fast photography vs late photography?

© Rosa Maria Puglisi
© Rosa Maria Puglisi

 

Leggendo un post su Binitudini,  il blog di Sandro Bini, dal titolo “Late photography”: per una fotografia fuori dal coro, – che a partire dall’attuale trend che, complice lo sviluppo della mobile tecnology, causa una vera inondazione fotografica sul web e intasa i social network dell’ultima versione delle famigerate foto delle vacanze da condividere a tutti i costi con gli amici, parla di un ruolo da outsider che sarebbe destinato a chi “resterà fedele a una fotografia più lenta, scattata con una fotocamera e non con un cellulare o perlomeno non condivisibile e consumabile in diretta (“late photography”)” – ho trovato le riflessioni di Bini molto stimolanti, tanto da fornirmi l’idea di questo commento, che vi si aggancia e dà conto di come gli spunti di quel post hanno lavorato dentro di me.

Senza la minima intenzione di fornirvi verità o profonde intuizioni, mi limiterò ad una riflessione sulle implicazioni di quell’argomento su cui si potrebbe ulteriormente cercare un approfondimento.
A mio modo di vedere, la questione “fast photography vs late photography” cui sembra far riferimento l’articolo, potrebbe essere articolata altrimenti, approfondendone i due aspetti distinti: quello della “condivisione” di immagini personali (che non implica tanto, o implica solo in parte, l’aspetto esibizionistico di chi posta sui social network) e quello dell’approccio professionale, che sarebbe giusto potesse esprimersi secondo una pluralità di stili e intenti, non escluso quello della “fast photography”, che magari a questo punto andrebbe ridefinita e meglio indagata nelle sue potenzialità (al di là del suo aspetto “usa e getta” o magari proprio per quello).

Due aspetti distinti che, comunque, giustamente Bini fa confluire in un unico discorso, trattandosi delle due facce di una sola medaglia: l’atteggiamento nei confronti della realtà (o dovremmo dire l’approccio verso il mondo?) che negli ultimi anni è stato promosso dalla fotografia “mainstream” (quella che si fregia d’importanza per il fatto di trovar vetrine e fondi, sempre più miseri, a suo sostegno).
Da una parte, dunque, il discorso sociologico, che peraltro potrebbe – a ben guardare – arrivare a sfumare in toni ampiamente psicologici, se si comincia a mettere a fuoco il fatto che la “smart phone photography”, proprio come le care vecchie “foto delle vacanze” d’un tempo, prima ancora che moda compulsiva, non è altro che una delle espressioni possibili dell’umano bisogno di raccontarsi ed esser visti.
Dietro alla tecnologia… anzi, forse potremmo dire, dietro lo schermo protettivo della tecnologia c’è ancora l’essere umano con i suoi bisogni e le sue resistenze; l’umana voglia di essere approvati, anche a suon di illusori likes, che lasciano il tempo che trovano, e la paura di esporsi senza essere accettati).
L’altro argomento di questo discorso bicipite, invece, ci porterebbe al ruolo (ai ruoli) dei fotografi (non voglio neanche fare distinzione fra professionisti e non per non aprire un’ulteriore questione) che vivono, o almeno cercano di sbarcare il lunario, con questa sempre meno prestigiosa occupazione. Su questo fronte la parola chiave, tanto per cominciare, potrebbe essere “inflazione”. Certamente la cosiddetta fast photography favorisce un’inflazione d’immagini e anche tanta banalizzazione, ma siamo sicuri che la “late photography” sia un’alternativa?
Lo è se intendiamo con questo termine ciò che intendeva David Campany (riferendosi principalmente al fotoreportage giornalistico), cioè quegli scatti meditati di professionisti che preferivano giungere all’indomani delle tragedie per eseguire un lavoro”freddo” d’indagine, quasi da medico forense, alla ricerca delle prove di un dramma e dei suoi effetti, al di là di un  impatto emotivo subitaneo (schockante quanto transitorio); in quel caso la late photography ha un senso assolutamente alternativo ed un valore per me encomiabile, in quanto si rivolge alle coscienze dei fruitori, non ai suoi istinti (talora ferini, pensiamo alle riflessioni di Susan Sontag in “Davati al dolore degli altri”!), e pertanto bisognerebbe riconoscerle un ruolo di grande stimolo intellettuale, anziché paragonarla a quel mero sollecitatore emotivo, che spesso è la fotografia scattata a caldo, e con tecnologici “mezzi di fortuna”, che quotidianamente riempie la stampa.
Lo stesso si potrebbe dire (fatte le debite trasposizioni del discorso) per ambiti della fotografia diversi dal fotogiornalismo.Se, invece, l’idea di lentezza o, piuttosto, di ritardo – rispetto alla fretta/velocità e in funzione del riflettere, selezionare, operare delle scelte ponderate – diviene una mera scusa per mettersi “fuori dal coro”, sperando che questa posizione dia in qualche modo ragione e forza alle scelte fotografiche solo perché compiute lentamente e individualmente, augurandosi un riconoscimento futuro sol perché “il tempo è galantuomo”…
Beh, allora ho qualche dubbio… e mi vien da riflettere meglio sulla parola “coro”, sulle origini di questo concetto e sul ruolo – che al coro si affidava nella tragedia greca: era l’interlocutore dell’attore. Rappresentava la collettività che con il suo “senso comune” dialogava con i protagonisti delle vicende, dando loro spessore per contrasto. Insomma porsi “in relazione con”, piuttosto che “fuori dal” coro, credo potrebbe anche essere un gran vantaggio.
Rosa Maria Puglisi
[05/09/2013]

Luigi Ghirri. Pensare per immagini. Icone Paesaggi Architetture

Cittanova, 1985 da: Esplorazioni sulla via Emilia. Vedute nel paesaggio (1983-1986) da: Il profilo delle nuvole (1980-1992)
Luigi Ghirri, Cittanova, 1985. Da: Esplorazioni sulla via Emilia. Vedute nel paesaggio (1983-1986); da: Il profilo delle nuvole (1980-1992).
Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri

“L’Italia, come tutti sanno, è una nazione di santi, navigatori, poeti, e adesso anche di fotografi, che la percorrono in auto, a piedi, in torpedone per portarsi nei punti più adatti a osservare la «realtà». […]

Tra tutti quelli che si considerano artisti, i fotografi sono quelli che hanno meno dubbi… La fotografia è magia e se non spaventa più, come si racconta accadesse ai primitivi, è capace ancora di suscitare un senso di potenza.

La foto è la moderna versione della parabola della moltiplicazione dei pesci; con essa moltiplichiamo la realtà, ce ne impadroniamo, la coloriamo, la rendiamo simile ai quadri, impressionisti o astratti, a scelta. L’importante è che la fotografia «trasformi», abbellisca, accenda i colori, possibilmente immergendo i soggetti in un’atmosfera soffusa, carica di nostalgia e di ricordi. E se la realtà è brutale come nelle guerre, si può fare ancora qualcosa, basta riprendere i combattenti controluce o mentre si stagliano contro il cielo.

Perché per i fotografi tutto è simbolo: le cose non sono mai quello che sembrano; questo lo credete voi, ma solo perché siete degli inguaribili ingenui. […]

Luigi Ghirri, Modena, 1973. Da: Italia ai lati (1971-1979) Courtesy ©Eredi Ghirri
Luigi Ghirri, Modena, 1973. Da: Italia ai lati (1971-1979)
Courtesy ©Eredi Ghirri

Certo Ghirri ha sbagliato tutto, ha sbagliato ad interessarsi di quello che potrebbe definirsi il banale quotidiano, ha sbagliato a ricercare un’ottica adatta ai nuovi spazi invasi dall’urbanizzazione… La sua fotografia è asciutta, guarda direttamente alle cose; non allude. non ammicca, non cerca la complicità di chi guarda e l’osservatore viene lasciato con i suoi tic estetici. Ma è alla sua prima mostra dopo due anni di ricerca. Si ravvederà?”

Risalgono al dicembre 1972 queste parole, e sono stralci di un testo ben più articolato, nel quale Franco Vaccari, allo scopo di presentare il lavoro di esordio dell’amico Luigi Ghirri (in una mostra dal titolo essenziale: “Fotografie 1970-1971”), dipinge la situazione che si è venuta a determinare a causa di una incipiente massificazione della fotografia. Lo fa colorando le sue frasi di un’ironia all’apparenza leggera, che a  tratti  però trascolora in una pungente satira, forma – quest’ultima – che ben si addice ad una critica che vuole veicolare istanze etiche. Suo chiaro intento è far emergere per contrasto le caratteristiche precipue della ricerca ghirriana; una ricerca allora ai suoi primi passi, nella quale si  scorge già in potenza l’intera parabola di un percorso variegato ma sempre coerente nella sua esigenza di rinnovamento del linguaggio fotografico e di rigenerazione continua della visione stessa.

 

Luigi Ghirri, San Pietro In Vincoli, Villa Jole, 1990. Da: Paesaggio italiano (1980-1992); da: Paesaggio italiano (1980-1992) Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri

Luigi Ghirri, San Pietro In Vincoli, Villa Jole, 1990. Da: Paesaggio italiano (1980-1992); da: Paesaggio italiano (1980-1992) Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri

A  Roma dal 24 aprile al 27 ottobre 2013, nelle gallerie 2 e 2a del MAXXI sarà possibile ripercorrere le maggiori tappe dell’iter concettuale e creativo di Luigi Ghirri, attraverso la visione di oltre 300 opere originali provenienti dalla Fototeca della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia. Sono in mostra pure preziosi documenti quali menabò, libri, riviste, recensioni, che rimandano alla sua attività di editore, critico e curatore; libri d’artista, che testimoniano l’incontro e lo scambio intellettuale con gli artisti concettuali modenesi nei primi anni ‘70;  cartoline illustrate e fotografie anonime dalla sua collezione personale; e ancora una selezione di libri tratti dalla biblioteca personale di Ghirri, a far luce sui suoi riferimenti culturali; e infine le copertine dei dischi, frutto della collaborazione con musicisti come i CCCP e Lucio Dalla.

E’ il mondo di Ghirri quello che progressivamente si apre ai visitatori di questa esposizione. Attraverso le tre sezioni (Icone. Paesaggi. Architetture) si dispiega, infatti, l’attitudine dell’autore a “pensare per immagini”. Ma ancor più a “far pensare attraverso le immagini”.

Luigi Ghirri, Rifugio Grostè, 1983. Da: Paesaggio italiano (1980-1992) Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri
Luigi Ghirri, Rifugio Grostè, 1983. Da: Paesaggio italiano (1980-1992)
Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri

La cosiddetta democratizzazione della fotografia, cui abbiamo continuato ad assistere nei quarant’anni che ci separano dallo scritto di Vaccari, e che ci ha sempre di più trasformato in “un popolo di fotografi”, infatti, non ha certo invertito la diffusa tendenza – stigmatizzata  nelle parole di quella introduzione – a pensare e, di conseguenza, a vedere la realtà che ci circonda come un serbatoio di potenziali immagini pittoresche e fondamentalmente consolatorie, inevitabilmente stereotipate: oggi come allora esistono “ricette del buon fotografare”, che inducono ad “imbalsamare la realtà” attraverso situazioni prescritte, inquadrature raccomandate e postproduzioni d’obbligo. Oggi come allora il risultato di tutto questo è la formazione di una sorta di immaginario collettivo d’appendice, in cui la nostra stessa percezione della realtà finisce per cristallizzarsi, vittima degli automatismi di un guardare distratto.

L’opera di Ghirri, al contrario, è tutta percorsa da una profonda, e amorevole, attenzione verso “quello che potrebbe definirsi il banale quotidiano”; da un’instancabile, sistematica analisi del paesaggio urbano, nei suoi aspetti minori (e minimi) comunemente ritenuti scontati, ma che  – parafrasando l’Ecclesiaste – faranno affermare al fotografo di Scandiano “non c’è niente di antico sotto il sole”.

Fotografare, per Ghirri, è uno strumento di conoscenza, un modo per osservare il mondo conservando intatto una sorta di stupore   adolescenziale, e un vedere “attraverso” le cose per poter attingere nuovi significati. Per poter, infine, trovare nuove domande.

Questa sua antologica ha il sapore di un incontro proficuo alla riflessione, sia per chi non conoscendolo si avvicina all’opera del Maestro per la prima volta, sia per chi – magari conoscendone solo gli aspetti più esteriori – è portato ormai ad osservare e fotografare la realtà attraverso una sorta di precostituito filtro ghirriano.
Per tutti noi, comunque, sarà un piacere attraversare quel suo sguardo sempre profondo e capace di stupore, poco cronachistico o di mestiere,  non unicamente teso all’aspetto estetico. E sarà un importante monito questo suo consiglio:
“Credo che una delle strade possa essere quella di lavorare come se ci si trovasse in uno stato di “necessità”, in un modo che potrei definire etico… Vedere come se fosse la prima e l’ultima volta”

Rosa Maria Puglisi
[30/04/2013]

Luigi Ghirri, Marina di Ravenna, 1986. Da: Paesaggio italiano (1980-1992); da: Il profilo delle nuvole (1989) Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri
Luigi Ghirri, Marina di Ravenna, 1986. Da: Paesaggio italiano (1980-1992); da: Il profilo delle nuvole (1989)
Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri

“Fotografo perché voglio bene…” (intervista a Virgilio Carnisio a cura di Yelena Steffen Milanesi)

Lo Specchio Incerto torna per offrire nuove suggestioni ai suoi affezionati lettori. In un’ottica partecipativa di condivisione, ho scelto ora di accogliere una gradita e  preziosa offerta di collaborazione e spero ne possano giungere presto altre per dar nuova vita al blog (quindi chi volesse proporre qualcosa, sappia che è il/la benvenuto/a).

Con questa bella intervista a Virgilio Carnisio, noto “sguardo” della Milano più autentica di ieri e oggi, ci porta il suo contributo Yelena Steffen Milanesi. Accogliamola insieme! 🙂
Questa è la sua breve nota biografica

Yelena Steffen Milanesi è artista visiva e pianista, nata e cresciuta a Milano con lontane origini ungheresi. Si è laureata con lode presso l’Accademia di Belle Arti di Brera Milano, avendo una prima laurea in Scienze Naturali con specializzazione in entomologia. Ha una quasi decennale esperienza nel campo fotografico e delle belle arti, in cui opera come ritrattista con particolare attenzione al nudo FineArt; collabora alla creazione di tessuti e stampe d‘arte per diverse case di moda ed ha al suo attivo diversi premi/mostre.

………………….

Ed ecco finalmente la sua … Intervista a Virgilio Carnisio (3 Novembre 2017)
Buona lettura!

Quando hai cominciato a fotografare e cosa ti ha spinto a farlo?

Ho sempre avuto una passione innata per la fotografia e le prime immagini che avrei utilizzato per le mie pubblicazioni negli anni successivi le ho scattate a 18 anni. Si trattava di due scorci della Milano povera: le lavandaie lungo il naviglio pavese e un orto al limitare di una fabbrica in zona Barona. Il mio desiderio, da subito, è stato quello di documentare per salvare almeno il ricordo.

© Virgilio Carnisio.
Milano, la Darsena in viale Gorizia, 1960

Le tue origini hanno influenzato molto la tua fotografia?

Sì, sono state determinanti. Pur piccino ho mantenuto ricordi della guerra con bombardamenti e immani devastazioni e pure della lotta civile, amarissima a ripensarci, ed infine il ritorno alla pace tra mille difficoltà e tanta speranza.

Bisogna studiare per fare buona fotografia?

Per fare documentazione di strada bastavano poche nozioni e molta pratica perché le fotocamere usate erano semplici e chiare. All’opposto per alcuni usi specifici della fotografia (architettura, macro, riproduzioni ecc.) uno studio approfondito era indispensabile.

Perché hai scelto la “old street Photography”? Pensi che può insegnare ad osservare il mondo?

Dopo due anni di scuola serale comunale conseguii un attestato in fotografia pubblicitaria; feci subito pratica in uno studio che trattava quasi solamente moda e capii ben presto che non era quello che volevo. Avevo bisogno, delle vie, dei cortili, della gente, di tutto quello che la città offriva fisicamente ed in modo corale, e di respirare con essa. Documentare per riportare è, per me essenziale, per entrare nelle pieghe della città e della società, per capire la facciata ed il backstage, per creare un mosaico capibile e veritiero.

© Virgilio Carnisio.
Milano, via Magolfa 15, 1969

Quale è stato il momento della tua vita in cui ti sei sentito più legato alla fotografia?

E’ora, da qualche mese a questa parte, tempo di riflessioni e di bilanci.

Ci sono stati o ci sono dei maestri fotografi o artisti a cui ti ispiri?

Ci fu all’inizio un libro “del miracolo” che mi scosse alquanto con fotografie dure, crude, molto contrastate, anche sfuocate, ma nuovissime, quasi un pugno nello stomaco perché scavavano nella vita reale della città, senza titubanze o auto censure. E’ “ Milano, Italia” di Mario Carrieri, 1958.

Perché la maggior parte delle tue fotografie sono in BN?

Non è stata una scelta. Mi è venuto così, naturalmente. Vivevamo in un mondo in cui l’immagine stampata era quasi sempre in bianco e nero, sia sui libri che sulle riviste e nel grande cinema italiano e francese di quegli anni, un periodo magico e fecondo come mai più avrei riscontrato nella mia pur lunga vita.

© Virgilio Carnisio.
Milano, corte a ringhera, 1969

Come è avvenuto il passaggio analogico/digitale?

E’ avvenuto nell’agosto del 2016, dopo sessant’anni di analogico e sempre con la medesima pellicola, la TRI X della Kodak.
Mi ero ripromesso di fare, come lavoro finale, una lunga verifica sulla Milano di oggi, sia nel centro che nelle periferie, approfondendo anche quelle zone “grigie” che sono né l’uno né le altre e solitamente poco documentate perché giudicate, a priori, scarsamente interessanti. Un lavoro di lungo periodo e di grande portata che prevedeva un rilevante numero di scatti e una varietà di veloci cambiamenti. Pensai così ad una camera digitale che potesse accogliere i miei obiettivi manuali e presi una Pentax che non deluse le mie aspettative: uso facile e veloce e il tutto a costo zero, molto apprezzato dato che in un anno ho realizzato più di 21.000 immagini già parzialmente selezionate.

Hai anche un portfolio ritrattistico, sembra ispirato dal neorealismo, delicate e potenti allo stesso tempo, c’è ne puoi parlare?

Il neorealismo, cruccio e delizia dei fotografi (ma non solo) degli anni ‘50 e ’60! Certo, un po’ era dentro di noi, nel DNA degli anni della fanciullezza e dell’adolescenza, e qualche segno riaffiora, di tanto in tanto, in tutta la vita fotografica. Faccio qualche fotografia di nudo solo da un anno per capire se ci sono analogie con la fotografia di documentazione e direi che ci sono o, meglio, il mio occhio è sempre il medesimo, così come il punto di osservazione ed il risultato cui vorrei arrivare.
Per ora sono soltanto balbettii ma mi piacerebbe andare avanti.

Quale è l’esperienza espositiva che ti ha dato più emozione?

La prima, nel 1962 al Politecnico di Milano, e l’ultima che è sempre chiusa nel mio cuore e nella mia mente.

© Virgilio Carnisio. Milano, corso San Gottardo 14, 1969

Fotografi da 50 anni, come è cambiato il tuo modo di fare fotografia?

No, non è cambiato anche perché mi viene naturale fotografare così, soggetto o sguardo diretti verso l’obiettivo, punto di ripresa frontale però, a pensarci bene, ora mi accorgo che talvolta “rubo” qualche immagine, mentre prima non succedeva e credo che ciò dipenda dall’estrema praticità e rapidità della camera digitale.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Finire il mio reportage su Milano, seguirne gli ultimi cambiamenti e collaborare maggiormente con gli splendidi e competenti amici dell’A.F.I. Archivio Fotografico Italiano, che hanno acquisito tutto il mio lavoro fotografico durato una vita intera.

Lasciaci una tua “frase mantra”!

“Fotografo perché voglio bene e non ho altro modo per dirlo”

 

 

La trasformazione secondo Yelena Steffen Milanesi (d’après Bowie)

Un nuovo tributo  fotografico alla figura di David Bowie,  e una nuova meditazione sul concetto di trasformazione. a lui ricollegabile. Quello che pubblico oggi è il terzo contributo nato da un’iniziativa, in cui ho coinvolto alcuni dei miei amici (quella di  cui dicevo  in questo post).
Yelena Steffen Milanesi ne è in più modi autrice, oltre che protagonista, con uno stile che unisce un’elegante leggerezza alla sua consueta intensità (di altri suoi lavori avevamo avuto già modo di raccontare su questo blog). Il prodotto finale che ci propone sono di fatto due serie di autoritratti, in realtà fermi immagine scattati durante delle performance, in cui Yelena indossa abiti da lei creati e ispirati a due momenti della carriera artistica del cosiddetto Duca Bianco. E una delle due performance nasce proprio dalle suggestioni ricavate dall’immagine elegante di questo alter ego di Bowie.

© Yelena Steffen Milanesi. Still da performance ispirata a David Bowie (in versione the White Thin Duke)
© Yelena Steffen Milanesi. Still da performance ispirata a David Bowie (come White Thin Duke)

“David Bowie è stato di ispirazione per moltissimi miei progetti, la sua ecletticità ed il suo essere alieno e perfettamente appartenente al mondo sono strabilianti!”, racconta l’altrettanto eclettica Yelena.

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© Yelena Steffen Milanesi.

“Le performance sono 2”, spiega, “una riferita al periodo The Man Who Fell on Earth 1976 e la seconda the White Thin Duke, diverse ma ugualmente legate a David Bowie.
Un primo periodo più glamRock, che mi permetto di collegare – almeno da un punto di vista prettamente estetico – al successivo periodo musicale Dance, pur sempre glam ma ormai trasfigurato nella sua versione più pop-glitterata, fine anni 70; mentre per il Secondo periodo, più matura, ho scelto un bn più riflessivo e neo dandy”.
Riguardo a come è nata la sua passione, per questo artista che l’ha tanto ispirata, ci racconta: “Ho conosciuto l’eccezionale personalità di David Bowie verso la fine degli anni ‘90, quand’ero appena adolescente, attraverso il film The Man Who Fell to Earth del 1976, dopo questo primo carismatico impatto sono andata a scoprire tutti i lati della sua poliedrica attività artistica. La capacità di oscillare tra diversi generi e mantenere sempre una forte individualità: dall’irraggiungibile Ziggy Sturdust all’eccentrico dandy de il Duca Bianco; dal fascino delle tute da ballerino GlamRock, che furono foriere della rivoluzione unisex negli anni ‘70, alle recentissime ballate struggenti di Blackstar. Mi sono ispirata molto spesso a questo eccezionale artista, per abiti e fotografie, come dimostrano questi scatti – di cui sono sia la fotografa che la performer – in cui prendo spunto dalle sue molteplici trasformazioni.

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© Yelena Milanesi. Ziggy in the galaxy

Stimo il suo messaggio di sfida alle convenzioni, l’essere stato pioniere di rivoluzioni sociali attraverso l’arte, non solo quella musicale ma anche visiva e del costume, l’essere stato musa iconoclasta e di tendenza allo stesso tempo.
Un mio recente lavoro, vestiti foto e perfomance fatti da me, è Ziggy in the galaxy…umile rivisitazione di una vera Icona!!”.

Ringrazio Yelena Milanesi per il suo tributo e vi invito a vedere altre sfaccettature della sua variegata produzione sul suo sito: https://yelenamilanesi.carbonmade.com/

La trasformazione secondo Alessandra Vinotto (d’après Bowie)

A distanza di un mese vi propongo un nuovo tributo a David Bowie e al concetto di trasformazione che l’artista ha sempre incarnato:  “Mi farò acqua: liquida essenza, gelida materia, lieve sostanza”.

Alessandra Vinotto,
Alessandra Vinotto, “Mi farò acqua: liquida essenza, gelida materia, lieve sostanza”, 2016

Con queste parole Alessandra Vinotto, poliedrica artista genovese e autrice di quest’omaggio, ce lo introduce spiegandocene il senso: “Conforme alla mia concezione di crescita come cambiamento senza forzature, il farsi “acqua”, ovvero liquido che si adatta ad ogni forma, simboleggia l’adattarsi senza perdere la propria natura.. “Waterale” è il titolo che accorpa alcune mie opere ispirate all’acqua in relazione col mio corpo”.

Riguardo a cosa David Bowie sia stato per lei, ci racconta:”Sin dalla prima adolescenza ero incantata dalla sua musica e dai suoi testi, che per me rappresentavano il top del sound di quegli anni.
Ed essendo io giá all’epoca piuttosto trasgressiva (ma senza mai trascendere nel kitsch o nel volgare), avevo trovato in lui quel senso di composta eleganza nell’essere decisamente diverso.
Inoltre la trasformazione interiore che da allora non mi ha mai abbandonato è sempre stata in sintonia con il suo personaggio in costante mutamento coerente”.

Ringrazio Alessandra per la sua partecipazione a questa iniziativa (e le faccio un in bocca al lupo per le sfide -di vario genere- che sta attualmente affrontando!

Alessandra Vinotto [cliccando sul nome potete leggere anche un’intervista] è  fotografa d’arte, ha all’attivo numerose mostre personali e pubblicazioni internazionali (Vogue, Marie Claire, Herald Tribune, Opera, Amadeus, libri e cataloghi).
Reporter di viaggi e insegnante di fotografia, da qualche anno si occupa di regia e direzione artistica multimediale.
Ha fondato con Francesco Rotunno la RedEye Media, pluripremiata al 3D Film Festival Hollywood di L.A nel 2010 e nel 2011. Altri riconoscimenti: premio speciale al MEI (Faenza), special guests al Dimension 3 (Parigi), al 3D Stereo Media (Liegi), al Capalbio International Short Film Festival, e proiezione al Sundance Film Festival nel 3D Satellite.
Nel 2012 viene premiata dal Sindaco di Genova per la sua attività artistica all’estero.
Prima regista italiana ad aver realizzato un video in 3D stereo, nel 2013 ha diretto “Viceversa 3D” al padiglione Italia della Biennale di Venezia: il primo documentario europeo sull’arte contemporanea girato in 4K.
Sue fotografie sono state esposte a mostre collettive con opere di artisti quali Andy Warhol, Nan Goldin, Joseph Beuys, Jan Saudek, Bettina Rheims, Luigi Viola, Ferdinando Scianna, Kiki Smith, Orlan, Yoko Ono, Vanessa Beecroft, Marina Abramovic , Shirin Neshat.

Le visioni pittorialiste di Yelena Milanesi

© Yelena Milanesi.
© Yelena Milanesi. “The Aracneis Lullaby. Babushka World”

Ciò che pubblico oggi nasce come “lettera di presentazione”, da me stilata, e per questo forse noterete qualche “stranezza” stilistica, ma perché – mi sono chiesta – non presentare anche a voi quest’artista, che usa la fotografia in una maniera molto insolita per questi anni?
Detto fatto: buona lettura! Spero che piaccia a voi come è piaciuta a me. 🙂

Mi permetto di sottoporre alla Vostra attenzione Yelena Milanesi e la sua variegata ricerca artistica, che spazia dal fashion design, alla stampa d’arte, alla fotografia.

Milanesi è, infatti, un’artista eclettica, a tutto tondo, che da ormai dieci anni ha scelto d’impegnarsi nel settore della moda, creando stampe d’arte ed elaborate fantasie per tessuti poi commercializzati da varie case di moda, ma che si esprime in maniera particolarmente interessante soprattutto in una raffinatisima staged photography.

Il suo curriculum di studi è costituito da un ragguardevole percorso di approfondimento nel campo delle arti, grazie a un certo numero di corsi di specializzazione, oltre che alla laurea con lode in fashion design conseguita presso la prestigiosa Accademia di Brera a Milano. Di rilievo per la sua attitudine alla precisione dell’osservazione e all’accuratezza dell’allestimento delle sue mise en scène, urbane o teatrali che siano, è probabilmente la sua iniziale formazione da entomologa.

Dal 2007 ad oggi ha al suo attivo un buon numero di collettive e una mostra personale, nel novembre del 2012.

La sua fotografia è messa in scena accurata. In essa convergono spunti che provengono da disparati territori culturali: dalla poesia come dalla pittura romantica e preraffaellita, da un certo cinema noir e del mistero alla moda concettuale di Marin Margiela e Alexander McQueen.

Le sue serie d’immagini, dalle composizioni impeccabili, hanno come soggetto soprattutto il corpo femminile nudo, a tratti eroticizzato e bardato d’orpelli vagamente fetish (come nella serie Feminin Noir); più di frequente etereo e impalpabile, trasfigurato verso un’ideale androgino. E’ un corpo che spesso si raddoppia suggerendo una specularità virtuale e stranamente asimmetrica.

Cromatismi, luci, e ambienti appena tratteggiati, rimandano alla fotografia pittorialista – e proprio come quest’ultima – ci riconducono idealmente a certa pittura romantica, popolata di presenze fantastiche e intessuta di sogni gotici. In Babushka World possiamo ritrovare poi un più stretto richiamo all’arte preraffaellita e simbolista.

Tutto, nella sua opera, ci riporta a un clima onirico ed enigmatico: creature luminose, immateriali e trasparenti, spigolose ma sensuali sihlouette neogotiche che emergono da ombre avvolgenti, e propongono un immaginario ambiguo, fondamentalmente aperto ad una lettura polisemica, che può essere indagata a diversi livelli di profondità. Ogni spettatore, una volta superato il potere fascinatorio delle visioni dell’artista, troverà certamente una propria chiave di lettura e una personale risposta al mistero di queste fotografie.

© Yelena Milanesi.
© Yelena Milanesi. “The Aracneis Lullaby. No dialogue connection”.

Sofia Bucci: “Oleandro”

© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014
© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014

(già pubblicata su Fotografia 3.0 -immagini per il benessere e il cambiamento)

Ho incontrato Sofia Bucci a Firenze, durante il workshop “La mia storia”, che ho tenuto a febbraio per Deaphoto.
Quello che segue è un veloce scambio di battute, attraverso le quali Sofia racconta di questo suo lavoro, portato a compimento attraverso l’esperienza del workshop, e del significato che ha per lei. In fondo trovate uno slideshow d’immagini tratte da “Oleandro”.

RM.P. Come nasce la serie “Oleandro”?
S.B. Tutto inizia dal titolo “Oleandro”, un fiore meraviglioso, bellissimo, per me il più bello, ma allo stesso tempo la sua Bellezza è direttamente proporzionale al suo Veleno. Tanto bello, quanto letale. Come l’Amore.

RM. Cosa raccontano queste immagini?
S.B. E’ una ricerca. Cercano di raccontare il dolore che può provocare una rottura. E’ una ricerca sul dolore.

RM.P. Che genere di “rottura”?
S.B. Una rottura che tutti abbiamo avuto, come la fine di una storia d’amore. E l’abbattimento di tutto il palazzo d’illusioni che mi ero creata.

RM.P. Ogni foto – si dice – sia un autoritratto..In che modo, queste, ti rispecchiano?
S.B. Mi rispecchiano perché mi ri-guardano. sono la mia storia.

RM.P. In che modo sono la tua storia?
S.B. Raccontano una mia esperienza diretta, la fine di un rapporto, uno dei tanti tasselli che va a formare la storia completa.

© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014
© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014

RM.P. Le tue immagini sono pensate come tasselli? Mi colpisce il fatto che siano sempre “dettaglio”…
S.B. Sì, sono pensate a tasselli. Come il dolore si concentra in alcuni punti ben precisi, allo stesso modo la fotografia si concentra su certi dettagli.

RM.P. Dimmi della tonalità bluastra che spesso hanno.
S.B. Di solito i miei sogni hanno tonalità blu petrolio. L’ho voluta ritrasportare in fotografia. E poi l’ho scelta anche perchè una volta mi dissero: “quello che mi piacerebbe vedere dalle tue foto è il blu della pelle, non tutti riescono e sono in grado di vederlo, tu potresti farcela”.. C’ho provato!

RM.P. Che tipo di blu è quello di cui parli?
S.B. Il blu che si riesce a vedere solo in certi momenti e con certa luce.

RM.P. Come si ricollega all’oleandro? E’ un blu venefico?
S.B. Sì, assolutamente.

RM.P. E la fotografia cos’è per te?
S.B. La fotografia per me è semplicemente il modo migliore che ho per esprimermi, o almeno ci provo.

RM. .. un modo per esprimere il dolore?
S.B. Tutto ciò che sento, se sento dolore, anche quello.

RM.P. Perché hai scelto di partecipare al workshop “La mia storia”?
S.B. Perché avevo iniziato questo lavoro e volevo trovargli una direzione. E per fare una nuova esperienza, in una nuova città con nuove persone.

RM.P. E cos’è successo?
S.B. La direzione è stata trovata e ora sto percorrendo la strada, aggiungendo foto prima mancanti, che si stanno realizzando. Che sto realizzando.

© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014
© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014

“Come un gatto ho nove vite da morire. Questa è la numero tre. La prima volta successe che avevo dieci anni. Fu un incidente. Ma la seconda volta ero decisa a insistere, a non recedere assolutamente. Mi dondolavo chiusa come conchiglia. Dovettero chiamare e chiamare e staccarmi via i vermi come perle appiccicose. Morire è un’arte, come ogni altra cosa. Io lo faccio in un modo eccezionale. Io lo faccio che sembra come un inferno. Io lo faccio che sembra reale. Ammetterete che ho la vocazione”. Sylvia Plath 

Quando l’Amore inizia, quando l’Amore finisce

www.sofiabucci.com

© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014
© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014

Il Viaggio in Italia di Zoltan Nagy

“I viaggiatori tedeschi e inglesi del Grand Tour non venivano in Italia per cercare davvero l’Italia, venivano per costruirsi una cultura. Era per loro un viaggio di formazione personale, di crescita interiore. Cercavano se stessi, non noi
I grandi fotografi internazionali di oggi fanno la stessa cosa: nelle loro immagini non vediamo l’Italia, bensì l’effetto, positivo o negativo, che l’Italia ha sull’anima di chi l’Italia non ce l’ha” (Michele Smargiassi).

zoltan

Ricevo e volentieri vi inoltro la segnalazione di questa mostra, che sarà inaugurata a Cuneo il 12 Novembre (ore 18) , presso Palazzo Samone, via Amedeo Rossi 4.

Nelle più di 100 immagini  di questa mostra, dal titolo “Viaggio in Italia” si dipana, da un lato, l’Italia dell’arte e della cultura, così come era stata confezionata per l’immaginario dei viaggiatori del Grand Tour, nelle  fotografie loro destinate e prodotte dai più famosi atelier dell’Ottocento; dall’altro un’Italia solo in parte più familiare per noi.
Nelle fotografie scattate fra il 1974 ed oggi dal fotografo contemporaneo Ungherese Zoltan Nagy, infatti, c’è sì l’Italia quotidiana di questi ultimi quarant’anni, ma vista e riletta – proprio come si diceva nella sopra citata frase di Smargiassi – attraverso l’effetto che fa, per l’impatto che ha sulla fantasia di qualcuno che – malgrado i numerosi anni trascorsi ormai in Italia – continua fortunatamente a conservare intatto uno sguardo eccentrico (nel senso etimologico di “fuori dal centro”) e fresco su questa nostra Italia, che ormai fatichiamo a guardare e riconoscere.

La mostra proseguirà fino al 5 gennaio.

fast photography vs late photography?

© Rosa Maria Puglisi
© Rosa Maria Puglisi

 

Leggendo un post su Binitudini,  il blog di Sandro Bini, dal titolo “Late photography”: per una fotografia fuori dal coro, – che a partire dall’attuale trend che, complice lo sviluppo della mobile tecnology, causa una vera inondazione fotografica sul web e intasa i social network dell’ultima versione delle famigerate foto delle vacanze da condividere a tutti i costi con gli amici, parla di un ruolo da outsider che sarebbe destinato a chi “resterà fedele a una fotografia più lenta, scattata con una fotocamera e non con un cellulare o perlomeno non condivisibile e consumabile in diretta (“late photography”)” – ho trovato le riflessioni di Bini molto stimolanti, tanto da fornirmi l’idea di questo commento, che vi si aggancia e dà conto di come gli spunti di quel post hanno lavorato dentro di me.

Senza la minima intenzione di fornirvi verità o profonde intuizioni, mi limiterò ad una riflessione sulle implicazioni di quell’argomento su cui si potrebbe ulteriormente cercare un approfondimento.
A mio modo di vedere, la questione “fast photography vs late photography” cui sembra far riferimento l’articolo, potrebbe essere articolata altrimenti, approfondendone i due aspetti distinti: quello della “condivisione” di immagini personali (che non implica tanto, o implica solo in parte, l’aspetto esibizionistico di chi posta sui social network) e quello dell’approccio professionale, che sarebbe giusto potesse esprimersi secondo una pluralità di stili e intenti, non escluso quello della “fast photography”, che magari a questo punto andrebbe ridefinita e meglio indagata nelle sue potenzialità (al di là del suo aspetto “usa e getta” o magari proprio per quello).

Due aspetti distinti che, comunque, giustamente Bini fa confluire in un unico discorso, trattandosi delle due facce di una sola medaglia: l’atteggiamento nei confronti della realtà (o dovremmo dire l’approccio verso il mondo?) che negli ultimi anni è stato promosso dalla fotografia “mainstream” (quella che si fregia d’importanza per il fatto di trovar vetrine e fondi, sempre più miseri, a suo sostegno).
Da una parte, dunque, il discorso sociologico, che peraltro potrebbe – a ben guardare – arrivare a sfumare in toni ampiamente psicologici, se si comincia a mettere a fuoco il fatto che la “smart phone photography”, proprio come le care vecchie “foto delle vacanze” d’un tempo, prima ancora che moda compulsiva, non è altro che una delle espressioni possibili dell’umano bisogno di raccontarsi ed esser visti.
Dietro alla tecnologia… anzi, forse potremmo dire, dietro lo schermo protettivo della tecnologia c’è ancora l’essere umano con i suoi bisogni e le sue resistenze; l’umana voglia di essere approvati, anche a suon di illusori likes, che lasciano il tempo che trovano, e la paura di esporsi senza essere accettati).
L’altro argomento di questo discorso bicipite, invece, ci porterebbe al ruolo (ai ruoli) dei fotografi (non voglio neanche fare distinzione fra professionisti e non per non aprire un’ulteriore questione) che vivono, o almeno cercano di sbarcare il lunario, con questa sempre meno prestigiosa occupazione. Su questo fronte la parola chiave, tanto per cominciare, potrebbe essere “inflazione”. Certamente la cosiddetta fast photography favorisce un’inflazione d’immagini e anche tanta banalizzazione, ma siamo sicuri che la “late photography” sia un’alternativa?
 
Lo è se intendiamo con questo termine ciò che intendeva David Campany (riferendosi principalmente al fotoreportage giornalistico), cioè quegli scatti meditati di professionisti che preferivano giungere all’indomani delle tragedie per eseguire un lavoro”freddo” d’indagine, quasi da medico forense, alla ricerca delle prove di un dramma e dei suoi effetti, al di là di un  impatto emotivo subitaneo (schockante quanto transitorio); in quel caso la late photography ha un senso assolutamente alternativo ed un valore per me encomiabile, in quanto si rivolge alle coscienze dei fruitori, non ai suoi istinti (talora ferini, pensiamo alle riflessioni di Susan Sontag in “Davati al dolore degli altri”!), e pertanto bisognerebbe riconoscerle un ruolo di grande stimolo intellettuale, anziché paragonarla a quel mero sollecitatore emotivo, che spesso è la fotografia scattata a caldo, e con tecnologici “mezzi di fortuna”, che quotidianamente riempie la stampa.
Lo stesso si potrebbe dire (fatte le debite trasposizioni del discorso) per ambiti della fotografia diversi dal fotogiornalismo.Se, invece, l’idea di lentezza o, piuttosto, di ritardo – rispetto alla fretta/velocità e in funzione del riflettere, selezionare, operare delle scelte ponderate – diviene una mera scusa per mettersi “fuori dal coro”, sperando che questa posizione dia in qualche modo ragione e forza alle scelte fotografiche solo perché compiute lentamente e individualmente, augurandosi un riconoscimento futuro sol perché “il tempo è galantuomo”…
Beh, allora ho qualche dubbio… e mi vien da riflettere meglio sulla parola “coro”, sulle origini di questo concetto e sul ruolo – che al coro si affidava nella tragedia greca: era l’interlocutore dell’attore. Rappresentava la collettività che con il suo “senso comune” dialogava con i protagonisti delle vicende, dando loro spessore per contrasto. Insomma porsi “in relazione con”, piuttosto che “fuori dal” coro, credo potrebbe anche essere un gran vantaggio.

Luigi Ghirri. Pensare per immagini. Icone Paesaggi Architetture

Cittanova, 1985 da: Esplorazioni sulla via Emilia. Vedute nel paesaggio (1983-1986) da: Il profilo delle nuvole (1980-1992)
Luigi Ghirri, Cittanova, 1985. Da: Esplorazioni sulla via Emilia. Vedute nel paesaggio (1983-1986); da: Il profilo delle nuvole (1980-1992).
Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri

“L’Italia, come tutti sanno, è una nazione di santi, navigatori, poeti, e adesso anche di fotografi, che la percorrono in auto, a piedi, in torpedone per portarsi nei punti più adatti a osservare la «realtà». […]

Tra tutti quelli che si considerano artisti, i fotografi sono quelli che hanno meno dubbi… La fotografia è magia e se non spaventa più, come si racconta accadesse ai primitivi, è capace ancora di suscitare un senso di potenza.

La foto è la moderna versione della parabola della moltiplicazione dei pesci; con essa moltiplichiamo la realtà, ce ne impadroniamo, la coloriamo, la rendiamo simile ai quadri, impressionisti o astratti, a scelta. L’importante è che la fotografia «trasformi», abbellisca, accenda i colori, possibilmente immergendo i soggetti in un’atmosfera soffusa, carica di nostalgia e di ricordi. E se la realtà è brutale come nelle guerre, si può fare ancora qualcosa, basta riprendere i combattenti controluce o mentre si stagliano contro il cielo.

Perché per i fotografi tutto è simbolo: le cose non sono mai quello che sembrano; questo lo credete voi, ma solo perché siete degli inguaribili ingenui. […]

Luigi Ghirri, Modena, 1973. Da: Italia ai lati (1971-1979) Courtesy ©Eredi Ghirri
Luigi Ghirri, Modena, 1973. Da: Italia ai lati (1971-1979)
Courtesy ©Eredi Ghirri

Certo Ghirri ha sbagliato tutto, ha sbagliato ad interessarsi di quello che potrebbe definirsi il banale quotidiano, ha sbagliato a ricercare un’ottica adatta ai nuovi spazi invasi dall’urbanizzazione… La sua fotografia è asciutta, guarda direttamente alle cose; non allude. non ammicca, non cerca la complicità di chi guarda e l’osservatore viene lasciato con i suoi tic estetici. Ma è alla sua prima mostra dopo due anni di ricerca. Si ravvederà?”

Risalgono al dicembre 1972 queste parole, e sono stralci di un testo ben più articolato, nel quale Franco Vaccari, allo scopo di presentare il lavoro di esordio dell’amico Luigi Ghirri (in una mostra dal titolo essenziale: “Fotografie 1970-1971”), dipinge la situazione che si è venuta a determinare a causa di una incipiente massificazione della fotografia. Lo fa colorando le sue frasi di un’ironia all’apparenza leggera, che a  tratti  però trascolora in una pungente satira, forma – quest’ultima – che ben si addice ad una critica che vuole veicolare istanze etiche. Suo chiaro intento è far emergere per contrasto le caratteristiche precipue della ricerca ghirriana; una ricerca allora ai suoi primi passi, nella quale si  scorge già in potenza l’intera parabola di un percorso variegato ma sempre coerente nella sua esigenza di rinnovamento del linguaggio fotografico e di rigenerazione continua della visione stessa.

 

Luigi Ghirri, San Pietro In Vincoli, Villa Jole, 1990. Da: Paesaggio italiano (1980-1992); da: Paesaggio italiano (1980-1992) Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri

Luigi Ghirri, San Pietro In Vincoli, Villa Jole, 1990. Da: Paesaggio italiano (1980-1992); da: Paesaggio italiano (1980-1992) Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri

A  Roma dal 24 aprile al 27 ottobre 2013, nelle gallerie 2 e 2a del MAXXI sarà possibile ripercorrere le maggiori tappe dell’iter concettuale e creativo di Luigi Ghirri, attraverso la visione di oltre 300 opere originali provenienti dalla Fototeca della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia. Sono in mostra pure preziosi documenti quali menabò, libri, riviste, recensioni, che rimandano alla sua attività di editore, critico e curatore; libri d’artista, che testimoniano l’incontro e lo scambio intellettuale con gli artisti concettuali modenesi nei primi anni ‘70;  cartoline illustrate e fotografie anonime dalla sua collezione personale; e ancora una selezione di libri tratti dalla biblioteca personale di Ghirri, a far luce sui suoi riferimenti culturali; e infine le copertine dei dischi, frutto della collaborazione con musicisti come i CCCP e Lucio Dalla.

E’ il mondo di Ghirri quello che progressivamente si apre ai visitatori di questa esposizione. Attraverso le tre sezioni (Icone. Paesaggi. Architetture) si dispiega, infatti, l’attitudine dell’autore a “pensare per immagini”. Ma ancor più a “far pensare attraverso le immagini”.

Luigi Ghirri, Rifugio Grostè, 1983. Da: Paesaggio italiano (1980-1992) Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri
Luigi Ghirri, Rifugio Grostè, 1983. Da: Paesaggio italiano (1980-1992)
Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri

La cosiddetta democratizzazione della fotografia, cui abbiamo continuato ad assistere nei quarant’anni che ci separano dallo scritto di Vaccari, e che ci ha sempre di più trasformato in “un popolo di fotografi”, infatti, non ha certo invertito la diffusa tendenza – stigmatizzata  nelle parole di quella introduzione – a pensare e, di conseguenza, a vedere la realtà che ci circonda come un serbatoio di potenziali immagini pittoresche e fondamentalmente consolatorie, inevitabilmente stereotipate: oggi come allora esistono “ricette del buon fotografare”, che inducono ad “imbalsamare la realtà” attraverso situazioni prescritte, inquadrature raccomandate e postproduzioni d’obbligo. Oggi come allora il risultato di tutto questo è la formazione di una sorta di immaginario collettivo d’appendice, in cui la nostra stessa percezione della realtà finisce per cristallizzarsi, vittima degli automatismi di un guardare distratto.

L’opera di Ghirri, al contrario, è tutta percorsa da una profonda, e amorevole, attenzione verso “quello che potrebbe definirsi il banale quotidiano”; da un’instancabile, sistematica analisi del paesaggio urbano, nei suoi aspetti minori (e minimi) comunemente ritenuti scontati, ma che  – parafrasando l’Ecclesiaste – faranno affermare al fotografo di Scandiano “non c’è niente di antico sotto il sole”.

Fotografare, per Ghirri, è uno strumento di conoscenza, un modo per osservare il mondo conservando intatto una sorta di stupore   adolescenziale, e un vedere “attraverso” le cose per poter attingere nuovi significati. Per poter, infine, trovare nuove domande.

Questa sua antologica ha il sapore di un incontro proficuo alla riflessione, sia per chi non conoscendolo si avvicina all’opera del Maestro per la prima volta, sia per chi – magari conoscendone solo gli aspetti più esteriori – è portato ormai ad osservare e fotografare la realtà attraverso una sorta di precostituito filtro ghirriano.
Per tutti noi, comunque, sarà un piacere attraversare quel suo sguardo sempre profondo e capace di stupore, poco cronachistico o di mestiere,  non unicamente teso all’aspetto estetico. E sarà un importante monito questo suo consiglio:
“Credo che una delle strade possa essere quella di lavorare come se ci si trovasse in uno stato di “necessità”, in un modo che potrei definire etico… Vedere come se fosse la prima e l’ultima volta”

Rosa Maria Puglisi
[30/04/2013]

Luigi Ghirri, Marina di Ravenna, 1986. Da: Paesaggio italiano (1980-1992); da: Il profilo delle nuvole (1989) Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri
Luigi Ghirri, Marina di Ravenna, 1986. Da: Paesaggio italiano (1980-1992); da: Il profilo delle nuvole (1989)
Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia ©Eredi Ghirri

“Viaggio intorno alla fotografia contemporanea”

© Sonja Braas, dalla serie "The Quiet of Dissolution", 2005-2010
© Sonja Braas, dalla serie “The Quiet of Dissolution”, 2005-2010

Ieri, 23 gennaio, si è tenuto il primo di una serie di 6 seminari sulla fotografia contemporanea, organizzati dall’associazione Prospettiva 8, che – nell’arco del 2013 – avrò l’onore di condurre presso la Sala Cittadina del III Municipio (in via Boemondo 7) a Roma.

Scusandomi per la comunicazione tardiva, qualora qualcuno di voi fosse interessato a partecipare ai prossimi incontri, vi illustrerò brevemente di che si tratta, rifacendomi per cominciare al titolo che ho scelto per l’intero ciclo di eventi: “Viaggio intorno alla fotografia contemporanea”.

Il termine “viaggio” intende proporre l’idea di uno spostamento, come vorrebbe pure suggerire i concetti di scoperta progressiva e di conoscenza determinata dall’incontro con l’altro e l’altrove, dal mettere in relazione ciò che si sa con ciò che appare nuovo; concetti, questi, talmente legati al termine “viaggio” che non a caso, per esempio, Dante collega Ulisse, inquieto viaggiatore, – e la sua “orazion picciola” intesa ad incitare i compagni a ripartire verso nuovi lidi e nuove esperienze – con il “seguir virtute e canoscenza”.
Il viaggio è qualcosa che poi ci cambia, perché cambia i nostri “punti di vista” e la nostra “prospettiva” (termini cari alla fotografia!). E il nostro sarà un “viaggio intorno”, appunto per questo: per permetterci di guardare da varie angolazioni la fotografia contemporanea.

Cercheremo di volta in volta di sottolineare alcuni aspetti, legati all’essenza del medium fotografico e alla pratica odierna della fotografia.

La scelta dell’argomento iniziale è ricaduta, per meglio inquadrare le questioni che emergono attualmente come più scottanti, sul seguente tema:  “Finzioni documentali: forme di ricostruzione del reale”. Perché funzionale come introduzione, legato com’è ai caratteri essenziali della fotografia, alla nostra illusoria percezione di poterci affidare a quello che crediamo quasi un prolungamento meccanico della vista. Come – naturalmente – è legato pure alle ulteriori questioni emerse con l’avvento della cosiddetta fotografia digitale (all’impatto sociologico di questa) e, addirittura, alle sorti stesse della fotografia, che a causa della pressione dei nuovi mezzi tecnici (dell’uso che ne facciamo) sembrerebbe ormai destinata a dissolversi nella “postfotografia“.

Questi temi sono stati toccati ieri – ma lo saranno ancora nel corso dei prossimi seminari – grazie agli spunti forniti dalla proiezione di una carrellata di immagini (e autori), che hanno come denominatore comune la” costruzione” di realtà più o meno verosimili, attraverso le possibilità offerte dal mezzo fotografico.

Negli incontri successivi parlerò del reportage e della fotografia documentaria (della loro tendenza ad una sempre più spiccata soggettività), e del rapporto problematico fra immagini e parole, per poi volgermi agli aspetti concretamente “narrativi” della fotografia contemporanea, ed a certe declinazioni del far fotografia, fra ritratto e performance, che talora si avvicinano fin quasi a confondersi agli ambiti dell’arte, ma anche della psicoterapia.

Queste le tappe del viaggio che propongo, chissà che fra voi non ci sia qualche inquieto viaggiatore desideroso di aggregarsi. 🙂

Un libro per Natale: “Un habitat italiano”

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© Fulvio Bortolozzo. Corso Torino, da “Un habitat italiano”, 2008-2010

Si avvicina il Natale e, per gli appassionati, l’occasione di farsi un regalo fotografico, che magari solitamente non si concederebbero. Così ho immaginato che questo post potesse esser d’aiuto a qualcuno ancora incerto e confuso fra le tante opportunità, che si possono attualmente reperire in libreria. Il libro di cui vi parlo oggi, però,  – è utile saperlo da subito – potrà essere vostro solo ordinandolo online su Blurb, dove si può sfogliare anche una sua parziale anteprima (clicca sul link!).

In 120 pagine e 70 fotografie a colori, il suo autore, Fulvio Bortolozzo, vi accompagnerà in una ricognizione di un particolare paesaggio antropizzato, degna della migliore fotografia contemporanea; alla scoperta di luoghi, che siamo portati a credere anonimi, e  sui quali  raramente il nostro sguardo si sofferma curioso, sempre distratto com’è da quegli  stereotipi  della rappresentazione, che propongono l’eccezionalità e la spettacolarità come unici valori estetici possibili, da ricercare compulsivamente.

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© Fulvio Bortolozzo. Corso Cervi, da “Un habitat italiano”, 2008-2010

Nel titolo, “Un habitat italiano”, c’è la chiave di lettura di questo pensoso incontro fra l’autore  e Grugliasco, piccola città operaia nei dintorni della Torino. Da definizione tratta dal dizionario Garzanti della lingua italiana, infatti, Bortolozzo cita nel testo introduttivo che “per habitat si intende il complesso delle condizioni ambientali, delle strutture e dei servizi che caratterizzano un’area di insediamento umano; nella sua accezione figurata, lo stesso termine può anche essere usato per definire un ambiente congeniale all’indole, alle abitudini di qualcuno”.

Per meglio comprendere, dunque, lo spirito che anima questo progetto di ricerca e di osservazione critica di un territorio in via di deindustrializzazione, ci viene suggerito di non guardare solo all’accezione oggettiva del termine habitat, ma di considerare, e scoprire, nella compostezza formale delle immagini presentate anche quella dimensione soggettiva, emotiva ed empatica, che si direbbe attenere alla citata “congenialità” di un ambiente.

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© Fulvio Bortolozzo. Borgo Nuovo, da “Un habitat italiano”, 2008-2010

Ci guidano, a tale scopo, i testi didascalici che affiancano le immagini, nei quali Fulvio Bortolozzo ci racconta il procedere del suo lavoro; riferendo sensazioni e riflessioni, così come sono scaturiti dalle sue flâneries; dandoci il pieno senso di un fare – quello fotografico – che, similmente a quello della performance artistica,  trae alimento continuo dalla propria processualità, fatta di “riflessioni ed osservazioni, prolungate nel tempo e nello spazio dalle tracce visive che si lasciano dietro”. Fotografie, dunque, come tracce concrete – frutto di un’emanazione luminosa captata da un materiale fotosensibile –  prodotto finale di un processo concettuale.

In linea con la cosiddetta “Scuola di Düsseldorf”,  nella quale questa ricerca pare trovare diverse ispirazioni, Fulvio Bortolozzo si sofferma con occhio neutrale sull’aspetto sociale dei cambiamenti all’interno di un habitat ormai in costante mutazione, indagando nel contempo sugli aspetti – per nulla secondari – della visione e della rappresentazione, forse non soltanto con l’intento di dare un ordine intelligibile alla realtà quanto con quello di dare nuovi input alla nostra capacità di guardare oltre le sovrastrutture retoriche di molta fotografia attuale, per restituirci anche una possibilità d’immaginare per il territorio italiano, nel suo complesso, un futuro diverso, più confacente alle vere esigenze dei suoi abitanti.

Di fronte e di schiena

© Ferdinando Scianna. L’ uccello dei cattivi pensieri, Bergamo,1966.

La fotografia, grazie al suo esser divenuta strumento d’espressione preferenziale per moltissimi artisti contemporanei, e – come conseguenza – grazie al suo essere entrata ormai da lungo tempo a pieno diritto nel mondo del mercato artistico, quest’anno avrà una nuova vetrina tutta per sé a Torino. Si chiama Photissima ed è la manifestazione fieristica che a partire da quest’anno andrà ad affiancare – per un novembre che si preannuncia denso di eventi – la ben più consolidata Artissima con lo scopo dichiarato di rendere omaggio alle varie declinazioni della fotografia: alla fotografia storica, come a quella contemporanea, come pure a quella di reportage.

Nell’ambito di questa sua prima edizione, vorrei segnalare la presenza di una mostra che si preannuncia particolarmente interessante, avendo come tema “non solo il ritratto, ma anche il “ritrarsi”. Perché a volte il visibile non è quello che ci sta davanti: ma intorno, ai lati. Dietro”.

Curata da Elio Grazioli ed organizzata da Pho_To Progetti per la Fotografia, ha come emblematico titolo “Di fronte e di schiena” e s’inaugurerà il 6 novembre alle ore 18 presso il Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, portando in mostra immagini selezionate della Collezione di Fotografia Europea Reggio Emilia

Ecco per voi qui di seguito il suo comunicato stampa:

© Martin Parr, Italy. Reggio Emilia, 2006
Di fronte e di schiena

Dalla Collezione di Fotografia Europea Reggio Emilia

 7 novembre – 2 dicembre

 Il visibile non è quello che ci sta davanti. È intorno, ai lati. Dietro. Si nasconde allo sguardo e va ricercato, scoperto. Ritrovato, ri-tratto. In esclusiva assoluta per l’Italia viene inaugurata martedì 6 novembre alle 18 al Museo Regionale di Scienze Naturali, la mostra Di fronte e di schiena, a curadi Elio Grazioli,organizzata da Pho_To Progetti per la fotografia, con il Patrocinio della Regione Piemonte, e tratta dalla Collezione di Fotografia Europea Reggio Emilia, un progetto culturale del Comune di Reggio Emilia che dal 2006 si confronta con la cultura internazionale dell’immagine e rivolge una particolare attenzione al territorio e ai giovani fotografi.

Di fronte e di schiena è una selezione di autori, tra cui Luigi Ghirri, Martin Parr, Gabriele Basilico, Antoine D’Agata e Ferdinando Scianna, che compongono la collezione, acquisita nel corso delle sue sette edizioni e custodita nella Fototeca della Biblioteca Panizzi.

La mostra è inserita come evento speciale nel programma di Photissima, la fiera torinese dedicata alla fotografia.

© Gabriele Basilico, Fuori centro, 2005

Sprazzi di verità si rivelano a volte sbirciando attraverso le finestre di un asilo. Tra i palazzoni di una periferia, 

luogo “fuori centro” per eccellenza. Nella fugacità di un amplesso, o in ascolto fuori da una porta chiusa. “Talvolta è di fronte ma è invisibile, talvolta è di schiena ma si capisce tutto” spiega Elio Grazioli,curatoredi Fotografia Europeache ha selezionato le opere in mostra; immagini varie e significative con cui viene ricostruito lo sguardo attento e curioso sul panorama internazionale contemporaneo che ha guidato le edizioni 

del festival fin qui realizzate. La Collezione di Reggio Emilia, infatti, mette a confronto le ricerche professionali e artistiche originali di alcuni dei più autorevoli esponenti e delle più stimolanti promesse della scena fotografica internazionale di oggi.

Sono 18 gli autori selezionati tra gli oltre 100 che compongono la Collezione e che attraverso il fil rouge Di fronte e di schiena generano nuovi accostamenti, analogie impreviste, inedite sfaccettature in un confronto di stili ed epoche che è una ricerca continua, in perenne trasformazione. Marina Ballo Charmet, Giorgio Barrera, Gabriele Basilico, Antonio Biasiucci, Bruno Cattani, Antoine D’Agata, Vittore Fossati, Luigi Ghirri, Goran Galić e Gian-Reto Gredig, Aino Kannisto, Martin Parr, Bernard Plossu, Pentti Sammallahti Kai-Uwe Schulte-Bunert, Ferdinando Scianna, Klavdij Sluban, Alessandra Spranzi e Nicola Vinci con i loro scatti site specific per Reggio Emilia, hanno interpretato liberamente il tema che ogni anno ha caratterizzato Fotografia Europea, con unattenzione particolare al paesaggio urbano e alla figura umana, tra ricerca e sperimentazione.

© Antoine D’Agata, Situations, 2008

Oltre alle 30 immagini esposte, la mostra Di fronte e di schiena presenta anche una selezione di libri che compongono il progetto The Core of Industy, concorso internazionale di fotografia promosso nel 2008 dal Comune di Reggio Emilia e dall’Associazione Industriali della Provincia di Reggio Emilia nell’ambito del festival per mettere a fuoco l’essenza della realtà industriale europea e locale al tempo stesso. Gli autori – Carmen Cardillo, Luca Casonato, Karin Jobst, Florian Joye, Mindaugas Kavaliauskas, Hyun-Jin Kwak, Ernst van der Linden, Thomas Pospech – mettono a nudo, attraverso i loro scatti, scarni paesaggi e imponenti cisterne. Armadi pieni di fili e carrelli abbandonati, operai seduti in pausa pranzo e uomini che scaricano merci. Il paesaggio, l’architettura, l’ambiente e le persone diventano così gli oggetti di un’unica indagine per raccontare meglio di qualsiasi studio criticità, eccellenze e implicazioni sociali dei mutamenti industriali in atto.

INFO

Sede: Museo Regionale di Scienze Naturali, via Giolitti 36, Torino
Mostra: Di fronte e di schiena. Dalla Collezione di Fotografia Europea Reggio Emilia
Inaugurazione: martedì 6 novembre, ore 18
Periodo:
7 novembre – 2 dicembre 2012
Orario: tutti i giorni: 10 – 19 Chiuso il martedì
Biglietto: € 5,00 intero – € 2,50 ridotto
InfoMuseo: tel. +39 011 43.6354 www.mrsntorino.it

dalla fotografia al video 3D: Alessandra Vinotto si racconta

Pluripremiati registi nel campo del video in 3D (Best 3D Music Video 2010″, “Best of the fest 2011” e “Best director to watch 2011” al 3D Film Festival Hollywood), Alessandra Vinotto e Francesco Rotunno sono presenti anche all’edizione 2012 del 3D Film Festival di Los Angeles.
Il loro video, intitolato “3D Levitation” – e ispirato al senso di magia e fascinazione che il 3D ispira negli spettatori –  è stato, infatti, selezionato e sarà proiettato a Los Angeles Downtown al REGAL CINEMAS LA (dove già recentemente erano stati celebrati gli MTV AWARDS).
Nato come progetto didattico presso l’IED di Milano, è stato realizzato nella  sua sala di posa come risultato finale del primo corso sul workflow in 3D stereo – dal concept alle riprese – che Francesco Rotunno ha tenuto nella primavera del 2012 presso l’istituto milanese; con due Canon XF 305, e utilizzando un 3D Stereo rig di tipo beam-splitter, gli allievi del corso, con la guida dei due registi, hanno potuto mettere in pratica tutte le nozioni teoriche e pratiche apprese durante le lezioni, contribuendo a questa creazione.
Da questa notizia di attualità ho colto lo spunto per chiedere ad Alessandra Vinotto – la quale riceverà, in qualità di talento creativo genovese, il Ri-premio nell’ambito di Genova per Colombo 2012 – di raccontarci qualcosa riguardo alle esperienze personali che l’hanno portata in questo interessante campo dell’arte visuale.
video in 3D, il workshop allo IED
Come ti sei avvicinata al mondo delle immagini?
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Non ho mai chiesto regali in vita mia, non essendo molto interessata alle cose materiali. Ma alla prima comunione ho detto ai miei genitori che il mio regalo sarebbe stato una macchina fotografica! (Mio nonno era fotografo e stampatore per puro diletto… Utilizzava una Voigtglander, ancor oggi presente nella mia collezione di vecchie fotocamere!!).
Da quel giorno (avevo 7 anni) non ho mai smesso di fotografare… Poi ho fatto il liceo artistico scegliendo “laboratorio fotografico” come materia opzionale… Et voilà! Non so fare altro… Nella vita ho praticamente fatto solo l’artista.
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Puoi raccontarci il tuo percorso come fotografa e la tua evoluzione d’artista?
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Sempre al Liceo, tra artisti, c’era chi faceva teatro… Tutti squattrinati, loro avevano bisogno di foto di scena ed io avevo una macchina fotografica e tanta passione! Da lì ho iniziato a fare la fotografa di teatro, cosa che continua ancor oggi (ma purtroppo non quanto vorrei, per limiti di tempo…).
Poi, l’illuminante guida di Giuliana Traverso, per la quale ho fatto anche la modella per anni, che ha letteralmente cambiato il mio modo di osservare il mondo. Le mostre, personali e collettive, nazionali ed internazionali… Poi il lavoro come reporter (di viaggi, non di guerra! troppo emotiva..) per un’agenzia di Milano, quello di fotografa di scena prima itinerante in molte città e teatri d’europa, e poi presso il teatro dell’Opera Carlo Felice di Genova, l’insegnamento alla Sdac (una scuola di cinema genovese), e l’incontro con Francesco Rotunno, che mi ha fatto capire quanto il video avrebbe espanso le mie possibilità espressive… E poi la prima vittoria ad Hollywood (abbiamo vinto 3 premi al 3DFF negli ultimi due anni..), la partecipazione al Sundance Film Festival, al californiano Cinequest, al Belga 3D Media, la presentazione al Capalbio International Short Film Festival, la vittoria al parigino Dimension 3, il premio speciale all’italiano MEI, ed eccomi qui! Con ancora tantissimo entusiasmo e la voglia di imparare sempre cose nuove.
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Fra tanti impegni fotografi ancora?
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Sarebbe come chiedermi “respiri ancora?!?”.. Certo, fotografo continuamente e con ogni mezzo: telefono, I-pad, persino la tanto discussa Instagram. Credo che il mezzo abbia un’importanza relativa…
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Hai detto di essere passata ai video perché questi espandono le tue possibilità espressive, ma come cambia il tuo approccio?
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L’incontro con il regista Francesco Rotunno (quando ancora regista non era, ma bensì mio allievo di fotografia) è stato determinante: lavorando insieme mi sono resa conto che fare un video era come scattare tantissime foto! E mi sono lasciata catturare dalla magia del movimento. L’approccio è lo stesso: la ricerca della pulizia dell’immagine, della comunicazione simbolica, dell’armonia.
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Hai una preferenza per uno dei due linguaggi, foto o video?  E, se sì, per quale motivo?
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La fotografia per me è più immediata , più diretta. Forse perché praticandola da cosi tanto tempo ormai è connaturata al mio essere. Il video necessita di una preparazione diversa, va “pensato”, immaginato, voluto. La fotografia si incontra, è lei che trova te, ad ogni angolo della strada. Ma entrambi i linguaggi mi affascinano, difficile scegliere.
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Cosa rappresenta per te la possibilità di lavorare in 3D?
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Il 3D è l’assoluta magia della visione stereoscopica, quella più naturale per l’occhio umano.
Era ciò che mancava al cinema per essere quasi perfetto. Lavorare in 3D significa poter finalmente “mostrare” al pubblico le mie elucubrazioni in purezza!!
Mi spiego meglio: la profonditá degli spazi, la scansione dei volumi, il ritmo del 3D conferiscono alle immagini una vivezza incredibile, danno un coinvolgimento imparagonabile a ciò a cui ci aveva abituato l’immagine “piatta”. Tutto acquista uno spessore diverso, si imprime maggiormente nella memoria: e questo significa che il messaggio “passa”più agevolmente.
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Come sei giunta ad utilizzare questa nuova tecnica?
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Credo profondamente che la vita sia una continua evoluzione, e che pertanto si debbano ricercare nel progresso tecnologico quegli strumenti che ci consentano di esprimere appieno tutte le nostre istanze comunicative. Rotunno in questo è stato un aiuto fondamentale, essendo sempre aggiornatissimo e preparatissimo su ogni possibile innovazione: basti pensare che mentre in Italia molti non sono ancora arrivati al 3D, noi siamo giá approdati all’autostereoscopia, ovvero il 3D senza occhiali!! Bisogna riprendere da almeno 9 punti di vista simultaneamente.. Ma questa è un’altra storia!!
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Progetti in cantiere?
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Sto finendo una sceneggiatura per un corto che gireremo a Los Angeles (mi è stato commissionato là, e sarà un episodio di un lungometraggio pensato per partecipare a festival quali Cannes, Sundance, etc); stiamo ultimando con Rotunno la stesura di un lungometraggio, e come fotografa sto portando avanti un lavoro sul corpo e le sue mutazioni, di cui una foto sarà presente ad una collettiva molto importante che inaugurerà a fine novembre e mi vedrà affiancata ad alcuni dei più grossi nomi della fotografia internazionale..
Insomma, non ho senz’altro il tempo di annoiarmi!!

Manifesto dei ComunAndi

Una foto per Ando, “Dimmelo tu!”, Rosa Maria Puglisi, 2012

Essendo anch’io fra coloro che hanno voluto rendere omaggio ad Ando Gilardi, inviando un’immagine per lo slide-show curato da Andrea Repetto e proiettato il 22 luglio scorso, a Ponzone  (AL),  durante “Un Giorno per Ando“,  mi sento ora in dovere di seguire l’esempio di Fulvio Bortolozzo,  e pubblico oggi qui il Manifesto dei ComunAndi, che naturalmente sottoscrivo! 🙂

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I ComunAndi

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1) Sono lavoratori e studenti: senza distinzioni di genere e di credo.

2)  Usano la luce come materia prima, ma non sono solo fotografi.

3) Schiacciano il bottone, ma fanno anche il resto.

4) Conoscono molto bene la storia dell’evoluzione dei procedimenti per fabbricare immagini, dalla Preistoria a oggi… e oltre.

5) Distinguono l’immagine unica da quella multipla.

6) Usano le istantanee come nodi al fazzoletto estremamente utili, ma prendono anche appunti scritti.

7) Sono artisti, ma solo quando hanno venduto.

8) Si divertono, ma anche si arrabbiano.

9) Non si prendono sul serio.

10) Posti dal Sistema dinnanzi all’umiliante alternativa di diventare adulti come tutti gli altri o di rimanere bambini, scelgono la seconda.

11) Sanno che la fotografia di un’ingiustizia o di un crimine da sola non può provare nulla, ma diverse fotografie prese da tanti apparecchi diversi, in diversi momenti, della stessa ingiustizia e/o crimine, sì.

12) Prendono la fotografia a chi non ha più niente solo se, con il suo consenso, può essere veramente utile.