La fotografia consapevole di Simona Guerra

Conosco Simona Guerra già da qualche anno attraverso Facebook, e più di recente abbiamo avuto modo di approfondire la nostra conoscenza trovando talora occasione per uno scambio d’idee anche attraverso mezzi più diretti che la parola scritta.

© Wilson Santinelli
© Wilson Santinelli

Simona si occupa di fotografia da molto tempo e lo fa con metodo e rigore scientifico; la serietà che la contraddistingue di questi tempi nel nostro settore è merce sempre più rara. Il suo impegno in campo fotografico si è concretizzato non solo nel suo lavoro per l’Archivio fotografico di Mario Giacomelli (per lei zio che l’ha iniziata a quest’arte), ma di volta in volta in quello di docente, di curatrice di mostre e di eventi (per citarne uno la manifestazione Giornate di Fotografia che quest’anno è alla sua quinta edizione) e di scrittrice.

Se qualcosa può mai accomunarci, è il nostro interesse verso una fotografia che va oltre ciò che comunemente viene inteso, e cioè una fotografia pensata – e vissuta – come mezzo d’espressione personale, tale da arrivare ad essere potente mezzo di autoconoscenza e valido strumento per il benessere personale. In quanto tale, la fotografia non può che trovare sostegno nella parola (nella scrittura intendo), in quanto questa racconta il nostro esprimerci attraverso il mezzo fotografico, ancor prima che agli altri, a noi stessi . A suo tempo scelsi la dicitura “tra immagine e parola” come sottotitolo a questo blog, proprio perché conscia di questo fatto. copertina-libro-GRANDEUna fotografia che va oltre la superficie ed ha bisogno della parola scritta come una sorta di “fissaggio” che ne stabilizza il senso sia pure transitoriamente, è questo – per come la vedo io – il terreno sul quale ci si incontra.

Su questa maniera d’intendere la fotografia Simona Guerra ha scritto ora un interessante libro, che s’intitola “Fotografia consapevole. Scrittura e fotografia s’incontrano“. E potete di certo immaginare l’entusiasmo col quale ho accolto la sua richiesta di dargli un’occhiata per scrivere eventualmente cosa ne pensassi!

Posso subito dire che l’esperienza non è stata per nulla deludente, malgrado confesso che mi aspettassi qualcosa di un po’ diverso.
Il titolo mi risuona, infatti, molto e scorrerne l’indice mi ha fatto pensare – sono sincera – che avrei voluto scriverlo io un libro che parlava di quegli argomenti.
Già di per sé il concetto di una consapevolezza applicata alla fotografia risulta prezioso in un momento storico, come quello presente, in cui molti credono di poter padroneggiare il linguaggio fotografico sol perché la tecnologia digitale consente agevolmente a chiunque di non toppare più una foto dal punto di vista tecnico, motivo per cui poi suppongono anche che basti riprodurre immagini aderenti agli stereotipi modaioli del momento per “fare Fotografia” e dirsi – a seconda dei casi – professionisti o artisti. A costoro sfugge, purtroppo, cosa sia la fotografia e cosa sia la comunicazione delle loro emozioni e/o idee, concetti questi strettamente interconnessi. La consapevolezza è precisamente il loro punto debole.

© Simona Guerra
© Simona Guerra

Ma queste considerazioni sono fin troppo scontate, e infatti la consapevolezza, cui Simona Guerra si riferisce, va ben oltre questo: nella fotografia lei vede un linguaggio finalizzato ancor prima che a comunicare ad esprimersi, e soprattutto uno strumento di verifica, consapevole, in quanto “ha come motivo d’essere l’esperienza sensoriale delle cose della nostra vita, la constatazione della loro esistenza e la presa di coscienza del mondo a noi circostante, sapendo già che tale progetto, per natura, non potrà mai interamente compiersi”. Fuori d’ogni considerazione logica che porterebbe a desistere per senso d’impotenza, l’esigenza di misurarsi col mondo, una spinta interiore propria a chi indaga per il solo piacere della conoscenza, rimane; e non possiamo far altro che tentare di affinare e combinare le risorse che possono meglio aiutarci a tale scopo. In questa ottica, per quanto mi riguarda trovo ovvia l’esigenza di una commistione fra fotografia e scrittura, ma mi rendo conto che per i più ovvia non è, e quindi sono ben felice che ora ci sia questo libro a sottolinearla.

© Simona Guerra
© Simona Guerra

Dopo un preambolo in cui l’autrice spiega le sue motivazioni, il libro si dipana in quattro sezioni.
La prima fa un punto della situazione riguardo a ciò che la fotografia è oggi, prende atto dei mutamenti storici e auspica un adeguamento alla realtà attuale da parte di chi opera in fotografia.

La seconda considera la fotografia in relazione a contesti quali l’arte e il mercato dell’arte, le innovazioni tecnologiche, e quelle istanze psicologiche che sempre più emergono creando sovente confusione e sovrapposizione fra setting psicologici e formativi, e setting artistici. Per ovvi motivi, legati al mio percorso e a ciò che trovo personalmente stimolante, m’incuriosiva soprattutto leggere come veniva configurato il rapporto fra la cosiddetta fotografia consapevole e la cosiddetta fotografia terapeutica.
A tal proposito Simona, con serietà, si esprime in maniera chiara, a fugare le facili tentazioni di omologazione fra ambiti diversi in cui spesso si scade, scrivendo: “La Fotografia consapevole non è la Fotografia terapeutica; … in questi ultimi anni si fa grande uso del termine terapeutico anche nel mondo della fotografia “artistica”. Molti autori parlano del loro lavoro fotografico definendolo terapeutico… la Fotografia consapevole – e la fotografia in generale, come gesto creativo – ben si inserisce fra tutte quelle attività che possono donare sollievo e piacere alla persona che le pratica … non bisogna però confondere la Fotografia consapevole con la fotografia utilizzata a vario titolo in ambito psicologico e clinico”.

© Simona Guerra
© Simona Guerra

Nella terza sezione accosta concretamente i linguaggi della scrittura e della fotografia, vedendo nella seconda “una penna per tutti” e valutando le opportunità che i due medium offrono al fine dell’autoanalisi e dell’espressione di sé.

A differenza del resto del libro, che ha uno stile che va dal saggistico all’ideologico, dando consistenza a un vero e proprio “manifesto” della sua fotografia consapevole, nella parte conclusiva l’autrice usa un registro linguistico che per me è più accattivante: è  quello proprio al racconto delle storie di vita, che ha l’efficacia di una testimonianza resa in maniera sincera, autentica  e pertanto emotivamente coinvolgente. In questa testimonianza personale trovano pieno senso e coerente spiegazione le motivazioni intrinseche di quella che altrimenti potrebbe sembrare soltanto una presa di posizione ideologica.

Nel leggere questo libro, che per quanto mi riguarda ho trovato stimolante, mi sono più volte scoperta a pensare che mi sarebbe piaciuto suggerirne la lettura ai miei studenti, e però anche a chiedermi se una lettura come questa sarebbe per loro infine chiarificatrice o se non verrebbe magari fraintesa, complessa e densa com’è di riferimenti colti, fotografici e non solo.

Fotografia fra terapia e conoscenza di sé

Segnalo questo incontro, al quale parteciperò anch’io, a quanti volessero approfondire il tema della fotografia terapeutica, che ho trattato qui qualche settimana addietro.
Alcuni di voi hanno già portato il contributo del loro pensiero nei commenti a quel post e mi auguro che altri vorranno farlo in presenza giovedì 19 Novembre.
Sarà una buona occasione per ragionare insieme su un argomento di particolare interesse perché controverso.

Maggiori informazioni potete trovarle sul sito di Nuove Arti Terapie che organizza l’incontro.

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Uno strumento per imparare a guardare e per raccontarsi

Il quarto capitolo di Una visione personale della realtà. Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”, parla di quale formidabile strumento possa essere la fotografia per confrontarsi con la propria visione della realtà allo scopo di elaborare una narrazione di se stessi e della propria vita.

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© Rosa Maria Puglisi

LA FOTOGRAFIA COME STRUMENTO PER IMPARARE A GUARDARE E PER NARRARSI

La fotografia trova la sua applicazione nel campo della terapia psicologica in molte forme e per venire incontro a varie esigenze.

In generale, si può dire che essa si presta a intervenire su “quei disturbi dello sguardo di cui la società contemporanea sembra soffrire (il guardare senza vedere, il guardare senza meravigliarsi, il non guardare affatto, il guardare sapendo già in anticipo che cosa si deve vedere, etc.) che fanno sì che pur vivendo in una civiltà sovraffollata di immagini, tutti noi guardiamo sempre più, ma vediamo sempre… Clicca qui per continuare a leggere

Realtà e immagini

Il terzo capitolo di Una visione personale della realtà. Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”, entra più nello specifico di quella che è la nostra percezione del reale e parla dell’impatto che la fotografia può avere sul nostro modo di vedere il mondo.

© Rosa Maria Puglisi
© Rosa Maria Puglisi

REALTÀ E IMMAGINI DELLA REALTÀ.

Come si è detto, la realtà di ciò che ci circonda non può essere colta nella sua oggettività. E se, da un lato,ciò che siamo e come agiamo dipende in larga misura dall’esperienza che di essa facciamo, dall’altro proprio quello che ci appare essere il “nostro mondo” non è che frutto dei nostri sensi e del nostro intelletto.

Per questo Fritz Perls, uno dei padri della Gestalt Therapy, teorizza una centralità dell’esperienza del soggetto: l’importanza del suo punto di vista di percipiente, il quale attivamente costruisce la realtà, appunto interagendovi attraverso il suo contatto con l’ambiente. 

Clicca qui per continuare a leggere

Fotografia e relazione d’aiuto

Come preannunciato nel precedente post, ecco il secondo capitolo di Una visione personale della realtà. Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”.

© Rosa Maria Puglisi

FOTOGRAFIA E RELAZIONE D’AIUTO

In questo capitolo iniziale vorrei spiegare a partire da quali principi la fotografia trova una proficua applicazione nell’ambito della relazione d’aiuto e come, attraverso il suo ausilio, sia possibile attivare nelle persone risorse che portano al benessere, alla crescita personale e al cambiamento positivo.

Per capire come la fotografia si presti a tali scopi, sarà utile far luce su alcune sue caratteristiche costitutive.
[Clicca qui per continuare la lettura]

 

“La mia storia”

Ciò che segue è frutto di un anno di studi, durante il quale ho frequentato un Master, sui mediatori artistici nella relazione d’aiuto diretto da Oliviero Rossi, cercando nuovi spunti per ampliare ulteriormente la mia già lunga e variegata esperienza in fotografia; approfondendo una particolare declinazione delle Arti (inclusa la fotografia) e un efficace uso delle stesse attraverso tecniche di derivazione gestaltica.

Immaginando che qualcuno possa essere interessato a capirci qualcosa di più pubblicherò (in una serie di post di cui questo è il primo) la mia tesina del Master. Scrivendola ho pensato proprio a quelli che credo siano i miei più tipici lettori, persone che non sono a digiuno di quel che riguarda la complessità di un discorso fotografico. E tuttavia credo – e spero! – di essere il più possibile divulgativa.

Ma prima di farvi addentrare nella lettura che segue, quella della “premessa”, mi fa particolarmente piacere proporre a quanti siano interessati qualcosa di più concreto. Il testo che via via in questi giorni vi proporrò ne parlerà: si tratta di un workshop, che si terrà presto a Firenze, nel quale l’esperienza maturata nel mio passato di docente si avvarrà di quanto ho acquisito ultimamente e sarò lieta di condividere con i partecipanti.
Chi vuol saperne di più clicchi qui: info workshop.

Depliant del workshop "La mia storia" (photo: Rosa Maria Puglisi)

Chissà che non possa essere l’occasione per incontrare qualcuno di voi. Comunque sia, buona lettura!

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Una visione personale della realtà
Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”

PREMESSA

Mi occupo di fotografia da oltre vent’anni e, nel corso di questi anni, ho esplorato in vario modo le sue potenzialità espressive e le sue implicazioni teoriche.
Dal momento che l’ho sempre considerata alla stregua di un linguaggio, ne ho dapprima appreso quelle che potremmo chiamare la sua grammatica e la sua sintassi, per dedicarmi solo successivamente alla riflessione critica sulle sue espressioni artistiche e al suo insegnamento.
Imparate le nozioni tecniche e presa coscienza della concreta possibilità di dar forma, attraverso il potere evocativo della fotografia, a ciò che sentivo di dire, immaginavo come mio scopo principale la costruzione di un futuro professionale nell’ambito della fotografia commerciale, e non riuscivo a vedere quello che, in realtà, era il vero significato che allora aveva, per me, dire “sono una fotografa”.
Per quanto non faticassi a capire che non era semplicemente un “fare la fotografa”, per garantirmi una sussistenza, ma che aveva piuttosto molto a che vedere con il mio senso d’identità e con la possibilità di dare un senso a ciò che vedevo e sentivo del mondo circostante.
Successivamente però le circostanze, o magari solo l’idea di seguire certe opportunità che il Caso pareva suggerirmi, mi hanno portata ad approfondire gli aspetti più teorici del fotografico, il suo statuto di medium e le sue caratteristiche peculiari all’interno di un più ampio discorso semiologico ed artistico.
Per anni ho scritto di fotografia, e sono passata dalla sua pratica al suo insegnamento. E col tempo ho sviluppato, nei confronti di quello che per me era sempre stato un mezzo piuttosto istintivo, immediato (e soddisfacente) che mi consentiva di “parlare per immagini”, un atteggiamento interpretativo consapevole che, se da una parte mi era indispensabile nel nuovo ruolo professionale di critico fotografico che col tempo mi si era cucito addosso (quasi senza che me ne accorgessi), dall’altra a poco poco ha sortito in me l’effetto di soffocare ogni spontaneità e, di conseguenza, ogni possibilità di espressione, presa com’ero dalla “necessità” di far rientrare ogni cosa sotto il controllo delle mie “categorie intellettuali”.
Come risultato di un simile processo, di allontanamento dalle intime ragioni, ho potuto sperimentare in me una perdita della mia “identità di fotografa” e con essa l’incapacità di sentire il mio modo personale di fotografare. Conseguenza inevitabile l’insoddisfazione perenne di fronte ai miei scatti, che – a mio modo di vedere – “non erano più fotografia”. Al punto da dire che non fotografavo più, pur scattando in verità – complice l’uso della tecnologia digitale – molto più di prima. Da questo stato di cose è derivata una profonda crisi, che non può certo esser materia di questa premessa e, nondimeno, mi riporta a questa tesina.
E’ grazie a quella crisi, infatti, che sono giunta a considerare un’ulteriore modalità della fotografia: quella del suo utilizzo come strumento di potenziamento delle risorse personali, di sostegno al proprio benessere e di crescita.
Lo stesso progetto di cui tratterò qui, inoltre, è per me ricollegabile alla mia personale esperienza di irrigidimento cognitivo fino al blocco, dovuto fondamentalmente alla percezione interna di una discrepanza fra il mio sentire personale e le “regole espressive” (a ben pensarci è un ossimoro!) che mi ero imposta. E il motivo, che principalmente mi spinge è il desiderio di poter essere d’aiuto a chi – forse senza neanche rendersene troppo conto – rischia la mia stessa impasse.
Argomento di questo scritto sarà, perciò, un workshop che ha come destinatari fotografi (non necessariamente professionali) o artisti che usano come medium la fotografia; ad essi vuole fornire strumenti atti ad incrementarne consapevolezza e crescita personale, tramite tecniche afferenti alla relazione d’aiuto.
In particolare, il suo percorso è stato pensato per cercare di promuovere spontaneità, libertà di espressione individuale e assunzione di responsabilità per le proprie scelte creative, ma anche per scardinare quella cieca osservanza ai dettami tecnico-estetici, che potrebbe limitare una disponibilità a misurarsi con punti di vista eclettici e difformi dall’accettazione di comodi stereotipi.
Poiché il percorso da me pensato affronta come tema principale quello del vissuto quotidiano (il workshop propone, cioè, la costruzione di un diario esperienziale personale per immagini fotografiche), come vedremo in seguito, di fatto si potrebbe adattare altrettanto bene ad un’utenza diversa da quella a cui ho pensato di primo acchito di proporlo, facendomi forte del ruolo di docente di fotografia che mi viene attualmente riconosciuto.
Nelle pagine che seguiranno cercherò di render conto del ruolo che la fotografia può avere come mediatore artistico nell’ambito della relazione di aiuto, della sua funzione terapeutica, ma anche e soprattutto delle sue potenzialità all’interno di un percorso di empowerment individuale, quale dovrebbe appunto essere l’attuazione del progetto di questo workshop per i miei clienti, e anche per me stessa.
Cercherò di spiegare quale sia, all’interno della relazione d’aiuto, un uso del mezzo fotografico che può confarsi al mio progetto, e come quest’ultimo possa poi offrire un’occasione di confronto con se stessi e con la propria vita. Parlerò delle possibilità che il mediatore fotografia offre allo scopo di sviluppare una narrazione autobiografica, e anche dell’impatto che essa può avere in vista di una ri-costruzione del proprio vissuto quotidiano e di una revisione del proprio copione di vita. E naturalmente illustrerò la maniera in cui intendo operare.

Il Viaggio in Italia di Zoltan Nagy

“I viaggiatori tedeschi e inglesi del Grand Tour non venivano in Italia per cercare davvero l’Italia, venivano per costruirsi una cultura. Era per loro un viaggio di formazione personale, di crescita interiore. Cercavano se stessi, non noi
I grandi fotografi internazionali di oggi fanno la stessa cosa: nelle loro immagini non vediamo l’Italia, bensì l’effetto, positivo o negativo, che l’Italia ha sull’anima di chi l’Italia non ce l’ha” (Michele Smargiassi).

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Ricevo e volentieri vi inoltro la segnalazione di questa mostra, che sarà inaugurata a Cuneo il 12 Novembre (ore 18) , presso Palazzo Samone, via Amedeo Rossi 4.

Nelle più di 100 immagini  di questa mostra, dal titolo “Viaggio in Italia” si dipana, da un lato, l’Italia dell’arte e della cultura, così come era stata confezionata per l’immaginario dei viaggiatori del Grand Tour, nelle  fotografie loro destinate e prodotte dai più famosi atelier dell’Ottocento; dall’altro un’Italia solo in parte più familiare per noi.
Nelle fotografie scattate fra il 1974 ed oggi dal fotografo contemporaneo Ungherese Zoltan Nagy, infatti, c’è sì l’Italia quotidiana di questi ultimi quarant’anni, ma vista e riletta – proprio come si diceva nella sopra citata frase di Smargiassi – attraverso l’effetto che fa, per l’impatto che ha sulla fantasia di qualcuno che – malgrado i numerosi anni trascorsi ormai in Italia – continua fortunatamente a conservare intatto uno sguardo eccentrico (nel senso etimologico di “fuori dal centro”) e fresco su questa nostra Italia, che ormai fatichiamo a guardare e riconoscere.

La mostra proseguirà fino al 5 gennaio.

doveroso saluto ad un poeta concreto della fotografia italiana

“Artista contemporaneo, un intellettuale civile e democratico, un uomo mite e generoso, che ha saputo costantemente coltivare il tesoro dell’amicizia e del dialogo. Ha insegnato a tutti e ha aiutato tutti, nell’arte e nella vita. Ci lascia un enorme patrimonio di lavoro, di cultura, di umanità… (vedi pagina facebook)“.

Il Museo della Fotografia Contemporanea, con queste ed altre sentite parole – da cui emerge l’importanza e la natura dell’uomo, come pure il senso di perdita, mista ad orgoglio e riconoscenza – celebra il fotografo milanese, che con sensibilità e rigore ha rappresentato la dura poesia concreta del paesaggio urbano in una chiave concettuale che a partire da richiami visivi alla Scuola di Düsseldorf giungeva sovente a far vibrare in noi corde metafisiche.  Vedi l’articolo “La Bari di Basilico“.

Una simile sorta di incomprensibile senso di sospensione, e persino di vuoto, che in questo caso va oltre il semplice coinvolgimento visuale, per diventare sensazione quasi fisica (e interrogativo, che si rinnova ad ogni inattesa perdita di un essere umano di valore)  ci ha colto ieri all’apprendere la notizia che egli non era più fra noi. Forse nelle sue stesse immagini potremo trovare il senso di una pacificazione almeno formale, che risponderà alla tentazione del rimpianto.

http://www.lastampa.it/2013/02/14/cultura/la-poesia-del-misuratore-di-spazi-5OxQ77hczpMeTpATADtGuL/pagina.html

immagine postata da "Museo della Fotografia Contemporanea" su facebook
immagine postata da “Museo della Fotografia Contemporanea” su facebook

 

“Viaggio intorno alla fotografia contemporanea”

© Sonja Braas, dalla serie "The Quiet of Dissolution", 2005-2010
© Sonja Braas, dalla serie “The Quiet of Dissolution”, 2005-2010

Ieri, 23 gennaio, si è tenuto il primo di una serie di 6 seminari sulla fotografia contemporanea, organizzati dall’associazione Prospettiva 8, che – nell’arco del 2013 – avrò l’onore di condurre presso la Sala Cittadina del III Municipio (in via Boemondo 7) a Roma.

Scusandomi per la comunicazione tardiva, qualora qualcuno di voi fosse interessato a partecipare ai prossimi incontri, vi illustrerò brevemente di che si tratta, rifacendomi per cominciare al titolo che ho scelto per l’intero ciclo di eventi: “Viaggio intorno alla fotografia contemporanea”.

Il termine “viaggio” intende proporre l’idea di uno spostamento, come vorrebbe pure suggerire i concetti di scoperta progressiva e di conoscenza determinata dall’incontro con l’altro e l’altrove, dal mettere in relazione ciò che si sa con ciò che appare nuovo; concetti, questi, talmente legati al termine “viaggio” che non a caso, per esempio, Dante collega Ulisse, inquieto viaggiatore, – e la sua “orazion picciola” intesa ad incitare i compagni a ripartire verso nuovi lidi e nuove esperienze – con il “seguir virtute e canoscenza”.
Il viaggio è qualcosa che poi ci cambia, perché cambia i nostri “punti di vista” e la nostra “prospettiva” (termini cari alla fotografia!). E il nostro sarà un “viaggio intorno”, appunto per questo: per permetterci di guardare da varie angolazioni la fotografia contemporanea.

Cercheremo di volta in volta di sottolineare alcuni aspetti, legati all’essenza del medium fotografico e alla pratica odierna della fotografia.

La scelta dell’argomento iniziale è ricaduta, per meglio inquadrare le questioni che emergono attualmente come più scottanti, sul seguente tema:  “Finzioni documentali: forme di ricostruzione del reale”. Perché funzionale come introduzione, legato com’è ai caratteri essenziali della fotografia, alla nostra illusoria percezione di poterci affidare a quello che crediamo quasi un prolungamento meccanico della vista. Come – naturalmente – è legato pure alle ulteriori questioni emerse con l’avvento della cosiddetta fotografia digitale (all’impatto sociologico di questa) e, addirittura, alle sorti stesse della fotografia, che a causa della pressione dei nuovi mezzi tecnici (dell’uso che ne facciamo) sembrerebbe ormai destinata a dissolversi nella “postfotografia“.

Questi temi sono stati toccati ieri – ma lo saranno ancora nel corso dei prossimi seminari – grazie agli spunti forniti dalla proiezione di una carrellata di immagini (e autori), che hanno come denominatore comune la” costruzione” di realtà più o meno verosimili, attraverso le possibilità offerte dal mezzo fotografico.

Negli incontri successivi parlerò del reportage e della fotografia documentaria (della loro tendenza ad una sempre più spiccata soggettività), e del rapporto problematico fra immagini e parole, per poi volgermi agli aspetti concretamente “narrativi” della fotografia contemporanea, ed a certe declinazioni del far fotografia, fra ritratto e performance, che talora si avvicinano fin quasi a confondersi agli ambiti dell’arte, ma anche della psicoterapia.

Queste le tappe del viaggio che propongo, chissà che fra voi non ci sia qualche inquieto viaggiatore desideroso di aggregarsi. 🙂

Manifesto dei ComunAndi

Una foto per Ando, “Dimmelo tu!”, Rosa Maria Puglisi, 2012

Essendo anch’io fra coloro che hanno voluto rendere omaggio ad Ando Gilardi, inviando un’immagine per lo slide-show curato da Andrea Repetto e proiettato il 22 luglio scorso, a Ponzone  (AL),  durante “Un Giorno per Ando“,  mi sento ora in dovere di seguire l’esempio di Fulvio Bortolozzo,  e pubblico oggi qui il Manifesto dei ComunAndi, che naturalmente sottoscrivo! 🙂

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I ComunAndi

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1) Sono lavoratori e studenti: senza distinzioni di genere e di credo.

2)  Usano la luce come materia prima, ma non sono solo fotografi.

3) Schiacciano il bottone, ma fanno anche il resto.

4) Conoscono molto bene la storia dell’evoluzione dei procedimenti per fabbricare immagini, dalla Preistoria a oggi… e oltre.

5) Distinguono l’immagine unica da quella multipla.

6) Usano le istantanee come nodi al fazzoletto estremamente utili, ma prendono anche appunti scritti.

7) Sono artisti, ma solo quando hanno venduto.

8) Si divertono, ma anche si arrabbiano.

9) Non si prendono sul serio.

10) Posti dal Sistema dinnanzi all’umiliante alternativa di diventare adulti come tutti gli altri o di rimanere bambini, scelgono la seconda.

11) Sanno che la fotografia di un’ingiustizia o di un crimine da sola non può provare nulla, ma diverse fotografie prese da tanti apparecchi diversi, in diversi momenti, della stessa ingiustizia e/o crimine, sì.

12) Prendono la fotografia a chi non ha più niente solo se, con il suo consenso, può essere veramente utile.

Rebirth-day: 100 giorni alla rinascita!

Da qualche giorno – lo avrete notato – su una colonna laterale di questo blog spicca la tag di un evento davvero speciale – ideato da Michelangelo Pistoletto, nell’ambito della sua fondazione Cittadellarte – del quale vi parlerò qui.

Mancano 100 giorni alla data fissata, quella del 21 dicembre 2012. Una data scelta non a caso, ma per ribaltare la valenza catastrofica di giorno della “fine del mondo”, che gli si è voluta attribuire a scopi sensazionalistici, rispolverando antiche mitologie e religioni perdute, ma soprattutto cavalcando l’onda di un diffuso sentimento di paura e pessimismo verso le varie incognite che il futuro attualmente sembra prospettare.

“Il dissesto ecologico dato dallo sfruttamento e inquinamento del pianeta, il fenomeno del consumismo combinato con la crescita demografica che conducono a una condizione di insostenibilità globale, la crisi delle culture che hanno determinato i modelli del pensiero e delle pratiche comuni, tutto ciò avviene congiuntamente a una crescita esponenziale dello sviluppo scientifico tecnologico che ha portato l’essere umano a un potere sia costruttivo, sia distruttivo mai avuto prima e, perciò, a un’estrema responsabilità.
L’intera società umana si trova oggi alla resa dei conti, quindi ad affrontare un passaggio epocale che porta a una trasformazione complessiva”. Questa citazione, e l’intero Manifesto del Rebirth-day, da cui è estrapolata (che potete scaricare cliccando qui ) usano proprio quegli argomenti che comunemente funzionano da suggestioni negative per sottolineare con forza la prospettiva di un cambiamento necessario e “l’opportunità straordinaria di creare insieme con gioia e entusiasmo il nostro futuro destino”.

Il Rebirth-day è, infatti, un progetto partecipativo, che invita tutti a prender coscienza, ma anche a collaborare fattivamente all’attuazione di una rinascita (da qui il nome dell’evento e l’idea di designare una data ritenuta “conclusiva”, come punto di inizio d’un nuovo ciclo positivo) all’insegna della responsabilità verso la società.

A tale progetto ci viene richiesto di collaborare, ognuno secondo le proprie possibilità, la propria sensibilità e capacità inventiva, allo scopo di trasformare in un giorno di festa e speranza la data “fatidica”; per farne il simbolo d’una nuova era tutta da progettare e scoprire, quella del cosiddetto Terzo Paradiso.

segno/simbolo del terzo paradiso

Ma come possiamo più concretamente partecipare? Ecco le vie che ci vengono suggerite:

• La prima forma di partecipazione è la diffusione. Comunica questa iniziativa attraverso i tuoi contatti.

• Realizza, con le risorse di cui puoi disporre, interventi, azioni e attività ispirati alla rinascita a partire, per esempio, dal segno/simbolo del Terzo Paradiso, che potrà essere liberamente declinato in linguaggi e materiali diversi.

• Condividi i tuoi interventi, azioni e attività su Youtube, Facebook, Flickr.

• Partecipa fin d’ora alla rinascita con un piccolo esercizio di rinuncia, non più imposta dalle prescrizioni religiose, ma assunta come libera scelta che rafforza la consapevolezza personale. Il cambiamento globale risulta dall’insieme delle energie individuali. Annuncia la tua Rinuncia sul sito www.rebirth-day.org

• Una selezione dei materiali pubblicati sul web sarà presentata nell’ambito dell’esposizione Michelangelo Pistoletto, année un – le paradis sur terre (Michelangelo Pistoletto, anno uno – il paradiso terreno), che si terrà al Louvre, Parigi, nella primavera 2013.

Che altro resta da dire?

Attiviamoci per il cambiamento; uniamo le forze e trasformiamo questi 100 giorni in un periodo di fermento creativo per ricominciare in una nuova prospettiva! 🙂

Ecco tutti i modi che avete a disposizione per interagire:

Il sito del Rebirth-day è http://www.rebirth-day.org/.

Su Facebook troverete la sua pagina https://www.facebook.com/rebirthday2112?ref=ts.

Su Youtube il suo canale ufficiale: http://www.youtube.com/2112rebirthday.

E, infine, da oggi poi potete seguirlo anche su Twitter:  https://twitter.com/rebirthday2112.

1° Concorso fotografico “Comune di Leonessa”: i vincitori

premiazione del 1° Concorso fotografico “Comune di Leonessa”

Sono state consegnate dal Sindaco, venerdì 25 agosto presso il Chiostro di San Francesco a Leonessa (RI), le targhe che hanno premiato  i vincitori del 1° Concorso fotografico “Comune di Leonessa”, organizzato dall’associazione Prospettivaotto, del quale avevo a suo tempo postato notizia su questo blog (vedi articolo).

Dopo un’ardua selezione, la Giuria – valutando la personalità dell’interpretazione del tema proposto, la validità e la coerenza delle immagini dal punto di vista tecnico, narrativo e stilistico – ha stilato la seguente classifica:

1° Classificato – Giulio Rauco: “Sentieri”

Motivazione:

Interpretazione fortemente personale del tema; la fotografia restituisce con immediatezza ed efficacia visiva la luce e il carattere di un ambiente particolare, quale è il territorio di Leonessa, trasmettendone la sua vocazione alla bellezza naturalistica e alle escursioni.

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2° Classificato – Amelie Soffietti : “Prospettiva”

Motivazione:

Aderente al tema, la fotografia fornisce un punto di vista originale e appropriato, dando un’idea articolata del paesaggio urbano leonessiano, in cui il gioco di piani dei tetti conduce l’occhio a scoprire dettagli peculiari e significativi del luogo.

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3° Classificato – Sergio Dottarelli: “Possanza muliebre leonessiana – Palio del velluto”


Motivazione:

In maniera semplice e diretta, la fotografia restituisce il volto folclorico di Leonessa attraverso un ritratto, dove antico e attuale si mescolano e dialogano per dare risalto tanto a un viso quanto al suo sentimento di compartecipazione alla cultura e alla tradizione locale.

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La Giuria inoltre segnala:

Per la notevole resa atmosferica del luogo, “Autunno” di Andrea Vittori .

Per il dinamismo e la coerenza della visione d’insieme, “Montagne Leonessane” di Silvia Martoni.

Per la capacità di veicolare un particolare messaggio visivo e d’atmosfera attraverso luce e composizione, “Io ti ascolto” di Lorenzo Scacchia.

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La giuria era presieduta da:

Augusto Pieroni

Docente di storia e critica fotografica presso l’Università della Tuscia-Vt, la Scuola Romana di Fotografia e Officine Fotografiche. Saggista e giornalista, Collabora con riviste specializzate internazionali e italiane. Tra i suoi libri: “Leggere la Fotografia” (2006) e “Arti Fotografiche del 900” (2009). Web: http://www.fototensioni.net

e composta da:

Paola Casali: fotografa, docente fotografica e curatrice – web: info@pfcimmagini.it

Laura Marcolini: coordinatore e redattore di riviste fotografiche (IL FOTOGRAFO) – web: www.lauradelvuoto.it

Rosa Maria Puglisi: docente e critico fotografico, curatrice – web :https://specchioincerto.wordpress.com/

un breve racconto per l’estate

Segnalo la pubblicazione di un mio breve racconto sul blog Camera Doppia.

Ispiratomi da una serie fotografica di Fulvio Bortolozzo, dal titolo Inspections in the future, vuole essere una sorta di divertimento (in un’accezione quasi musicale), una variazione nata per gioco, una deviazione dal tema di queste fotografie, che diventa un puro spunto per…  Ma non voglio dire di più!

Vi rimando, se vi farà piacere, direttamente al racconto. Ovvero a questo link: http://borful.blogspot.it/2012/08/una-visione.html

una foto per Ando

Nell’ambito della manifestazione svoltasi il 22 di luglio a Ponzone per celebrare la figura di Ando Gilardi, di cui vi ho recentemente scritto, è avvenuta la proiezione di un progetto, curato da Andrea Repetto, dal titolo “una foto per Ando”.

Ad esso hanno partecipato un buon numero di fotografi italiani, i quali hanno inteso rendere omaggio al celebre critico con immagini variamente ispirate alla sua opera e alle sue idee o magari, più semplicemente, ad un incontro più o meno virtuale con la persona, sicuramente indimenticabile, che Ando era. Non senza concessioni a quell’ironia e quello scarto via dal pensiero comune, tanto erano cari a Gilardi, oltre che al rimpianto.

Eccovi lo slideshow del progetto. Buona visione!

una festa per Ando Gilardi

Vi segnalo questa importante iniziativa nata per rendere omaggio a uno dei grandi personaggi della fotografia italiana recentemente scomparso: una festa – come richiesto da Ando – che si svolgerà domenica 22 luglio a Ponzone, sua ultima sede; un evento variegato organizzato dagli amici  per celebrare il complesso, e a tratti eccentrico, mondo gilardiano.

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La Fototeca Storica Nazionale Ando Gilardi

in collaborazione con Comune di Ponzone

vi invitano a

UN GIORNO PER ANDO

Domenica 22 luglio 2012

Palazzo Thellung – Sala della Società – Ponzone AL

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info: info@fototeca-gilardi.com –  02 39312652      

In questa giornata si riuniscono quanti lavorano realizzando applicando, visualizzando, raccontando o interpretando le idee gilardiane, in materia di fotografia (naturalmente) ma anche di filosofia, di storia, di musica, di vita… o di gastronomia e condividere esperienze e aspirazioni in un incontro creativo tra colleghi, alla pari e quasi conviviale: per ricordarlo in libertà con tutti i mezzi disponibili e con competenze anche molto lontane una dall’altra.

Il Comune di Ponzone ha accolto l’invito e in quanto ultima residenza terrena del “cittadino” Ando Gilardi, ospiterà la nostra riunione negli spazi restaurati del Palazzo Tellung (giardini Thellung) e nella sala a pian terreno della Società. Ecco elencati i  primi “comunAndi” che hanno aderito e i loro interventi.

è consigliabile confermare la presenza a:

ospite@fototeca-gilardi.com

 

DOMENICA MATTINA:

Ore 10:30 Ricordo speciale di Ando. Apertura della festa e benvenuto agli amici, a cura di Fototeca Storica Nazionale. Invito per tutti a lasciare un messaggio visivo nel video box allestito allo scopo.

Ore 11:00 Presentazione e proiezione del progetto “Una foto per Ando” omaggio di alcuni Fotografi Italiani, a cura di Andrea Repetto.

Ore 12:15 Realizzazione di una foto evento al gruppo di partecipanti con apparecchio fotografico a foro stenopeico (pinhole) a cura di Noris Lazzarini che presenterà anche le sue specialità da agricoltura biologica a base di olive liguri.

Dalle 13:00 alle 14:30 Presso la Pro-loco di Ponzone sarà possibile consumare gustose specialità locali a modico prezzo e in opzione anche il “menu Ando”: il suo pranzo preferito. Su prenotazione entro il 18/7: ospite@fototeca-gilardi.com

DOMENICA POMERIGGIO:

Ore 15:30 Proiezione del documentario FOTOGRAFIA E SOCIETÀ (durata 31 min.) a cura di Tonino Curagi e Anna Gorio

Ore 16:30 Anteprima del libro a cura di Pino Bertelli, con testi di Ando Gilardi: DIO NON ESISTE! LA FOTOGRAFIA SI! (sottotitolo, Merde de la photographie) presentazione della prima bozza con foto proiezione sonorizzata di Pino Bertelli.

Ore 17:30 Visita guidata-lampo alla mostra LA VITA È BELLA, pensieri gilardiani sulla Shoah lettura di Irene Geninatti (Masca in Langa)

Ore 18:00 VENTI5 D’APRILE Concerto multimediale di BARABAN Gruppo fra i più rappresentativi della scena folk italiana, apprezzato in Europa e America, Barabàn ha sviluppato un percorso che rivisita la tradizione musicale del nord Italia con un linguaggio e una sensibilità contemporanea. Lo spettacolo, sul tema della Resistenza, comprende una video testimonianza dello stesso Ando. Dopo il concerto piccola festa a ballo con valzer, polche e mazurche per salutare tutti gli amici. (ingresso libero)

Ore 20:00 A modico prezzo, merenda sinoira a base di salumi, formaggi, conserve piemontesi e focaccine, innaffiate da buon vino.  Su prenotazione entro il 18/7: ospite@fototeca-gilardi.com

strutture vicine per ospitalità

Ostello della gioventù Ciglione: t.             347-8203830

Bed & breakfast La Civetta : t.             333- 3432540