagogica unita al metodo di insegnare fotografia di Guliana a formarmi. E sicuramente hanno influito moltissimo sul mio modo di “guardare attraverso l’obiettivo”. La scrittura, almeno la mia, non era prevista. Possiamo chiamarla un’evoluzione del percorso creativo. Decisi di fare la mia prima mostra perché avevo voglia di realizzare un progetto covato da tempo: tradurre in immagini le poesie di Montale. Era il 2004. Da allora ogni mio progetto fotografico si dotò di testo. Parole di altri. Finchè un giorno, in treno, non buttai giù alcuni pensieri. Fu l’inizio del Re senza corazza.

– Come scegli se esprimerti attraverso l’immagine o la parola?

Direi che non lo scelgo, a volte sono imprescindibili l’uno dall’altra, a volte mi sento di esprimermi più con l’uno a volte più con l’altra. Stati d’animo. Attualmente c’è una spinta verso la narrazione.

– Il titolo “Il re senza corazza” faceva riferimento ad un mettersi a nudo nel momento in cui mettevi momentaneamente da parte la fotografia. E’ forse proprio la fotografia, per te, la corazza a cui si fa riferimento?

– No esattamente il contrario: la fotografia mi ha permesso di “uscire fuori” di mostrarmi, di offrire le mie emozioni. La corazza nasce dalla riflessione sull’incapacità di mettersi a nudo, in generale non solo la mia, e sul concetto che non è mostrandosi “corazzati” che si governa meglio il proprio regno.

– Quanto nella tua produzione creativa ha che fare con le tue emozioni e quanto con la necessità di comunicare le tue riflessioni razionali sulla vita e la società?

Le emozioni sono l’incipit di entrambe le scritture. Le riflessioni su ciò che accade intorno a me o nella mia vita mi suscitano movimenti emozionali che sublimo scrivendo o fotografando.

Copertina de
Copertina de “Il re senza corazza”

Monica Delli Iaconi, si è laureata in pedagogia con una tesi sulla fotografia. Ha vissuto a Genova fino al 1992, dove ha frequentato la scuola di fotografia diretta da Giuliana Traverso “Donna Fotografa”. Attualmente vive e lavora in Toscana nella provincia di Pisa. Ha esposto le sue fotografie in varie mostre in Italia e in Germania. Alcune sue fotografie sono diventate le scene di un’opera lirica per ragazzi dal titolo “Il figlio cambiato”, presentata al Teatro Verdi di Pisa. Ha lavorato come fotografa di scena presso Festival Teatro Romano di Volterra.

Dal 2008 al 2010 ha tenuto corsi di fotografia presso varie associazioni sul territorio della Valdera. Con Matithyàh ha pubblicato: “Grazie di cuore” e “Ad occhi aperti nei secoli dei secoli” che hanno accompagnato gli omonimi eventi espositivi e culturali, e la prima raccolta di pensieri e fotografie intitolata “Il re senza corazza”, e “La protagonista è assente”.

La trasformazione secondo Yelena Steffen Milanesi (d’après Bowie)

Un nuovo tributo  fotografico alla figura di David Bowie,  e una nuova meditazione sul concetto di trasformazione. a lui ricollegabile. Quello che pubblico oggi è il terzo contributo nato da un’iniziativa, in cui ho coinvolto alcuni dei miei amici (quella di  cui dicevo  in questo post).
Yelena Steffen Milanesi ne è in più modi autrice, oltre che protagonista, con uno stile che unisce un’elegante leggerezza alla sua consueta intensità (di altri suoi lavori avevamo avuto già modo di raccontare su questo blog). Il prodotto finale che ci propone sono di fatto due serie di autoritratti, in realtà fermi immagine scattati durante delle performance, in cui Yelena indossa abiti da lei creati e ispirati a due momenti della carriera artistica del cosiddetto Duca Bianco. E una delle due performance nasce proprio dalle suggestioni ricavate dall’immagine elegante di questo alter ego di Bowie.

© Yelena Steffen Milanesi. Still da performance ispirata a David Bowie (in versione the White Thin Duke)
© Yelena Steffen Milanesi. Still da performance ispirata a David Bowie (come White Thin Duke)

“David Bowie è stato di ispirazione per moltissimi miei progetti, la sua ecletticità ed il suo essere alieno e perfettamente appartenente al mondo sono strabilianti!”, racconta l’altrettanto eclettica Yelena.

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© Yelena Steffen Milanesi.

“Le performance sono 2”, spiega, “una riferita al periodo The Man Who Fell on Earth 1976 e la seconda the White Thin Duke, diverse ma ugualmente legate a David Bowie.
Un primo periodo più glamRock, che mi permetto di collegare – almeno da un punto di vista prettamente estetico – al successivo periodo musicale Dance, pur sempre glam ma ormai trasfigurato nella sua versione più pop-glitterata, fine anni 70; mentre per il Secondo periodo, più matura, ho scelto un bn più riflessivo e neo dandy”.
Riguardo a come è nata la sua passione, per questo artista che l’ha tanto ispirata, ci racconta: “Ho conosciuto l’eccezionale personalità di David Bowie verso la fine degli anni ‘90, quand’ero appena adolescente, attraverso il film The Man Who Fell to Earth del 1976, dopo questo primo carismatico impatto sono andata a scoprire tutti i lati della sua poliedrica attività artistica. La capacità di oscillare tra diversi generi e mantenere sempre una forte individualità: dall’irraggiungibile Ziggy Sturdust all’eccentrico dandy de il Duca Bianco; dal fascino delle tute da ballerino GlamRock, che furono foriere della rivoluzione unisex negli anni ‘70, alle recentissime ballate struggenti di Blackstar. Mi sono ispirata molto spesso a questo eccezionale artista, per abiti e fotografie, come dimostrano questi scatti – di cui sono sia la fotografa che la performer – in cui prendo spunto dalle sue molteplici trasformazioni.

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© Yelena Milanesi. Ziggy in the galaxy

Stimo il suo messaggio di sfida alle convenzioni, l’essere stato pioniere di rivoluzioni sociali attraverso l’arte, non solo quella musicale ma anche visiva e del costume, l’essere stato musa iconoclasta e di tendenza allo stesso tempo.
Un mio recente lavoro, vestiti foto e perfomance fatti da me, è Ziggy in the galaxy…umile rivisitazione di una vera Icona!!”.

Ringrazio Yelena Milanesi per il suo tributo e vi invito a vedere altre sfaccettature della sua variegata produzione sul suo sito: https://yelenamilanesi.carbonmade.com/

La trasformazione secondo Alessandra Vinotto (d’après Bowie)

A distanza di un mese vi propongo un nuovo tributo a David Bowie e al concetto di trasformazione che l’artista ha sempre incarnato:  “Mi farò acqua: liquida essenza, gelida materia, lieve sostanza”.

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Alessandra Vinotto, “Mi farò acqua: liquida essenza, gelida materia, lieve sostanza”, 2016

Con queste parole Alessandra Vinotto, poliedrica artista genovese e autrice di quest’omaggio, ce lo introduce spiegandocene il senso: “Conforme alla mia concezione di crescita come cambiamento senza forzature, il farsi “acqua”, ovvero liquido che si adatta ad ogni forma, simboleggia l’adattarsi senza perdere la propria natura.. “Waterale” è il titolo che accorpa alcune mie opere ispirate all’acqua in relazione col mio corpo”.

Riguardo a cosa David Bowie sia stato per lei, ci racconta:”Sin dalla prima adolescenza ero incantata dalla sua musica e dai suoi testi, che per me rappresentavano il top del sound di quegli anni.
Ed essendo io giá all’epoca piuttosto trasgressiva (ma senza mai trascendere nel kitsch o nel volgare), avevo trovato in lui quel senso di composta eleganza nell’essere decisamente diverso.
Inoltre la trasformazione interiore che da allora non mi ha mai abbandonato è sempre stata in sintonia con il suo personaggio in costante mutamento coerente”.

Ringrazio Alessandra per la sua partecipazione a questa iniziativa (e le faccio un in bocca al lupo per le sfide -di vario genere- che sta attualmente affrontando!

Alessandra Vinotto [cliccando sul nome potete leggere anche un’intervista] è  fotografa d’arte, ha all’attivo numerose mostre personali e pubblicazioni internazionali (Vogue, Marie Claire, Herald Tribune, Opera, Amadeus, libri e cataloghi).
Reporter di viaggi e insegnante di fotografia, da qualche anno si occupa di regia e direzione artistica multimediale.
Ha fondato con Francesco Rotunno la RedEye Media, pluripremiata al 3D Film Festival Hollywood di L.A nel 2010 e nel 2011. Altri riconoscimenti: premio speciale al MEI (Faenza), special guests al Dimension 3 (Parigi), al 3D Stereo Media (Liegi), al Capalbio International Short Film Festival, e proiezione al Sundance Film Festival nel 3D Satellite.
Nel 2012 viene premiata dal Sindaco di Genova per la sua attività artistica all’estero.
Prima regista italiana ad aver realizzato un video in 3D stereo, nel 2013 ha diretto “Viceversa 3D” al padiglione Italia della Biennale di Venezia: il primo documentario europeo sull’arte contemporanea girato in 4K.
Sue fotografie sono state esposte a mostre collettive con opere di artisti quali Andy Warhol, Nan Goldin, Joseph Beuys, Jan Saudek, Bettina Rheims, Luigi Viola, Ferdinando Scianna, Kiki Smith, Orlan, Yoko Ono, Vanessa Beecroft, Marina Abramovic , Shirin Neshat.

La trasformazione secondo Pierluigi Vecchi (d’après Bowie)

Una necessità di trasformazione e l’auspicio di andare avanti sotto una buona stella (seppure una “blackstar“!) sono l’occasione che ha fornito lo spunto all’opera di Pierluigi Vecchi, che qui viene presentata. Trasformare la transitoria, anche se imponente e sentita, manifestazione emotiva scaturita dall’inattesa notizia della scomparsa di David Bowie in qualcosa di diverso che una cupa celebrazione.  E farlo attraverso la fotografia.

L’11 gennaio è stato per me uno strano giorno, che ho vissuto in un’atmosfera di sospensione fra l’incredulità e un incombente dolore.
A molti di voi, come a me, sarà capitato quel giorno di scorrere la homepage di Facebook e di vedere un’interminabile sequela di post in memoriam, omaggi di ogni genere e da parte delle persone più inattese. Il mood che, per lo più, si respirava era da “fine di un sogno” e brusco risveglio a una realtà più grigia. Quasi che la scomparsa di Bowie ci orbasse definitivamente di una guida capace di immaginare per noi mondi nei quali ci si potesse muovere in sicurezza; come se ci privasse, senza speranza, di un prezioso ispiratore e d’un esempio, capace com’era di riformulare continuamente la propria ricerca estetica, ricordandoci che tutto scorre incessantemente e cambia, che così dovrebbe sempre essere in una ricerca artistica (in barba alle esigenze dei mercanti d’arte!).
In effetti non so dire con certezza se ciò che riferisco fosse realmente sotteso ai tanti messaggi di cordoglio dei miei amici o se si trattasse piuttosto di una proiezione delle mie personali emozioni; ciò che invece è certo è che quella mattina ho desiderato di poter fare qualcosa  che ci scuotesse da tanta cupezza, spostando il focus della nostra attenzione da una disperato senso di mancanza a una speranzosa “capitalizzazione” del legato artistico di Bowie. Da orfani, quali ci siamo sentiti – mi son detta – ognuno di noi potrebbe forse prendere consapevole possesso di quell’eredità in forma d’ispirazione, che già da tempo ha avuto a disposizione senza accorgersene.
Da qui l’idea, forse un po’ ingenua, di improvvisare una call su Facebook fra i tanti miei amici reali e “social”, che si esprimono attraverso la fotografia, per rendere omaggio all’artista scomparso in un “Bowie Photographic Tribute“. Mi è parso un buon modo per continuare a ricevere ispirazione ed energie positive da qualcuno che ha significato tanto per noi.
Come spunto su cui lavorare ho proposto il tema, appunto, della trasformazione, sia perché David Bowie ai miei occhi ha sempre fatto suo e quasi incarnato questo concetto, sia perché il tributo stesso è nato – come già detto – dal desiderio di trasformare emozioni dolorose e di disagio in un qualcosa di positivo, di trasformare letteralmente la cupezza in luce, grazie alla fotografia. Infine perché l’evento stesso della morte possiamo interpretarlo come una trasformazione.

Alla mia call ha così risposto Pierluigi Vecchi.

Pierluigi Vecchi, TRANSFORM 1 & 2, febbraio 2016. Fotografia. Dittico
Pierluigi Vecchi, TRANSFORM 1 & 2, febbraio 2016. Fotografia (dittico)

E con queste parole ha presentato il suo dittico: “Per me la trasformazione comincia da se stessi: trasformare vuol dire guardare il mondo con occhi nuovi, vedere le cose in modo diverso. Quando vediamo le situazioni da un’altro punto di vista cambiamo le nostre percezioni e cambiamo anche il mondo che ci circonda. Per me “trasformazione” significa anche non perdersi mai d’animo e guardare sempre avanti; a volte, camminando anche sulla stressa strada che ho già fatto mille volte, posso continuare a scoprire cose nuove, magari semplicemente guardandole da una nuova prospettiva: una luce, per esempio; è un po’ come un lampo di luce sul pavimento in una giornata grigia e piovosa…”

Pierluigi Vecchi è un artista multi disciplinare che da anni lavora nell’ambito dei video, della fotografia e delle installazioni d’arte. I suoi video sono stati mostrati in diversi festival internazionali di cortometraggi. Nato inizialmente come pittore si è successivamente concentrato sulla fotografia e sulle opere video anche attraverso esperienze come VJ presso la SAT di Montreal (Society of Technological Arts) e in alcune discoteche. Laureato in belle arti all’Università Concordia di Montreal, in Canada, vive adesso a Londra e lavora nel mondo dei media. La luce l’acqua e i colori sono elementi ricorrenti nel suo linguaggio visivo.

Gli ho chiesto cosa abbia significato/significhi Bowie per lui o per la sua arte, cosa lo abbia spinto ad aderire a quest’idea di un tributo fotografico.
Pierluigi mi ha risposto richiamando alla mente alcuni ricordi: “Il mio primo concerto vero, l’ho visto a 17 anni quando sono andato, da Genova, allo stadio Comunale di Firenze a vedere Bowie in una tappa di un suo tour internazionale, il suo Glass Spider Tour dell’ 87.
Quindi Bowie fa parte della mia adolescenza. Un’altra ragione è che il mio film preferito in assoluto, quello che mi ha spinto a diventare videografo, è stato un film degli anni 80 che è quasi un video e aveva come protagonisti Catherine Deneuve, David Bowie e Susan Sarandon: The Hunger [uscito in Italia col titolo “Miriam si sveglia a mezzanotte”].
Allora ero rimasto impressionato dal suo multiforme talento, come attore, musicista, eccetera…”
Ringrazio Pierluigi per aver aderito mostrandoci questa sua visione, doppiamente legata a Bowie: in quanto espressione della sua personale eredità bowiana e in quanto inconscio rimando a quello che Pierluigi stesso definisce “l’imprinting del lampo di Ziggy Stardust

Il sito/blog di Pierluigi Vecchi è all’indirizzo www.pierluigivecchi.com

 

Alla ricerca di una visione personale, in un workshop

L’esperienza recente del workshop, che ho tenuto per Deaphoto, è ancora viva nella mia mente mentre scrivo, per quanto sia ormai trascorso un po’ di tempo. E mi fa piacere dedicare questo post ai protagonisti di quel laboratorio sulle cui premesse ho scritto diffusamente qui.
Nel formulare il suo titolo, “la mia storia”, avevo pensato già di fornire un preciso indizio su come il percorso proposto fosse pensato per dare agio ai fotografi  di narrarsi in maniera del tutto personale: di mettere a fuoco, cioè, la propria storia e il proprio vissuto quotidiano non tanto nei semplici termini di “storia di ciò che mi è capitato o che mi accade”, quanto piuttosto in quelli di “storia che racconto io”, ovvero sia “mia versione/visione delle cose”.
Punto di partenza per questo viaggio sono stati alcuni scatti preesistenti, che ai fotografi è stato chiesto di portare con sé: foto ritenute significative allo scopo di dire qualcosa della loro vita (ne vedete tre qui di seguito).

© Alessandro Comandini
© Alessandro Comandini
@ Diego Cicionesi
@ Diego Cicionesi
© Sofia Bucci
© Sofia Bucci

Proporre in un workshop fotografico un approccio mutuato dalla cosiddetta “relazione d’aiuto” sembrava azzardato, poiché era lecito temere che potesse sembrare inaccettabile a dei fotografi l’idea di lavorare in una maniera tanto insolita. A cominciare dall’opzione, che  era stata data loro, di scegliere le fotografie da portare e su cui lavorare anche fra immagini personali, tratte dall’album di famiglia. Quindi non necessariamente scattate da loro.
Perciò è stata una gradita sorpresa scoprire che ben due dei partecipanti avevano scelto di portare con sé “foto di famiglia” come spunto iniziale. E che uno di loro, addirittura, abbia poi deciso addirittura di mettersi in gioco tentando la difficile e per nulla scontata strada di trattare proprio quelle immagini come materiale vivo della sua narrazione (fatta di parole e immagini), più che semplice occasione di evocazione emotiva e rilancio verso nuovi scatti.

© Giovanni Masi
© Giovanni Masi
© Giovanni Masi
© Giovanni Masi

Sicuramente una scelta originale, estranea agli stereotipi della fotografia attuale, e una concreta affermazione della propria libertà di sperimentare in ogni direzione, senza farsi bloccare dalla paura di sbagliare.
Perché poi – diciamocelo chiaramente – la fotografia contemporanea ci mostra con grande evidenza come non esistano scatti “giusti”, ma esistano solo scatti funzionali ad estrinsecare l’idea che il fotografo intende esprimere, e anche il fatto che spesso si arriva ad un prodotto “finito e valido” attraverso un percorso tortuoso.
Ognuna delle scelte espressive messe in atto dai partecipanti si è rivelata profondamente personale, ed in varia misura sperimentale per quanto attiene ai rispettivi percorsi.
Ognuno di loro ha accettato di buon grado l’opportunità di fare, per così dire, un passo di fianco per guardare il proprio modo di fare fotografia  (e forse la propria stessa realtà?) da una diversa prospettiva.

© Alessandro Comandini
© Alessandro Comandini
© Alessandro Comandini
© Alessandro Comandini

Del resto era proprio questo l’obbiettivo del laboratorio: elicitare in loro la libertà di esprimere il proprio “occhio fotografico”. Oltre a sollecitare l’osservazione e la narrazione della quotidianità, che peraltro è tema alquanto complesso. Vuoi perché la nostra osservazione, assopita dalla routine quotidiana, cessa di notare quel che ci circonda e di trovarvi spunti di rilievo. Vuoi perché implica un riconoscimento di come percepiamo il nostro ambiente e una rappresentazione di come ci figuriamo il mondo, ma anche di quella che è la nostra modalità di interagire con l’ambiente circostante.

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© Sofia Bucci
© Sofia Bucci
© Sofia Bucci

Il compito era quello di tralasciare le consuetudini proprie, e soprattutto quelle acquisite in ossequio a un unico modo di vedere e di mostrare il mondo attraverso i propri scatti.  Per scoprire in questo racconto di sé l’originalità del proprio “io narrante”.

Immagino sia difficile cogliere l’entità dei risultati ottenuti attraverso le poche immagini che questo post può ospitare, ma – credetemi – io stessa sono rimasta sorpresa. E poco importa se le “storie” che mi sono state presentate siano un punto di partenza o punto di approdo. Quello che conta è la possibilità di cambiamento che questi fotografi si sono concessi di sperimentare, perché tutto cambia continuamente ed è assurdo rimanere ancorati a vaghe prescrizioni nel fotografare.
Anche perché quella che mostriamo nelle nostre fotografie è la nostra visione personale e in nome di cosa dovremmo privarci da soli della libertà di esprimerla?

Ringrazio Sofia Bucci, Diego Cicionesi, Alessandro Comandini, Giovanni De Leo e Giovanni Masi per aver accettato di scommettere sulla creatività e sul cambiamento. 🙂

© Diego Cicionesi
© Diego Cicionesi
© Diego Cicionesi
© Diego Cicionesi

Ho qualcosa di personale da dirvi…

selfInnanzi tutto, vorrei salutare tutti i miei lettori!
Questo insolito post nasce dalla voglia di rendervi partecipi di questa riflessione.

Sono lieta di aver festeggiato ieri il settimo compleanno dello Specchio Incerto inaugurando il mio workshop sul “diario fotografico esperienziale” a Firenze (vedi post del 13 gennaio); e di essere ancora qui con voi, dopo sette anni, e lo sono ancor di più perché – attraverso l’interesse che ho maturato per certi territori ancora non troppo frequentati della fotografia – mi auguro di poter contribuire a fornirvi nuovi spunti.
Possibilità che ieri ho potuto concretamente toccare con mano nel vedere la risposta di chi ieri ha seguito il laboratorio da me proposto. I sorrisi sui loro volti non hanno prezzo per me!

Sette anni sono tanti per un blog, e qualcuno mi ha suggerito che è forse il più longevo fra quelli italiani che parlano di fotografia. Sinceramente non credo, certo è che è stato fra i primi e che – sia pure con fatica – è giunto qui attraverso tante vicissitudini, grazie anche al fatto che mi avete sempre fatto sentire la vostra presenza, anche in momenti in cui forze e motivazioni, per una serie di ragioni (anche legate alla salute), mi stavano mancando.

Questo post, dunque, nasce dall’esigenza di esprimervi la mia gratitudine per avermi accompagnata attraverso questo percorso, che chissà quanto durerà ancora, e chissà dove ci porterà (questo fa parte – ed è il bello – dell’imprevedibilità della vita).

Grazie di cuore per l’interesse e la costanza con cui mi seguite,  e per i graditi feedback che spesso non mancate di farmi arrivare anche in privato!

Uno strumento per imparare a guardare e per raccontarsi

Il quarto capitolo di Una visione personale della realtà. Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”, parla di quale formidabile strumento possa essere la fotografia per confrontarsi con la propria visione della realtà allo scopo di elaborare una narrazione di se stessi e della propria vita.

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© Rosa Maria Puglisi

LA FOTOGRAFIA COME STRUMENTO PER IMPARARE A GUARDARE E PER NARRARSI

La fotografia trova la sua applicazione nel campo della terapia psicologica in molte forme e per venire incontro a varie esigenze.

In generale, si può dire che essa si presta a intervenire su “quei disturbi dello sguardo di cui la società contemporanea sembra soffrire (il guardare senza vedere, il guardare senza meravigliarsi, il non guardare affatto, il guardare sapendo già in anticipo che cosa si deve vedere, etc.) che fanno sì che pur vivendo in una civiltà sovraffollata di immagini, tutti noi guardiamo sempre più, ma vediamo sempre… Clicca qui per continuare a leggere

Realtà e immagini

Il terzo capitolo di Una visione personale della realtà. Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”, entra più nello specifico di quella che è la nostra percezione del reale e parla dell’impatto che la fotografia può avere sul nostro modo di vedere il mondo.

© Rosa Maria Puglisi
© Rosa Maria Puglisi

REALTÀ E IMMAGINI DELLA REALTÀ.

Come si è detto, la realtà di ciò che ci circonda non può essere colta nella sua oggettività. E se, da un lato,ciò che siamo e come agiamo dipende in larga misura dall’esperienza che di essa facciamo, dall’altro proprio quello che ci appare essere il “nostro mondo” non è che frutto dei nostri sensi e del nostro intelletto.

Per questo Fritz Perls, uno dei padri della Gestalt Therapy, teorizza una centralità dell’esperienza del soggetto: l’importanza del suo punto di vista di percipiente, il quale attivamente costruisce la realtà, appunto interagendovi attraverso il suo contatto con l’ambiente. 

Clicca qui per continuare a leggere

Fotografia e relazione d’aiuto

Come preannunciato nel precedente post, ecco il secondo capitolo di Una visione personale della realtà. Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”.

© Rosa Maria Puglisi

FOTOGRAFIA E RELAZIONE D’AIUTO

In questo capitolo iniziale vorrei spiegare a partire da quali principi la fotografia trova una proficua applicazione nell’ambito della relazione d’aiuto e come, attraverso il suo ausilio, sia possibile attivare nelle persone risorse che portano al benessere, alla crescita personale e al cambiamento positivo.

Per capire come la fotografia si presti a tali scopi, sarà utile far luce su alcune sue caratteristiche costitutive.
[Clicca qui per continuare la lettura]

 

“La mia storia”

Ciò che segue è frutto di un anno di studi, durante il quale ho frequentato un Master, sui mediatori artistici nella relazione d’aiuto diretto da Oliviero Rossi, cercando nuovi spunti per ampliare ulteriormente la mia già lunga e variegata esperienza in fotografia; approfondendo una particolare declinazione delle Arti (inclusa la fotografia) e un efficace uso delle stesse attraverso tecniche di derivazione gestaltica.

Immaginando che qualcuno possa essere interessato a capirci qualcosa di più pubblicherò (in una serie di post di cui questo è il primo) la mia tesina del Master. Scrivendola ho pensato proprio a quelli che credo siano i miei più tipici lettori, persone che non sono a digiuno di quel che riguarda la complessità di un discorso fotografico. E tuttavia credo – e spero! – di essere il più possibile divulgativa.

Ma prima di farvi addentrare nella lettura che segue, quella della “premessa”, mi fa particolarmente piacere proporre a quanti siano interessati qualcosa di più concreto. Il testo che via via in questi giorni vi proporrò ne parlerà: si tratta di un workshop, che si terrà presto a Firenze, nel quale l’esperienza maturata nel mio passato di docente si avvarrà di quanto ho acquisito ultimamente e sarò lieta di condividere con i partecipanti.
Chi vuol saperne di più clicchi qui: info workshop.

Depliant del workshop "La mia storia" (photo: Rosa Maria Puglisi)

Chissà che non possa essere l’occasione per incontrare qualcuno di voi. Comunque sia, buona lettura!

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Una visione personale della realtà
Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”

PREMESSA

Mi occupo di fotografia da oltre vent’anni e, nel corso di questi anni, ho esplorato in vario modo le sue potenzialità espressive e le sue implicazioni teoriche.
Dal momento che l’ho sempre considerata alla stregua di un linguaggio, ne ho dapprima appreso quelle che potremmo chiamare la sua grammatica e la sua sintassi, per dedicarmi solo successivamente alla riflessione critica sulle sue espressioni artistiche e al suo insegnamento.
Imparate le nozioni tecniche e presa coscienza della concreta possibilità di dar forma, attraverso il potere evocativo della fotografia, a ciò che sentivo di dire, immaginavo come mio scopo principale la costruzione di un futuro professionale nell’ambito della fotografia commerciale, e non riuscivo a vedere quello che, in realtà, era il vero significato che allora aveva, per me, dire “sono una fotografa”.
Per quanto non faticassi a capire che non era semplicemente un “fare la fotografa”, per garantirmi una sussistenza, ma che aveva piuttosto molto a che vedere con il mio senso d’identità e con la possibilità di dare un senso a ciò che vedevo e sentivo del mondo circostante.
Successivamente però le circostanze, o magari solo l’idea di seguire certe opportunità che il Caso pareva suggerirmi, mi hanno portata ad approfondire gli aspetti più teorici del fotografico, il suo statuto di medium e le sue caratteristiche peculiari all’interno di un più ampio discorso semiologico ed artistico.
Per anni ho scritto di fotografia, e sono passata dalla sua pratica al suo insegnamento. E col tempo ho sviluppato, nei confronti di quello che per me era sempre stato un mezzo piuttosto istintivo, immediato (e soddisfacente) che mi consentiva di “parlare per immagini”, un atteggiamento interpretativo consapevole che, se da una parte mi era indispensabile nel nuovo ruolo professionale di critico fotografico che col tempo mi si era cucito addosso (quasi senza che me ne accorgessi), dall’altra a poco poco ha sortito in me l’effetto di soffocare ogni spontaneità e, di conseguenza, ogni possibilità di espressione, presa com’ero dalla “necessità” di far rientrare ogni cosa sotto il controllo delle mie “categorie intellettuali”.
Come risultato di un simile processo, di allontanamento dalle intime ragioni, ho potuto sperimentare in me una perdita della mia “identità di fotografa” e con essa l’incapacità di sentire il mio modo personale di fotografare. Conseguenza inevitabile l’insoddisfazione perenne di fronte ai miei scatti, che – a mio modo di vedere – “non erano più fotografia”. Al punto da dire che non fotografavo più, pur scattando in verità – complice l’uso della tecnologia digitale – molto più di prima. Da questo stato di cose è derivata una profonda crisi, che non può certo esser materia di questa premessa e, nondimeno, mi riporta a questa tesina.
E’ grazie a quella crisi, infatti, che sono giunta a considerare un’ulteriore modalità della fotografia: quella del suo utilizzo come strumento di potenziamento delle risorse personali, di sostegno al proprio benessere e di crescita.
Lo stesso progetto di cui tratterò qui, inoltre, è per me ricollegabile alla mia personale esperienza di irrigidimento cognitivo fino al blocco, dovuto fondamentalmente alla percezione interna di una discrepanza fra il mio sentire personale e le “regole espressive” (a ben pensarci è un ossimoro!) che mi ero imposta. E il motivo, che principalmente mi spinge è il desiderio di poter essere d’aiuto a chi – forse senza neanche rendersene troppo conto – rischia la mia stessa impasse.
Argomento di questo scritto sarà, perciò, un workshop che ha come destinatari fotografi (non necessariamente professionali) o artisti che usano come medium la fotografia; ad essi vuole fornire strumenti atti ad incrementarne consapevolezza e crescita personale, tramite tecniche afferenti alla relazione d’aiuto.
In particolare, il suo percorso è stato pensato per cercare di promuovere spontaneità, libertà di espressione individuale e assunzione di responsabilità per le proprie scelte creative, ma anche per scardinare quella cieca osservanza ai dettami tecnico-estetici, che potrebbe limitare una disponibilità a misurarsi con punti di vista eclettici e difformi dall’accettazione di comodi stereotipi.
Poiché il percorso da me pensato affronta come tema principale quello del vissuto quotidiano (il workshop propone, cioè, la costruzione di un diario esperienziale personale per immagini fotografiche), come vedremo in seguito, di fatto si potrebbe adattare altrettanto bene ad un’utenza diversa da quella a cui ho pensato di primo acchito di proporlo, facendomi forte del ruolo di docente di fotografia che mi viene attualmente riconosciuto.
Nelle pagine che seguiranno cercherò di render conto del ruolo che la fotografia può avere come mediatore artistico nell’ambito della relazione di aiuto, della sua funzione terapeutica, ma anche e soprattutto delle sue potenzialità all’interno di un percorso di empowerment individuale, quale dovrebbe appunto essere l’attuazione del progetto di questo workshop per i miei clienti, e anche per me stessa.
Cercherò di spiegare quale sia, all’interno della relazione d’aiuto, un uso del mezzo fotografico che può confarsi al mio progetto, e come quest’ultimo possa poi offrire un’occasione di confronto con se stessi e con la propria vita. Parlerò delle possibilità che il mediatore fotografia offre allo scopo di sviluppare una narrazione autobiografica, e anche dell’impatto che essa può avere in vista di una ri-costruzione del proprio vissuto quotidiano e di una revisione del proprio copione di vita. E naturalmente illustrerò la maniera in cui intendo operare.

Happy Rebirth-day: all’insegna della rinascita!

21-12-2012. Approfitto di questa data “fatidica” per augurare a voi, lettori e amici, una buona fine…

… ed un miglior principio d’anno! 😉

Certamente ognuno di noi avrà i propri interrogativi e le proprie ansie riguardo al futuro, prossimo venturo (!), e tuttavia gli interrogativi sembrano fatti apposta per darci modo di riflettere sul nostro percorso, per darci l’opportunità di cambiare, e pure le ansie sono utili in vista di un loro superamento, che ci lascerà dentro il senso di una crescita e forse persino di una maggiore solidità.

MP_wellcome

Augurando a voi e a me, dunque, proprio una simile svolta positiva, legata innanzi tutto al nostro modo di “vedere” il mondo – una svolta che potrebbe, in realtà, benissimo nascere anche da un  nuovo approccio alla fotografia, all’arte, in breve a tutto ciò che  stimoli la creatività che è dentro tutti noi – vi invito oggi a sentirvi parte del Rebirth-day planetario proclamato da Michelangelo Pistoletto.

Il senso di tale evento, che coinvolgerà gente di molti, e disparati, luoghi intorno al mondo, vuole essere appunto quello di favorire una rinascita globale nel segno della consapevolezza che un cambiamento è necessario, e deve nascere da azioni collettive, responsabili e rispettose dell’essere umano e della natura, perché siamo tutti parte di un qualcosa e ogni piccola azione è importante.
E’ un cambiamento di visione, quello che va operato, lasciando indietro lamentazioni e recriminazioni per fare ognuno la propria parte.
Gli elementi per costruire un futuro li abbiamo già, ma quello che non si cerca attivamente non si può vedere. Un po’ come accade nel mio piccolo contributo al Rebirth-day (l’immagine e la riflessione che vedete qui di seguito).

Che  c’entra il quadro di un pittore fiammingo con Pistoletto e il Rebirth- day? e che c’entra con il nostro presente?
Come vedrete, io delle forti analogie ce le ho trovate. Forzatura o ermeneutica? Per come la vedo io, è solo uno dei tanti spunti possibili da ripescare nel nostro bagaglio culturale e su cui riflettere per riassemblare in una nuova forma la nostra vita… in fondo anche la scienza ci assicura che “nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”.
E allora auguro a tutti per il 2013 una buona trasformazione!!! 🙂

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Tertium datur: una riflessione

© Rosa Maria Puglisi. "Tertium datur - una riflessione"
© Rosa Maria Puglisi. “Tertium datur – una riflessione”

La simbologia dell’unione e del concepimento, nei “Coniugi Arnolfini” di Jan van Eyck, sembra contenere in sé lo schema grafico del concetto di Terzo Paradiso.
Nel quadro, i due elementi che hanno contraddistinto le “ere passate” – ossia Artificio e Natura, come teorizzato da Pistoletto – possono essere individuati nella mano dell’uomo (l’azione dell’artefice) e nel seno della sposa (la natura che accoglie e nutre); persino il verde del suo abito ribadisce questo significato allegorico.
Ho usato, perciò, il segno simbolo del Terzo Paradiso per individuare visivamente questi due elementi salienti dell’immagine, in modo tale che lo stesso gesto che unisce i due personaggi possa sottolineare l’elemento centrale dello specchio, elemento fondamentale della poetica pistolettiana, e di per sé pregno di profondi simboli archetipici.
Lo specchio, nel quadro, con la sua forma convessa sembra gonfiarsi, gravido di possibilità, come il Terzo Paradiso. Ed è pure simile ad una lente, che “mette a fuoco” un piano diverso dello spazio, della realtà: quello della “riflessione” concettuale.
E’ questo uno spazio in continuo divenire, “aperto e inclusivo”, nel quale i vari aspetti della realtà – anche quelli in apparente contrapposizione – possono proficuamente fondersi in un “tertium datur”, così da annullare quei meccanismi della logica comune, secondo i quali esiste solo una verità e la si può ricavare con un ragionamento logico-deduttivo fondato su opposti, del tipo bianco/nero, bene/male, io/l’altro.
La rinascita, che il Rebirth Day auspica, per me non può che essere “rinuncia al bipolarismo del pensiero logico”, per accogliere il non previsto, il diverso, il nuovo.

Rosa Maria Puglisi
(10-10-2012)

 

un breve racconto per l’estate

Segnalo la pubblicazione di un mio breve racconto sul blog Camera Doppia.

Ispiratomi da una serie fotografica di Fulvio Bortolozzo, dal titolo Inspections in the future, vuole essere una sorta di divertimento (in un’accezione quasi musicale), una variazione nata per gioco, una deviazione dal tema di queste fotografie, che diventa un puro spunto per…  Ma non voglio dire di più!

Vi rimando, se vi farà piacere, direttamente al racconto. Ovvero a questo link: http://borful.blogspot.it/2012/08/una-visione.html

“Forse non è morta la fotografia, Ando, e quindi non sei morto neanche tu”

Il titolo di questo imprevisto post lo rubo a Michele Smargiassi, che attraverso il suo ricordo, mi dà modo di ripensare, in una maniera puntuale, al valore di una sopravvivenza, oltre al senso di perdita che umanamente mi assale alla notizia della morte di Ando Gilardi.

Un senso di perdita all’apparenza incomprensibile, non avendo con questa persona legami diretti ma solo quelli che un socialnetwork può determinare. E’ vero, la quotidiana condivisione di commenti e quant’altro si può trovare su una bacheca di facebook, a volte, può instillare dentro di noi quella sorta di senso di familiarità per il quale sembra proprio di conoscere gli altri di persona e non virtualmente; al punto di percepirli come una “presenza viva”, parte del nostro vissuto quotidiano. 

Tuttavia il senso di mancanza che ci colpisce a questa notizia – credo – contenga in sé valenze melancoliche e già nostalgiche verso un messaggio di cui quest’uomo era sicuramente un raro portatore al giorno d’oggi. Un messaggio che parla di libertà di pensiero, proprio in un periodo in cui la stessa è fortemente minacciata, molto più che da censure, dalla diffusione massiccia e ridondante di stereotipi; offuscata dalla veemenza retorica di coloro che – nella cultura come nella politica – proprio nell’istante in cui si dichiarano democratici e libertari, tentano d’imporci una visione unica e definitiva delle cose.

Diversamente da costoro – come Smargiassi opportunamente ci ricorda – Ando Gilardi è stato oltre che fotografo, “storico eretico di tutte le fotografie mai ritenute degne di storia, cultore e archivista dell’immagine umile, moltiplicata e anonima, fondatore e sfondatore di riviste memorabili e irriverenti”, e ancora “critico guastafeste, autentico Franti dell’immagine, allegro distruttore di miti”. Ma soprattutto “grande antidoto al luogocomunismo dell’immagine”.

A Michele Smargiassi, dunque, cedo volentieri il compito di presentare a chi non lo conoscesse questo Maestro (nel senso più alto) che ci ha lasciato… ricordAndo e ripensAndo.

In un post di Fulvio Bortolozzo, invece, troverete – oltre alla volontà dell’autore, da me condivisa, di salutare e ringraziare Ando per il suo lascito intellettuale – un importante “monito” ai fotografi, le cui sentite parole – ripubblicate da Gilardi sulla propria bacheca di facebook in occasione del suo novantesimo ed ultimo compleanno, risalgono addirittura a un bollettino diffuso dal suo gruppo Foto/gram al Sicof del lontano 1979, rimanendo tuttavia di un’atroce attualità.

Per quanto mi riguarda, mi limiterò ad esprimere la mia riconoscenza per i dubbi che Ando Gilardi ha, in ogni modo, seminato nelle nostre menti, troppo spesso pigramente condiscendenti, offrendoci stimoli per imparare soprattutto a pensare autonomamente, fuori da quegli schemi precostituiti che servono solo ad ipotecare la nostra libertà. E a sperare che questo suo legato intellettuale possa trovare degni eredi fra quanti si occupano di fotografia.

p.s.

Lo avevo dimenticato: nel dicembre del 2007 avevo avuto modo di partecipare a una discussione in un gruppo di Flickr riguardo a un noto libro di Gilardi, “Meglio ladro che fotografo”. Forse a qualcuno può interessare, quindi ve la linko qui sotto: http://www.flickr.com/groups/biancoenero/discuss/72157603439117815/

una lettura sotto l’ombrellone: Calvino, “L’avventura di un fotografo”

Negli «anni cinquanta» Italo Calvino scrive la raccolta di racconti, che poi s’intitolerà “Gli amori difficili”; tema comune in essi è quel “nucleo di silenzio” che resta nei rapporti umani a dispetto di ogni forma di comunicazione, così nel titolo di ogni racconto il rapportarsi con gli altri si trasforma ironicamente in avventura.

“L’avventura di un fotografo” (messa in racconto dell’articolo saggistico La follia del mirino, scritto nel ’55 per il settimanale romano “Il Contemporaneo”), in modo particolare, tratta le difficoltà di comunicazione legate al medium fotografico.

Le idee di Antonino Paraggi, personaggio dal nome emblematico, non-fotografo, ma piuttosto uomo qualunque e filosofo per atteggiamento mentale, sono Continua a leggere una lettura sotto l’ombrellone: Calvino, “L’avventura di un fotografo”

“Glamour”: un appello di Patrizia Savarese

"il corpo allo specchio" © Patrizia Savarese

Quello che oggi vorrei sottoporre alla vostra attenzione e riflessione è una “nota” apparsa ieri su Facebook, socialnetwork sul quale – come i più sapranno – gli iscritti possono pubblicare loro testi su qualsivoglia argomento ritengano degno di discussione.

La nota in questione è stata scritta e pubblicata da una nota fotografa, Patrizia Savarese, la cui carriera – lunga e significativa tanto da valerle ben due premi alla carriera – rende una testimone molto più che attendibile riguardo all’evoluzione di un certo tipo d’immagine che nel tempo si è trasformata sempre più da basso espediente d’attrazione commerciale a veicolo di diffusione di quella forma di “pensiero” volgare e retrivo, che  al giorno d’oggi vede la donna come oggetto sessuale, e la sessualità come merce.

Questa nota è al tempo stesso un “je accuse” e un appello: senza tanti giri di parole Savarese spiega e propone il punto di vista di un’operatore del settore che, in quanto donna ed esperta conoscitrice del linguaggio della fotografia commerciale, così come del mercato fotografico-editoriale, non può fare a meno d’indignarsi. Leggendola mi son ritrovata in completo accordo e mi son detta che non avrei potuto trovare argomentazioni migliori delle sue.

Per questo la propongo qui in forma integrale, augurandomi che non venga frainteso quello che è solo un desiderio di “pulizia”, e la rivendicazione per la donna di un ruolo più complesso e soddisfacente che quello di un manichino.

Buona lettura!

Glamour (spesso abbreviato in Glam) è un termine inglese assimilabile all’italiano “fascino”, in particolare con riferimento a eleganza, sensualità, seduzione. Nello specifico si può riferire a:

  • la fotografia glamour è un genere fotografico usato in pubblicità e in pornografia

Già… una stessa descrizione per due generi diversi.

Un concetto che non ho approfondito all’inizio della mia carriera di fotografa, 30 anni fa.

Facevo delle foto “Glamour”, e basta. Eravamo appena usciti da ondate di femminismo e di rivoluzione sessuale… e la liberazione dai tabù era una parola d’ordine.

Inconsapevolmente e quasi casualmente ho iniziato a fare foto di nudo.

Nei primi anni da fotografa quasi tutto ciò che facevo aveva il sapore della trasgressione, come l’essere unica donna fotografa sotto ai palchi dei concerti rock, o come essere una delle prime a occuparmi di nudo e di nudo maschile. Motivo per il quale m’intervistarono in tv, prima serata Rai 2, anni ‘80.

Ecco, dopo di ciò ho davvero iniziato a capire che la maggior parte della gente non aveva affatto “assorbito” l’idea di liberazione sessuale come la intendevamo noi ragazzi degli anni’70… Ero stata travolta da lettere maliziose, telefonate anonime…. Il 7 del Corriere (rivista allegata al Corriere della Sera) pubblicò una mia foto scattata in tour con gli Spandau Ballet… una foto innocente, secondo me, scattata dal loro manager in una stanza di un albergo a Madrid, su un lettone barocco,(così tanto per ridere…)… Eppure, maliziarono che facessi le orge… e le fantasie malate di alcuni partirono in tutte le direzioni. Segnali di mentalità repressa.

Per anni, il fatto che mi occupassi di foto di nudo incuriosiva maliziosamente gli uomini e di conseguenza infastidiva me. Non mi piaceva esporre né me né le mie modelle a questo genere di malizia.

Eppure, l’Espresso (giornale di sinistra!) mi chiamava per produrre foto che illustrassero temi di sessualità e dove, non si sa perché, servivano immagini di nudo… sia che si trattasse di pillola, di violenza alle donne, di aborto, di maternità, di Aids, di coppia, comunque occorreva il nudo, anche in copertina … faceva vendere di più!

Spesso mi sono rifiutata di fare certe foto o le ho fatte cercando di evitare volgarità e malizia, eppure, nonostante ciò, oggi provo un vago senso di colpa.

Poi, negli anni, ’90-2000, c’è stato un crescendo… e le Tv di Berlusconi hanno sommerso l’Italia con il peggio del peggio. Tutti si sono presto adeguati.

Vedi il documentario “il corpo delle donne”:

http://www.youtube.com/watch?v=EBcLjf4tD4E

Dov’eravamo finite, noi donne scese in piazza negli anni ‘70 per la nostra emancipazione??

Io stessa, oggi, ammetto, quindi, di essere incappata, senza rendermene conto, nei meccanismi di questo “Glamour” dalla doppia faccia.

Tutti i soggetti fotografati (attori, attrici, modelle/i) dovevano mostrarsi accattivanti, sexy ad ogni costo.

Posso solo dire a mia discolpa, di non aver mai utilizzato la volgarità, di non aver mai utilizzato le modelle come manichini passivi o come donne oggetto, nonostante le richieste pressanti dei giornali.

Il Glamour come lo intendevo io, come tutt’ora lo intendo, è erotismo raffinato e sensualità, non questo schifo che si vede ovunque.

Il trasgressivo Helmut Newton era più elegante e meno “forte” di un’immagine che oggi pubblicizza qualche saponetta o detersivo per la casa, o di tante immagini “Fashion” dove le donne si alternano tra guerriere sadomaso e vittime violentate da gruppi di boys.

Immagini prive di cultura e di raffinatezza, dove l’unico obiettivo è quello di scioccare… per vendere. La parola “trasgressione” oggi, mi fa vomitare, strausata, abusata, non ha nulla a che vedere con la trasgressione rivoluzionaria e sovvertitrice della morale borghese. E’ solo decadenza, sintomo di una triste repressione sessuale.

Ho smesso di fare workshop nei festival di fotografia perche mi si chiedeva di farli solo sul nudo, il resto non attirava iscritti…

Siamo una Repubblica di piazzisti e di guardoni.

Abbiamo trasceso, la strada verso la liberazione è diventata uno scivolo verso il degrado.

Ci meravigliamo di Berlusconi? E’ il sogno di gran parte degli italiani la sua vita privata, purtroppo, ed il fatto che lui sia il Premier giustifica e assolve i peccati di tutti!

Non poteva esserci cosa più grave di un cattivo esempio al potere.

Il berlusconismo si è radicato su un terreno fertile e di questo dobbiamo essere davvero consapevoli.

Ed io accuso ora, anche certi settimanali di sinistra degli anni’80 che per vendere, mi chiedevano di fotografare belle ragazze seminude per le loro copertine. Dovevamo capire allora che se gli italiani sbavavano sulle pagine dei settimanali politici, comprandoli di più se in copertina c’era il nudo… beh, la nostra cosiddetta rivoluzione sessuale, forse, era stata fraintesa.

Di questo avremmo dovuto occuparci, e lungi da me dall’essere moralista… anzi, vorrei una maggiore libertà di pensiero.

Appunto, che tristezza invece, oggi, non c’è emancipazione, c’è solo mercificazione, con deboli e vinti, comprati da padroni e sfruttatori.

Per risalire da questo fango, per fare pulizia… dobbiamo essere rigorosi, coerenti.

Opporre onestà, eleganza, educazione, e vera liberazione mentale… contro lo scempio di ogni intelligenza che passa ogni giorno in Tv e sui giornali, ed anche qui in rete.

Mi appello ai colleghi fotografi perché la smettano di utilizzare modelle e modelli come vittime sacrificali ed oggetti di piacere per vecchi bavosi.

Le foto di nudo e il Glamour … sono altra cosa.

( nota pubblicata da Patrizia Savarese su Facebook)