fast photography vs late photography?

© Rosa Maria Puglisi
© Rosa Maria Puglisi

 

Leggendo un post su Binitudini,  il blog di Sandro Bini, dal titolo “Late photography”: per una fotografia fuori dal coro, – che a partire dall’attuale trend che, complice lo sviluppo della mobile tecnology, causa una vera inondazione fotografica sul web e intasa i social network dell’ultima versione delle famigerate foto delle vacanze da condividere a tutti i costi con gli amici, parla di un ruolo da outsider che sarebbe destinato a chi “resterà fedele a una fotografia più lenta, scattata con una fotocamera e non con un cellulare o perlomeno non condivisibile e consumabile in diretta (“late photography”)” – ho trovato le riflessioni di Bini molto stimolanti, tanto da fornirmi l’idea di questo commento, che vi si aggancia e dà conto di come gli spunti di quel post hanno lavorato dentro di me.

Senza la minima intenzione di fornirvi verità o profonde intuizioni, mi limiterò ad una riflessione sulle implicazioni di quell’argomento su cui si potrebbe ulteriormente cercare un approfondimento.
A mio modo di vedere, la questione “fast photography vs late photography” cui sembra far riferimento l’articolo, potrebbe essere articolata altrimenti, approfondendone i due aspetti distinti: quello della “condivisione” di immagini personali (che non implica tanto, o implica solo in parte, l’aspetto esibizionistico di chi posta sui social network) e quello dell’approccio professionale, che sarebbe giusto potesse esprimersi secondo una pluralità di stili e intenti, non escluso quello della “fast photography”, che magari a questo punto andrebbe ridefinita e meglio indagata nelle sue potenzialità (al di là del suo aspetto “usa e getta” o magari proprio per quello).

Due aspetti distinti che, comunque, giustamente Bini fa confluire in un unico discorso, trattandosi delle due facce di una sola medaglia: l’atteggiamento nei confronti della realtà (o dovremmo dire l’approccio verso il mondo?) che negli ultimi anni è stato promosso dalla fotografia “mainstream” (quella che si fregia d’importanza per il fatto di trovar vetrine e fondi, sempre più miseri, a suo sostegno).
Da una parte, dunque, il discorso sociologico, che peraltro potrebbe – a ben guardare – arrivare a sfumare in toni ampiamente psicologici, se si comincia a mettere a fuoco il fatto che la “smart phone photography”, proprio come le care vecchie “foto delle vacanze” d’un tempo, prima ancora che moda compulsiva, non è altro che una delle espressioni possibili dell’umano bisogno di raccontarsi ed esser visti.
Dietro alla tecnologia… anzi, forse potremmo dire, dietro lo schermo protettivo della tecnologia c’è ancora l’essere umano con i suoi bisogni e le sue resistenze; l’umana voglia di essere approvati, anche a suon di illusori likes, che lasciano il tempo che trovano, e la paura di esporsi senza essere accettati).
L’altro argomento di questo discorso bicipite, invece, ci porterebbe al ruolo (ai ruoli) dei fotografi (non voglio neanche fare distinzione fra professionisti e non per non aprire un’ulteriore questione) che vivono, o almeno cercano di sbarcare il lunario, con questa sempre meno prestigiosa occupazione. Su questo fronte la parola chiave, tanto per cominciare, potrebbe essere “inflazione”. Certamente la cosiddetta fast photography favorisce un’inflazione d’immagini e anche tanta banalizzazione, ma siamo sicuri che la “late photography” sia un’alternativa?
Lo è se intendiamo con questo termine ciò che intendeva David Campany (riferendosi principalmente al fotoreportage giornalistico), cioè quegli scatti meditati di professionisti che preferivano giungere all’indomani delle tragedie per eseguire un lavoro”freddo” d’indagine, quasi da medico forense, alla ricerca delle prove di un dramma e dei suoi effetti, al di là di un  impatto emotivo subitaneo (schockante quanto transitorio); in quel caso la late photography ha un senso assolutamente alternativo ed un valore per me encomiabile, in quanto si rivolge alle coscienze dei fruitori, non ai suoi istinti (talora ferini, pensiamo alle riflessioni di Susan Sontag in “Davati al dolore degli altri”!), e pertanto bisognerebbe riconoscerle un ruolo di grande stimolo intellettuale, anziché paragonarla a quel mero sollecitatore emotivo, che spesso è la fotografia scattata a caldo, e con tecnologici “mezzi di fortuna”, che quotidianamente riempie la stampa.
Lo stesso si potrebbe dire (fatte le debite trasposizioni del discorso) per ambiti della fotografia diversi dal fotogiornalismo.Se, invece, l’idea di lentezza o, piuttosto, di ritardo – rispetto alla fretta/velocità e in funzione del riflettere, selezionare, operare delle scelte ponderate – diviene una mera scusa per mettersi “fuori dal coro”, sperando che questa posizione dia in qualche modo ragione e forza alle scelte fotografiche solo perché compiute lentamente e individualmente, augurandosi un riconoscimento futuro sol perché “il tempo è galantuomo”…
Beh, allora ho qualche dubbio… e mi vien da riflettere meglio sulla parola “coro”, sulle origini di questo concetto e sul ruolo – che al coro si affidava nella tragedia greca: era l’interlocutore dell’attore. Rappresentava la collettività che con il suo “senso comune” dialogava con i protagonisti delle vicende, dando loro spessore per contrasto. Insomma porsi “in relazione con”, piuttosto che “fuori dal” coro, credo potrebbe anche essere un gran vantaggio.
Rosa Maria Puglisi
[05/09/2013]

La trasformazione secondo Alessandra Vinotto (d’après Bowie)

A distanza di un mese vi propongo un nuovo tributo a David Bowie e al concetto di trasformazione che l’artista ha sempre incarnato:  “Mi farò acqua: liquida essenza, gelida materia, lieve sostanza”.

Alessandra Vinotto,
Alessandra Vinotto, “Mi farò acqua: liquida essenza, gelida materia, lieve sostanza”, 2016

Con queste parole Alessandra Vinotto, poliedrica artista genovese e autrice di quest’omaggio, ce lo introduce spiegandocene il senso: “Conforme alla mia concezione di crescita come cambiamento senza forzature, il farsi “acqua”, ovvero liquido che si adatta ad ogni forma, simboleggia l’adattarsi senza perdere la propria natura.. “Waterale” è il titolo che accorpa alcune mie opere ispirate all’acqua in relazione col mio corpo”.

Riguardo a cosa David Bowie sia stato per lei, ci racconta:”Sin dalla prima adolescenza ero incantata dalla sua musica e dai suoi testi, che per me rappresentavano il top del sound di quegli anni.
Ed essendo io giá all’epoca piuttosto trasgressiva (ma senza mai trascendere nel kitsch o nel volgare), avevo trovato in lui quel senso di composta eleganza nell’essere decisamente diverso.
Inoltre la trasformazione interiore che da allora non mi ha mai abbandonato è sempre stata in sintonia con il suo personaggio in costante mutamento coerente”.

Ringrazio Alessandra per la sua partecipazione a questa iniziativa (e le faccio un in bocca al lupo per le sfide -di vario genere- che sta attualmente affrontando!

Alessandra Vinotto [cliccando sul nome potete leggere anche un’intervista] è  fotografa d’arte, ha all’attivo numerose mostre personali e pubblicazioni internazionali (Vogue, Marie Claire, Herald Tribune, Opera, Amadeus, libri e cataloghi).
Reporter di viaggi e insegnante di fotografia, da qualche anno si occupa di regia e direzione artistica multimediale.
Ha fondato con Francesco Rotunno la RedEye Media, pluripremiata al 3D Film Festival Hollywood di L.A nel 2010 e nel 2011. Altri riconoscimenti: premio speciale al MEI (Faenza), special guests al Dimension 3 (Parigi), al 3D Stereo Media (Liegi), al Capalbio International Short Film Festival, e proiezione al Sundance Film Festival nel 3D Satellite.
Nel 2012 viene premiata dal Sindaco di Genova per la sua attività artistica all’estero.
Prima regista italiana ad aver realizzato un video in 3D stereo, nel 2013 ha diretto “Viceversa 3D” al padiglione Italia della Biennale di Venezia: il primo documentario europeo sull’arte contemporanea girato in 4K.
Sue fotografie sono state esposte a mostre collettive con opere di artisti quali Andy Warhol, Nan Goldin, Joseph Beuys, Jan Saudek, Bettina Rheims, Luigi Viola, Ferdinando Scianna, Kiki Smith, Orlan, Yoko Ono, Vanessa Beecroft, Marina Abramovic , Shirin Neshat.

Sofia Bucci: “Oleandro”

© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014
© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014

(già pubblicata su Fotografia 3.0 -immagini per il benessere e il cambiamento)

Ho incontrato Sofia Bucci a Firenze, durante il workshop “La mia storia”, che ho tenuto a febbraio per Deaphoto.
Quello che segue è un veloce scambio di battute, attraverso le quali Sofia racconta di questo suo lavoro, portato a compimento attraverso l’esperienza del workshop, e del significato che ha per lei. In fondo trovate uno slideshow d’immagini tratte da “Oleandro”.

RM.P. Come nasce la serie “Oleandro”?
S.B. Tutto inizia dal titolo “Oleandro”, un fiore meraviglioso, bellissimo, per me il più bello, ma allo stesso tempo la sua Bellezza è direttamente proporzionale al suo Veleno. Tanto bello, quanto letale. Come l’Amore.

RM. Cosa raccontano queste immagini?
S.B. E’ una ricerca. Cercano di raccontare il dolore che può provocare una rottura. E’ una ricerca sul dolore.

RM.P. Che genere di “rottura”?
S.B. Una rottura che tutti abbiamo avuto, come la fine di una storia d’amore. E l’abbattimento di tutto il palazzo d’illusioni che mi ero creata.

RM.P. Ogni foto – si dice – sia un autoritratto..In che modo, queste, ti rispecchiano?
S.B. Mi rispecchiano perché mi ri-guardano. sono la mia storia.

RM.P. In che modo sono la tua storia?
S.B. Raccontano una mia esperienza diretta, la fine di un rapporto, uno dei tanti tasselli che va a formare la storia completa.

© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014
© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014

RM.P. Le tue immagini sono pensate come tasselli? Mi colpisce il fatto che siano sempre “dettaglio”…
S.B. Sì, sono pensate a tasselli. Come il dolore si concentra in alcuni punti ben precisi, allo stesso modo la fotografia si concentra su certi dettagli.

RM.P. Dimmi della tonalità bluastra che spesso hanno.
S.B. Di solito i miei sogni hanno tonalità blu petrolio. L’ho voluta ritrasportare in fotografia. E poi l’ho scelta anche perchè una volta mi dissero: “quello che mi piacerebbe vedere dalle tue foto è il blu della pelle, non tutti riescono e sono in grado di vederlo, tu potresti farcela”.. C’ho provato!

RM.P. Che tipo di blu è quello di cui parli?
S.B. Il blu che si riesce a vedere solo in certi momenti e con certa luce.

RM.P. Come si ricollega all’oleandro? E’ un blu venefico?
S.B. Sì, assolutamente.

RM.P. E la fotografia cos’è per te?
S.B. La fotografia per me è semplicemente il modo migliore che ho per esprimermi, o almeno ci provo.

RM. .. un modo per esprimere il dolore?
S.B. Tutto ciò che sento, se sento dolore, anche quello.

RM.P. Perché hai scelto di partecipare al workshop “La mia storia”?
S.B. Perché avevo iniziato questo lavoro e volevo trovargli una direzione. E per fare una nuova esperienza, in una nuova città con nuove persone.

RM.P. E cos’è successo?
S.B. La direzione è stata trovata e ora sto percorrendo la strada, aggiungendo foto prima mancanti, che si stanno realizzando. Che sto realizzando.

© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014
© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014

“Come un gatto ho nove vite da morire. Questa è la numero tre. La prima volta successe che avevo dieci anni. Fu un incidente. Ma la seconda volta ero decisa a insistere, a non recedere assolutamente. Mi dondolavo chiusa come conchiglia. Dovettero chiamare e chiamare e staccarmi via i vermi come perle appiccicose. Morire è un’arte, come ogni altra cosa. Io lo faccio in un modo eccezionale. Io lo faccio che sembra come un inferno. Io lo faccio che sembra reale. Ammetterete che ho la vocazione”. Sylvia Plath 

Quando l’Amore inizia, quando l’Amore finisce

www.sofiabucci.com

© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014
© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014

Ho qualcosa di personale da dirvi…

selfInnanzi tutto, vorrei salutare tutti i miei lettori!
Questo insolito post nasce dalla voglia di rendervi partecipi di questa riflessione.

Sono lieta di aver festeggiato ieri il settimo compleanno dello Specchio Incerto inaugurando il mio workshop sul “diario fotografico esperienziale” a Firenze (vedi post del 13 gennaio); e di essere ancora qui con voi, dopo sette anni, e lo sono ancor di più perché – attraverso l’interesse che ho maturato per certi territori ancora non troppo frequentati della fotografia – mi auguro di poter contribuire a fornirvi nuovi spunti.
Possibilità che ieri ho potuto concretamente toccare con mano nel vedere la risposta di chi ieri ha seguito il laboratorio da me proposto. I sorrisi sui loro volti non hanno prezzo per me!

Sette anni sono tanti per un blog, e qualcuno mi ha suggerito che è forse il più longevo fra quelli italiani che parlano di fotografia. Sinceramente non credo, certo è che è stato fra i primi e che – sia pure con fatica – è giunto qui attraverso tante vicissitudini, grazie anche al fatto che mi avete sempre fatto sentire la vostra presenza, anche in momenti in cui forze e motivazioni, per una serie di ragioni (anche legate alla salute), mi stavano mancando.

Questo post, dunque, nasce dall’esigenza di esprimervi la mia gratitudine per avermi accompagnata attraverso questo percorso, che chissà quanto durerà ancora, e chissà dove ci porterà (questo fa parte – ed è il bello – dell’imprevedibilità della vita).

Grazie di cuore per l’interesse e la costanza con cui mi seguite,  e per i graditi feedback che spesso non mancate di farmi arrivare anche in privato!

Uno strumento per imparare a guardare e per raccontarsi

Il quarto capitolo di Una visione personale della realtà. Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”, parla di quale formidabile strumento possa essere la fotografia per confrontarsi con la propria visione della realtà allo scopo di elaborare una narrazione di se stessi e della propria vita.

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© Rosa Maria Puglisi

LA FOTOGRAFIA COME STRUMENTO PER IMPARARE A GUARDARE E PER NARRARSI

La fotografia trova la sua applicazione nel campo della terapia psicologica in molte forme e per venire incontro a varie esigenze.

In generale, si può dire che essa si presta a intervenire su “quei disturbi dello sguardo di cui la società contemporanea sembra soffrire (il guardare senza vedere, il guardare senza meravigliarsi, il non guardare affatto, il guardare sapendo già in anticipo che cosa si deve vedere, etc.) che fanno sì che pur vivendo in una civiltà sovraffollata di immagini, tutti noi guardiamo sempre più, ma vediamo sempre… Clicca qui per continuare a leggere

Realtà e immagini

Il terzo capitolo di Una visione personale della realtà. Intorno al progetto del workshop “La mia storia. Costruzione di un diario fotografico esperienziale”, entra più nello specifico di quella che è la nostra percezione del reale e parla dell’impatto che la fotografia può avere sul nostro modo di vedere il mondo.

© Rosa Maria Puglisi
© Rosa Maria Puglisi

REALTÀ E IMMAGINI DELLA REALTÀ.

Come si è detto, la realtà di ciò che ci circonda non può essere colta nella sua oggettività. E se, da un lato,ciò che siamo e come agiamo dipende in larga misura dall’esperienza che di essa facciamo, dall’altro proprio quello che ci appare essere il “nostro mondo” non è che frutto dei nostri sensi e del nostro intelletto.

Per questo Fritz Perls, uno dei padri della Gestalt Therapy, teorizza una centralità dell’esperienza del soggetto: l’importanza del suo punto di vista di percipiente, il quale attivamente costruisce la realtà, appunto interagendovi attraverso il suo contatto con l’ambiente. 

Clicca qui per continuare a leggere

Nel mondo di Ottavia Hiddenart

“Ho vissuto un’esistenza quasi trasparente, tra il 1903 e il 1983. Non sono stata coraggiosa e non ho fatto quello che avrei voluto, non sono riuscita a separarmi da mia madre né dalla casa in cui vivevo. Non mi sono sposata, non ho avuto figli e la mia famiglia si è estinta. Avrei voluto essere un’artista, lavoravo nel segreto della mia mente senza mai realizzare le mie opere. Ora, a trent’anni dalla morte, mi viene data una seconda possibilità da chi si è trovato in mano le mie fotografie, unica eredità della mia esistenza. Si perde facilmente la memoria delle persone che sono state, con la mia arte lotto contro questo: voglio riportare in vita volti rimasti senza una storia.”

Con queste parole si presenta  Ottavia Hiddenart, misterioso personaggio nato dall’incontro immaginario di due esistenze, l’una presente e reale, l’altra avvolta nei misteri di un passato di cui non restano che immagini fotografiche in bianco e nero.
E’ proprio da questi scatti che nasce l’idea di “una collaborazione”, che si nutre di affinità, di risonanze emotive, di fantasia: una collaborazione che  nei personaggi e negli scenari dell’album di famiglia di Ottavia trova i materiali e gli spunti per nutrire e rendere palese l’immaginario di un’altra donna, una nostra contemporanea, che finalmente è coraggiosa abbastanza da poter parlare di sé come di un’artista. Insieme ad Ottavia, nei panni di Ottavia.

Al Perugia Social Photo Fest – che apre i battenti domani – le sue opere saranno presenti in una mostra intitolata “I am now brave enough to call my self an artist”.  Cogliendo questa occasione ho pensato di farvi cosa gradita proponendovi la conversazione che segue.

Buongiorno Ottavia! Cosa rappresenta l’arte nella tua vita?

L’arte è importantissima per me, vi ci metto tutto ciò che non vedo, non conosco, le persone di cui sento parlare, i luoghi in cui non vado, è anche ciò che non posso dire.

E’ un luogo forse un po’ onirico, mio personale nascondiglio, dove i pensieri si trasformano in immagine.

Uso colori, forme e ironie per raccontare storie inventate, fino ad ora solo per me stessa, ma finalmente, da poco, ho iniziato ad espormi, e ciò che era solo materiale astratto, ha assunto una forma concreta.

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Che ruolo ha avuto la fotografia nella tua esistenza?

La fotografia ha sempre avuto una grande importanza per me. Mio padre ne era appassionato e io da piccola lo guardavo incuriosita; lui ci metteva in posa, quando la luce o la situazione gli piaceva e scattava quelli che possono essere considerati dei classici ritratti familiari. Sempre d’estate, quando la luce era buona e la vacanza gli dava il tempo; sempre in campagna e mai in città; perché è la campagna il luogo dello svago, del tempo libero e della riunione familiare.

Non faceva mai foto nei momenti di routine, ma neanche in quei momenti dove te lo saresti aspettato: mai a natale, mai per i compleanni, mai per comunioni o celebrazioni varie. A lui piaceva fotografare momenti di silenzio e comunione familiare. Ed è così che io appaio oggi in fotografia.

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Non ho lasciato al mondo delle prove tangibili, la fotografia è l’unica traccia della mia esistenza. Non ho costruito nulla e non ho avuto figli a cui tramettere i miei geni e il mio ricordo. Ho solo aiutato in casa e fatto beneficenza. Ho cucito, cucinato e letto tanti libri. Poi me ne sono andata, in modo silenzioso, esattamente come sono stata al mondo.

La fotografia per te costituisce, dunque, una traccia della tua esistenza…

E’ grazie alla fotografia che qualcuno ha scoperto che sono esistita. Qualcuno ha trovato tutta la mia vita in una scatola, ha messo in ordine le mie fotografie e mi ha ridato un nome, forse anche una seconda chance.

Spesso, dopo un po’ di tempo , delle persone che muoiono non rimangono che le foto… Quante vite sono state dimenticate e quel che rimane è una fotografia; rimane un momento, un’espressione di cui non si sa più nulla se non quello che la foto descrive.

E’ come una prova dell’esserci stati…

Questo mi affascina della fotografia, come dice Roland Barthes, la foto prova che quel momento li è veramente stato, che quel volto ha vissuto: la fotografia prova l’esistenza di qualcuno.

Ma forse è anche uno strumento in grado di “rimescolare le carte” di un’esistenza?

Chi ha trovato le mie foto, e con esse tutte le foto delle persone con cui condividevo l’esistenza, mi ha proposto un’interessante collaborazione: io racconto storie, lei le mette su carta fotografica. In questo modo lei mi ridà la possibilità di essere quell’artista che non ho avuto il coraggio o l’opportunità di essere in passato. E se per rimescolare le carte intendi un uso selvaggio di fantasia, si, c’è anche quello.

Chi è questa persona e come mai ha deciso di darti questa nuova chance d’esistenza?

È una persona che, come me, fa fatica a definirsi artista, che fa fatica ad esporsi, che per motivi familiari, sociali o lavorativi, ha deciso che le piace rimanere in incognito… e trovandosi per caso le mie foto in mano, ha deciso di utilizzarmi come maschera, come strumento per esprimersi. C’è una sintonia, un incastro nelle nostre vite che ci permette di collaborare, di dare l’una all’altra ciò di cui abbiamo bisogno. Entrambe, insieme, troviamo il coraggio di esporci, nella creazione di opere d’arte a 4 mani.

C’è, fra le tue immagini, una che ti somiglia più delle altre?

E’ una domanda difficile… un’immagine che somiglia a chi? A me Ottavia o a chi mi tiene viva?

Per immagine intendi una foto della mia vita in cui mi riconosco oppure uno dei miei collage?

A te la facoltà di scegliere come vuoi interpretare la domanda…

C’è una foto tessera di quando avevo quindici anni circa, dove indosso un cappello a falda larga e ho un sorriso triste; ecco, quella forse è la foto dove le fisionomie di entrambe noi, artiste in gioco, si incontrano di più. 

Ottavia 4

Ottavia 5

Ce n’è anche una di quando ero più piccola, seduta su una seggiola di vimini con la mia bambola: anche li vedo somiglianza. Ma purtroppo è la foto melanconica dell’adolescenza quella in cui più ci vediamo, entrambe, contemporaneamente.

Per quanto riguarda i collage, “Margherita in the 60” è la donna che avrei voluto essere: quella che riesce ad essere artista, che è bella ed elegante, ha 6 figli e coraggio e personalità da vendere. Anche quel volto lega me e la mia amica e collaboratrice.

E noi pure siamo legate, ma più non posso dirti; la nostra storia si basa sul mistero: mistero di vite perdute, mistero di vite contemporanee, mistero di arte ed espressione. Tanti sono i motivi per cui rimaniamo un po’ così… sospese nell’ombra, mettendo fuori un piedino alla volta. La difficoltà ad esporci ci accomuna. 

© Ottavia Hiddenart. "Margherita in the 60"
© Ottavia Hiddenart. “Margherita in the 60”

Nelle tue opere spesso si notano cose che sembrano uscire dalla testa dei soggetti ritratti, perché ricorre questo elemento e come dobbiamo interpretarlo?

Sì, effettivamente, senza rendermene conto, per raccontare le mie storie ho iniziato ad utilizzare elementi vaganti che sovrappongo alla stampa fotografica, oppure che faccio uscire dalla testa dei soggetti rappresentati. Semplicemente, rappresentano i pensieri. Sono ritratti immaginari e c’è una piccola storia dietro ad ogni immagine che, se non si deduce, è scritta nel sottotitolo. Ma poi ognuno ci vede quello che vuole.

© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | On a japanese sunday afternoon
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | On a japanese sunday afternoon, 2011
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | Nège, bride tension, 2011
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | Nège, bride tension, 2011
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | Everyone has his own thought, 2011
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | Everyone has his own thought, 2011
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | The powder dilemma, 2013
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | The powder dilemma, 2013

Quanto questi collage ci parlano del passato e quanto del futuro?

Difficile rispondere. Vediamo un po’… Fammi ragionare, pensare ad alta voce… Se consideriamo la mia prima tranche di lavoro, i collage digitali… sono storie tratte dal passato, inventate nel presente, poi stampate, incorniciate ed esposte nel presente. Ma il nostro gioco è dire che sono stati fatti nel passato. .Per quanto riguarda il nuovo lavoro, i collage di carta con fotografie d’epoca originali… anche questi sono fatti nel presente, ma penso che rappresentino il futuro della mia/nostra produzione. E’ lì che voglio andare. Ancora non sono molto brava a gestire colla e taglierino, ma sto imparando, quindi è il futuro. Tuttavia, come nel caso dell’altro lavoro, questi collage sono ispirati al passato, vogliono riportare nel presente storie di persone passate.

Si tratta di collage che, attraverso i loro frammenti, vogliono raccontare e descrivere pensieri, atmosfere e personalità perdute.

© Ottavia Hiddenart.
© Ottavia Hiddenart.

fast photography vs late photography?

© Rosa Maria Puglisi
© Rosa Maria Puglisi

 

Leggendo un post su Binitudini,  il blog di Sandro Bini, dal titolo “Late photography”: per una fotografia fuori dal coro, – che a partire dall’attuale trend che, complice lo sviluppo della mobile tecnology, causa una vera inondazione fotografica sul web e intasa i social network dell’ultima versione delle famigerate foto delle vacanze da condividere a tutti i costi con gli amici, parla di un ruolo da outsider che sarebbe destinato a chi “resterà fedele a una fotografia più lenta, scattata con una fotocamera e non con un cellulare o perlomeno non condivisibile e consumabile in diretta (“late photography”)” – ho trovato le riflessioni di Bini molto stimolanti, tanto da fornirmi l’idea di questo commento, che vi si aggancia e dà conto di come gli spunti di quel post hanno lavorato dentro di me.

Senza la minima intenzione di fornirvi verità o profonde intuizioni, mi limiterò ad una riflessione sulle implicazioni di quell’argomento su cui si potrebbe ulteriormente cercare un approfondimento.
A mio modo di vedere, la questione “fast photography vs late photography” cui sembra far riferimento l’articolo, potrebbe essere articolata altrimenti, approfondendone i due aspetti distinti: quello della “condivisione” di immagini personali (che non implica tanto, o implica solo in parte, l’aspetto esibizionistico di chi posta sui social network) e quello dell’approccio professionale, che sarebbe giusto potesse esprimersi secondo una pluralità di stili e intenti, non escluso quello della “fast photography”, che magari a questo punto andrebbe ridefinita e meglio indagata nelle sue potenzialità (al di là del suo aspetto “usa e getta” o magari proprio per quello).

Due aspetti distinti che, comunque, giustamente Bini fa confluire in un unico discorso, trattandosi delle due facce di una sola medaglia: l’atteggiamento nei confronti della realtà (o dovremmo dire l’approccio verso il mondo?) che negli ultimi anni è stato promosso dalla fotografia “mainstream” (quella che si fregia d’importanza per il fatto di trovar vetrine e fondi, sempre più miseri, a suo sostegno).
Da una parte, dunque, il discorso sociologico, che peraltro potrebbe – a ben guardare – arrivare a sfumare in toni ampiamente psicologici, se si comincia a mettere a fuoco il fatto che la “smart phone photography”, proprio come le care vecchie “foto delle vacanze” d’un tempo, prima ancora che moda compulsiva, non è altro che una delle espressioni possibili dell’umano bisogno di raccontarsi ed esser visti.
Dietro alla tecnologia… anzi, forse potremmo dire, dietro lo schermo protettivo della tecnologia c’è ancora l’essere umano con i suoi bisogni e le sue resistenze; l’umana voglia di essere approvati, anche a suon di illusori likes, che lasciano il tempo che trovano, e la paura di esporsi senza essere accettati).
L’altro argomento di questo discorso bicipite, invece, ci porterebbe al ruolo (ai ruoli) dei fotografi (non voglio neanche fare distinzione fra professionisti e non per non aprire un’ulteriore questione) che vivono, o almeno cercano di sbarcare il lunario, con questa sempre meno prestigiosa occupazione. Su questo fronte la parola chiave, tanto per cominciare, potrebbe essere “inflazione”. Certamente la cosiddetta fast photography favorisce un’inflazione d’immagini e anche tanta banalizzazione, ma siamo sicuri che la “late photography” sia un’alternativa?
 
Lo è se intendiamo con questo termine ciò che intendeva David Campany (riferendosi principalmente al fotoreportage giornalistico), cioè quegli scatti meditati di professionisti che preferivano giungere all’indomani delle tragedie per eseguire un lavoro”freddo” d’indagine, quasi da medico forense, alla ricerca delle prove di un dramma e dei suoi effetti, al di là di un  impatto emotivo subitaneo (schockante quanto transitorio); in quel caso la late photography ha un senso assolutamente alternativo ed un valore per me encomiabile, in quanto si rivolge alle coscienze dei fruitori, non ai suoi istinti (talora ferini, pensiamo alle riflessioni di Susan Sontag in “Davati al dolore degli altri”!), e pertanto bisognerebbe riconoscerle un ruolo di grande stimolo intellettuale, anziché paragonarla a quel mero sollecitatore emotivo, che spesso è la fotografia scattata a caldo, e con tecnologici “mezzi di fortuna”, che quotidianamente riempie la stampa.
Lo stesso si potrebbe dire (fatte le debite trasposizioni del discorso) per ambiti della fotografia diversi dal fotogiornalismo.Se, invece, l’idea di lentezza o, piuttosto, di ritardo – rispetto alla fretta/velocità e in funzione del riflettere, selezionare, operare delle scelte ponderate – diviene una mera scusa per mettersi “fuori dal coro”, sperando che questa posizione dia in qualche modo ragione e forza alle scelte fotografiche solo perché compiute lentamente e individualmente, augurandosi un riconoscimento futuro sol perché “il tempo è galantuomo”…
Beh, allora ho qualche dubbio… e mi vien da riflettere meglio sulla parola “coro”, sulle origini di questo concetto e sul ruolo – che al coro si affidava nella tragedia greca: era l’interlocutore dell’attore. Rappresentava la collettività che con il suo “senso comune” dialogava con i protagonisti delle vicende, dando loro spessore per contrasto. Insomma porsi “in relazione con”, piuttosto che “fuori dal” coro, credo potrebbe anche essere un gran vantaggio.

doveroso saluto ad un poeta concreto della fotografia italiana

“Artista contemporaneo, un intellettuale civile e democratico, un uomo mite e generoso, che ha saputo costantemente coltivare il tesoro dell’amicizia e del dialogo. Ha insegnato a tutti e ha aiutato tutti, nell’arte e nella vita. Ci lascia un enorme patrimonio di lavoro, di cultura, di umanità… (vedi pagina facebook)“.

Il Museo della Fotografia Contemporanea, con queste ed altre sentite parole – da cui emerge l’importanza e la natura dell’uomo, come pure il senso di perdita, mista ad orgoglio e riconoscenza – celebra il fotografo milanese, che con sensibilità e rigore ha rappresentato la dura poesia concreta del paesaggio urbano in una chiave concettuale che a partire da richiami visivi alla Scuola di Düsseldorf giungeva sovente a far vibrare in noi corde metafisiche.  Vedi l’articolo “La Bari di Basilico“.

Una simile sorta di incomprensibile senso di sospensione, e persino di vuoto, che in questo caso va oltre il semplice coinvolgimento visuale, per diventare sensazione quasi fisica (e interrogativo, che si rinnova ad ogni inattesa perdita di un essere umano di valore)  ci ha colto ieri all’apprendere la notizia che egli non era più fra noi. Forse nelle sue stesse immagini potremo trovare il senso di una pacificazione almeno formale, che risponderà alla tentazione del rimpianto.

http://www.lastampa.it/2013/02/14/cultura/la-poesia-del-misuratore-di-spazi-5OxQ77hczpMeTpATADtGuL/pagina.html

immagine postata da "Museo della Fotografia Contemporanea" su facebook
immagine postata da “Museo della Fotografia Contemporanea” su facebook

 

“Viaggio intorno alla fotografia contemporanea”

© Sonja Braas, dalla serie "The Quiet of Dissolution", 2005-2010
© Sonja Braas, dalla serie “The Quiet of Dissolution”, 2005-2010

Ieri, 23 gennaio, si è tenuto il primo di una serie di 6 seminari sulla fotografia contemporanea, organizzati dall’associazione Prospettiva 8, che – nell’arco del 2013 – avrò l’onore di condurre presso la Sala Cittadina del III Municipio (in via Boemondo 7) a Roma.

Scusandomi per la comunicazione tardiva, qualora qualcuno di voi fosse interessato a partecipare ai prossimi incontri, vi illustrerò brevemente di che si tratta, rifacendomi per cominciare al titolo che ho scelto per l’intero ciclo di eventi: “Viaggio intorno alla fotografia contemporanea”.

Il termine “viaggio” intende proporre l’idea di uno spostamento, come vorrebbe pure suggerire i concetti di scoperta progressiva e di conoscenza determinata dall’incontro con l’altro e l’altrove, dal mettere in relazione ciò che si sa con ciò che appare nuovo; concetti, questi, talmente legati al termine “viaggio” che non a caso, per esempio, Dante collega Ulisse, inquieto viaggiatore, – e la sua “orazion picciola” intesa ad incitare i compagni a ripartire verso nuovi lidi e nuove esperienze – con il “seguir virtute e canoscenza”.
Il viaggio è qualcosa che poi ci cambia, perché cambia i nostri “punti di vista” e la nostra “prospettiva” (termini cari alla fotografia!). E il nostro sarà un “viaggio intorno”, appunto per questo: per permetterci di guardare da varie angolazioni la fotografia contemporanea.

Cercheremo di volta in volta di sottolineare alcuni aspetti, legati all’essenza del medium fotografico e alla pratica odierna della fotografia.

La scelta dell’argomento iniziale è ricaduta, per meglio inquadrare le questioni che emergono attualmente come più scottanti, sul seguente tema:  “Finzioni documentali: forme di ricostruzione del reale”. Perché funzionale come introduzione, legato com’è ai caratteri essenziali della fotografia, alla nostra illusoria percezione di poterci affidare a quello che crediamo quasi un prolungamento meccanico della vista. Come – naturalmente – è legato pure alle ulteriori questioni emerse con l’avvento della cosiddetta fotografia digitale (all’impatto sociologico di questa) e, addirittura, alle sorti stesse della fotografia, che a causa della pressione dei nuovi mezzi tecnici (dell’uso che ne facciamo) sembrerebbe ormai destinata a dissolversi nella “postfotografia“.

Questi temi sono stati toccati ieri – ma lo saranno ancora nel corso dei prossimi seminari – grazie agli spunti forniti dalla proiezione di una carrellata di immagini (e autori), che hanno come denominatore comune la” costruzione” di realtà più o meno verosimili, attraverso le possibilità offerte dal mezzo fotografico.

Negli incontri successivi parlerò del reportage e della fotografia documentaria (della loro tendenza ad una sempre più spiccata soggettività), e del rapporto problematico fra immagini e parole, per poi volgermi agli aspetti concretamente “narrativi” della fotografia contemporanea, ed a certe declinazioni del far fotografia, fra ritratto e performance, che talora si avvicinano fin quasi a confondersi agli ambiti dell’arte, ma anche della psicoterapia.

Queste le tappe del viaggio che propongo, chissà che fra voi non ci sia qualche inquieto viaggiatore desideroso di aggregarsi. 🙂

Un libro per Natale: “Un habitat italiano”

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© Fulvio Bortolozzo. Corso Torino, da “Un habitat italiano”, 2008-2010

Si avvicina il Natale e, per gli appassionati, l’occasione di farsi un regalo fotografico, che magari solitamente non si concederebbero. Così ho immaginato che questo post potesse esser d’aiuto a qualcuno ancora incerto e confuso fra le tante opportunità, che si possono attualmente reperire in libreria. Il libro di cui vi parlo oggi, però,  – è utile saperlo da subito – potrà essere vostro solo ordinandolo online su Blurb, dove si può sfogliare anche una sua parziale anteprima (clicca sul link!).

In 120 pagine e 70 fotografie a colori, il suo autore, Fulvio Bortolozzo, vi accompagnerà in una ricognizione di un particolare paesaggio antropizzato, degna della migliore fotografia contemporanea; alla scoperta di luoghi, che siamo portati a credere anonimi, e  sui quali  raramente il nostro sguardo si sofferma curioso, sempre distratto com’è da quegli  stereotipi  della rappresentazione, che propongono l’eccezionalità e la spettacolarità come unici valori estetici possibili, da ricercare compulsivamente.

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© Fulvio Bortolozzo. Corso Cervi, da “Un habitat italiano”, 2008-2010

Nel titolo, “Un habitat italiano”, c’è la chiave di lettura di questo pensoso incontro fra l’autore  e Grugliasco, piccola città operaia nei dintorni della Torino. Da definizione tratta dal dizionario Garzanti della lingua italiana, infatti, Bortolozzo cita nel testo introduttivo che “per habitat si intende il complesso delle condizioni ambientali, delle strutture e dei servizi che caratterizzano un’area di insediamento umano; nella sua accezione figurata, lo stesso termine può anche essere usato per definire un ambiente congeniale all’indole, alle abitudini di qualcuno”.

Per meglio comprendere, dunque, lo spirito che anima questo progetto di ricerca e di osservazione critica di un territorio in via di deindustrializzazione, ci viene suggerito di non guardare solo all’accezione oggettiva del termine habitat, ma di considerare, e scoprire, nella compostezza formale delle immagini presentate anche quella dimensione soggettiva, emotiva ed empatica, che si direbbe attenere alla citata “congenialità” di un ambiente.

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© Fulvio Bortolozzo. Borgo Nuovo, da “Un habitat italiano”, 2008-2010

Ci guidano, a tale scopo, i testi didascalici che affiancano le immagini, nei quali Fulvio Bortolozzo ci racconta il procedere del suo lavoro; riferendo sensazioni e riflessioni, così come sono scaturiti dalle sue flâneries; dandoci il pieno senso di un fare – quello fotografico – che, similmente a quello della performance artistica,  trae alimento continuo dalla propria processualità, fatta di “riflessioni ed osservazioni, prolungate nel tempo e nello spazio dalle tracce visive che si lasciano dietro”. Fotografie, dunque, come tracce concrete – frutto di un’emanazione luminosa captata da un materiale fotosensibile –  prodotto finale di un processo concettuale.

In linea con la cosiddetta “Scuola di Düsseldorf”,  nella quale questa ricerca pare trovare diverse ispirazioni, Fulvio Bortolozzo si sofferma con occhio neutrale sull’aspetto sociale dei cambiamenti all’interno di un habitat ormai in costante mutazione, indagando nel contempo sugli aspetti – per nulla secondari – della visione e della rappresentazione, forse non soltanto con l’intento di dare un ordine intelligibile alla realtà quanto con quello di dare nuovi input alla nostra capacità di guardare oltre le sovrastrutture retoriche di molta fotografia attuale, per restituirci anche una possibilità d’immaginare per il territorio italiano, nel suo complesso, un futuro diverso, più confacente alle vere esigenze dei suoi abitanti.

Di fronte e di schiena

© Ferdinando Scianna. L’ uccello dei cattivi pensieri, Bergamo,1966.

La fotografia, grazie al suo esser divenuta strumento d’espressione preferenziale per moltissimi artisti contemporanei, e – come conseguenza – grazie al suo essere entrata ormai da lungo tempo a pieno diritto nel mondo del mercato artistico, quest’anno avrà una nuova vetrina tutta per sé a Torino. Si chiama Photissima ed è la manifestazione fieristica che a partire da quest’anno andrà ad affiancare – per un novembre che si preannuncia denso di eventi – la ben più consolidata Artissima con lo scopo dichiarato di rendere omaggio alle varie declinazioni della fotografia: alla fotografia storica, come a quella contemporanea, come pure a quella di reportage.

Nell’ambito di questa sua prima edizione, vorrei segnalare la presenza di una mostra che si preannuncia particolarmente interessante, avendo come tema “non solo il ritratto, ma anche il “ritrarsi”. Perché a volte il visibile non è quello che ci sta davanti: ma intorno, ai lati. Dietro”.

Curata da Elio Grazioli ed organizzata da Pho_To Progetti per la Fotografia, ha come emblematico titolo “Di fronte e di schiena” e s’inaugurerà il 6 novembre alle ore 18 presso il Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, portando in mostra immagini selezionate della Collezione di Fotografia Europea Reggio Emilia

Ecco per voi qui di seguito il suo comunicato stampa:

© Martin Parr, Italy. Reggio Emilia, 2006
Di fronte e di schiena

Dalla Collezione di Fotografia Europea Reggio Emilia

 7 novembre – 2 dicembre

 Il visibile non è quello che ci sta davanti. È intorno, ai lati. Dietro. Si nasconde allo sguardo e va ricercato, scoperto. Ritrovato, ri-tratto. In esclusiva assoluta per l’Italia viene inaugurata martedì 6 novembre alle 18 al Museo Regionale di Scienze Naturali, la mostra Di fronte e di schiena, a curadi Elio Grazioli,organizzata da Pho_To Progetti per la fotografia, con il Patrocinio della Regione Piemonte, e tratta dalla Collezione di Fotografia Europea Reggio Emilia, un progetto culturale del Comune di Reggio Emilia che dal 2006 si confronta con la cultura internazionale dell’immagine e rivolge una particolare attenzione al territorio e ai giovani fotografi.

Di fronte e di schiena è una selezione di autori, tra cui Luigi Ghirri, Martin Parr, Gabriele Basilico, Antoine D’Agata e Ferdinando Scianna, che compongono la collezione, acquisita nel corso delle sue sette edizioni e custodita nella Fototeca della Biblioteca Panizzi.

La mostra è inserita come evento speciale nel programma di Photissima, la fiera torinese dedicata alla fotografia.

© Gabriele Basilico, Fuori centro, 2005

Sprazzi di verità si rivelano a volte sbirciando attraverso le finestre di un asilo. Tra i palazzoni di una periferia, 

luogo “fuori centro” per eccellenza. Nella fugacità di un amplesso, o in ascolto fuori da una porta chiusa. “Talvolta è di fronte ma è invisibile, talvolta è di schiena ma si capisce tutto” spiega Elio Grazioli,curatoredi Fotografia Europeache ha selezionato le opere in mostra; immagini varie e significative con cui viene ricostruito lo sguardo attento e curioso sul panorama internazionale contemporaneo che ha guidato le edizioni 

del festival fin qui realizzate. La Collezione di Reggio Emilia, infatti, mette a confronto le ricerche professionali e artistiche originali di alcuni dei più autorevoli esponenti e delle più stimolanti promesse della scena fotografica internazionale di oggi.

Sono 18 gli autori selezionati tra gli oltre 100 che compongono la Collezione e che attraverso il fil rouge Di fronte e di schiena generano nuovi accostamenti, analogie impreviste, inedite sfaccettature in un confronto di stili ed epoche che è una ricerca continua, in perenne trasformazione. Marina Ballo Charmet, Giorgio Barrera, Gabriele Basilico, Antonio Biasiucci, Bruno Cattani, Antoine D’Agata, Vittore Fossati, Luigi Ghirri, Goran Galić e Gian-Reto Gredig, Aino Kannisto, Martin Parr, Bernard Plossu, Pentti Sammallahti Kai-Uwe Schulte-Bunert, Ferdinando Scianna, Klavdij Sluban, Alessandra Spranzi e Nicola Vinci con i loro scatti site specific per Reggio Emilia, hanno interpretato liberamente il tema che ogni anno ha caratterizzato Fotografia Europea, con unattenzione particolare al paesaggio urbano e alla figura umana, tra ricerca e sperimentazione.

© Antoine D’Agata, Situations, 2008

Oltre alle 30 immagini esposte, la mostra Di fronte e di schiena presenta anche una selezione di libri che compongono il progetto The Core of Industy, concorso internazionale di fotografia promosso nel 2008 dal Comune di Reggio Emilia e dall’Associazione Industriali della Provincia di Reggio Emilia nell’ambito del festival per mettere a fuoco l’essenza della realtà industriale europea e locale al tempo stesso. Gli autori – Carmen Cardillo, Luca Casonato, Karin Jobst, Florian Joye, Mindaugas Kavaliauskas, Hyun-Jin Kwak, Ernst van der Linden, Thomas Pospech – mettono a nudo, attraverso i loro scatti, scarni paesaggi e imponenti cisterne. Armadi pieni di fili e carrelli abbandonati, operai seduti in pausa pranzo e uomini che scaricano merci. Il paesaggio, l’architettura, l’ambiente e le persone diventano così gli oggetti di un’unica indagine per raccontare meglio di qualsiasi studio criticità, eccellenze e implicazioni sociali dei mutamenti industriali in atto.

INFO

Sede: Museo Regionale di Scienze Naturali, via Giolitti 36, Torino
Mostra: Di fronte e di schiena. Dalla Collezione di Fotografia Europea Reggio Emilia
Inaugurazione: martedì 6 novembre, ore 18
Periodo:
7 novembre – 2 dicembre 2012
Orario: tutti i giorni: 10 – 19 Chiuso il martedì
Biglietto: € 5,00 intero – € 2,50 ridotto
InfoMuseo: tel. +39 011 43.6354 www.mrsntorino.it

un concorso per scoprire Leonessa

Circondato dal massiccio del Terminillo alle cui pendici è situato, Leonessa è un comune della provincia di Rieti piccolo e ormai scarsamente popolato, ma ricco di storia e di bellezze paesaggistiche; per celebrare le sue origini medioevali ogni anno vi si tiene il cosiddetto Palio del Velluto, una corsa di cavalli con rievocazione storica nella quale si sfidano i “Sesti” che compongono il suo territorio. In inverno è meta sciistica, grazie alle vicine piste di Campo Stella; nelle rimanenti stagioni gli appassionati di escursioni possono contare su ben 42 sentieri, tracciati dal CAI su per l’Appennino.

Allo scopo di far conoscere e valorizzare il patrimonio storico, ambientale e naturalistico del suo territorio, il Comune di Leonessa in collaborazione con l’Associazione Culturale Prospettiva 8, bandisce un concorso fotografico aperto a tutti, fotografi e semplici amatori purché maggiorenni e residenti in Italia, il cui tema è – appunto – “conoscere Leonessa”. La partecipazione è gratuita e la scheda di partecipazione si può scaricare cliccando qui.

Termine ultimo d’invio degli scatti è il 18 agosto 2012; per questa data andranno fatti pervenire – in formato digitale: jpeg, di dimensioni non superiori a 1280 pixel di lato lungo – all’indirizzo concorsi@prospettivaotto.it scrivendo come oggetto della email «Concorso_Conoscere Leonessa».

La Giuria è composta da:
Augusto Pieroni (presidente)
Rosa Maria Puglisi
Laura Marcolini
Paola Casali

Le valutazioni saranno basate sui seguenti criteri:
• rispondenza al Tema generale del Concorso, definito nel titolo;
• personalità nell’interpretazione del Tema;
• coerenza e validità delle immagini da almeno uno dei seguenti punti di vista: tecnico, narrativo, stilistico;
• accuratezza e tempestività nella consegna.

Per informazioni più dettagliate e per scaricare il bando completo del concorso potete collegarvi al sito di Prospettiva 8. L’associazione ha anche una sua pagina facebook.

Un concorso per tutti, dunque, una possibilità di esercitare la vostra inventiva e l’opportunità di conoscere questo splendido paese dell’Appennino.

Che altro dire? Aspettiamo (anch’io, visto che faccio parte alla giuria) le vostre foto! 🙂

Piombino, Social Photo Fest: Intervista a Sabine Korth

In occasione della prima edizione del Social Photo Fest, che è stato inaugurato il 25 maggio a Piombino, e che vede in programma mostre ed eventi, fra i quali in particolare è da segnalare una giornata di studio dedicata alla fototerapia, che si terrà domani, sabato 2 giugno (clicca qui per leggere il programma completo), vi propongo questa intervista alla sua direttrice artistica Sabine Korth.

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Com’è nata l’idea del Social Photo Fest? Perché un festival di fotografia sociale?

L’idea è nata da Silvia Tolomei, una mia studentessa, ora direttrice della nostra associazione (“Diavolo Rosso”). E’ stata lei che, dopo aver visitato insieme un festival fotografico, ha detto spontaneamente: “Perché non ne facciamo uno da noi a Piombino?”. E Sauro Storai, il terzo membro della nostra associazione – stanco di vedere soltanto fotomodelle in pose scomode e tramonti patinati – ha aggiunto “Diamogli come tema il Sociale!”.

Per la manifestazione da voi ideata avete scelto di mettere a confronto due aspetti all’apparenza molto diversi fra loro: da un lato il fotogiornalismo, dall’altro la fotografia come terapia. Vi siete ispirati a qualcuno nel progettare questa vostra proposta di festival fotografico?

Non ci siamo ispirati a nessuno. Esistono già altre realtà di festival legati al fotogiornalismo, ma il nostro è un connubio del tutto nuovo, fra due versanti che – in effetti – corrispondono ai miei interessi personali.

Infatti, io “vengo” dalla Fotografia Sociale, ho fatto le prime foto ai bambini turchi del mio vicinato, in Germania, già a14 anni. Poi mi sono laureata in Foto- Reportage all’Università di Bielefeld. Attualmente mi occupo di diversi rami della fotografia, ma quando insegno metto sempre l’accento sulla potenza della macchina fotografica, che è unica, sia nel facilitare la comunicazione con realtà differenti e sia nel raccontare storie. Quella che insegno, insomma, è una fotografia che serve a raccontare concetti sociali. Ma anche una fotografia che diventa un linguaggio prezioso per raccontare concetti, quando le parole non bastano.

Un linguaggio prezioso, quando le parole non bastano: questo è, dunque, il trait d’union tra la fotografia di documentazione e la fototerapia; ed è anche ciò che vi ha convinto a proporre un simile intreccio di esperienze nel vostro festival?

La fototerapia sta crescendo in Italia e la nostra città potrebbe diventare un punto di riferimento per incontrarsi, scambiare esperienze,collaborare e fare “formazione”.

Allo stesso tempo, con la sezione “mostre e workshop”, vorremmo dare voce a quei fotografi che ancora raccontano qualcosa , esprimono un opinione, e non sono concentrati soltanto sul lato estetico delle immagini.

Non ultimo, saremmo felici di regalare alla città una manifestazione di prestigio per stimolare appassionati, turisti o semplici curiosi.

Negli ultimi anni le manifestazioni fotografiche sembrano moltiplicarsi in Italia, qual è secondo te la ragione di questo “bisogno di fotografia”?

Probabilmente, visto che viviamo tempi difficili, il fotografarli può diventare estremamente utile allo scopo di osservare, comunicare, denunciare, comprendere, esplorare, condividere… In tempi di crisi le persone sentono il bisogno di unire le forze e creare eventi per favorire condivisione e partecipazione.

Anche se per il nostro festival abbiamo avuto delle difficoltà a convincere le istituzioni ed i privati ad investire… alla fine ce l’abbiamo fatta! E si sono unite insieme molte persone, disposte a credere in noi e a contribuire alla realizzazione.

Quale ruolo riveste e quale potrebbe rivestire, a tuo parere, la fotografia?

Da un po’ di tempo quando scatto una foto, ad un albero, ad una linea disegnata dalle onde sulla sabbia, penso sempre alle parole di Fabio Piccini: “Ogni Foto che scattiamo è un autoritratto”.
O a quanto ha detto mio mentore Wim Wenders: “La macchina fotografica è un occhio che può guardare nel contempo davanti e dietro a sé. Davanti scatta una foto, dietro traccia una silhouette dell’animo del fotografo: coglie attraverso il suo occhio ciò che lo motiva. (…) Mostra le cose e il desiderio di esse”.

Punctum Lucegrigia (4)

due mostre da (ri)vedere sotto Natale

Per chi non avesse avuto modo di visitarle e, naturalmente, per chi avesse voglia di rivederne le immagini, segnalo la prossima apertura di due mostre – riproposte rispettivamente a Roma e a Milano – delle quali avevo già parlato qui tempo fa.

Sono due esposizioni molto diverse fra loro, da una parte una personale che presenta – attraverso un sapiente uso del bianco e nero – un reportage che parla di migrazione e integrazione, dall’altra una collettiva che offre le più svariate interpretazioni concettuali e visive di un “luogo” quotidiano di solito inosservato. Sia pure in maniera differente, entrambe le mostre sono interessanti e ricche di spunti.

Si tratta di “Roma sunu Senegal” di Roberto Cavallini, la cui inaugurazione è prevista per il 13 dicembre alle ore 18, presso la Biblioteca Guglielmo Marconi – Via Gerolamo Cardano 135, Roma; e di ”Living in Lift”, mostra itinerante giunta alla sua tappa milanese, in apertura il 15 dicembre alle 18.30 presso l’ex Chiesa di San Carpoforo, sede del Dipartimento di Arti Visive e del CRAB, via Formentini 1, in  zona Brera.

Linkati ai titoli delle mostre troverete gli articoli che avevo loro dedicato a suo tempo.