“Fotografo perché voglio bene…” (intervista a Virgilio Carnisio a cura di Yelena Steffen Milanesi)

Lo Specchio Incerto torna per offrire nuove suggestioni ai suoi affezionati lettori. In un’ottica partecipativa di condivisione, ho scelto ora di accogliere una gradita e  preziosa offerta di collaborazione e spero ne possano giungere presto altre per dar nuova vita al blog (quindi chi volesse proporre qualcosa, sappia che è il/la benvenuto/a).

Con questa bella intervista a Virgilio Carnisio, noto “sguardo” della Milano più autentica di ieri e oggi, ci porta il suo contributo Yelena Steffen Milanesi. Accogliamola insieme! 🙂
Questa è la sua breve nota biografica

Yelena Steffen Milanesi è artista visiva e pianista, nata e cresciuta a Milano con lontane origini ungheresi. Si è laureata con lode presso l’Accademia di Belle Arti di Brera Milano, avendo una prima laurea in Scienze Naturali con specializzazione in entomologia. Ha una quasi decennale esperienza nel campo fotografico e delle belle arti, in cui opera come ritrattista con particolare attenzione al nudo FineArt; collabora alla creazione di tessuti e stampe d‘arte per diverse case di moda ed ha al suo attivo diversi premi/mostre.

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Ed ecco finalmente la sua … Intervista a Virgilio Carnisio (3 Novembre 2017)
Buona lettura!

Quando hai cominciato a fotografare e cosa ti ha spinto a farlo?

Ho sempre avuto una passione innata per la fotografia e le prime immagini che avrei utilizzato per le mie pubblicazioni negli anni successivi le ho scattate a 18 anni. Si trattava di due scorci della Milano povera: le lavandaie lungo il naviglio pavese e un orto al limitare di una fabbrica in zona Barona. Il mio desiderio, da subito, è stato quello di documentare per salvare almeno il ricordo.

© Virgilio Carnisio.
Milano, la Darsena in viale Gorizia, 1960

Le tue origini hanno influenzato molto la tua fotografia?

Sì, sono state determinanti. Pur piccino ho mantenuto ricordi della guerra con bombardamenti e immani devastazioni e pure della lotta civile, amarissima a ripensarci, ed infine il ritorno alla pace tra mille difficoltà e tanta speranza.

Bisogna studiare per fare buona fotografia?

Per fare documentazione di strada bastavano poche nozioni e molta pratica perché le fotocamere usate erano semplici e chiare. All’opposto per alcuni usi specifici della fotografia (architettura, macro, riproduzioni ecc.) uno studio approfondito era indispensabile.

Perché hai scelto la “old street Photography”? Pensi che può insegnare ad osservare il mondo?

Dopo due anni di scuola serale comunale conseguii un attestato in fotografia pubblicitaria; feci subito pratica in uno studio che trattava quasi solamente moda e capii ben presto che non era quello che volevo. Avevo bisogno, delle vie, dei cortili, della gente, di tutto quello che la città offriva fisicamente ed in modo corale, e di respirare con essa. Documentare per riportare è, per me essenziale, per entrare nelle pieghe della città e della società, per capire la facciata ed il backstage, per creare un mosaico capibile e veritiero.

© Virgilio Carnisio.
Milano, via Magolfa 15, 1969

Quale è stato il momento della tua vita in cui ti sei sentito più legato alla fotografia?

E’ora, da qualche mese a questa parte, tempo di riflessioni e di bilanci.

Ci sono stati o ci sono dei maestri fotografi o artisti a cui ti ispiri?

Ci fu all’inizio un libro “del miracolo” che mi scosse alquanto con fotografie dure, crude, molto contrastate, anche sfuocate, ma nuovissime, quasi un pugno nello stomaco perché scavavano nella vita reale della città, senza titubanze o auto censure. E’ “ Milano, Italia” di Mario Carrieri, 1958.

Perché la maggior parte delle tue fotografie sono in BN?

Non è stata una scelta. Mi è venuto così, naturalmente. Vivevamo in un mondo in cui l’immagine stampata era quasi sempre in bianco e nero, sia sui libri che sulle riviste e nel grande cinema italiano e francese di quegli anni, un periodo magico e fecondo come mai più avrei riscontrato nella mia pur lunga vita.

© Virgilio Carnisio.
Milano, corte a ringhera, 1969

Come è avvenuto il passaggio analogico/digitale?

E’ avvenuto nell’agosto del 2016, dopo sessant’anni di analogico e sempre con la medesima pellicola, la TRI X della Kodak.
Mi ero ripromesso di fare, come lavoro finale, una lunga verifica sulla Milano di oggi, sia nel centro che nelle periferie, approfondendo anche quelle zone “grigie” che sono né l’uno né le altre e solitamente poco documentate perché giudicate, a priori, scarsamente interessanti. Un lavoro di lungo periodo e di grande portata che prevedeva un rilevante numero di scatti e una varietà di veloci cambiamenti. Pensai così ad una camera digitale che potesse accogliere i miei obiettivi manuali e presi una Pentax che non deluse le mie aspettative: uso facile e veloce e il tutto a costo zero, molto apprezzato dato che in un anno ho realizzato più di 21.000 immagini già parzialmente selezionate.

Hai anche un portfolio ritrattistico, sembra ispirato dal neorealismo, delicate e potenti allo stesso tempo, c’è ne puoi parlare?

Il neorealismo, cruccio e delizia dei fotografi (ma non solo) degli anni ‘50 e ’60! Certo, un po’ era dentro di noi, nel DNA degli anni della fanciullezza e dell’adolescenza, e qualche segno riaffiora, di tanto in tanto, in tutta la vita fotografica. Faccio qualche fotografia di nudo solo da un anno per capire se ci sono analogie con la fotografia di documentazione e direi che ci sono o, meglio, il mio occhio è sempre il medesimo, così come il punto di osservazione ed il risultato cui vorrei arrivare.
Per ora sono soltanto balbettii ma mi piacerebbe andare avanti.

Quale è l’esperienza espositiva che ti ha dato più emozione?

La prima, nel 1962 al Politecnico di Milano, e l’ultima che è sempre chiusa nel mio cuore e nella mia mente.

© Virgilio Carnisio. Milano, corso San Gottardo 14, 1969

Fotografi da 50 anni, come è cambiato il tuo modo di fare fotografia?

No, non è cambiato anche perché mi viene naturale fotografare così, soggetto o sguardo diretti verso l’obiettivo, punto di ripresa frontale però, a pensarci bene, ora mi accorgo che talvolta “rubo” qualche immagine, mentre prima non succedeva e credo che ciò dipenda dall’estrema praticità e rapidità della camera digitale.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Finire il mio reportage su Milano, seguirne gli ultimi cambiamenti e collaborare maggiormente con gli splendidi e competenti amici dell’A.F.I. Archivio Fotografico Italiano, che hanno acquisito tutto il mio lavoro fotografico durato una vita intera.

Lasciaci una tua “frase mantra”!

“Fotografo perché voglio bene e non ho altro modo per dirlo”

 

 

Lo sguardo e l’obiettività (Intervista a Gianni Berengo Gardin. Novembre 2001)

Per celebrare insieme a voi il compleanno di Gianni Berengo Gardin, ho deciso di riproporre un’intervista raccolta nel 2001, in occasione di una retrospettiva a lui dedicata e intitolata – appunto – “© Copyright Gianni Berengo Gardin”, allora in mostra a Roma al Palazzo delle Esposizioni.
Ricordo con grande piacere quell’incontro, in cui questo Maestro della fotografia italiana – con l’umiltà che gli è propria e che contraddistingue i “Grandi” – interrogandomi in maniera partecipe su cosa facessi, alla mia risposta che ero fotografa e amavo il reportage, replicò semplicemente: “Allora abbiamo una passione comune!”. Gli fui grata per questo pensiero che in qualche modo mi faceva sentire riconosciuta per ciò che amavo, e parte di qualcosa di più grande.

Tanti auguri, dunque, e che questa sua passione ci possa sostenere e illuminare ancora a lungo attraverso il suo lavoro!!! 🙂

gianni-berengo-gardin
© Rosa Maria Puglisi, 2001

Pensa che le 150 immagini di questa retrospettiva possano davvero riassumere il suo lavoro?

E’ stata, logicamente, una selezione molto difficile, poiché ho in archivio un milione e cento negativi. Mi spaventava l’idea di dover scegliere, non perché io ami tutte le mie fotografie, ma piuttosto perché a volte il mio giudizio può essere influenzato dal momento dello scatto e da cose che non si vedono poi nella fotografia. Questo lavoro è stato dunque fatto da Mario Peliti e Giovanna Calvenzi con l’aiuto di mia figlia Susanna, che cura l’archivio. Ci voleva il coraggio di selezionare. In questa retrospettiva non ci sono certi mondi: l’Australia, il Canada, la Cina, ma soprattutto l’India alla quale sono molto legato. Vi ho lavorato parecchio tempo e, non dico che mi abbia cambiato il carattere, però mi ha sicuramente cambiato molto il modo di pensare. Nonostante l’importanza dell’esperienza indiana, in questa mostra abbiamo voluto, visto che si parla tanto d’Europa, rimanere in tale ambito: c’è una piccola sezione di Europei, il resto è dedicato agli Italiani. Italia, dunque, con un accenno all’Europa, soprattutto alla Francia nella quale io ho imparato a fotografare.

Può parlarci di quest’influenza della fotografia francese nel suo percorso?

Da ragazzo, ho fatto per cinque anni il fotoamatore. Poi, visto che la passione era molto forte, ho deciso di diventare professionista. Allora i miei maestri ideali erano i fotografi americani di “Life” e della “Farm Security Administration”, dopo i quali (diciamo come secondi) venivano i francesi. In quegli anni andare in America era più difficile di oggi, specie se avevi poche lire, e quindi ho ripiegato sulla Francia che era più vicina (Parigi ha, inoltre, un grosso fascino su di me). A Parigi sono rimasto quasi due anni; ho conosciuto Doisneau, Boubat, Masclet, ma soprattutto Willy Ronis, col quale siamo diventati molto amici, e da loro ho imparato moltissimo. L’incontro con Cartier-Bresson è avvenuto solo molti anni dopo. Allora Cartier-Bresson era già “dio” e quindi non facilmente raggiungibile, così mi sono accontentato dei “santi”. Da lì è partito tutto, e, infatti, in molte mie foto si vede l’influenza della fotografia francese più di quell’americana.

Quel certo spirito ironico alla Doisneau di certe sue immagini?

Devo dire, forse, un po’ si; anche se io non mi accorgo di essere così ironico in fotografia.

A proposito di Cartier-Bresson, pare che lei abbia dichiarato di non credere in un “attimo decisivo”…

No, io credo nel momento decisivo; però, secondo me, il momento decisivo non esiste nella situazione che si fotografa. Sei tu, fotografo, che decidi quando è il momento decisivo. E ognuno lo fa secondo il proprio punto di vista. Dipende tutto dal fotografo; perché bene o male è sempre la sua realtà, quella che interpreta e che vuol far vedere agli altri.

La fotografia è un’interpretazione del tutto personale della realtà?

La fotografia non è quasi mai realtà, cioè lo è in gran parte, ma non totalmente. Pensa alla foto del poliziotto durante la contestazione della Biennale: quel poliziotto lì, può essere mille cose; può darsi che m’insegua per bastonarmi, ma può essere anche che corra per conto suo. Non credo a quelli che dicono che una fotografia vale mille parole. Una fotografia vale molte parole, però dovrebbe essere sempre accompagnata da parole, cioè da una didascalia che puntualizzi la situazione. Per quanto mi riguarda, io tendo sempre ad essere il più obiettivo possibile, però “cerco” di esserlo; non è detto che lo sia.. magari il mio inconscio nasconde qualcosa anche a me stesso, e quindi non sappiamo come va a finire… Il dramma è che oggi, col digitale, c’è una possibilità di falsificazione che è terribile; non sai più se quello che vedi non sia stato completamente costruito a tavolino in una stanza. Certo esisteva già una possibilità di falsificazione col fotomontaggio, ma era facile accorgersene. Oggi, invece, ci sono cose talmente perfette… Il discorso sulla comunicazione diventa, di conseguenza, molto complicato, molto difficile; specie nella comunicazione di guerra, dalla Guerra del Golfo in poi. L’associazione dei fotografi, cui appartengo, da anni tenta di avere una legge che obblighi chi lavora in digitale, trasformando le fotografie, a mettere un simbolo, una frase con cui dichiari che si tratta di un’immagine costruita. Fino a pochi anni fa io mettevo sempre all’inizio dei miei libri: nessuna di queste fotografie è stata ritoccata o trasformata al computer, proprio perché si sapesse che quello che avevo fotografato era quello che io vedevo.

E’ dunque contrario alle tecnologie digitali in fotografia?

Non sono contrario al digitale; capisco, anzi, che è molto utile per chi fa fotografia di cronaca: fa la foto e due minuti dopo la può trasmettere ai giornali. Però il digitale, a me, non interessa. Sarà una tecnologia nuova, moderna, attuale, ma a me va già anche troppo bene questa. E quindi per questa vita… la prossima reincarnazione vedremo; magari passerò anch’io al digitale sempre che rinasca uomo… E poi, in realtà, il digitale non è ancora arrivato (certo, ci arriverà presto) alla qualità che ha la fotografia tradizionale.

Gianni Berengo Gardin
Val D’Orcia. Copyright: Gianni Berengo Gardin

Qual è il motivo della sua predilezione per il bianco e nero?

Ci sono vari motivi. Innanzi tutto, è parte integrante della mia cultura visiva: sono cresciuto col cinema in bianco e nero (sono un grande appassionato di cinema), e con la televisione in bianco e nero; anche i miei maestri di fotografia erano tutti fotografi in bianco e nero. Quindi sono già istintivamente portato per questo tipo d’immagine. Poi sono convinto che, per il mio tipo di fotografia, sia più efficace. Da quelle pochissime foto a colori che faccio (come si suol dire per il panino; è l’unico ricatto al quale devo cedere, anche se malvolentieri) mi accorgo già in ripresa che sono distratto dal colore, e sono convinto che anche chi poi guarderà l’immagine, ugualmente distratto da certi colori piuttosto che da altri, non vedrà più l’immagine nel suo complesso. Chi guarda le foto in bianco e nero, è quasi costretto, invece, ad entrare di più nella fotografia…. a cercare di capire cosa il fotografo gli volesse dire. Per finire: oggi i colori della fotografia sono coloracci. Bianco e nero sono, ad ogni modo, due bei colori… per non dire del grigio, che è un colore bellissimo.

Che ne pensa dei reportage che troviamo oggi sui giornali a larga diffusione?

Si passa agli estremi opposti: dalla fotografia eccessivamente violenta (però è anche giusto far vedere certe cose) alle foto di una banalità estrema. E’ un periodo che vediamo solo foto di Talebani piantati davanti alla macchina. Capisco che anche loro hanno difficoltà a fare qualcosa di più interessante, però… Esistono, in ogni caso, vari modi di fare reportage, dipende un po’ da quello cui è portato il fotografo: io non andrei mai in guerra, perché odio la guerra, e questi ultimi anni di vita che ho, tento di tenermeli più stretti possibile; ma ci sono fotografi che amano il rischio di andare in zone di guerra… Penso, tuttavia, che siano utili anche i miei reportage: quella degli zingari e dei manicomi è anch’essa, in certo qual modo, una realtà “di guerra”. Inoltre, fotografie che sembravano banali quarant’anni fa sono oggi importantissime, in quanto documento di com’eravamo; così ho la presunzione di affermare che le mie foto non sono importanti oggi, ma fra cento anni diventeranno importantissime. A me interessa, comunque, fotografare chi normalmente non viene fotografato; infatti, i ritratti che ci sono in mostra (di Mulas, Piano, Zavattini, Fo…) sono, più che altro, foto di amici.

Qual è per lei, dunque, il ruolo del reporter?

Qual “era” il ruolo del reporter… perché ormai… E’ far vedere quello che lui vede, nel modo più onesto possibile, cosa non semplice né facile.

Rosa Maria Puglisi

(Pubblicata precedentemente su Cultframe)

Monica Delli Iaconi: fra fotografia e scrittura

Copertina del del libro
Copertina de “La Protagonista è assente “

Ho conosciuto Monica Delli Iaconi qualche anno or sono su facebook, dove condividevamo diverse amicizie, prima d’incontrarla dal vivo. E a quel punto avevamo la sensazione di essere amiche di vecchia data. Non solo perché ci eravamo più volte confrontate – anche animatamente – via chat, ma soprattutto per il fatto d’esser state entrambe allieve di Giuliana Traverso. Il riconoscimento di un’esperienza che aveva lasciato in noi un’importante impronta, insomma, ci rendeva vicine.
Fotografa e insegnante, Monica ha ormai da tempo ha messo in luce il suo talento di scrittrice, servendosi inizialmente della parola a commento delle proprie immagini. Con una raccolta di “pensieri sparsi” dal titolo “Il re senza corazza” (edito da Matithyàh) ha temporaneamente rinunciato alla protezione di un filtro – quello della fotografia – attraverso cui guardare al mondo in una modalità sicura e protetta. Quell’esperienza ha  certamente avuto per lei il sapore di un mettersi in gioco in maniera nuova, di un esprimersi in maniera diretta lasciando emergere – senza le ambiguità semantiche proprie della fotografia – suggestioni personali profonde. Ma ne “La protagonista è assente”, suo ultimo libro, la fotografia ritorna. Non da protagonista (in un lavoro in cui il titolo stesso rimarca come il concetto stesso di protagonismo sia bandito). Tanto meno ancella della parola.
Fotografia e scrittura s’intrecciano in questo libro con pari dignità allo scopo di portare in luce temi universali in cui ognuno può riconoscersi: il sogno, l’amore, la speranza, la memoria e le aspirazioni future. Come scrive nel presentarlo Bruno Sullo, l’autrice “offre una molteplice e diversificata prospettiva di lettura: consente il piacere dell’immagine e, al tempo stesso, l’acquisizione dello straordinario contributo di contemporaneità espresso dai testi. I due elementi sono complanari e contemporanei, inscindibili eppure autonomi”. In questa maniera i due testi, quello scritto e quello visivo, invitano il loro lettore a partecipare nella costruzione di un senso, aggiungendo – attraverso la loro libera interpretazione – molto del loro sentire.

Mi fa piacere condividere, dunque, con voi questa breve chiacchierata a proposito del suo lavoro creativo. Brevi battute che, mi auguro, possano incuriosirvi su questa autrice tutta da scoprire.

–o–

– Buongiorno Monica, ti va – innanzi tutto – di raccontarci come e perché ti sei avvicinata alla fotografia?

Mi sono avvicinata laal fotografia grazie a mio padre: comprò una zenit con gli obiettivi base (gradangolo tele e 50mm) e cominciò a fare fotografie, da autodidatta. Mi affascinò e cominciai a osservarlo e a studiare su un piccolo manuale, la tecnica fotografica. Avevo circa 12-13 anni.

– Il tuo lavoro d’insegnante e la  tua formazione culturale, quanto hanno pesato sul tuo fotografare e sulla tua scrittura?

Fare l’insegnante è stata una mia scelta. Dopo la scuola superiore decisi di iscrivermi a Pedagogia contestualmente cominciai a lavorare nel sociale. Cominciai a capire se potevo specializzarmi un po’ anche con la fotografia. Sono degli anni delle scuole superiori, le mie riflessioni e indagini sui corsi di foto. Molto costosi, alcuni fuori da Genova, quindi improponibili. Poi verso la fine degli anni 80 scoprii che a Genova c’era una scuola di fotografia particolare. Riservata a sole donne e condotta da una esperta e stimata fotografa in campo internazionale: Giuliana Traverso. Appena guadagnai il mio primo stipendio mi iscrissi. Ecco è stata la formazione pedagogica unita al metodo di insegnare fotografia di Guliana a formarmi. E sicuramente hanno influito moltissimo sul mio modo di “guardare attraverso l’obiettivo”. La scrittura, almeno la mia, non era prevista. Possiamo chiamarla un’evoluzione del percorso creativo. Decisi di fare la mia prima mostra perché avevo voglia di realizzare un progetto covato da tempo: tradurre in immagini le poesie di Montale. Era il 2004. Da allora ogni mio progetto fotografico si dotò di testo. Parole di altri. Finchè un giorno, in treno, non buttai giù alcuni pensieri. Fu l’inizio del Re senza corazza.

– Come scegli se esprimerti attraverso l’immagine o la parola?

Direi che non lo scelgo, a volte sono imprescindibili l’uno dall’altra, a volte mi sento di esprimermi più con l’uno a volte più con l’altra. Stati d’animo. Attualmente c’è una spinta verso la narrazione.

– Il titolo “Il re senza corazza” faceva riferimento ad un mettersi a nudo nel momento in cui mettevi momentaneamente da parte la fotografia. E’ forse proprio la fotografia, per te, la corazza a cui si fa riferimento?

– No esattamente il contrario: la fotografia mi ha permesso di “uscire fuori” di mostrarmi, di offrire le mie emozioni. La corazza nasce dalla riflessione sull’incapacità di mettersi a nudo, in generale non solo la mia, e sul concetto che non è mostrandosi “corazzati” che si governa meglio il proprio regno.

– Quanto nella tua produzione creativa ha che fare con le tue emozioni e quanto con la necessità di comunicare le tue riflessioni razionali sulla vita e la società?

Le emozioni sono l’incipit di entrambe le scritture. Le riflessioni su ciò che accade intorno a me o nella mia vita mi suscitano movimenti emozionali che sublimo scrivendo o fotografando.

Copertina de
Copertina de “Il re senza corazza”

Monica Delli Iaconi, si è laureata in pedagogia con una tesi sulla fotografia. Ha vissuto a Genova fino al 1992, dove ha frequentato la scuola di fotografia diretta da Giuliana Traverso “Donna Fotografa”. Attualmente vive e lavora in Toscana nella provincia di Pisa. Ha esposto le sue fotografie in varie mostre in Italia e in Germania. Alcune sue fotografie sono diventate le scene di un’opera lirica per ragazzi dal titolo “Il figlio cambiato”, presentata al Teatro Verdi di Pisa. Ha lavorato come fotografa di scena presso Festival Teatro Romano di Volterra.

Dal 2008 al 2010 ha tenuto corsi di fotografia presso varie associazioni sul territorio della Valdera. Con Matithyàh ha pubblicato: “Grazie di cuore” e “Ad occhi aperti nei secoli dei secoli” che hanno accompagnato gli omonimi eventi espositivi e culturali, e la prima raccolta di pensieri e fotografie intitolata “Il re senza corazza”, e “La protagonista è assente”.

Sofia Bucci: “Oleandro”

© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014
© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014

(già pubblicata su Fotografia 3.0 -immagini per il benessere e il cambiamento)

Ho incontrato Sofia Bucci a Firenze, durante il workshop “La mia storia”, che ho tenuto a febbraio per Deaphoto.
Quello che segue è un veloce scambio di battute, attraverso le quali Sofia racconta di questo suo lavoro, portato a compimento attraverso l’esperienza del workshop, e del significato che ha per lei. In fondo trovate uno slideshow d’immagini tratte da “Oleandro”.

RM.P. Come nasce la serie “Oleandro”?
S.B. Tutto inizia dal titolo “Oleandro”, un fiore meraviglioso, bellissimo, per me il più bello, ma allo stesso tempo la sua Bellezza è direttamente proporzionale al suo Veleno. Tanto bello, quanto letale. Come l’Amore.

RM. Cosa raccontano queste immagini?
S.B. E’ una ricerca. Cercano di raccontare il dolore che può provocare una rottura. E’ una ricerca sul dolore.

RM.P. Che genere di “rottura”?
S.B. Una rottura che tutti abbiamo avuto, come la fine di una storia d’amore. E l’abbattimento di tutto il palazzo d’illusioni che mi ero creata.

RM.P. Ogni foto – si dice – sia un autoritratto..In che modo, queste, ti rispecchiano?
S.B. Mi rispecchiano perché mi ri-guardano. sono la mia storia.

RM.P. In che modo sono la tua storia?
S.B. Raccontano una mia esperienza diretta, la fine di un rapporto, uno dei tanti tasselli che va a formare la storia completa.

© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014
© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014

RM.P. Le tue immagini sono pensate come tasselli? Mi colpisce il fatto che siano sempre “dettaglio”…
S.B. Sì, sono pensate a tasselli. Come il dolore si concentra in alcuni punti ben precisi, allo stesso modo la fotografia si concentra su certi dettagli.

RM.P. Dimmi della tonalità bluastra che spesso hanno.
S.B. Di solito i miei sogni hanno tonalità blu petrolio. L’ho voluta ritrasportare in fotografia. E poi l’ho scelta anche perchè una volta mi dissero: “quello che mi piacerebbe vedere dalle tue foto è il blu della pelle, non tutti riescono e sono in grado di vederlo, tu potresti farcela”.. C’ho provato!

RM.P. Che tipo di blu è quello di cui parli?
S.B. Il blu che si riesce a vedere solo in certi momenti e con certa luce.

RM.P. Come si ricollega all’oleandro? E’ un blu venefico?
S.B. Sì, assolutamente.

RM.P. E la fotografia cos’è per te?
S.B. La fotografia per me è semplicemente il modo migliore che ho per esprimermi, o almeno ci provo.

RM. .. un modo per esprimere il dolore?
S.B. Tutto ciò che sento, se sento dolore, anche quello.

RM.P. Perché hai scelto di partecipare al workshop “La mia storia”?
S.B. Perché avevo iniziato questo lavoro e volevo trovargli una direzione. E per fare una nuova esperienza, in una nuova città con nuove persone.

RM.P. E cos’è successo?
S.B. La direzione è stata trovata e ora sto percorrendo la strada, aggiungendo foto prima mancanti, che si stanno realizzando. Che sto realizzando.

© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014
© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014

“Come un gatto ho nove vite da morire. Questa è la numero tre. La prima volta successe che avevo dieci anni. Fu un incidente. Ma la seconda volta ero decisa a insistere, a non recedere assolutamente. Mi dondolavo chiusa come conchiglia. Dovettero chiamare e chiamare e staccarmi via i vermi come perle appiccicose. Morire è un’arte, come ogni altra cosa. Io lo faccio in un modo eccezionale. Io lo faccio che sembra come un inferno. Io lo faccio che sembra reale. Ammetterete che ho la vocazione”. Sylvia Plath 

Quando l’Amore inizia, quando l’Amore finisce

www.sofiabucci.com

© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014
© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014

Piombino, Social Photo Fest: Intervista a Sabine Korth

In occasione della prima edizione del Social Photo Fest, che è stato inaugurato il 25 maggio a Piombino, e che vede in programma mostre ed eventi, fra i quali in particolare è da segnalare una giornata di studio dedicata alla fototerapia, che si terrà domani, sabato 2 giugno (clicca qui per leggere il programma completo), vi propongo questa intervista alla sua direttrice artistica Sabine Korth.

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Com’è nata l’idea del Social Photo Fest? Perché un festival di fotografia sociale?

L’idea è nata da Silvia Tolomei, una mia studentessa, ora direttrice della nostra associazione (“Diavolo Rosso”). E’ stata lei che, dopo aver visitato insieme un festival fotografico, ha detto spontaneamente: “Perché non ne facciamo uno da noi a Piombino?”. E Sauro Storai, il terzo membro della nostra associazione – stanco di vedere soltanto fotomodelle in pose scomode e tramonti patinati – ha aggiunto “Diamogli come tema il Sociale!”.

Per la manifestazione da voi ideata avete scelto di mettere a confronto due aspetti all’apparenza molto diversi fra loro: da un lato il fotogiornalismo, dall’altro la fotografia come terapia. Vi siete ispirati a qualcuno nel progettare questa vostra proposta di festival fotografico?

Non ci siamo ispirati a nessuno. Esistono già altre realtà di festival legati al fotogiornalismo, ma il nostro è un connubio del tutto nuovo, fra due versanti che – in effetti – corrispondono ai miei interessi personali.

Infatti, io “vengo” dalla Fotografia Sociale, ho fatto le prime foto ai bambini turchi del mio vicinato, in Germania, già a14 anni. Poi mi sono laureata in Foto- Reportage all’Università di Bielefeld. Attualmente mi occupo di diversi rami della fotografia, ma quando insegno metto sempre l’accento sulla potenza della macchina fotografica, che è unica, sia nel facilitare la comunicazione con realtà differenti e sia nel raccontare storie. Quella che insegno, insomma, è una fotografia che serve a raccontare concetti sociali. Ma anche una fotografia che diventa un linguaggio prezioso per raccontare concetti, quando le parole non bastano.

Un linguaggio prezioso, quando le parole non bastano: questo è, dunque, il trait d’union tra la fotografia di documentazione e la fototerapia; ed è anche ciò che vi ha convinto a proporre un simile intreccio di esperienze nel vostro festival?

La fototerapia sta crescendo in Italia e la nostra città potrebbe diventare un punto di riferimento per incontrarsi, scambiare esperienze,collaborare e fare “formazione”.

Allo stesso tempo, con la sezione “mostre e workshop”, vorremmo dare voce a quei fotografi che ancora raccontano qualcosa , esprimono un opinione, e non sono concentrati soltanto sul lato estetico delle immagini.

Non ultimo, saremmo felici di regalare alla città una manifestazione di prestigio per stimolare appassionati, turisti o semplici curiosi.

Negli ultimi anni le manifestazioni fotografiche sembrano moltiplicarsi in Italia, qual è secondo te la ragione di questo “bisogno di fotografia”?

Probabilmente, visto che viviamo tempi difficili, il fotografarli può diventare estremamente utile allo scopo di osservare, comunicare, denunciare, comprendere, esplorare, condividere… In tempi di crisi le persone sentono il bisogno di unire le forze e creare eventi per favorire condivisione e partecipazione.

Anche se per il nostro festival abbiamo avuto delle difficoltà a convincere le istituzioni ed i privati ad investire… alla fine ce l’abbiamo fatta! E si sono unite insieme molte persone, disposte a credere in noi e a contribuire alla realizzazione.

Quale ruolo riveste e quale potrebbe rivestire, a tuo parere, la fotografia?

Da un po’ di tempo quando scatto una foto, ad un albero, ad una linea disegnata dalle onde sulla sabbia, penso sempre alle parole di Fabio Piccini: “Ogni Foto che scattiamo è un autoritratto”.
O a quanto ha detto mio mentore Wim Wenders: “La macchina fotografica è un occhio che può guardare nel contempo davanti e dietro a sé. Davanti scatta una foto, dietro traccia una silhouette dell’animo del fotografo: coglie attraverso il suo occhio ciò che lo motiva. (…) Mostra le cose e il desiderio di esse”.

Punctum Lucegrigia (4)

una lettura diversa (e una segnalazione)

Accanto alla recensione, qui di seguito, di questo utilissimo manuale sulla lettura delle immagini, segnalo la 
pubblicazione nella sezione “interviste” di un interessante colloquio con l’autore del libro sul tema della formazione in fotografia e non solo. Le considerazioni che emergono, malgrado il tempo trascorso, a me paiono più valide che mai.

Per un collegamento diretto all’intervista cliccate qui.

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In uno scritto di qualche anno fa, Augusto Pieroni analizzava il sempre più stretto rapporto che lega l’arte contemporanea e la fotografia, vedendo Continua a leggere una lettura diversa (e una segnalazione)

intervista a Stefano Mannucci

Segnalo la pubblicazione sul blog Idee in Bianco e Nero di una mia conversazione con Stefano Mannucci, autore del libro “Luce sulla Guerra”, del quale mi ero occupata tempo fa recensendolo (vedi l’articolo).

Come già precedentemente ribadito il libro in questione – sul quale verte l’intervista – è “un saggio di carattere storico, che esamina in maniera paradigmatica il ruolo dell’immagine fotografica nella propaganda politica del periodo fascista, rivelandoci retroscena che potrebbero avere un sapore di grande attualità”. Un volumetto particolarmente interessante, che conta su un buon apparato di ricerca storiografica e che ha anche il pregio di essere estremamente fruibile.

E’ pertanto quasi incredibile che non ben chiari dissapori fra l’autore e l’editore (o magari le attuali logiche di mercato) abbiano fatto sì che il libro si trovi già fuori catalogo. Tuttavia, quanti sono interessati potranno ora acquistarlo attraverso il sito ilmiolibro.it.

Per leggere l’intervista, cliccate su questo link

Su Cultframe: intervista a Francesco Impellizzeri

Francesco ImpellizzeriSono lieta di segnalarvi la pubblicazione su Cultframe di un’intervista a un eclettico protagonista dell’arte contemporanea.

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Nelle sue performance e installazioni, musica, pittura e teatro incontrano la fotografia, e al centro della sua opera ripropone di volta in volta la propria camaleontica immagine.

Attraverso i codici linguistici della moda, della televisione, del fumetto – e usando il kitsch per smascherare gli eccessi e le strumentalizzazioni dei media – Francesco Impellizzeri, ci mostra i volti paradossali della società”.

Questo il titolo dell’intervista, cliccando sul quale potrete leggerla, spero con interesse.

Graciela Iturbide

Roma, 2006. Copyright: Graciela IturbideCom’è consuetudine per FotoGrafia, ogni anno vien chiesto ad un celebre fotografo di produrre un lavoro su Roma e quest’anno era toccato a Graciela Iturbide di raccontare attraverso i propri scatti la Capitale.

La mostra, ancora per pochi giorni visitabile al Tempio di Adriano, com’è accaduto anche in precedenti edizioni del festival, ahimè, rende conto di quanto difficile sia l’operare su commissione. Specialmente per quegli artisti che traggono soprattutto ispirazione non solo dalla tecnica e dalla ragione, ma sorattutto dal piacere personale ed hanno, quindi, di preferenza un approccio libero e in una certa misura “sentimentale”. Per cui l’opera la commissione potrebbe risultare come una briglia.

Per renderle giustizia, pubblico qui in versione integrale un’intervista rilasciatami nel 2002  (in occasione della prima edizione del festival) e pubblicata su Cultframe col titolo “Il senso poetico del tempo“.

Si tratta di una intervista veramente lunga, ma che credo valga la pena di leggere nella sua interezza, perché fa luce sul lavoro di questa fotografa, e sul suo modo di concepire la fotografia e il mondo.

Interessanti sono, però, anche i suoi continui accenni al suo “maestro”, Manuel Alvarez Bravo – allora ancora in vita – che sarebbe morto lo stesso anno, ultracentenario.

L’intervista è, naturalmente, nella pagina dedicata a Graciela Iturbide.

fotografia e memoria

Nel 2002 era uscita su Cultframe una mia intervista a Paola Agosti, col titolo “Una testimone al di là delle mode“. Essa non era altro che l’estratto di una più lunga e interessante chiacchierata, che ripropongo qui nella sua versione integrale, perché fornisce vari spunti di meditazione sul mestiere del fotografo e forse fa capire anche come sia cambiato oggi il nostro modo d’immaginarlo. Collegato agli stereotipi del reporter d’azione, o del fotografo di moda o di quello artista contemporaneo, finiamo per dimenticarne altre – e quasi più importanti – valenze, come quella dell’indagine storica, che abbiamo già incontrata nel post precedente.

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Intervista a Paola Agosti (Dicembre, 2002)

 

Puoi parlarmi degli inizi, come è avvenuto il tuo incontro con la fotografia?

Gli inizi sono stati assolutamente casuali. Avendo fatto il Liceo Artistico, e frequentato un po’ l’Accademia Di Belle Arti, ho cercato un lavoro nel campo della grafica e facendo l’apprendista in uno studio, appunto di grafica, mi misero in camera oscura.Lì imparai…ad odiare il lavoro di camera oscura (che per altro non ho più fatto), ma conobbi tutta una serie di fotografi, tra cui soprattutto la milanese Augusta Conchiglia che all’epoca aveva già lungamente lavorato come fotografa di scena presso il Piccolo Teatro di Milano. Decidemmo di unire le forze e cominciare a proporre servizi fotografici sui vari teatri romani, così riuscimmo ad avere una piccola collaborazione col Sistina e da lì…Siccome lei nel frattempo era stata lungamente in Africa, in Angola, ed aveva fatto numerosi bei lavori di reportage, mi appassionai al reportage e cominciai a fare una serie di viaggi che mi portano appunto nell’America Latina.

Erano gli anni 70, allora mi dividevo fra il lavoro che mi piaceva, e mi appassionava, di fotoreporter legata all’attualità, alla politica, ai grandi temi sociali, anche ideologici, degli anni 70 (o, se vogliamo, ideali, visto che allora volevamo cambiare il mondo!) e, invece, quel lavoro che mi serviva per campare, di fotografa di scena. Lavoravo poi un po’ le riviste di cinema e televisione, fotografando gli attori, cose così; finché piano piano cominciai a lavorare sull’attualità politica italiana.

In quegli anni un buon mercato era costituito dalle “figurine dei politici”, nel senso che i giornali pubblicavano moltissimo le cosiddette “testine”. Quindi si andava a fotografare, non so, una direzione della Democrazia Cristiana, o un comitato centrale del PCI, i personaggi delle quali avevano un buon mercato.

In questo modo, sono riuscita a lavorare sui temi dell’attualità fino alla fine degli anni 70.

Avevo cominciato alla fine del 69 e già nel 76 pubblicai il primo libro, “Riprendiamoci la vita”, un libro sul movimento femminista.


 Paola AgostiCom’era allora il lavoro per una donna in fotografia?

Beh, quando mi occupavo di attualità politica senz’altro la competizione era durissima. Non direi che ci fossero altre donne; all’inizio soprattutto.A Roma, c’era un ambiente di fotografi molto agguerriti, disposti il più delle volte a passare sul tuo cadavere pur di fare una foto. Se pure vi fosse qualcuno gentile e solidale, la maggioranza era fortemente machista e competitiva, la qual cosa alla fine mi rese un po’ insopportabile quel lavoro. Non si usava veramente il cervello, nasceva una competitività sfrenata che non mi piaceva affatto…Tuttavia va detto che nemmeno lavorare tra le donne, tra le frange più dure del movimento femminista, in quegli anni era particolarmente gradevole.

Questa ideologia un po’ chiusa e settaria le rendeva poco elastiche… Oggi le stesse persone che magari in gioventù mi hanno ostacolato, quando m’incontrano mi abbracciano mi dicono: mi ricordi un pezzo della mia vita..

Va detto pure che accanto a questa esperienza non sempre positiva, ci fu, per più di dieci anni, l’esperienza bellissima con “NOI DONNE”, il giornale dell’UDI.

In un contesto del tutto diverso, con pochi soldi e molto poco guadagno, feci la conoscenza di una certa Italia al femminile, che probabilmente non era così dichiaratamente femminista, ma era fatta di donne che avevano lavorato in risaia, che avevano fatto la resistenza, che erano entrate per prime nelle grandi fabbriche del nord: tutta un’umanità al femminile veramente straordinaria, che ebbi modo di avvicinare in questi viaggi assolutamente disagevoli. Spesso non c’erano i soldi per pagare l’albergo, ed eravamo ospiti in casa di queste compagne dell’UDI, viaggiavamo sempre con una macchina, la mia, (come direbbe Jannacci: stessa donna, la mia… stessa macchina, la mia); per cui io dovevo fare da autista, da fotografa, però ho davvero dei ricordi molto belli, legati ad un’Italia, a un mondo, anche forse a delle donne che non esistono più.

Come sei passata dal reportage ai tuoi lavori sulla memoria storica in immagini?

 Nel 78 con “Immagini dal mondo dei vinti”, che è stato ripubblicato quest’anno in una veste un po’ diversa con 35 foto inedite.
Fortunata. Alta Langa. Copyright: Paola AgostiEra un lavoro che aveva sempre un taglio di reportage, ma non più legato all’attualità: era una ricerca fatta nella parte più povera della provincia di Cuneo, tra l’alta Langa e le valli cuneesi, sulla scia dell’omonimo libro di Nuto Revelli, che tanto mi era piaciuto. Era la descrizione, attraverso centinaia d’interviste, della fine di una civiltà, quella contadina schiacciata dall’avvento dell’industrializzazione (la montagna che si spopola, i giovani che vanno a lavorare in fabbrica, gli anziani che rimangono lassù). Una tematica del profondo nord, che in quel momento riguardava in realtà tutta l’Italia.
Con ” Il mondo dei vinti”, stavo recuperando le mie radici. Anche se ero nata e cresciuta a Torino, e quello che Revelli definisce “il terzo mondo alle porte di Torino” non lo conoscevo affatto, si trattava in un certo senso di un ritorno nella mia terra. Tante altre cose nasceranno da lì, intrecciandosi poi a passioni giovanili come quella per l’America latina e a temi miei, più personali, giacché nel mio piccolo avevo molto intensamente sentito questo sradicamento dal Piemonte, cioè da Torino, andando a Roma.

Quando “Il mondo dei vinti” venne esposto per caso in Argentina, mi resi conto che molti dei visitatori della mostra riconoscevano in quelle immagini dei paesi, delle situazioni ecc. da cui erano emigrati i propri padri, i propri nonni, i propri antenati; e allora scoprii che in Argentina vivevano quasi 4 milioni di persone di origine piemontese, i quali avevano ancora un’identità regionale, territoriale ben radicata e forte.

Iniziai tutta una serie di viaggi in Argentina prima a Buenos Aires poi nella provincia di Cordoba per documentare questo mondo un po’ fuori dal tempo, che è il mondo di chi emigra e non sa dimenticare la terra alla quale rimane legato per sempre (tant’è vero che in Argentina, tra Cordoba Rosario e Santa Fé ci sono, cosa curiosa e molto toccante, paesi che si chiamano Piamonte, Nuevo Torino, Silvio Pellico, Cavour). Fu un viaggio attraverso la nostalgia che durò anni, in un mondo lontano e vicinissimo, nel quale sembrava di ritrovare l’Italia degli anni 50 con tutta una serie di personaggi.

Non erano più i reportage legati all’attualità degli anni 70, ma era, credo, un modo molto più mio di esprimermi e di trovare anche lì un legame con qualcosa che mi apparteneva.

Jorge Luis Borges. Copyright: Paola AgostiCon l’inizio degli anni 90 mi dedicai sempre più al ritratto mettendo insieme con un’amica fotografa, Giovanna Borgese, una galleria di ritratti dei grandi vecchi della cultura del Novecento, cioè di quei personaggi che in Europa avevano in qualche modo attraversato il secolo; cominciammo a fotografarli nel 90 e la condizione era che avessero già compiuto 70 anni: uscì, così, nel 92 “Mi pare un secolo. Ritratti e parole di 106 protagonisti del 900”, pubblicato da Einaudi: accanto al ritratto di ognuno di questi personaggi, c’è una pagina di poche o molte righe, un testo raccolto da noi che esprimeva l’idea del 900 che questi grandi personaggi avevano avuto.

Da lì ci venne poi l’idea di fare un altro libro, sempre con Giovanna: si trattava di una raccolta di ritratti, non erano più foto nostre, di questi stessi personaggi e anche di altri: ho chiesto loro una foto di se stessi bambini e una paginetta in cui ricordavano che bambino erano stati, nacque così “C’era una volta un bambino”, Baldini e Castoldi, 1996.

Infine mi sono dedicata alle memorie di famiglia: alla fine degli anni 80 ho scoperto che un mio prozio, il fratello del mio nonno paterno, il prof. Francesco Agosti, medico psichiatra, direttore del manicomio di Torino, era stato tra gli anni 10 e gli anni 20, secondo me, un grande fotografo.

Era stato un grande amatore come si diceva all’epoca; aveva lavorato con uno stile pittorico, ma non solo, partecipando a tutta una serie di concorsi e di saloni internazionali della fotografia. Con l’aiuto della Fondazione Italiana per la Fotografia a Torino, della Calcografia Nazionale a Roma, del Museo dell’Elisee a Losanna, pubblicai questo libro, “Francesco Agosti. Lo sguardo discreto di un fotografo piemontese del primo 900”; al quale ha fatto seguito poi un altro.

Adesso tra pochi mesi, credo, saranno 33 anni che faccio questo lavoro e mi domando per quanto tempo lo farò ancora…

Ci sono state anche le tue immagini dal mondo animale…

Un’altra passione che ha attraversato la mia vita, ed è forse la più intensa e persistente, che supera di gran lunga quella per la fotografia, ammesso che quella per la fotografia sia poi stata una passione (ho ancora i miei dubbi), questa passione sono gli animali e poiché a un certo punto mi resi conto che, in 30 anni, in giro per il mondo e in Italia, avevo fotografato tantissimi cani, pubblicai con la Tartaruga “Caro cane”, che è appunto una raccolta d’immagini in bianco e nero sulla condizione dell’esistenza canina.

Ti chiedi se per te la fotografia sia stata o meno una passione; ma dalle tue parole sembra lo sia, forse non una passione per il “mezzo”, ma una passione per l’auto-espressione o una passione per l’osservazione delle cose, o meglio una passione per la ricerca di significati nelle cose.. Come potremmo definirla?

Forse è tutte queste cose. Sicuramente quando dico non è la passione per la fotografia intendo dire che, sarà un mio limite, ma non ho mai sentito la passione per la tecnica; sono assolutamente un’autodidatta (e qualcuno potrebbe dire: si vede!), tutto l’aspetto della tecnica lo vivo come un mio grande limite.Credo poi che arrivi anche un momento in cui la vena creativa di un fotografo si esaurisce: puoi continuare ad essere un ottimo esecutore, puoi continuare a fare dei lavori di routine, però, io credo, che, proprio così, in qualche modo si esaurisce dentro di te la vena espressiva.Cambiano le mode cambiano gli approcci, l’arrivo dell’informatica con il computer, tutte cose rispetto alle quali mi sento spiazzata. E poi forse questo non andrebbe detto, ma anche il contesto generale è un po’ deprimente…

Trovi che le nuove tecnologie snaturino la fotografia?

Non so. Sicuramente è un linguaggio che non mi appartiene, perchè prima di tuttola fotografia è, per me, memoria, e quindi quanto meno artificio si sovrappone alla memoria, meglio è.Paola Agosti
A me continua a piacere la fotografia come documento, come testimonianza di un tempo. Naturalmente ci sono stati grandi maestri della fotografia che hanno fatto anche altro, e che sono rimasti, penso quindi che tra i fotografi contemporanei che ricorrono ad altri mezzi ad altri artifici sicuramente alcui resteranno nella storia della fotografia.Non mi sento particolarmente critica verso questi nuovi linguaggi, semplicemente dico che non mi appartengono: forse sono come quei pittori un po’ accademici di fine 800, che quando nacquero gli impressionisti si sentirono piuttosto fuori tempo…

Io credo che quello che oggi mi interessa ancora molto, riguardo alla fotografia, è il suo rapporto con la memoria: questo, sento, è quello che mi interessa di più.

In quanto a trovare un nuovo linguaggio, ad esprimersi con nuove tecnologie, a quasi 55 anni… mi sento estranea alle nuove tecnologie, sento che non sono portata per queste; ti ripeto: mi piace enormemente continuare a scoprire la fotografia come testimonianza di epoche diverse, di mondi diversi… e poi io credo che, dopo una certa età, uno ha anche il diritto di non sentirsi attratto… Vedi, secondo me è anche banalmente un problema di mode; ricordo, c’erano degli anni in cui io continuavo a fotografare in bianco e nero e tutti dicevano: per carità, non si usa più! Fra colore, colore e colore, io ho continuato tranquilla a fare il mio bianco e nero, finchè è tornato di moda, direi, a tutti gli effetti .

Non bisogna lasciarsi condizionare eccessivamente nè dalle mode nè dagli strumenti, direi; L’importante è esprimere se stessi, quello che hai voglia di dire, finchè hai voglia di dirlo. A un certo punto, non avrai più niente da dire, chiuderai con la fotografia e farai un’altra cosa.. non sono le idee che mi mancano al riguardo.

Nelle tue immagini la testimonianza oggettiva s’intreccia alla soggettività…Sono la testimonianza di una memoria. Ci può essere il documento bello e il documento brutto; puoi avere mirabilmente illustrato, con grande finezza o umorismo, un’epoca della storia, oppure aver fatto delle brutte foto; ci vuole anche un senso artistico, di gusto, un senso dell’inquadratura, di eleganza della composizione, un tocco…

In fotografia, l’amore per la memoria legata al sentimento è, secondo te, una prerogativa femminile?

Mah, non so veramente cosa pensare a riguardo, perchè su questo si è molto discusso, si è molto scritto e parlato negli anni scorsi (soprattutto gli anni del femminismo) e forse si continua a fare… Ma io non vedo tutta questa grandissima differenza tra l’occhio maschile e l’occhio femminile, no.

Non mi sembra che ci siano tematiche prettamente femminili, è tutto un problema di sensibilità individuale, infatti ci sono state fotografe straordinarie, come Margaret Bourke-White, che magari hanno saputo testimoniare cose legate alla storia, alla guerra, alla presenza sul campo, all’essere sempre comunque in prima linea…

Certo, se lo fai a tempo pieno, questo è un mestiere che ti richiede da giovane una grandissima disponibilità , una grandissima libertà, una grandissima autonomia, quindi non so quante donne poi se lo sono potuto permettere: indubbiamente se tu sei anche moglie e madre non sempre questo è fattibile…

Hai rinunciato a qualcosa per la fotografia?


Beh, forse un po’ si…non so se per la fotografia. Ma forse si, per questa mia – come dire?-preoccupazione di fare sempre tutto bene, di dedicarmi anima e corpo alle cose. L’ho fatto molto con la professione e non so se oggi lo rifarei.

fotografia contemporanea

Per incontrare le esigenze del mercato artistico che l’ha accolta nelle sue più prestigiose “vetrine” mondiali (centri d’arte, musei e gallerie), la fotografia di questi anni d’inizio secolo ha dovuto rifarsi il trucco e riproporsi in una veste più patinata ed esclusiva, da “vero oggetto d’arte”, il che è stato favorito dall’accettazione delle tecnologie digitali.

Quella che segue, è un’intervista rilasciatami da Massimo Vitali diverso tempo fa, ma più che mai attuale dal momento che FotoGrafia 2007 (in corso a Roma fino al mese di giugno) ci propone un’indagine sulla fotografia contemporanea italiana, della quale Vitali è uno degli esponenti più celebrati a livello internazionale.

Lo scorso anno, a conferma dell’importanza che nel suo lavoro riveste il digitale e di come la fotografia artistica a queste tecnologie sempre più attinge, egli ha partecipato  a DIGIARTE, manifestazione di arte contemporanea che annualmente (quest’anno parte l’11 maggio) a Firenze “si propone di dare rilievo e visibilità alle forme che spaziano dalla fotografia digitale alla creazione di opere con programmi di grafica“.

Credo sia interessante meditare sulle parole di questo artista, che certamente ha il polso della situazione odierna, per capire quale tipo di meditazioni spesso sottende l’arte e la fotografia al giorno d’oggi.

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Opera d’arte e oggetto commerciale

Lernpark, 2001. Copyright: Massimo Vitali(Intervista a Massimo Vitali. Giugno 2004)

In occasione della mostra Italia. Doppie visioni, abbiamo incontrato Massimo Vitali; presente anche con una personale alla Galleria Next Door di Roma, l’autore ci ha parlato fra il serio e il faceto della propria concezione della fotografia.

Può parlarci delle sue fotografie, del loro impatto espositivo dato dal grande formato, dal materiale che usa?

Le mie immagini nascono come oggetti. Io nasco come fotografo: ho sempre fatto foto da quando avevo sedici anni. C’è stato un excursus (con il cinema e il resto), ma ho sempre continuato a fotografare.
Quando ho iniziato questo progetto (perché a un certo punto mi son detto: – ora faccio quello che mi pare, non voglio più ascoltar nessuno -), mi sono accorto che in Italia non c’era un interesse per la fotografia come arte contemporanea; comincia ad esserci ora. Facevo le foto, alcune delle quali fanno parte di questa serie delle spiagge, e la gente mi chiedeva: – Ma tu come le vuoi fare? Ma la cornice? -. Mi sembravano discorsi da pazzi; come la cornice? Uno compra la foto e se la mette in cornice…
La cosa assurda è che questo succedeva nel ’95. Oggi, anzi già da qualche anno, ai giovani che mi chiedono come fare, rispondo: – Guardate ragazzi, la prima cosa è sapere che cosa volete fare della foto. La foto è diventata un oggetto e l’oggetto deve avere delle sue caratteristiche -.
Dal momento che la foto è diventata parte dell’arte contemporanea, ha dovuto assumere il bene e il male di questa: deve, cioè, essere una cosa che può essere venduta, trasportata, commercializzata. Ma deve anche avere una sua interezza, un suo carattere totale, una sua caratteristica precisa.
Così io ho deciso di fare un certo tipo di foto: nel sandwich di plexiglass, perché è un’immagine che sembra una grande cartolina, che vola un po’ distante dal muro.
Non ha una cornice esterna. Ha una cornice posteriore d’alluminio e il sandwich di plexiglass è fatto in un certo modo; resta staccata 5 o 6 cm dal muro. Ogni cosa ha la propria funzione, è studiata; è una mia scelta. Le mie foto sono tutte così.
Ognuna di queste scelte è connessa al contenuto delle foto? E’ connessa al mercato dell’arte contemporanea. Mi sembra già un’ottima motivazione… Le mie foto sono però sempre così e, se mi commissionano una foto, la gente deve capire che il risultato finale del mio lavoro è quello lì.

Massimo VitaliCosa mi può dire riguardo al contenuto di queste immagini?

Il contenuto è poco interessante. E’ vero, potrebbe essere la parte migliore, ma in effetti io vedo che il contenuto si va sempre più assottigliando. La cosa importante è il modo in cui è fatta la foto.
La foto segue una specie di rituale, prevede l’utilizzo di certe cose, come questo cavalletto su una piattaforma a cinque metri e mezzo, per avere sempre la visione dall’alto. C’è poi la messa in opera del cavalletto, la scelta di un certo tipo di macchina.
A monte della fotografia c’è già tutto un progetto, come anche a valle: c’è il progetto, che prende le immagini e le fa diventare oggetto.
A monte della fotografia c’è un certo tipo d’immagine fotografica, una certa posizione, la ricerca di un certo tipo di luogo, per cui alla fine la fotografia – l’immagine in sé stessa – ha un’importanza limitatissima.
Anche perché, secondo me, nella fotografia contemporanea – che è stata investita dall’arte contemporanea – ha sempre meno importanza lo scatto, cioè come e quando avviene, mentre sono invece importanti tutte le cose a monte e a valle.

Il processo fotografico, dunque.

Il processo fotografico; che si è dilatato e quindi il momento in cui viene fatta la foto è una cosa così… L’inquadratura della foto potrebbe essere un po’ più a destra un po’ più a sinistra, e cambia pochissimo. Difatti, nelle foto a volte faccio piccoli spostamenti, ma non cambia nulla.
Quello che conta per me è il progetto.

Cosa riguarda tale progetto?

Il progetto riguarda il punto di vista, la macchina fotografica, la scelta del luogo: tutte queste cose insieme.

Da cosa scaturisce l’interesse verso un certo tipo di soggetti? E’ forse di carattere sociologico?

E’ senz’altro un interesse sociologico, ma la mia ambizione, in realtà, è quella di dare una documentazione che duri nel tempo; è che, fra cinquanta o cento anni, la gente possa usare queste foto per vedere come eravamo oggi, più che se vedesse altri tipi di foto che vengono fatti oggi. Cerco, per così dire, di storicizzare la spiaggia, la discoteca…

Massimo VitaliC’è l’intenzione di rendere anche un particolare clima emotivo?

No. Penso che oggi la fotografia debba essere un’immagine abbastanza complessa; non lineare, semplice e digeribile in un solo colpo.
Va vista, riguardata, digerita, riguardata un’altra volta. Vanno capite le piccole cose che fanno la nostra vita. La realtà viva, con i rapporti interpersonali, le piccole cose che non voglion dir nulla, ma che ci circondano e sono la nostra vita quotidiana.
Ho sempre pensato che in qualunque momento ci siano talmente tanti layers di cose che succedono. Io cerco proprio di far vedere questo: che ci sono tante cose, tanti strati. Tante stratificazioni, tanti modi di vedere. Per cui anche un evento ha un interesse limitato, se non è inserito in un insieme. Prendiamo ad esempio una foto di cronaca: c’è uno che ammazza; però magari dietro c’è il fiorista e c’è un signore che compra i fiori dal fiorista, e poi dietro c’è uno che sta chiudendo la saracinesca del negozio, poi ancora c’è uno che va in motorino… Io voglio vedere quel che succede laggiù in fondo.

Diventa più importante l’ambiente piuttosto che l’evento.

Le mie foto sono in-eventuali. Le mie foto non hanno eventi, o meglio hanno dei piccolissimi eventi che le caratterizzano.

Quasi “foto ambient”? Come la musica ambient, con il suo minimalismo, la ripetizione seriale delle frasi musicali con piccole variazioni.

Esatto, la ripetizione con piccole variazioni. Si, mi sembra ben trovata questa definizione di “foto ambient”.

Le sue fotografie subiscono già la contaminazione di altri linguaggi, fra gli altri quello cinematografico. Si può pensare, in futuro, anche ad altri tipi di contaminazione?

Da parecchio tempo sto cercando di fare delle opere animate; vagamente, poco animate. Con una colonna sonora. Probabilmente comincerò a lavorarci quest’estate.
Ho già pensato parecchie volte di fare delle foto animate o parzialmente animate: con delle zoomate su dei particolari; dove la zoomata visiva va di conserva con una zoomata audio, dove cioè l’audio diventa sempre più selettivo insieme all’immagine. Insomma l’idea sarebbe di partire da una foto di spiagge dove c’è tutto una ambientazione, un substrato di gridolini, di acqua, di altre cose, e zoomare su un particolare, con l’audio che stringe; poi il particolare che io scelgo si anima.

Questo portare la fotografia sempre più fuori dei suoi ambiti, vuol dire forse che la fotografia non ha in sé più niente da dire?

No. E’ perché la fotografia fa parte dell’arte contemporanea. Non può più stare a guardare la carta baritata in b/n. Ma non solo: la fotografia, secondo me, meno dura e meglio è… alla faccia del collezionismo. Va venduta, poi si deve rovinare!

Non avevo mai pensato a questo.

Quei poveracci del Rinascimento hanno fatto delle robe che sono ancora lì, si son bruciati il mercato, e non solo: l’hanno bruciato per generazioni a venire. La fotografia deve essere una cosa…

Effimera?

Effimera, si; che si autoconsuma. I collezionisti ti chiedono: – Ma dura? E quanto dura? – (perché loro vogliono che duri 500 anni). Ma chi se ne frega! Non lo so, e non m’interessa, perché finché ci sono io, te la rifaccio, poi…

Rosa Maria Puglisi

pubblicato su Cultframe

Opinioni a confronto

Il precedente post era sulla fotografia vista da un poeta che nei procedimenti di stampa “fotochimici” coglieva addirittura una metafora della creatività intellettuale ed artistica, pur trovando nella fotografia in sé troppa realtà per considerarla partecipe dell’Arte. Un’opinione anche questa su cui si può riflettere, evitando di dare tutto per scontato, creandosi una propria opinione.Vorrei tornare, però, sul dibattito fotografia digitale e fotografia analogica, proponendo qui gli stralci di alcune interviste. A quattro fotografi e ad un critico, mi era capitato di chiedere come vedessero, e vivessero, questo passaggio dalla tecnica tradizionale alla nuova tecnologia. Così avevano risposto i fotografi…

Gianni Berengo Gardin:

La fotografia non è quasi mai realtà, cioè è in gran parte realtà ma non totalmente… Io non credo a quelli che dicono che una fotografia vale mille parole; una fotografia vale molte parole, però deve esser sempre accompagnata dalle parole, che puntualizzino la situazione. Il dramma oggi col digitale è che ormai non ci sarà più nemmeno questo minimo di realtà che nelle foto c’è, perchè col digitale puoi falsificare tutto, trasformare tutto con grande semplicità: anche una volta esisteva il fotomontaggio, ma lo vedevi lontano un miglio un fotomontaggio. Oggi ci sono queste cose talmente perfette. C’è una possibilità di falsificazione che è terribile, non sai più cosa vedi e se non è una cosa completamente costruita a tavolino in una stanza…

Il discorso sulla comunicazione oggi è molto complicato, molto difficile specie la comunicazione di guerra: dalla Guerra del Golfo in poi non si può credere a qualsiasi immagine, a qualsiasi cosa, se la possono trasformare a seconda dei loro desideri delle loro voglie dei loro interessi.

Fino a pochi anni fa io nei miei libri, nei miei cataloghi, mettevo sempre all’inizio: nessuna di queste fotografie è stata ritoccata o trasformata al computer, proprio perchè si sapesse che quello che avevo fotografato era quello che vedevo io. Noi, associazione dei fotografi da anni tentiamo di avere una legge che obblighi chi fa il digitale, chi trasforma una fotografia a mettere un simbolo un segno una frase che chi la vede sa che è una cosa costruita

Quello che fa fede è la parola del fotografo, perchè bene o male è sempre la mia realtà, la realtà che interpreto io e che voglio far vedere io agli altri.

Paola Agosti:

Io non so se le nuove tecniche vanno a snaturare la fotografia, sicuramente è un linguaggio che non mi appartiene. Non mi appartiene perchè prima di tutto la fotografia è per me memoria, e quindi, secondo me appunto, quanto meno artificio tu sovrapponi alla memoria, meglio è. A me continua a piacere la fotografia come documento, come testimonianza di un tempo. Naturalmente ci sono stati i grandi maestri della fotografia che hanno fatto anche altro e che sono rimasti, quindi penso che tra i fotografi contemporanei che ricorrono ad altri mezzi ad altri artifici sicuramente alcuni resteranno nella storia della fotografia.

Io non mi sento particolarmente critica verso questi nuovi linguaggi, semplicemente dico non mi appartengono… E poi, secondo, me è anche banalmente un problema di mode. Penso, però, che non bisogna lasciarsi condizionare eccessivamente nè dalle mode nè dagli strumenti. L’importante è esprimere se stessi, quello che hai voglia di dire finchè hai voglia di dirlo.

Graciela Iturbide:

Penso che la fotografia digitale è moto pratica per un certo tipo di attività: molto rapida. Io non la uso. Amo il piacere di andare con la macchina fotografica, di arrivare alla mia camera oscura, sviluppare… Forse sono abituata, non so…

Ferdinando Scianna:

La fotografia praticamente come vicenda diciamo tecnologico culturale è alla sua conclusione, diciamo, di funzione storica. …..La fotografia digitale non è né meglio nè peggio, non do un giudizio. Ma le nuove tecnologie vengono perché le vecchie non servono più o perché servono nuove cose. Cioè la fotografia non è che è stata inventata per caso, è stata inventata perché in quel momento c’era la necessità della società di avere nuovi strumenti per comunicare e per mettersi in relazione con la realtà: serviva molto di più alla polizia, all’astronomia, alla medicina, che a mettere le foto in un museo. Cioè serviva alla società in quel momento.Adesso probabilmente la società ha bisogno di altre cose. Il mondo ha vissuto secoli senza fotografia.. millenni anzi. E credo che possa benissimo fare a meno della fotografia utilizzando tutti gli strumenti che l’uomo inventa…? Cioè si sa: gli uomini hanno fatto disegni con le pietre. Picasso diceva: possono mettermi in galera e non darmi da dipingere… dipingerò con la cacca. Cioè in un modo o in un altro gli uomini si esprimono. Però bisogna andare al passo con i tempi io penso. Io sono molto contento di stare per fare sessantanni e che questi siano cavoli vostri!

E il critico Augusto Pieroni:

Il digitale ha messo all’inizio in crisi tutti, poi si è diffuso in tutti i momenti della creazione fotografica. Non è più vero che “digitale” è solo ciò che è stato acquisito in digitale; è digitale una stampa, digitale il trattamento del negativo, digitale la produzione del negativo.

Anche se sei uno che continua a fare fotografia pura, fotochimica, magari a un certo punto ti è servito di raddrizzare linee che anche il banco ottico non riesce a raddrizzare, o recuperare luci che si sono perse per motivi di luminosità dell’obbiettivo, e l’hai potuto fare in tutta buona fede scansendo il negativo.

Il digitale non è un problema per la fotografia, esattamente come non lo è stato per la musica. La tecnologia agita solo quando è una novità d’effetto, non nel momento in cui poi viene assunta dalla società, passando da fine a mezzo.

Intervista a Ferdinando Scianna

Una percezione letteraria della Fotografia

(Maggio 2003)

Ferdinando Scianna non ha bisogno di presentazioni, grazie al suo lungo lavoro di fotografo, ma anche di “scrittore di Fotografia”. Incontrarlo al festival fotografico di Roma, è stata una preziosa occasione per parlare di questo mezzo per esprimersi e “raccontare”, che è la fotografia.

Alla seconda edizione di FotoGrafia lei è presente, con una mostra e con un film. Vuole parlarcene?

Ho fatto un libro di recente che s’intitola “Quelli di Bagheria”, e vuole essere ambiziosissimamente una sorta di “romanzo della memoria”. Fa parte di un progetto, che si sviluppa in tre direzioni: un libro, una mostra, e un film. Insieme al mio amico il regista svizzero Paolo Jannuzzi, abbiamo montato un vero e proprio film con immagini fisse e testi, in cui 180 foto si sviluppano in una specie di lungo nastro stampato al plotter, utilizzando un linguaggio cinematografico per raccontare la stessa storia in maniera diversa. Se uno guarda un libro è solo e dialoga con se stesso; nella mostra c’è un percorso ed è un po’ un’occasione mondana. Il film invece t’impone il suo tempo e ha una certa diversa maniera di giostrare la gestione delle emozioni.

Il reportage l’ha interessata come forma di “racconto”?

Mi considero un reporter, qualunque cosa abbia fatto nella vita, ma sono piuttosto diffidente nei confronti dei generi e delle etichette. Guardo il mondo attraverso il prisma del linguaggio fotografico, tra le componenti del quale è fondamentale il rapporto col tempo e la memoria. Era inevitabile, avendo questa concezione, e fra pochi mesi sessanta anni, raccontare il mio tempo.
Come ha detto un mio amico, Federico Campbell, scrittore messicano che amo molto: “Ricordare è lo stesso che immaginare”; così, raccontando un proprio tempo, uno lo trasfigura, lo immagina: letteralmente “lo racconta”. E poiché il racconto è fatto di cose che si eliminano inconsciamente e di cose che si valorizzano, è sempre molto arbitrario, come lo è ogni gesto letterario.

Io credo molto al rapporto della fotografia con la letteratura.
M’interessava, dunque, molto – non fosse che per colmare l’abissale senso d’inferiorità, che ho nei confronti della scrittura – provare, per una volta, a comporre un testo, in cui lo scritto non può essere letto in maniera indipendente dalle fotografie, senza che le fotografie illustrino il testo, né il testo significhi. Se funziona, se uno ha fortuna, riesce a raccontare se stesso!

Il mio timore era che facessi qualcosa che in fondo riguardava solo me e i miei parenti stretti; invece, pare che quelle immagini, parlando di un tempo – quello del passaggio dal mondo contadino ad uno tecnologico – che probabilmente è una delle mutazioni più clamorose nella storia dell’uomo, documentino atmosfere e rapporti con il mondo, che erano sostanzialmente uguali, ovunque.

In questo progetto, che parte ha, il ritorno alle proprie origini siciliane?

Mah, ci sono delle condizioni dell’esistenza, le quali – lei che è siciliana lo sa come me – non appartengono al territorio delle scelte: ma a quello del destino. Insomma uno nasce lì. L’essere siciliani e l’andar via è stato per tantissimo tempo quasi un sinonimo; e molte cose nascono dalla consapevolezza di questo destino, del fatto che essere siciliani voleva dire che te ne saresti andato.
Non esiste però il ritorno, e uno scrittore ebraico dice che si può cominciare a raccontare solo nel momento in cui si è preso atto del fatto che il ritorno è impossibile.
Quando mio padre era bambino, viveva una vita quotidiana che non era molto diversa da quella che aveva vissuto suo padre, né da quella che aveva vissuto suo nonno. Io ho fatto appena in tempo a sfiorare quella realtà, in cui il ritorno probabilmente era possibile, perché, tornando dopo trent’anni, magari la vita non era cambiata in maniera così radicale.
Oggi, il tempo si è accelerato, quindi non è soltanto il fatto che, andando via, tu cambi a rendere impossibile il ritorno, è che il posto dove vorresti tornare non c’è più. Come dire: non è soltanto Ulisse che non può più tornare, è che Itaca è scomparsa!
C’è quindi questa novità dello sradicamento, che per altro non ha in me alcuna cadenza nostalgica. Non ho nessuna nostalgia per quel tempo che era durissimo e violento: un tempo di grandi ingiustizie. Che ancora esistono sicuramente, ma non così estreme come allora.
Né vorrei tornarci. Sono, più che altro, i “luoghi della memoria”… il fatto che andavi in bicicletta a fare il bagno.. quelle cose lì.E’ legato a un sentimento d’identità.
L’identità è una cosa complicata: la mia, adesso, è costituita dal fatto che ho vissuto a Parigi, che ho viaggiato in giro per il mondo, però ha anche il sapore dell’estratto di pomodoro, del profumo della zagara e di gelsomino,… da una certa cadenza dell’ironia siciliana. Il rapporto con la Sicilia è poi come quello con la madre, che non è mai in discussione: è tua madre, sia che tu la ami sia che non la ami.
L’odio e l’amore, però, non sono più vissuti con una certa connotazione… Queste cose “le racconti”, le metti nel contesto della tua memoria e della tua vita. E ti rendi conto che, se hai quegli odi, è anche perché hai quegli amori, e probabilmente il tuo essere siciliano sarebbe amputato se non ci fossero più anche le ragioni dell’odio. Quindi non c’è motivo di smettere di avere in odio le cose che si sono odiate, anche perché moltissime sono ancora lì.
Come non c’è motivo di pensare che tu debba rifiutare la tua identità, perché ci sono cose che detesti. Così è fatta la tua vita: come c’è la luce, c’è l’ombra.

C’è il bianco e c’è il nero. Come ha tradotto in bianco e nero i colori di quelle feste?

Se guarda le fotografie fatte dai fotografi del nord in Sicilia, o in luoghi simili, le trova piene di sole: sono colorate, anche dentro il bianco e nero.

Invece le immagini del Sud, scattate dai fotografi del sud, sono nere. Io dico spesso che il sole m’interessa perché fa ombra! C’è il titolo di un libro di Bufalino, “La luce e il lutto”, che riassume perfettamente tale concetto. L’ombra non è soltanto il momento dialettico rispetto alla luce, è anche un momento psicologico rispetto allo splendore. C’è lo splendore e c’è il dolore. Nella mia maniera, anche nelle mie stampe, è come se le forme venissero fuori dal nero.

Il fotografo deve “inventare” le sue immagini, in senso etimologico. Nelle sue fotografie di Moda, come ha conciliato il “creare” con il “trovare”?

Non mi porterà mai verso il terreno del creatore, perché io non ci credo. Per me la fotografia – che tecnologicamente è uno strumento del ricevere – è inventare, in senso “assolutamente etimologico”, “invenio”, vuol dire trovare! E’ un esercizio del leggere, non dello scrivere.
La fotografia di Moda può coniugare, almeno come la faccio io, gli aspetti stilistici del reportage ad altri. Ha, per esempio, a che fare anche col teatro: il fotografo lì è un po’ un regista, crea le situazioni che fotografa. Tuttavia quest’esperienza mi ha confermato nell’idea che, in realtà, la foto che scatti – anche quando hai preparato una situazione – è sempre quella che tu vedi!
Non si tratta, però, di un “momento decisivo” della cosa (la frase di Cartier Bresson ha generato molti equivoci!), se no ci sarebbe una sola foto possibile, ma è quello in cui il fotografo “decide” di scattare la foto. E’ il fatto che tu fotografi con quella luce, piuttosto che un’altra.
Don McCullin diceva, a proposito di sue foto fatte nel momento di un terribile massacro: “Non è colpa mia se quel giorno c’era la luce di Goya”. Il problema è che dovunque lui andasse c’era questa luce di Goya! I suoi occhi la trovavano. In questo sta la personalità, il cosiddetto stile di un fotografo.

Alcune di quelle vecchie immagini recuperate, lei ha dichiarato, sembrano contenere ciò che avrebbe fatto nei successivi quarant’anni.

Una delle più grandi fortune che possa capitare a un uomo, è quella d’incontrare nella propria vita la sua passione, il suo linguaggio per esprimersi. Specialmente se lo incontra presto, visto che le cose importanti ci succedono quando siamo piccoli, inevitabilmente, le prime cose che fa contengono quelle che farà dopo. Naturalmente poi ci sono affinamenti e ci sono anche manierismi di se stesso: il peggio che ti può succedere è cominciare a copiare te stesso. E l’abbiamo sicuramente fatto, ma spero non del tutto…non troppo!

Quanto ha contato l’incontro con Sciascia nella scoperta di questo “linguaggio”?

Ha contato in maniera assolutamente determinante. Io ero un ragazzino, di paese, in un contesto piccolo borghese sostanzialmente poco sensibile alla cultura letteraria, però con grandi fermenti, e grandi passioni politico-culturali…
Credo che Sciascia abbia avuto la funzione determinante di farmi prendere coscienza di quello che stavo facendo, e del senso che aveva. Sciascia non è stato solamente il mio maestro. E’ stato anche mio padre, la mia guida spirituale, un amico incomparabile.

Cosa pensa della fotografia attuale?

Sta morendo! Come vicenda tecnologico-culturale è alla conclusione della sua funzione storica.

Dipende dall’avvento di nuovi mezzi tecnologici?

La fotografia non è stata inventata per caso, ma perché in quel momento c’era una necessità della società di nuovi strumenti per comunicare e per mettersi in relazione con la realtà. Così adesso, probabilmente, la società ha bisogno d’altre cose. Il mondo ha vissuto secoli, anzi millenni, senza fotografia e, credo, che ne possa benissimo fare a meno. Gli uomini hanno fatto disegni con le pietre: in un modo o in un altro troveranno sempre il mezzo per esprimersi. Bisogna andare al passo con i tempi, penso.
Io sono molto contento di stare per fare sessant’anni e che questi siano cavoli vostri!

Rosa Maria Puglisi, pubblicato su Cultframe