La fotografia consapevole di Simona Guerra

Conosco Simona Guerra già da qualche anno attraverso Facebook, e più di recente abbiamo avuto modo di approfondire la nostra conoscenza trovando talora occasione per uno scambio d’idee anche attraverso mezzi più diretti che la parola scritta.

© Wilson Santinelli
© Wilson Santinelli

Simona si occupa di fotografia da molto tempo e lo fa con metodo e rigore scientifico; la serietà che la contraddistingue di questi tempi nel nostro settore è merce sempre più rara. Il suo impegno in campo fotografico si è concretizzato non solo nel suo lavoro per l’Archivio fotografico di Mario Giacomelli (per lei zio che l’ha iniziata a quest’arte), ma di volta in volta in quello di docente, di curatrice di mostre e di eventi (per citarne uno la manifestazione Giornate di Fotografia che quest’anno è alla sua quinta edizione) e di scrittrice.

Se qualcosa può mai accomunarci, è il nostro interesse verso una fotografia che va oltre ciò che comunemente viene inteso, e cioè una fotografia pensata – e vissuta – come mezzo d’espressione personale, tale da arrivare ad essere potente mezzo di autoconoscenza e valido strumento per il benessere personale. In quanto tale, la fotografia non può che trovare sostegno nella parola (nella scrittura intendo), in quanto questa racconta il nostro esprimerci attraverso il mezzo fotografico, ancor prima che agli altri, a noi stessi . A suo tempo scelsi la dicitura “tra immagine e parola” come sottotitolo a questo blog, proprio perché conscia di questo fatto. copertina-libro-GRANDEUna fotografia che va oltre la superficie ed ha bisogno della parola scritta come una sorta di “fissaggio” che ne stabilizza il senso sia pure transitoriamente, è questo – per come la vedo io – il terreno sul quale ci si incontra.

Su questa maniera d’intendere la fotografia Simona Guerra ha scritto ora un interessante libro, che s’intitola “Fotografia consapevole. Scrittura e fotografia s’incontrano“. E potete di certo immaginare l’entusiasmo col quale ho accolto la sua richiesta di dargli un’occhiata per scrivere eventualmente cosa ne pensassi!

Posso subito dire che l’esperienza non è stata per nulla deludente, malgrado confesso che mi aspettassi qualcosa di un po’ diverso.
Il titolo mi risuona, infatti, molto e scorrerne l’indice mi ha fatto pensare – sono sincera – che avrei voluto scriverlo io un libro che parlava di quegli argomenti.
Già di per sé il concetto di una consapevolezza applicata alla fotografia risulta prezioso in un momento storico, come quello presente, in cui molti credono di poter padroneggiare il linguaggio fotografico sol perché la tecnologia digitale consente agevolmente a chiunque di non toppare più una foto dal punto di vista tecnico, motivo per cui poi suppongono anche che basti riprodurre immagini aderenti agli stereotipi modaioli del momento per “fare Fotografia” e dirsi – a seconda dei casi – professionisti o artisti. A costoro sfugge, purtroppo, cosa sia la fotografia e cosa sia la comunicazione delle loro emozioni e/o idee, concetti questi strettamente interconnessi. La consapevolezza è precisamente il loro punto debole.

© Simona Guerra
© Simona Guerra

Ma queste considerazioni sono fin troppo scontate, e infatti la consapevolezza, cui Simona Guerra si riferisce, va ben oltre questo: nella fotografia lei vede un linguaggio finalizzato ancor prima che a comunicare ad esprimersi, e soprattutto uno strumento di verifica, consapevole, in quanto “ha come motivo d’essere l’esperienza sensoriale delle cose della nostra vita, la constatazione della loro esistenza e la presa di coscienza del mondo a noi circostante, sapendo già che tale progetto, per natura, non potrà mai interamente compiersi”. Fuori d’ogni considerazione logica che porterebbe a desistere per senso d’impotenza, l’esigenza di misurarsi col mondo, una spinta interiore propria a chi indaga per il solo piacere della conoscenza, rimane; e non possiamo far altro che tentare di affinare e combinare le risorse che possono meglio aiutarci a tale scopo. In questa ottica, per quanto mi riguarda trovo ovvia l’esigenza di una commistione fra fotografia e scrittura, ma mi rendo conto che per i più ovvia non è, e quindi sono ben felice che ora ci sia questo libro a sottolinearla.

© Simona Guerra
© Simona Guerra

Dopo un preambolo in cui l’autrice spiega le sue motivazioni, il libro si dipana in quattro sezioni.
La prima fa un punto della situazione riguardo a ciò che la fotografia è oggi, prende atto dei mutamenti storici e auspica un adeguamento alla realtà attuale da parte di chi opera in fotografia.

La seconda considera la fotografia in relazione a contesti quali l’arte e il mercato dell’arte, le innovazioni tecnologiche, e quelle istanze psicologiche che sempre più emergono creando sovente confusione e sovrapposizione fra setting psicologici e formativi, e setting artistici. Per ovvi motivi, legati al mio percorso e a ciò che trovo personalmente stimolante, m’incuriosiva soprattutto leggere come veniva configurato il rapporto fra la cosiddetta fotografia consapevole e la cosiddetta fotografia terapeutica.
A tal proposito Simona, con serietà, si esprime in maniera chiara, a fugare le facili tentazioni di omologazione fra ambiti diversi in cui spesso si scade, scrivendo: “La Fotografia consapevole non è la Fotografia terapeutica; … in questi ultimi anni si fa grande uso del termine terapeutico anche nel mondo della fotografia “artistica”. Molti autori parlano del loro lavoro fotografico definendolo terapeutico… la Fotografia consapevole – e la fotografia in generale, come gesto creativo – ben si inserisce fra tutte quelle attività che possono donare sollievo e piacere alla persona che le pratica … non bisogna però confondere la Fotografia consapevole con la fotografia utilizzata a vario titolo in ambito psicologico e clinico”.

© Simona Guerra
© Simona Guerra

Nella terza sezione accosta concretamente i linguaggi della scrittura e della fotografia, vedendo nella seconda “una penna per tutti” e valutando le opportunità che i due medium offrono al fine dell’autoanalisi e dell’espressione di sé.

A differenza del resto del libro, che ha uno stile che va dal saggistico all’ideologico, dando consistenza a un vero e proprio “manifesto” della sua fotografia consapevole, nella parte conclusiva l’autrice usa un registro linguistico che per me è più accattivante: è  quello proprio al racconto delle storie di vita, che ha l’efficacia di una testimonianza resa in maniera sincera, autentica  e pertanto emotivamente coinvolgente. In questa testimonianza personale trovano pieno senso e coerente spiegazione le motivazioni intrinseche di quella che altrimenti potrebbe sembrare soltanto una presa di posizione ideologica.

Nel leggere questo libro, che per quanto mi riguarda ho trovato stimolante, mi sono più volte scoperta a pensare che mi sarebbe piaciuto suggerirne la lettura ai miei studenti, e però anche a chiedermi se una lettura come questa sarebbe per loro infine chiarificatrice o se non verrebbe magari fraintesa, complessa e densa com’è di riferimenti colti, fotografici e non solo.

Fotografia fra terapia e conoscenza di sé

Segnalo questo incontro, al quale parteciperò anch’io, a quanti volessero approfondire il tema della fotografia terapeutica, che ho trattato qui qualche settimana addietro.
Alcuni di voi hanno già portato il contributo del loro pensiero nei commenti a quel post e mi auguro che altri vorranno farlo in presenza giovedì 19 Novembre.
Sarà una buona occasione per ragionare insieme su un argomento di particolare interesse perché controverso.

Maggiori informazioni potete trovarle sul sito di Nuove Arti Terapie che organizza l’incontro.

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Alla ricerca di una visione personale, in un workshop

L’esperienza recente del workshop, che ho tenuto per Deaphoto, è ancora viva nella mia mente mentre scrivo, per quanto sia ormai trascorso un po’ di tempo. E mi fa piacere dedicare questo post ai protagonisti di quel laboratorio sulle cui premesse ho scritto diffusamente qui.
Nel formulare il suo titolo, “la mia storia”, avevo pensato già di fornire un preciso indizio su come il percorso proposto fosse pensato per dare agio ai fotografi  di narrarsi in maniera del tutto personale: di mettere a fuoco, cioè, la propria storia e il proprio vissuto quotidiano non tanto nei semplici termini di “storia di ciò che mi è capitato o che mi accade”, quanto piuttosto in quelli di “storia che racconto io”, ovvero sia “mia versione/visione delle cose”.
Punto di partenza per questo viaggio sono stati alcuni scatti preesistenti, che ai fotografi è stato chiesto di portare con sé: foto ritenute significative allo scopo di dire qualcosa della loro vita (ne vedete tre qui di seguito).

© Alessandro Comandini
© Alessandro Comandini
@ Diego Cicionesi
@ Diego Cicionesi
© Sofia Bucci
© Sofia Bucci

Proporre in un workshop fotografico un approccio mutuato dalla cosiddetta “relazione d’aiuto” sembrava azzardato, poiché era lecito temere che potesse sembrare inaccettabile a dei fotografi l’idea di lavorare in una maniera tanto insolita. A cominciare dall’opzione, che  era stata data loro, di scegliere le fotografie da portare e su cui lavorare anche fra immagini personali, tratte dall’album di famiglia. Quindi non necessariamente scattate da loro.
Perciò è stata una gradita sorpresa scoprire che ben due dei partecipanti avevano scelto di portare con sé “foto di famiglia” come spunto iniziale. E che uno di loro, addirittura, abbia poi deciso addirittura di mettersi in gioco tentando la difficile e per nulla scontata strada di trattare proprio quelle immagini come materiale vivo della sua narrazione (fatta di parole e immagini), più che semplice occasione di evocazione emotiva e rilancio verso nuovi scatti.

© Giovanni Masi
© Giovanni Masi
© Giovanni Masi
© Giovanni Masi

Sicuramente una scelta originale, estranea agli stereotipi della fotografia attuale, e una concreta affermazione della propria libertà di sperimentare in ogni direzione, senza farsi bloccare dalla paura di sbagliare.
Perché poi – diciamocelo chiaramente – la fotografia contemporanea ci mostra con grande evidenza come non esistano scatti “giusti”, ma esistano solo scatti funzionali ad estrinsecare l’idea che il fotografo intende esprimere, e anche il fatto che spesso si arriva ad un prodotto “finito e valido” attraverso un percorso tortuoso.
Ognuna delle scelte espressive messe in atto dai partecipanti si è rivelata profondamente personale, ed in varia misura sperimentale per quanto attiene ai rispettivi percorsi.
Ognuno di loro ha accettato di buon grado l’opportunità di fare, per così dire, un passo di fianco per guardare il proprio modo di fare fotografia  (e forse la propria stessa realtà?) da una diversa prospettiva.

© Alessandro Comandini
© Alessandro Comandini
© Alessandro Comandini
© Alessandro Comandini

Del resto era proprio questo l’obbiettivo del laboratorio: elicitare in loro la libertà di esprimere il proprio “occhio fotografico”. Oltre a sollecitare l’osservazione e la narrazione della quotidianità, che peraltro è tema alquanto complesso. Vuoi perché la nostra osservazione, assopita dalla routine quotidiana, cessa di notare quel che ci circonda e di trovarvi spunti di rilievo. Vuoi perché implica un riconoscimento di come percepiamo il nostro ambiente e una rappresentazione di come ci figuriamo il mondo, ma anche di quella che è la nostra modalità di interagire con l’ambiente circostante.

diary
© Sofia Bucci
© Sofia Bucci
© Sofia Bucci

Il compito era quello di tralasciare le consuetudini proprie, e soprattutto quelle acquisite in ossequio a un unico modo di vedere e di mostrare il mondo attraverso i propri scatti.  Per scoprire in questo racconto di sé l’originalità del proprio “io narrante”.

Immagino sia difficile cogliere l’entità dei risultati ottenuti attraverso le poche immagini che questo post può ospitare, ma – credetemi – io stessa sono rimasta sorpresa. E poco importa se le “storie” che mi sono state presentate siano un punto di partenza o punto di approdo. Quello che conta è la possibilità di cambiamento che questi fotografi si sono concessi di sperimentare, perché tutto cambia continuamente ed è assurdo rimanere ancorati a vaghe prescrizioni nel fotografare.
Anche perché quella che mostriamo nelle nostre fotografie è la nostra visione personale e in nome di cosa dovremmo privarci da soli della libertà di esprimerla?

Ringrazio Sofia Bucci, Diego Cicionesi, Alessandro Comandini, Giovanni De Leo e Giovanni Masi per aver accettato di scommettere sulla creatività e sul cambiamento. 🙂

© Diego Cicionesi
© Diego Cicionesi
© Diego Cicionesi
© Diego Cicionesi

Uno strumento per imparare a guardare e per raccontarsi

Il quarto capitolo di Una visione personale della realtà. Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”, parla di quale formidabile strumento possa essere la fotografia per confrontarsi con la propria visione della realtà allo scopo di elaborare una narrazione di se stessi e della propria vita.

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© Rosa Maria Puglisi

LA FOTOGRAFIA COME STRUMENTO PER IMPARARE A GUARDARE E PER NARRARSI

La fotografia trova la sua applicazione nel campo della terapia psicologica in molte forme e per venire incontro a varie esigenze.

In generale, si può dire che essa si presta a intervenire su “quei disturbi dello sguardo di cui la società contemporanea sembra soffrire (il guardare senza vedere, il guardare senza meravigliarsi, il non guardare affatto, il guardare sapendo già in anticipo che cosa si deve vedere, etc.) che fanno sì che pur vivendo in una civiltà sovraffollata di immagini, tutti noi guardiamo sempre più, ma vediamo sempre… Clicca qui per continuare a leggere

Realtà e immagini

Il terzo capitolo di Una visione personale della realtà. Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”, entra più nello specifico di quella che è la nostra percezione del reale e parla dell’impatto che la fotografia può avere sul nostro modo di vedere il mondo.

© Rosa Maria Puglisi
© Rosa Maria Puglisi

REALTÀ E IMMAGINI DELLA REALTÀ.

Come si è detto, la realtà di ciò che ci circonda non può essere colta nella sua oggettività. E se, da un lato,ciò che siamo e come agiamo dipende in larga misura dall’esperienza che di essa facciamo, dall’altro proprio quello che ci appare essere il “nostro mondo” non è che frutto dei nostri sensi e del nostro intelletto.

Per questo Fritz Perls, uno dei padri della Gestalt Therapy, teorizza una centralità dell’esperienza del soggetto: l’importanza del suo punto di vista di percipiente, il quale attivamente costruisce la realtà, appunto interagendovi attraverso il suo contatto con l’ambiente. 

Clicca qui per continuare a leggere

Fotografia e relazione d’aiuto

Come preannunciato nel precedente post, ecco il secondo capitolo di Una visione personale della realtà. Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”.

© Rosa Maria Puglisi

FOTOGRAFIA E RELAZIONE D’AIUTO

In questo capitolo iniziale vorrei spiegare a partire da quali principi la fotografia trova una proficua applicazione nell’ambito della relazione d’aiuto e come, attraverso il suo ausilio, sia possibile attivare nelle persone risorse che portano al benessere, alla crescita personale e al cambiamento positivo.

Per capire come la fotografia si presti a tali scopi, sarà utile far luce su alcune sue caratteristiche costitutive.
[Clicca qui per continuare la lettura]

 

“La mia storia”

Ciò che segue è frutto di un anno di studi, durante il quale ho frequentato un Master, sui mediatori artistici nella relazione d’aiuto diretto da Oliviero Rossi, cercando nuovi spunti per ampliare ulteriormente la mia già lunga e variegata esperienza in fotografia; approfondendo una particolare declinazione delle Arti (inclusa la fotografia) e un efficace uso delle stesse attraverso tecniche di derivazione gestaltica.

Immaginando che qualcuno possa essere interessato a capirci qualcosa di più pubblicherò (in una serie di post di cui questo è il primo) la mia tesina del Master. Scrivendola ho pensato proprio a quelli che credo siano i miei più tipici lettori, persone che non sono a digiuno di quel che riguarda la complessità di un discorso fotografico. E tuttavia credo – e spero! – di essere il più possibile divulgativa.

Ma prima di farvi addentrare nella lettura che segue, quella della “premessa”, mi fa particolarmente piacere proporre a quanti siano interessati qualcosa di più concreto. Il testo che via via in questi giorni vi proporrò ne parlerà: si tratta di un workshop, che si terrà presto a Firenze, nel quale l’esperienza maturata nel mio passato di docente si avvarrà di quanto ho acquisito ultimamente e sarò lieta di condividere con i partecipanti.
Chi vuol saperne di più clicchi qui: info workshop.

Depliant del workshop "La mia storia" (photo: Rosa Maria Puglisi)

Chissà che non possa essere l’occasione per incontrare qualcuno di voi. Comunque sia, buona lettura!

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Una visione personale della realtà
Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”

PREMESSA

Mi occupo di fotografia da oltre vent’anni e, nel corso di questi anni, ho esplorato in vario modo le sue potenzialità espressive e le sue implicazioni teoriche.
Dal momento che l’ho sempre considerata alla stregua di un linguaggio, ne ho dapprima appreso quelle che potremmo chiamare la sua grammatica e la sua sintassi, per dedicarmi solo successivamente alla riflessione critica sulle sue espressioni artistiche e al suo insegnamento.
Imparate le nozioni tecniche e presa coscienza della concreta possibilità di dar forma, attraverso il potere evocativo della fotografia, a ciò che sentivo di dire, immaginavo come mio scopo principale la costruzione di un futuro professionale nell’ambito della fotografia commerciale, e non riuscivo a vedere quello che, in realtà, era il vero significato che allora aveva, per me, dire “sono una fotografa”.
Per quanto non faticassi a capire che non era semplicemente un “fare la fotografa”, per garantirmi una sussistenza, ma che aveva piuttosto molto a che vedere con il mio senso d’identità e con la possibilità di dare un senso a ciò che vedevo e sentivo del mondo circostante.
Successivamente però le circostanze, o magari solo l’idea di seguire certe opportunità che il Caso pareva suggerirmi, mi hanno portata ad approfondire gli aspetti più teorici del fotografico, il suo statuto di medium e le sue caratteristiche peculiari all’interno di un più ampio discorso semiologico ed artistico.
Per anni ho scritto di fotografia, e sono passata dalla sua pratica al suo insegnamento. E col tempo ho sviluppato, nei confronti di quello che per me era sempre stato un mezzo piuttosto istintivo, immediato (e soddisfacente) che mi consentiva di “parlare per immagini”, un atteggiamento interpretativo consapevole che, se da una parte mi era indispensabile nel nuovo ruolo professionale di critico fotografico che col tempo mi si era cucito addosso (quasi senza che me ne accorgessi), dall’altra a poco poco ha sortito in me l’effetto di soffocare ogni spontaneità e, di conseguenza, ogni possibilità di espressione, presa com’ero dalla “necessità” di far rientrare ogni cosa sotto il controllo delle mie “categorie intellettuali”.
Come risultato di un simile processo, di allontanamento dalle intime ragioni, ho potuto sperimentare in me una perdita della mia “identità di fotografa” e con essa l’incapacità di sentire il mio modo personale di fotografare. Conseguenza inevitabile l’insoddisfazione perenne di fronte ai miei scatti, che – a mio modo di vedere – “non erano più fotografia”. Al punto da dire che non fotografavo più, pur scattando in verità – complice l’uso della tecnologia digitale – molto più di prima. Da questo stato di cose è derivata una profonda crisi, che non può certo esser materia di questa premessa e, nondimeno, mi riporta a questa tesina.
E’ grazie a quella crisi, infatti, che sono giunta a considerare un’ulteriore modalità della fotografia: quella del suo utilizzo come strumento di potenziamento delle risorse personali, di sostegno al proprio benessere e di crescita.
Lo stesso progetto di cui tratterò qui, inoltre, è per me ricollegabile alla mia personale esperienza di irrigidimento cognitivo fino al blocco, dovuto fondamentalmente alla percezione interna di una discrepanza fra il mio sentire personale e le “regole espressive” (a ben pensarci è un ossimoro!) che mi ero imposta. E il motivo, che principalmente mi spinge è il desiderio di poter essere d’aiuto a chi – forse senza neanche rendersene troppo conto – rischia la mia stessa impasse.
Argomento di questo scritto sarà, perciò, un workshop che ha come destinatari fotografi (non necessariamente professionali) o artisti che usano come medium la fotografia; ad essi vuole fornire strumenti atti ad incrementarne consapevolezza e crescita personale, tramite tecniche afferenti alla relazione d’aiuto.
In particolare, il suo percorso è stato pensato per cercare di promuovere spontaneità, libertà di espressione individuale e assunzione di responsabilità per le proprie scelte creative, ma anche per scardinare quella cieca osservanza ai dettami tecnico-estetici, che potrebbe limitare una disponibilità a misurarsi con punti di vista eclettici e difformi dall’accettazione di comodi stereotipi.
Poiché il percorso da me pensato affronta come tema principale quello del vissuto quotidiano (il workshop propone, cioè, la costruzione di un diario esperienziale personale per immagini fotografiche), come vedremo in seguito, di fatto si potrebbe adattare altrettanto bene ad un’utenza diversa da quella a cui ho pensato di primo acchito di proporlo, facendomi forte del ruolo di docente di fotografia che mi viene attualmente riconosciuto.
Nelle pagine che seguiranno cercherò di render conto del ruolo che la fotografia può avere come mediatore artistico nell’ambito della relazione di aiuto, della sua funzione terapeutica, ma anche e soprattutto delle sue potenzialità all’interno di un percorso di empowerment individuale, quale dovrebbe appunto essere l’attuazione del progetto di questo workshop per i miei clienti, e anche per me stessa.
Cercherò di spiegare quale sia, all’interno della relazione d’aiuto, un uso del mezzo fotografico che può confarsi al mio progetto, e come quest’ultimo possa poi offrire un’occasione di confronto con se stessi e con la propria vita. Parlerò delle possibilità che il mediatore fotografia offre allo scopo di sviluppare una narrazione autobiografica, e anche dell’impatto che essa può avere in vista di una ri-costruzione del proprio vissuto quotidiano e di una revisione del proprio copione di vita. E naturalmente illustrerò la maniera in cui intendo operare.

Nel mondo di Ottavia Hiddenart

“Ho vissuto un’esistenza quasi trasparente, tra il 1903 e il 1983. Non sono stata coraggiosa e non ho fatto quello che avrei voluto, non sono riuscita a separarmi da mia madre né dalla casa in cui vivevo. Non mi sono sposata, non ho avuto figli e la mia famiglia si è estinta. Avrei voluto essere un’artista, lavoravo nel segreto della mia mente senza mai realizzare le mie opere. Ora, a trent’anni dalla morte, mi viene data una seconda possibilità da chi si è trovato in mano le mie fotografie, unica eredità della mia esistenza. Si perde facilmente la memoria delle persone che sono state, con la mia arte lotto contro questo: voglio riportare in vita volti rimasti senza una storia.”

Con queste parole si presenta  Ottavia Hiddenart, misterioso personaggio nato dall’incontro immaginario di due esistenze, l’una presente e reale, l’altra avvolta nei misteri di un passato di cui non restano che immagini fotografiche in bianco e nero.
E’ proprio da questi scatti che nasce l’idea di “una collaborazione”, che si nutre di affinità, di risonanze emotive, di fantasia: una collaborazione che  nei personaggi e negli scenari dell’album di famiglia di Ottavia trova i materiali e gli spunti per nutrire e rendere palese l’immaginario di un’altra donna, una nostra contemporanea, che finalmente è coraggiosa abbastanza da poter parlare di sé come di un’artista. Insieme ad Ottavia, nei panni di Ottavia.

Al Perugia Social Photo Fest – che apre i battenti domani – le sue opere saranno presenti in una mostra intitolata “I am now brave enough to call my self an artist”.  Cogliendo questa occasione ho pensato di farvi cosa gradita proponendovi la conversazione che segue.

Buongiorno Ottavia! Cosa rappresenta l’arte nella tua vita?

L’arte è importantissima per me, vi ci metto tutto ciò che non vedo, non conosco, le persone di cui sento parlare, i luoghi in cui non vado, è anche ciò che non posso dire.

E’ un luogo forse un po’ onirico, mio personale nascondiglio, dove i pensieri si trasformano in immagine.

Uso colori, forme e ironie per raccontare storie inventate, fino ad ora solo per me stessa, ma finalmente, da poco, ho iniziato ad espormi, e ciò che era solo materiale astratto, ha assunto una forma concreta.

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Che ruolo ha avuto la fotografia nella tua esistenza?

La fotografia ha sempre avuto una grande importanza per me. Mio padre ne era appassionato e io da piccola lo guardavo incuriosita; lui ci metteva in posa, quando la luce o la situazione gli piaceva e scattava quelli che possono essere considerati dei classici ritratti familiari. Sempre d’estate, quando la luce era buona e la vacanza gli dava il tempo; sempre in campagna e mai in città; perché è la campagna il luogo dello svago, del tempo libero e della riunione familiare.

Non faceva mai foto nei momenti di routine, ma neanche in quei momenti dove te lo saresti aspettato: mai a natale, mai per i compleanni, mai per comunioni o celebrazioni varie. A lui piaceva fotografare momenti di silenzio e comunione familiare. Ed è così che io appaio oggi in fotografia.

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Non ho lasciato al mondo delle prove tangibili, la fotografia è l’unica traccia della mia esistenza. Non ho costruito nulla e non ho avuto figli a cui tramettere i miei geni e il mio ricordo. Ho solo aiutato in casa e fatto beneficenza. Ho cucito, cucinato e letto tanti libri. Poi me ne sono andata, in modo silenzioso, esattamente come sono stata al mondo.

La fotografia per te costituisce, dunque, una traccia della tua esistenza…

E’ grazie alla fotografia che qualcuno ha scoperto che sono esistita. Qualcuno ha trovato tutta la mia vita in una scatola, ha messo in ordine le mie fotografie e mi ha ridato un nome, forse anche una seconda chance.

Spesso, dopo un po’ di tempo , delle persone che muoiono non rimangono che le foto… Quante vite sono state dimenticate e quel che rimane è una fotografia; rimane un momento, un’espressione di cui non si sa più nulla se non quello che la foto descrive.

E’ come una prova dell’esserci stati…

Questo mi affascina della fotografia, come dice Roland Barthes, la foto prova che quel momento li è veramente stato, che quel volto ha vissuto: la fotografia prova l’esistenza di qualcuno.

Ma forse è anche uno strumento in grado di “rimescolare le carte” di un’esistenza?

Chi ha trovato le mie foto, e con esse tutte le foto delle persone con cui condividevo l’esistenza, mi ha proposto un’interessante collaborazione: io racconto storie, lei le mette su carta fotografica. In questo modo lei mi ridà la possibilità di essere quell’artista che non ho avuto il coraggio o l’opportunità di essere in passato. E se per rimescolare le carte intendi un uso selvaggio di fantasia, si, c’è anche quello.

Chi è questa persona e come mai ha deciso di darti questa nuova chance d’esistenza?

È una persona che, come me, fa fatica a definirsi artista, che fa fatica ad esporsi, che per motivi familiari, sociali o lavorativi, ha deciso che le piace rimanere in incognito… e trovandosi per caso le mie foto in mano, ha deciso di utilizzarmi come maschera, come strumento per esprimersi. C’è una sintonia, un incastro nelle nostre vite che ci permette di collaborare, di dare l’una all’altra ciò di cui abbiamo bisogno. Entrambe, insieme, troviamo il coraggio di esporci, nella creazione di opere d’arte a 4 mani.

C’è, fra le tue immagini, una che ti somiglia più delle altre?

E’ una domanda difficile… un’immagine che somiglia a chi? A me Ottavia o a chi mi tiene viva?

Per immagine intendi una foto della mia vita in cui mi riconosco oppure uno dei miei collage?

A te la facoltà di scegliere come vuoi interpretare la domanda…

C’è una foto tessera di quando avevo quindici anni circa, dove indosso un cappello a falda larga e ho un sorriso triste; ecco, quella forse è la foto dove le fisionomie di entrambe noi, artiste in gioco, si incontrano di più. 

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Ce n’è anche una di quando ero più piccola, seduta su una seggiola di vimini con la mia bambola: anche li vedo somiglianza. Ma purtroppo è la foto melanconica dell’adolescenza quella in cui più ci vediamo, entrambe, contemporaneamente.

Per quanto riguarda i collage, “Margherita in the 60” è la donna che avrei voluto essere: quella che riesce ad essere artista, che è bella ed elegante, ha 6 figli e coraggio e personalità da vendere. Anche quel volto lega me e la mia amica e collaboratrice.

E noi pure siamo legate, ma più non posso dirti; la nostra storia si basa sul mistero: mistero di vite perdute, mistero di vite contemporanee, mistero di arte ed espressione. Tanti sono i motivi per cui rimaniamo un po’ così… sospese nell’ombra, mettendo fuori un piedino alla volta. La difficoltà ad esporci ci accomuna. 

© Ottavia Hiddenart. "Margherita in the 60"
© Ottavia Hiddenart. “Margherita in the 60”

Nelle tue opere spesso si notano cose che sembrano uscire dalla testa dei soggetti ritratti, perché ricorre questo elemento e come dobbiamo interpretarlo?

Sì, effettivamente, senza rendermene conto, per raccontare le mie storie ho iniziato ad utilizzare elementi vaganti che sovrappongo alla stampa fotografica, oppure che faccio uscire dalla testa dei soggetti rappresentati. Semplicemente, rappresentano i pensieri. Sono ritratti immaginari e c’è una piccola storia dietro ad ogni immagine che, se non si deduce, è scritta nel sottotitolo. Ma poi ognuno ci vede quello che vuole.

© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | On a japanese sunday afternoon
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | On a japanese sunday afternoon, 2011
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | Nège, bride tension, 2011
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | Nège, bride tension, 2011
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | Everyone has his own thought, 2011
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | Everyone has his own thought, 2011
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | The powder dilemma, 2013
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | The powder dilemma, 2013

Quanto questi collage ci parlano del passato e quanto del futuro?

Difficile rispondere. Vediamo un po’… Fammi ragionare, pensare ad alta voce… Se consideriamo la mia prima tranche di lavoro, i collage digitali… sono storie tratte dal passato, inventate nel presente, poi stampate, incorniciate ed esposte nel presente. Ma il nostro gioco è dire che sono stati fatti nel passato. .Per quanto riguarda il nuovo lavoro, i collage di carta con fotografie d’epoca originali… anche questi sono fatti nel presente, ma penso che rappresentino il futuro della mia/nostra produzione. E’ lì che voglio andare. Ancora non sono molto brava a gestire colla e taglierino, ma sto imparando, quindi è il futuro. Tuttavia, come nel caso dell’altro lavoro, questi collage sono ispirati al passato, vogliono riportare nel presente storie di persone passate.

Si tratta di collage che, attraverso i loro frammenti, vogliono raccontare e descrivere pensieri, atmosfere e personalità perdute.

© Ottavia Hiddenart.
© Ottavia Hiddenart.

Piombino, Social Photo Fest: Intervista a Sabine Korth

In occasione della prima edizione del Social Photo Fest, che è stato inaugurato il 25 maggio a Piombino, e che vede in programma mostre ed eventi, fra i quali in particolare è da segnalare una giornata di studio dedicata alla fototerapia, che si terrà domani, sabato 2 giugno (clicca qui per leggere il programma completo), vi propongo questa intervista alla sua direttrice artistica Sabine Korth.

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Com’è nata l’idea del Social Photo Fest? Perché un festival di fotografia sociale?

L’idea è nata da Silvia Tolomei, una mia studentessa, ora direttrice della nostra associazione (“Diavolo Rosso”). E’ stata lei che, dopo aver visitato insieme un festival fotografico, ha detto spontaneamente: “Perché non ne facciamo uno da noi a Piombino?”. E Sauro Storai, il terzo membro della nostra associazione – stanco di vedere soltanto fotomodelle in pose scomode e tramonti patinati – ha aggiunto “Diamogli come tema il Sociale!”.

Per la manifestazione da voi ideata avete scelto di mettere a confronto due aspetti all’apparenza molto diversi fra loro: da un lato il fotogiornalismo, dall’altro la fotografia come terapia. Vi siete ispirati a qualcuno nel progettare questa vostra proposta di festival fotografico?

Non ci siamo ispirati a nessuno. Esistono già altre realtà di festival legati al fotogiornalismo, ma il nostro è un connubio del tutto nuovo, fra due versanti che – in effetti – corrispondono ai miei interessi personali.

Infatti, io “vengo” dalla Fotografia Sociale, ho fatto le prime foto ai bambini turchi del mio vicinato, in Germania, già a14 anni. Poi mi sono laureata in Foto- Reportage all’Università di Bielefeld. Attualmente mi occupo di diversi rami della fotografia, ma quando insegno metto sempre l’accento sulla potenza della macchina fotografica, che è unica, sia nel facilitare la comunicazione con realtà differenti e sia nel raccontare storie. Quella che insegno, insomma, è una fotografia che serve a raccontare concetti sociali. Ma anche una fotografia che diventa un linguaggio prezioso per raccontare concetti, quando le parole non bastano.

Un linguaggio prezioso, quando le parole non bastano: questo è, dunque, il trait d’union tra la fotografia di documentazione e la fototerapia; ed è anche ciò che vi ha convinto a proporre un simile intreccio di esperienze nel vostro festival?

La fototerapia sta crescendo in Italia e la nostra città potrebbe diventare un punto di riferimento per incontrarsi, scambiare esperienze,collaborare e fare “formazione”.

Allo stesso tempo, con la sezione “mostre e workshop”, vorremmo dare voce a quei fotografi che ancora raccontano qualcosa , esprimono un opinione, e non sono concentrati soltanto sul lato estetico delle immagini.

Non ultimo, saremmo felici di regalare alla città una manifestazione di prestigio per stimolare appassionati, turisti o semplici curiosi.

Negli ultimi anni le manifestazioni fotografiche sembrano moltiplicarsi in Italia, qual è secondo te la ragione di questo “bisogno di fotografia”?

Probabilmente, visto che viviamo tempi difficili, il fotografarli può diventare estremamente utile allo scopo di osservare, comunicare, denunciare, comprendere, esplorare, condividere… In tempi di crisi le persone sentono il bisogno di unire le forze e creare eventi per favorire condivisione e partecipazione.

Anche se per il nostro festival abbiamo avuto delle difficoltà a convincere le istituzioni ed i privati ad investire… alla fine ce l’abbiamo fatta! E si sono unite insieme molte persone, disposte a credere in noi e a contribuire alla realizzazione.

Quale ruolo riveste e quale potrebbe rivestire, a tuo parere, la fotografia?

Da un po’ di tempo quando scatto una foto, ad un albero, ad una linea disegnata dalle onde sulla sabbia, penso sempre alle parole di Fabio Piccini: “Ogni Foto che scattiamo è un autoritratto”.
O a quanto ha detto mio mentore Wim Wenders: “La macchina fotografica è un occhio che può guardare nel contempo davanti e dietro a sé. Davanti scatta una foto, dietro traccia una silhouette dell’animo del fotografo: coglie attraverso il suo occhio ciò che lo motiva. (…) Mostra le cose e il desiderio di esse”.

Punctum Lucegrigia (4)