La trasformazione secondo Yelena Steffen Milanesi (d’après Bowie)

Un nuovo tributo  fotografico alla figura di David Bowie,  e una nuova meditazione sul concetto di trasformazione. a lui ricollegabile. Quello che pubblico oggi è il terzo contributo nato da un’iniziativa, in cui ho coinvolto alcuni dei miei amici (quella di  cui dicevo  in questo post).
Yelena Steffen Milanesi ne è in più modi autrice, oltre che protagonista, con uno stile che unisce un’elegante leggerezza alla sua consueta intensità (di altri suoi lavori avevamo avuto già modo di raccontare su questo blog). Il prodotto finale che ci propone sono di fatto due serie di autoritratti, in realtà fermi immagine scattati durante delle performance, in cui Yelena indossa abiti da lei creati e ispirati a due momenti della carriera artistica del cosiddetto Duca Bianco. E una delle due performance nasce proprio dalle suggestioni ricavate dall’immagine elegante di questo alter ego di Bowie.

© Yelena Steffen Milanesi. Still da performance ispirata a David Bowie (in versione the White Thin Duke)
© Yelena Steffen Milanesi. Still da performance ispirata a David Bowie (come White Thin Duke)

“David Bowie è stato di ispirazione per moltissimi miei progetti, la sua ecletticità ed il suo essere alieno e perfettamente appartenente al mondo sono strabilianti!”, racconta l’altrettanto eclettica Yelena.

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© Yelena Steffen Milanesi.

“Le performance sono 2”, spiega, “una riferita al periodo The Man Who Fell on Earth 1976 e la seconda the White Thin Duke, diverse ma ugualmente legate a David Bowie.
Un primo periodo più glamRock, che mi permetto di collegare – almeno da un punto di vista prettamente estetico – al successivo periodo musicale Dance, pur sempre glam ma ormai trasfigurato nella sua versione più pop-glitterata, fine anni 70; mentre per il Secondo periodo, più matura, ho scelto un bn più riflessivo e neo dandy”.
Riguardo a come è nata la sua passione, per questo artista che l’ha tanto ispirata, ci racconta: “Ho conosciuto l’eccezionale personalità di David Bowie verso la fine degli anni ‘90, quand’ero appena adolescente, attraverso il film The Man Who Fell to Earth del 1976, dopo questo primo carismatico impatto sono andata a scoprire tutti i lati della sua poliedrica attività artistica. La capacità di oscillare tra diversi generi e mantenere sempre una forte individualità: dall’irraggiungibile Ziggy Sturdust all’eccentrico dandy de il Duca Bianco; dal fascino delle tute da ballerino GlamRock, che furono foriere della rivoluzione unisex negli anni ‘70, alle recentissime ballate struggenti di Blackstar. Mi sono ispirata molto spesso a questo eccezionale artista, per abiti e fotografie, come dimostrano questi scatti – di cui sono sia la fotografa che la performer – in cui prendo spunto dalle sue molteplici trasformazioni.

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© Yelena Milanesi. Ziggy in the galaxy

Stimo il suo messaggio di sfida alle convenzioni, l’essere stato pioniere di rivoluzioni sociali attraverso l’arte, non solo quella musicale ma anche visiva e del costume, l’essere stato musa iconoclasta e di tendenza allo stesso tempo.
Un mio recente lavoro, vestiti foto e perfomance fatti da me, è Ziggy in the galaxy…umile rivisitazione di una vera Icona!!”.

Ringrazio Yelena Milanesi per il suo tributo e vi invito a vedere altre sfaccettature della sua variegata produzione sul suo sito: https://yelenamilanesi.carbonmade.com/

La trasformazione secondo Alessandra Vinotto (d’après Bowie)

A distanza di un mese vi propongo un nuovo tributo a David Bowie e al concetto di trasformazione che l’artista ha sempre incarnato:  “Mi farò acqua: liquida essenza, gelida materia, lieve sostanza”.

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Alessandra Vinotto, “Mi farò acqua: liquida essenza, gelida materia, lieve sostanza”, 2016

Con queste parole Alessandra Vinotto, poliedrica artista genovese e autrice di quest’omaggio, ce lo introduce spiegandocene il senso: “Conforme alla mia concezione di crescita come cambiamento senza forzature, il farsi “acqua”, ovvero liquido che si adatta ad ogni forma, simboleggia l’adattarsi senza perdere la propria natura.. “Waterale” è il titolo che accorpa alcune mie opere ispirate all’acqua in relazione col mio corpo”.

Riguardo a cosa David Bowie sia stato per lei, ci racconta:”Sin dalla prima adolescenza ero incantata dalla sua musica e dai suoi testi, che per me rappresentavano il top del sound di quegli anni.
Ed essendo io giá all’epoca piuttosto trasgressiva (ma senza mai trascendere nel kitsch o nel volgare), avevo trovato in lui quel senso di composta eleganza nell’essere decisamente diverso.
Inoltre la trasformazione interiore che da allora non mi ha mai abbandonato è sempre stata in sintonia con il suo personaggio in costante mutamento coerente”.

Ringrazio Alessandra per la sua partecipazione a questa iniziativa (e le faccio un in bocca al lupo per le sfide -di vario genere- che sta attualmente affrontando!

Alessandra Vinotto [cliccando sul nome potete leggere anche un’intervista] è  fotografa d’arte, ha all’attivo numerose mostre personali e pubblicazioni internazionali (Vogue, Marie Claire, Herald Tribune, Opera, Amadeus, libri e cataloghi).
Reporter di viaggi e insegnante di fotografia, da qualche anno si occupa di regia e direzione artistica multimediale.
Ha fondato con Francesco Rotunno la RedEye Media, pluripremiata al 3D Film Festival Hollywood di L.A nel 2010 e nel 2011. Altri riconoscimenti: premio speciale al MEI (Faenza), special guests al Dimension 3 (Parigi), al 3D Stereo Media (Liegi), al Capalbio International Short Film Festival, e proiezione al Sundance Film Festival nel 3D Satellite.
Nel 2012 viene premiata dal Sindaco di Genova per la sua attività artistica all’estero.
Prima regista italiana ad aver realizzato un video in 3D stereo, nel 2013 ha diretto “Viceversa 3D” al padiglione Italia della Biennale di Venezia: il primo documentario europeo sull’arte contemporanea girato in 4K.
Sue fotografie sono state esposte a mostre collettive con opere di artisti quali Andy Warhol, Nan Goldin, Joseph Beuys, Jan Saudek, Bettina Rheims, Luigi Viola, Ferdinando Scianna, Kiki Smith, Orlan, Yoko Ono, Vanessa Beecroft, Marina Abramovic , Shirin Neshat.

La trasformazione secondo Pierluigi Vecchi (d’après Bowie)

Una necessità di trasformazione e l’auspicio di andare avanti sotto una buona stella (seppure una “blackstar“!) sono l’occasione che ha fornito lo spunto all’opera di Pierluigi Vecchi, che qui viene presentata. Trasformare la transitoria, anche se imponente e sentita, manifestazione emotiva scaturita dall’inattesa notizia della scomparsa di David Bowie in qualcosa di diverso che una cupa celebrazione.  E farlo attraverso la fotografia.

L’11 gennaio è stato per me uno strano giorno, che ho vissuto in un’atmosfera di sospensione fra l’incredulità e un incombente dolore.
A molti di voi, come a me, sarà capitato quel giorno di scorrere la homepage di Facebook e di vedere un’interminabile sequela di post in memoriam, omaggi di ogni genere e da parte delle persone più inattese. Il mood che, per lo più, si respirava era da “fine di un sogno” e brusco risveglio a una realtà più grigia. Quasi che la scomparsa di Bowie ci orbasse definitivamente di una guida capace di immaginare per noi mondi nei quali ci si potesse muovere in sicurezza; come se ci privasse, senza speranza, di un prezioso ispiratore e d’un esempio, capace com’era di riformulare continuamente la propria ricerca estetica, ricordandoci che tutto scorre incessantemente e cambia, che così dovrebbe sempre essere in una ricerca artistica (in barba alle esigenze dei mercanti d’arte!).
In effetti non so dire con certezza se ciò che riferisco fosse realmente sotteso ai tanti messaggi di cordoglio dei miei amici o se si trattasse piuttosto di una proiezione delle mie personali emozioni; ciò che invece è certo è che quella mattina ho desiderato di poter fare qualcosa  che ci scuotesse da tanta cupezza, spostando il focus della nostra attenzione da una disperato senso di mancanza a una speranzosa “capitalizzazione” del legato artistico di Bowie. Da orfani, quali ci siamo sentiti – mi son detta – ognuno di noi potrebbe forse prendere consapevole possesso di quell’eredità in forma d’ispirazione, che già da tempo ha avuto a disposizione senza accorgersene.
Da qui l’idea, forse un po’ ingenua, di improvvisare una call su Facebook fra i tanti miei amici reali e “social”, che si esprimono attraverso la fotografia, per rendere omaggio all’artista scomparso in un “Bowie Photographic Tribute“. Mi è parso un buon modo per continuare a ricevere ispirazione ed energie positive da qualcuno che ha significato tanto per noi.
Come spunto su cui lavorare ho proposto il tema, appunto, della trasformazione, sia perché David Bowie ai miei occhi ha sempre fatto suo e quasi incarnato questo concetto, sia perché il tributo stesso è nato – come già detto – dal desiderio di trasformare emozioni dolorose e di disagio in un qualcosa di positivo, di trasformare letteralmente la cupezza in luce, grazie alla fotografia. Infine perché l’evento stesso della morte possiamo interpretarlo come una trasformazione.

Alla mia call ha così risposto Pierluigi Vecchi.

Pierluigi Vecchi, TRANSFORM 1 & 2, febbraio 2016. Fotografia. Dittico
Pierluigi Vecchi, TRANSFORM 1 & 2, febbraio 2016. Fotografia (dittico)

E con queste parole ha presentato il suo dittico: “Per me la trasformazione comincia da se stessi: trasformare vuol dire guardare il mondo con occhi nuovi, vedere le cose in modo diverso. Quando vediamo le situazioni da un’altro punto di vista cambiamo le nostre percezioni e cambiamo anche il mondo che ci circonda. Per me “trasformazione” significa anche non perdersi mai d’animo e guardare sempre avanti; a volte, camminando anche sulla stressa strada che ho già fatto mille volte, posso continuare a scoprire cose nuove, magari semplicemente guardandole da una nuova prospettiva: una luce, per esempio; è un po’ come un lampo di luce sul pavimento in una giornata grigia e piovosa…”

Pierluigi Vecchi è un artista multi disciplinare che da anni lavora nell’ambito dei video, della fotografia e delle installazioni d’arte. I suoi video sono stati mostrati in diversi festival internazionali di cortometraggi. Nato inizialmente come pittore si è successivamente concentrato sulla fotografia e sulle opere video anche attraverso esperienze come VJ presso la SAT di Montreal (Society of Technological Arts) e in alcune discoteche. Laureato in belle arti all’Università Concordia di Montreal, in Canada, vive adesso a Londra e lavora nel mondo dei media. La luce l’acqua e i colori sono elementi ricorrenti nel suo linguaggio visivo.

Gli ho chiesto cosa abbia significato/significhi Bowie per lui o per la sua arte, cosa lo abbia spinto ad aderire a quest’idea di un tributo fotografico.
Pierluigi mi ha risposto richiamando alla mente alcuni ricordi: “Il mio primo concerto vero, l’ho visto a 17 anni quando sono andato, da Genova, allo stadio Comunale di Firenze a vedere Bowie in una tappa di un suo tour internazionale, il suo Glass Spider Tour dell’ 87.
Quindi Bowie fa parte della mia adolescenza. Un’altra ragione è che il mio film preferito in assoluto, quello che mi ha spinto a diventare videografo, è stato un film degli anni 80 che è quasi un video e aveva come protagonisti Catherine Deneuve, David Bowie e Susan Sarandon: The Hunger [uscito in Italia col titolo “Miriam si sveglia a mezzanotte”].
Allora ero rimasto impressionato dal suo multiforme talento, come attore, musicista, eccetera…”
Ringrazio Pierluigi per aver aderito mostrandoci questa sua visione, doppiamente legata a Bowie: in quanto espressione della sua personale eredità bowiana e in quanto inconscio rimando a quello che Pierluigi stesso definisce “l’imprinting del lampo di Ziggy Stardust

Il sito/blog di Pierluigi Vecchi è all’indirizzo www.pierluigivecchi.com

 

Le visioni pittorialiste di Yelena Milanesi

© Yelena Milanesi.
© Yelena Milanesi. “The Aracneis Lullaby. Babushka World”

Ciò che pubblico oggi nasce come “lettera di presentazione”, da me stilata, e per questo forse noterete qualche “stranezza” stilistica, ma perché – mi sono chiesta – non presentare anche a voi quest’artista, che usa la fotografia in una maniera molto insolita per questi anni?
Detto fatto: buona lettura! Spero che piaccia a voi come è piaciuta a me. 🙂

Mi permetto di sottoporre alla Vostra attenzione Yelena Milanesi e la sua variegata ricerca artistica, che spazia dal fashion design, alla stampa d’arte, alla fotografia.

Milanesi è, infatti, un’artista eclettica, a tutto tondo, che da ormai dieci anni ha scelto d’impegnarsi nel settore della moda, creando stampe d’arte ed elaborate fantasie per tessuti poi commercializzati da varie case di moda, ma che si esprime in maniera particolarmente interessante soprattutto in una raffinatisima staged photography.

Il suo curriculum di studi è costituito da un ragguardevole percorso di approfondimento nel campo delle arti, grazie a un certo numero di corsi di specializzazione, oltre che alla laurea con lode in fashion design conseguita presso la prestigiosa Accademia di Brera a Milano. Di rilievo per la sua attitudine alla precisione dell’osservazione e all’accuratezza dell’allestimento delle sue mise en scène, urbane o teatrali che siano, è probabilmente la sua iniziale formazione da entomologa.

Dal 2007 ad oggi ha al suo attivo un buon numero di collettive e una mostra personale, nel novembre del 2012.

La sua fotografia è messa in scena accurata. In essa convergono spunti che provengono da disparati territori culturali: dalla poesia come dalla pittura romantica e preraffaellita, da un certo cinema noir e del mistero alla moda concettuale di Marin Margiela e Alexander McQueen.

Le sue serie d’immagini, dalle composizioni impeccabili, hanno come soggetto soprattutto il corpo femminile nudo, a tratti eroticizzato e bardato d’orpelli vagamente fetish (come nella serie Feminin Noir); più di frequente etereo e impalpabile, trasfigurato verso un’ideale androgino. E’ un corpo che spesso si raddoppia suggerendo una specularità virtuale e stranamente asimmetrica.

Cromatismi, luci, e ambienti appena tratteggiati, rimandano alla fotografia pittorialista – e proprio come quest’ultima – ci riconducono idealmente a certa pittura romantica, popolata di presenze fantastiche e intessuta di sogni gotici. In Babushka World possiamo ritrovare poi un più stretto richiamo all’arte preraffaellita e simbolista.

Tutto, nella sua opera, ci riporta a un clima onirico ed enigmatico: creature luminose, immateriali e trasparenti, spigolose ma sensuali sihlouette neogotiche che emergono da ombre avvolgenti, e propongono un immaginario ambiguo, fondamentalmente aperto ad una lettura polisemica, che può essere indagata a diversi livelli di profondità. Ogni spettatore, una volta superato il potere fascinatorio delle visioni dell’artista, troverà certamente una propria chiave di lettura e una personale risposta al mistero di queste fotografie.

© Yelena Milanesi.
© Yelena Milanesi. “The Aracneis Lullaby. No dialogue connection”.

Sofia Bucci: “Oleandro”

© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014
© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014

(già pubblicata su Fotografia 3.0 -immagini per il benessere e il cambiamento)

Ho incontrato Sofia Bucci a Firenze, durante il workshop “La mia storia”, che ho tenuto a febbraio per Deaphoto.
Quello che segue è un veloce scambio di battute, attraverso le quali Sofia racconta di questo suo lavoro, portato a compimento attraverso l’esperienza del workshop, e del significato che ha per lei. In fondo trovate uno slideshow d’immagini tratte da “Oleandro”.

RM.P. Come nasce la serie “Oleandro”?
S.B. Tutto inizia dal titolo “Oleandro”, un fiore meraviglioso, bellissimo, per me il più bello, ma allo stesso tempo la sua Bellezza è direttamente proporzionale al suo Veleno. Tanto bello, quanto letale. Come l’Amore.

RM. Cosa raccontano queste immagini?
S.B. E’ una ricerca. Cercano di raccontare il dolore che può provocare una rottura. E’ una ricerca sul dolore.

RM.P. Che genere di “rottura”?
S.B. Una rottura che tutti abbiamo avuto, come la fine di una storia d’amore. E l’abbattimento di tutto il palazzo d’illusioni che mi ero creata.

RM.P. Ogni foto – si dice – sia un autoritratto..In che modo, queste, ti rispecchiano?
S.B. Mi rispecchiano perché mi ri-guardano. sono la mia storia.

RM.P. In che modo sono la tua storia?
S.B. Raccontano una mia esperienza diretta, la fine di un rapporto, uno dei tanti tasselli che va a formare la storia completa.

© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014
© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014

RM.P. Le tue immagini sono pensate come tasselli? Mi colpisce il fatto che siano sempre “dettaglio”…
S.B. Sì, sono pensate a tasselli. Come il dolore si concentra in alcuni punti ben precisi, allo stesso modo la fotografia si concentra su certi dettagli.

RM.P. Dimmi della tonalità bluastra che spesso hanno.
S.B. Di solito i miei sogni hanno tonalità blu petrolio. L’ho voluta ritrasportare in fotografia. E poi l’ho scelta anche perchè una volta mi dissero: “quello che mi piacerebbe vedere dalle tue foto è il blu della pelle, non tutti riescono e sono in grado di vederlo, tu potresti farcela”.. C’ho provato!

RM.P. Che tipo di blu è quello di cui parli?
S.B. Il blu che si riesce a vedere solo in certi momenti e con certa luce.

RM.P. Come si ricollega all’oleandro? E’ un blu venefico?
S.B. Sì, assolutamente.

RM.P. E la fotografia cos’è per te?
S.B. La fotografia per me è semplicemente il modo migliore che ho per esprimermi, o almeno ci provo.

RM. .. un modo per esprimere il dolore?
S.B. Tutto ciò che sento, se sento dolore, anche quello.

RM.P. Perché hai scelto di partecipare al workshop “La mia storia”?
S.B. Perché avevo iniziato questo lavoro e volevo trovargli una direzione. E per fare una nuova esperienza, in una nuova città con nuove persone.

RM.P. E cos’è successo?
S.B. La direzione è stata trovata e ora sto percorrendo la strada, aggiungendo foto prima mancanti, che si stanno realizzando. Che sto realizzando.

© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014
© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014

“Come un gatto ho nove vite da morire. Questa è la numero tre. La prima volta successe che avevo dieci anni. Fu un incidente. Ma la seconda volta ero decisa a insistere, a non recedere assolutamente. Mi dondolavo chiusa come conchiglia. Dovettero chiamare e chiamare e staccarmi via i vermi come perle appiccicose. Morire è un’arte, come ogni altra cosa. Io lo faccio in un modo eccezionale. Io lo faccio che sembra come un inferno. Io lo faccio che sembra reale. Ammetterete che ho la vocazione”. Sylvia Plath 

Quando l’Amore inizia, quando l’Amore finisce

www.sofiabucci.com

© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014
© Sofia Bucci. Serie “Oleandro”, 2014

Nel mondo di Ottavia Hiddenart

“Ho vissuto un’esistenza quasi trasparente, tra il 1903 e il 1983. Non sono stata coraggiosa e non ho fatto quello che avrei voluto, non sono riuscita a separarmi da mia madre né dalla casa in cui vivevo. Non mi sono sposata, non ho avuto figli e la mia famiglia si è estinta. Avrei voluto essere un’artista, lavoravo nel segreto della mia mente senza mai realizzare le mie opere. Ora, a trent’anni dalla morte, mi viene data una seconda possibilità da chi si è trovato in mano le mie fotografie, unica eredità della mia esistenza. Si perde facilmente la memoria delle persone che sono state, con la mia arte lotto contro questo: voglio riportare in vita volti rimasti senza una storia.”

Con queste parole si presenta  Ottavia Hiddenart, misterioso personaggio nato dall’incontro immaginario di due esistenze, l’una presente e reale, l’altra avvolta nei misteri di un passato di cui non restano che immagini fotografiche in bianco e nero.
E’ proprio da questi scatti che nasce l’idea di “una collaborazione”, che si nutre di affinità, di risonanze emotive, di fantasia: una collaborazione che  nei personaggi e negli scenari dell’album di famiglia di Ottavia trova i materiali e gli spunti per nutrire e rendere palese l’immaginario di un’altra donna, una nostra contemporanea, che finalmente è coraggiosa abbastanza da poter parlare di sé come di un’artista. Insieme ad Ottavia, nei panni di Ottavia.

Al Perugia Social Photo Fest – che apre i battenti domani – le sue opere saranno presenti in una mostra intitolata “I am now brave enough to call my self an artist”.  Cogliendo questa occasione ho pensato di farvi cosa gradita proponendovi la conversazione che segue.

Buongiorno Ottavia! Cosa rappresenta l’arte nella tua vita?

L’arte è importantissima per me, vi ci metto tutto ciò che non vedo, non conosco, le persone di cui sento parlare, i luoghi in cui non vado, è anche ciò che non posso dire.

E’ un luogo forse un po’ onirico, mio personale nascondiglio, dove i pensieri si trasformano in immagine.

Uso colori, forme e ironie per raccontare storie inventate, fino ad ora solo per me stessa, ma finalmente, da poco, ho iniziato ad espormi, e ciò che era solo materiale astratto, ha assunto una forma concreta.

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Che ruolo ha avuto la fotografia nella tua esistenza?

La fotografia ha sempre avuto una grande importanza per me. Mio padre ne era appassionato e io da piccola lo guardavo incuriosita; lui ci metteva in posa, quando la luce o la situazione gli piaceva e scattava quelli che possono essere considerati dei classici ritratti familiari. Sempre d’estate, quando la luce era buona e la vacanza gli dava il tempo; sempre in campagna e mai in città; perché è la campagna il luogo dello svago, del tempo libero e della riunione familiare.

Non faceva mai foto nei momenti di routine, ma neanche in quei momenti dove te lo saresti aspettato: mai a natale, mai per i compleanni, mai per comunioni o celebrazioni varie. A lui piaceva fotografare momenti di silenzio e comunione familiare. Ed è così che io appaio oggi in fotografia.

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Non ho lasciato al mondo delle prove tangibili, la fotografia è l’unica traccia della mia esistenza. Non ho costruito nulla e non ho avuto figli a cui tramettere i miei geni e il mio ricordo. Ho solo aiutato in casa e fatto beneficenza. Ho cucito, cucinato e letto tanti libri. Poi me ne sono andata, in modo silenzioso, esattamente come sono stata al mondo.

La fotografia per te costituisce, dunque, una traccia della tua esistenza…

E’ grazie alla fotografia che qualcuno ha scoperto che sono esistita. Qualcuno ha trovato tutta la mia vita in una scatola, ha messo in ordine le mie fotografie e mi ha ridato un nome, forse anche una seconda chance.

Spesso, dopo un po’ di tempo , delle persone che muoiono non rimangono che le foto… Quante vite sono state dimenticate e quel che rimane è una fotografia; rimane un momento, un’espressione di cui non si sa più nulla se non quello che la foto descrive.

E’ come una prova dell’esserci stati…

Questo mi affascina della fotografia, come dice Roland Barthes, la foto prova che quel momento li è veramente stato, che quel volto ha vissuto: la fotografia prova l’esistenza di qualcuno.

Ma forse è anche uno strumento in grado di “rimescolare le carte” di un’esistenza?

Chi ha trovato le mie foto, e con esse tutte le foto delle persone con cui condividevo l’esistenza, mi ha proposto un’interessante collaborazione: io racconto storie, lei le mette su carta fotografica. In questo modo lei mi ridà la possibilità di essere quell’artista che non ho avuto il coraggio o l’opportunità di essere in passato. E se per rimescolare le carte intendi un uso selvaggio di fantasia, si, c’è anche quello.

Chi è questa persona e come mai ha deciso di darti questa nuova chance d’esistenza?

È una persona che, come me, fa fatica a definirsi artista, che fa fatica ad esporsi, che per motivi familiari, sociali o lavorativi, ha deciso che le piace rimanere in incognito… e trovandosi per caso le mie foto in mano, ha deciso di utilizzarmi come maschera, come strumento per esprimersi. C’è una sintonia, un incastro nelle nostre vite che ci permette di collaborare, di dare l’una all’altra ciò di cui abbiamo bisogno. Entrambe, insieme, troviamo il coraggio di esporci, nella creazione di opere d’arte a 4 mani.

C’è, fra le tue immagini, una che ti somiglia più delle altre?

E’ una domanda difficile… un’immagine che somiglia a chi? A me Ottavia o a chi mi tiene viva?

Per immagine intendi una foto della mia vita in cui mi riconosco oppure uno dei miei collage?

A te la facoltà di scegliere come vuoi interpretare la domanda…

C’è una foto tessera di quando avevo quindici anni circa, dove indosso un cappello a falda larga e ho un sorriso triste; ecco, quella forse è la foto dove le fisionomie di entrambe noi, artiste in gioco, si incontrano di più. 

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Ce n’è anche una di quando ero più piccola, seduta su una seggiola di vimini con la mia bambola: anche li vedo somiglianza. Ma purtroppo è la foto melanconica dell’adolescenza quella in cui più ci vediamo, entrambe, contemporaneamente.

Per quanto riguarda i collage, “Margherita in the 60” è la donna che avrei voluto essere: quella che riesce ad essere artista, che è bella ed elegante, ha 6 figli e coraggio e personalità da vendere. Anche quel volto lega me e la mia amica e collaboratrice.

E noi pure siamo legate, ma più non posso dirti; la nostra storia si basa sul mistero: mistero di vite perdute, mistero di vite contemporanee, mistero di arte ed espressione. Tanti sono i motivi per cui rimaniamo un po’ così… sospese nell’ombra, mettendo fuori un piedino alla volta. La difficoltà ad esporci ci accomuna. 

© Ottavia Hiddenart. "Margherita in the 60"
© Ottavia Hiddenart. “Margherita in the 60”

Nelle tue opere spesso si notano cose che sembrano uscire dalla testa dei soggetti ritratti, perché ricorre questo elemento e come dobbiamo interpretarlo?

Sì, effettivamente, senza rendermene conto, per raccontare le mie storie ho iniziato ad utilizzare elementi vaganti che sovrappongo alla stampa fotografica, oppure che faccio uscire dalla testa dei soggetti rappresentati. Semplicemente, rappresentano i pensieri. Sono ritratti immaginari e c’è una piccola storia dietro ad ogni immagine che, se non si deduce, è scritta nel sottotitolo. Ma poi ognuno ci vede quello che vuole.

© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | On a japanese sunday afternoon
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | On a japanese sunday afternoon, 2011
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | Nège, bride tension, 2011
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | Nège, bride tension, 2011
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | Everyone has his own thought, 2011
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | Everyone has his own thought, 2011
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | The powder dilemma, 2013
© Ottavia Hiddenart. DAYDREAMING | The powder dilemma, 2013

Quanto questi collage ci parlano del passato e quanto del futuro?

Difficile rispondere. Vediamo un po’… Fammi ragionare, pensare ad alta voce… Se consideriamo la mia prima tranche di lavoro, i collage digitali… sono storie tratte dal passato, inventate nel presente, poi stampate, incorniciate ed esposte nel presente. Ma il nostro gioco è dire che sono stati fatti nel passato. .Per quanto riguarda il nuovo lavoro, i collage di carta con fotografie d’epoca originali… anche questi sono fatti nel presente, ma penso che rappresentino il futuro della mia/nostra produzione. E’ lì che voglio andare. Ancora non sono molto brava a gestire colla e taglierino, ma sto imparando, quindi è il futuro. Tuttavia, come nel caso dell’altro lavoro, questi collage sono ispirati al passato, vogliono riportare nel presente storie di persone passate.

Si tratta di collage che, attraverso i loro frammenti, vogliono raccontare e descrivere pensieri, atmosfere e personalità perdute.

© Ottavia Hiddenart.
© Ottavia Hiddenart.

“Viaggio intorno alla fotografia contemporanea”

© Sonja Braas, dalla serie "The Quiet of Dissolution", 2005-2010
© Sonja Braas, dalla serie “The Quiet of Dissolution”, 2005-2010

Ieri, 23 gennaio, si è tenuto il primo di una serie di 6 seminari sulla fotografia contemporanea, organizzati dall’associazione Prospettiva 8, che – nell’arco del 2013 – avrò l’onore di condurre presso la Sala Cittadina del III Municipio (in via Boemondo 7) a Roma.

Scusandomi per la comunicazione tardiva, qualora qualcuno di voi fosse interessato a partecipare ai prossimi incontri, vi illustrerò brevemente di che si tratta, rifacendomi per cominciare al titolo che ho scelto per l’intero ciclo di eventi: “Viaggio intorno alla fotografia contemporanea”.

Il termine “viaggio” intende proporre l’idea di uno spostamento, come vorrebbe pure suggerire i concetti di scoperta progressiva e di conoscenza determinata dall’incontro con l’altro e l’altrove, dal mettere in relazione ciò che si sa con ciò che appare nuovo; concetti, questi, talmente legati al termine “viaggio” che non a caso, per esempio, Dante collega Ulisse, inquieto viaggiatore, – e la sua “orazion picciola” intesa ad incitare i compagni a ripartire verso nuovi lidi e nuove esperienze – con il “seguir virtute e canoscenza”.
Il viaggio è qualcosa che poi ci cambia, perché cambia i nostri “punti di vista” e la nostra “prospettiva” (termini cari alla fotografia!). E il nostro sarà un “viaggio intorno”, appunto per questo: per permetterci di guardare da varie angolazioni la fotografia contemporanea.

Cercheremo di volta in volta di sottolineare alcuni aspetti, legati all’essenza del medium fotografico e alla pratica odierna della fotografia.

La scelta dell’argomento iniziale è ricaduta, per meglio inquadrare le questioni che emergono attualmente come più scottanti, sul seguente tema:  “Finzioni documentali: forme di ricostruzione del reale”. Perché funzionale come introduzione, legato com’è ai caratteri essenziali della fotografia, alla nostra illusoria percezione di poterci affidare a quello che crediamo quasi un prolungamento meccanico della vista. Come – naturalmente – è legato pure alle ulteriori questioni emerse con l’avvento della cosiddetta fotografia digitale (all’impatto sociologico di questa) e, addirittura, alle sorti stesse della fotografia, che a causa della pressione dei nuovi mezzi tecnici (dell’uso che ne facciamo) sembrerebbe ormai destinata a dissolversi nella “postfotografia“.

Questi temi sono stati toccati ieri – ma lo saranno ancora nel corso dei prossimi seminari – grazie agli spunti forniti dalla proiezione di una carrellata di immagini (e autori), che hanno come denominatore comune la” costruzione” di realtà più o meno verosimili, attraverso le possibilità offerte dal mezzo fotografico.

Negli incontri successivi parlerò del reportage e della fotografia documentaria (della loro tendenza ad una sempre più spiccata soggettività), e del rapporto problematico fra immagini e parole, per poi volgermi agli aspetti concretamente “narrativi” della fotografia contemporanea, ed a certe declinazioni del far fotografia, fra ritratto e performance, che talora si avvicinano fin quasi a confondersi agli ambiti dell’arte, ma anche della psicoterapia.

Queste le tappe del viaggio che propongo, chissà che fra voi non ci sia qualche inquieto viaggiatore desideroso di aggregarsi. 🙂

Happy Rebirth-day: all’insegna della rinascita!

21-12-2012. Approfitto di questa data “fatidica” per augurare a voi, lettori e amici, una buona fine…

… ed un miglior principio d’anno! 😉

Certamente ognuno di noi avrà i propri interrogativi e le proprie ansie riguardo al futuro, prossimo venturo (!), e tuttavia gli interrogativi sembrano fatti apposta per darci modo di riflettere sul nostro percorso, per darci l’opportunità di cambiare, e pure le ansie sono utili in vista di un loro superamento, che ci lascerà dentro il senso di una crescita e forse persino di una maggiore solidità.

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Augurando a voi e a me, dunque, proprio una simile svolta positiva, legata innanzi tutto al nostro modo di “vedere” il mondo – una svolta che potrebbe, in realtà, benissimo nascere anche da un  nuovo approccio alla fotografia, all’arte, in breve a tutto ciò che  stimoli la creatività che è dentro tutti noi – vi invito oggi a sentirvi parte del Rebirth-day planetario proclamato da Michelangelo Pistoletto.

Il senso di tale evento, che coinvolgerà gente di molti, e disparati, luoghi intorno al mondo, vuole essere appunto quello di favorire una rinascita globale nel segno della consapevolezza che un cambiamento è necessario, e deve nascere da azioni collettive, responsabili e rispettose dell’essere umano e della natura, perché siamo tutti parte di un qualcosa e ogni piccola azione è importante.
E’ un cambiamento di visione, quello che va operato, lasciando indietro lamentazioni e recriminazioni per fare ognuno la propria parte.
Gli elementi per costruire un futuro li abbiamo già, ma quello che non si cerca attivamente non si può vedere. Un po’ come accade nel mio piccolo contributo al Rebirth-day (l’immagine e la riflessione che vedete qui di seguito).

Che  c’entra il quadro di un pittore fiammingo con Pistoletto e il Rebirth- day? e che c’entra con il nostro presente?
Come vedrete, io delle forti analogie ce le ho trovate. Forzatura o ermeneutica? Per come la vedo io, è solo uno dei tanti spunti possibili da ripescare nel nostro bagaglio culturale e su cui riflettere per riassemblare in una nuova forma la nostra vita… in fondo anche la scienza ci assicura che “nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”.
E allora auguro a tutti per il 2013 una buona trasformazione!!! 🙂

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Tertium datur: una riflessione

© Rosa Maria Puglisi. "Tertium datur - una riflessione"
© Rosa Maria Puglisi. “Tertium datur – una riflessione”

La simbologia dell’unione e del concepimento, nei “Coniugi Arnolfini” di Jan van Eyck, sembra contenere in sé lo schema grafico del concetto di Terzo Paradiso.
Nel quadro, i due elementi che hanno contraddistinto le “ere passate” – ossia Artificio e Natura, come teorizzato da Pistoletto – possono essere individuati nella mano dell’uomo (l’azione dell’artefice) e nel seno della sposa (la natura che accoglie e nutre); persino il verde del suo abito ribadisce questo significato allegorico.
Ho usato, perciò, il segno simbolo del Terzo Paradiso per individuare visivamente questi due elementi salienti dell’immagine, in modo tale che lo stesso gesto che unisce i due personaggi possa sottolineare l’elemento centrale dello specchio, elemento fondamentale della poetica pistolettiana, e di per sé pregno di profondi simboli archetipici.
Lo specchio, nel quadro, con la sua forma convessa sembra gonfiarsi, gravido di possibilità, come il Terzo Paradiso. Ed è pure simile ad una lente, che “mette a fuoco” un piano diverso dello spazio, della realtà: quello della “riflessione” concettuale.
E’ questo uno spazio in continuo divenire, “aperto e inclusivo”, nel quale i vari aspetti della realtà – anche quelli in apparente contrapposizione – possono proficuamente fondersi in un “tertium datur”, così da annullare quei meccanismi della logica comune, secondo i quali esiste solo una verità e la si può ricavare con un ragionamento logico-deduttivo fondato su opposti, del tipo bianco/nero, bene/male, io/l’altro.
La rinascita, che il Rebirth Day auspica, per me non può che essere “rinuncia al bipolarismo del pensiero logico”, per accogliere il non previsto, il diverso, il nuovo.

Rosa Maria Puglisi
(10-10-2012)

 

dalla fotografia al video 3D: Alessandra Vinotto si racconta

Pluripremiati registi nel campo del video in 3D (Best 3D Music Video 2010″, “Best of the fest 2011” e “Best director to watch 2011” al 3D Film Festival Hollywood), Alessandra Vinotto e Francesco Rotunno sono presenti anche all’edizione 2012 del 3D Film Festival di Los Angeles.
Il loro video, intitolato “3D Levitation” – e ispirato al senso di magia e fascinazione che il 3D ispira negli spettatori –  è stato, infatti, selezionato e sarà proiettato a Los Angeles Downtown al REGAL CINEMAS LA (dove già recentemente erano stati celebrati gli MTV AWARDS).
Nato come progetto didattico presso l’IED di Milano, è stato realizzato nella  sua sala di posa come risultato finale del primo corso sul workflow in 3D stereo – dal concept alle riprese – che Francesco Rotunno ha tenuto nella primavera del 2012 presso l’istituto milanese; con due Canon XF 305, e utilizzando un 3D Stereo rig di tipo beam-splitter, gli allievi del corso, con la guida dei due registi, hanno potuto mettere in pratica tutte le nozioni teoriche e pratiche apprese durante le lezioni, contribuendo a questa creazione.
Da questa notizia di attualità ho colto lo spunto per chiedere ad Alessandra Vinotto – la quale riceverà, in qualità di talento creativo genovese, il Ri-premio nell’ambito di Genova per Colombo 2012 – di raccontarci qualcosa riguardo alle esperienze personali che l’hanno portata in questo interessante campo dell’arte visuale.
video in 3D, il workshop allo IED
Come ti sei avvicinata al mondo delle immagini?
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Non ho mai chiesto regali in vita mia, non essendo molto interessata alle cose materiali. Ma alla prima comunione ho detto ai miei genitori che il mio regalo sarebbe stato una macchina fotografica! (Mio nonno era fotografo e stampatore per puro diletto… Utilizzava una Voigtglander, ancor oggi presente nella mia collezione di vecchie fotocamere!!).
Da quel giorno (avevo 7 anni) non ho mai smesso di fotografare… Poi ho fatto il liceo artistico scegliendo “laboratorio fotografico” come materia opzionale… Et voilà! Non so fare altro… Nella vita ho praticamente fatto solo l’artista.
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Puoi raccontarci il tuo percorso come fotografa e la tua evoluzione d’artista?
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Sempre al Liceo, tra artisti, c’era chi faceva teatro… Tutti squattrinati, loro avevano bisogno di foto di scena ed io avevo una macchina fotografica e tanta passione! Da lì ho iniziato a fare la fotografa di teatro, cosa che continua ancor oggi (ma purtroppo non quanto vorrei, per limiti di tempo…).
Poi, l’illuminante guida di Giuliana Traverso, per la quale ho fatto anche la modella per anni, che ha letteralmente cambiato il mio modo di osservare il mondo. Le mostre, personali e collettive, nazionali ed internazionali… Poi il lavoro come reporter (di viaggi, non di guerra! troppo emotiva..) per un’agenzia di Milano, quello di fotografa di scena prima itinerante in molte città e teatri d’europa, e poi presso il teatro dell’Opera Carlo Felice di Genova, l’insegnamento alla Sdac (una scuola di cinema genovese), e l’incontro con Francesco Rotunno, che mi ha fatto capire quanto il video avrebbe espanso le mie possibilità espressive… E poi la prima vittoria ad Hollywood (abbiamo vinto 3 premi al 3DFF negli ultimi due anni..), la partecipazione al Sundance Film Festival, al californiano Cinequest, al Belga 3D Media, la presentazione al Capalbio International Short Film Festival, la vittoria al parigino Dimension 3, il premio speciale all’italiano MEI, ed eccomi qui! Con ancora tantissimo entusiasmo e la voglia di imparare sempre cose nuove.
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Fra tanti impegni fotografi ancora?
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Sarebbe come chiedermi “respiri ancora?!?”.. Certo, fotografo continuamente e con ogni mezzo: telefono, I-pad, persino la tanto discussa Instagram. Credo che il mezzo abbia un’importanza relativa…
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Hai detto di essere passata ai video perché questi espandono le tue possibilità espressive, ma come cambia il tuo approccio?
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L’incontro con il regista Francesco Rotunno (quando ancora regista non era, ma bensì mio allievo di fotografia) è stato determinante: lavorando insieme mi sono resa conto che fare un video era come scattare tantissime foto! E mi sono lasciata catturare dalla magia del movimento. L’approccio è lo stesso: la ricerca della pulizia dell’immagine, della comunicazione simbolica, dell’armonia.
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Hai una preferenza per uno dei due linguaggi, foto o video?  E, se sì, per quale motivo?
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La fotografia per me è più immediata , più diretta. Forse perché praticandola da cosi tanto tempo ormai è connaturata al mio essere. Il video necessita di una preparazione diversa, va “pensato”, immaginato, voluto. La fotografia si incontra, è lei che trova te, ad ogni angolo della strada. Ma entrambi i linguaggi mi affascinano, difficile scegliere.
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Cosa rappresenta per te la possibilità di lavorare in 3D?
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Il 3D è l’assoluta magia della visione stereoscopica, quella più naturale per l’occhio umano.
Era ciò che mancava al cinema per essere quasi perfetto. Lavorare in 3D significa poter finalmente “mostrare” al pubblico le mie elucubrazioni in purezza!!
Mi spiego meglio: la profonditá degli spazi, la scansione dei volumi, il ritmo del 3D conferiscono alle immagini una vivezza incredibile, danno un coinvolgimento imparagonabile a ciò a cui ci aveva abituato l’immagine “piatta”. Tutto acquista uno spessore diverso, si imprime maggiormente nella memoria: e questo significa che il messaggio “passa”più agevolmente.
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Come sei giunta ad utilizzare questa nuova tecnica?
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Credo profondamente che la vita sia una continua evoluzione, e che pertanto si debbano ricercare nel progresso tecnologico quegli strumenti che ci consentano di esprimere appieno tutte le nostre istanze comunicative. Rotunno in questo è stato un aiuto fondamentale, essendo sempre aggiornatissimo e preparatissimo su ogni possibile innovazione: basti pensare che mentre in Italia molti non sono ancora arrivati al 3D, noi siamo giá approdati all’autostereoscopia, ovvero il 3D senza occhiali!! Bisogna riprendere da almeno 9 punti di vista simultaneamente.. Ma questa è un’altra storia!!
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Progetti in cantiere?
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Sto finendo una sceneggiatura per un corto che gireremo a Los Angeles (mi è stato commissionato là, e sarà un episodio di un lungometraggio pensato per partecipare a festival quali Cannes, Sundance, etc); stiamo ultimando con Rotunno la stesura di un lungometraggio, e come fotografa sto portando avanti un lavoro sul corpo e le sue mutazioni, di cui una foto sarà presente ad una collettiva molto importante che inaugurerà a fine novembre e mi vedrà affiancata ad alcuni dei più grossi nomi della fotografia internazionale..
Insomma, non ho senz’altro il tempo di annoiarmi!!

Rebirth-day: 100 giorni alla rinascita!

Da qualche giorno – lo avrete notato – su una colonna laterale di questo blog spicca la tag di un evento davvero speciale – ideato da Michelangelo Pistoletto, nell’ambito della sua fondazione Cittadellarte – del quale vi parlerò qui.

Mancano 100 giorni alla data fissata, quella del 21 dicembre 2012. Una data scelta non a caso, ma per ribaltare la valenza catastrofica di giorno della “fine del mondo”, che gli si è voluta attribuire a scopi sensazionalistici, rispolverando antiche mitologie e religioni perdute, ma soprattutto cavalcando l’onda di un diffuso sentimento di paura e pessimismo verso le varie incognite che il futuro attualmente sembra prospettare.

“Il dissesto ecologico dato dallo sfruttamento e inquinamento del pianeta, il fenomeno del consumismo combinato con la crescita demografica che conducono a una condizione di insostenibilità globale, la crisi delle culture che hanno determinato i modelli del pensiero e delle pratiche comuni, tutto ciò avviene congiuntamente a una crescita esponenziale dello sviluppo scientifico tecnologico che ha portato l’essere umano a un potere sia costruttivo, sia distruttivo mai avuto prima e, perciò, a un’estrema responsabilità.
L’intera società umana si trova oggi alla resa dei conti, quindi ad affrontare un passaggio epocale che porta a una trasformazione complessiva”. Questa citazione, e l’intero Manifesto del Rebirth-day, da cui è estrapolata (che potete scaricare cliccando qui ) usano proprio quegli argomenti che comunemente funzionano da suggestioni negative per sottolineare con forza la prospettiva di un cambiamento necessario e “l’opportunità straordinaria di creare insieme con gioia e entusiasmo il nostro futuro destino”.

Il Rebirth-day è, infatti, un progetto partecipativo, che invita tutti a prender coscienza, ma anche a collaborare fattivamente all’attuazione di una rinascita (da qui il nome dell’evento e l’idea di designare una data ritenuta “conclusiva”, come punto di inizio d’un nuovo ciclo positivo) all’insegna della responsabilità verso la società.

A tale progetto ci viene richiesto di collaborare, ognuno secondo le proprie possibilità, la propria sensibilità e capacità inventiva, allo scopo di trasformare in un giorno di festa e speranza la data “fatidica”; per farne il simbolo d’una nuova era tutta da progettare e scoprire, quella del cosiddetto Terzo Paradiso.

segno/simbolo del terzo paradiso

Ma come possiamo più concretamente partecipare? Ecco le vie che ci vengono suggerite:

• La prima forma di partecipazione è la diffusione. Comunica questa iniziativa attraverso i tuoi contatti.

• Realizza, con le risorse di cui puoi disporre, interventi, azioni e attività ispirati alla rinascita a partire, per esempio, dal segno/simbolo del Terzo Paradiso, che potrà essere liberamente declinato in linguaggi e materiali diversi.

• Condividi i tuoi interventi, azioni e attività su Youtube, Facebook, Flickr.

• Partecipa fin d’ora alla rinascita con un piccolo esercizio di rinuncia, non più imposta dalle prescrizioni religiose, ma assunta come libera scelta che rafforza la consapevolezza personale. Il cambiamento globale risulta dall’insieme delle energie individuali. Annuncia la tua Rinuncia sul sito www.rebirth-day.org

• Una selezione dei materiali pubblicati sul web sarà presentata nell’ambito dell’esposizione Michelangelo Pistoletto, année un – le paradis sur terre (Michelangelo Pistoletto, anno uno – il paradiso terreno), che si terrà al Louvre, Parigi, nella primavera 2013.

Che altro resta da dire?

Attiviamoci per il cambiamento; uniamo le forze e trasformiamo questi 100 giorni in un periodo di fermento creativo per ricominciare in una nuova prospettiva! 🙂

Ecco tutti i modi che avete a disposizione per interagire:

Il sito del Rebirth-day è http://www.rebirth-day.org/.

Su Facebook troverete la sua pagina https://www.facebook.com/rebirthday2112?ref=ts.

Su Youtube il suo canale ufficiale: http://www.youtube.com/2112rebirthday.

E, infine, da oggi poi potete seguirlo anche su Twitter:  https://twitter.com/rebirthday2112.

BID FOR BUILD. Asta benefica per la ricostruzione in Emilia Romagna

Vi segnalo questo importante evento che si svolgerà domani 27 giugno a Modena; qui di seguito tutte le info:

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BID FOR BUILD. Asta benefica per la ricostruzione in Emilia Romagna

91 artisti da tutto il mondo hanno donato le loro opere che verranno battute a Modena mercoledì 27 giugno in un’asta condotta da Sotheby’s.

Il catalogo dell’asta è disponibile online.

Luigi Ghirri. “Contarina, verso la foce del Po, 1988”, courtesy Eredi Ghirri

In seguito al terremoto che ha colpito Modena e il suo territorio con conseguenze drammatiche e interi paesi ancora da ricostruire, Fondazione Fotografia-Fondazione Cassa di Risparmio di Modena e la Galleria Civica di Modena intendono dare il loro contributo e sostenere i principali interventi richiesti per la ricostruzione di scuole e del patrimonio artistico.

Per testimoniare la vicinanza del mondo dell’arte agli abitanti delle zone colpite dal terremoto Fondazione Fotografia e Galleria Civica organizzano un’asta di beneficenza il prossimo mercoledì 27 giugno 2012 i cui proventi saranno interamente destinati alla ricostruzione di quelle strutture – scuole, biblioteche, centri culturali – che operano nell’ambito della cultura e nella didattica. L’asta, patrocinata dalla Soprintendenza per i Beni storici e architettonici di Modena e Reggio Emilia, si svolgerà a partire dalle ore 20 nei locali dell’ex-ospedale Sant’Agostino di Modena e sarà condotta da Filippo Lotti, Amministratore Delegato di Sotheby’s.

Artisti e gallerie di ogni parte del mondo sono stati invitati a donare una o più opere che verranno battute all’asta e tantissime sono state le adesioni. Si tratta in grandissima parte di fotografie, tra le quali numerose opere uniche e vintage print.

Le opere in asta potranno essere visionate presso l’ex Ospedale Sant’Agostino di Modena:

lunedì 25 e martedì 26 giugno dalle 10 alle 12.30 e dalle 15 alle 19

mercoledì 27 giugno dalle 16 alle 19.30

Il catalogo online delle opere in asta è disponibile a questo link

È possibile inviare una propria offerta anche a distanza: basta inviare prima della data dell’asta l’apposito modulo di offerta, scaricabile dal sito.

Questo l’elenco completo degli artisti:

Artisti italiani Andrea Abati; Fratelli Alinari; Luca Andreoni; Marco Anelli; Gabriele Basilico; Antonio Biasiucci; Marina Ballo Charmet; Carmelo Bongiorno; Fabio Boni; Andrea Botto; Luca Campigotto; Vincenzo Castella; Mario Cresci; Daniele De Lonti; Paola De Pietri; Martina Della Valle; Gianni Ferrero Merlino; Eva Frapiccini; Franco Fontana; Antonio Fortunio; Vittore Fossati; Maurizio Galimberti; Luigi Gariglio; Luigi Ghirri; Stefano Graziani; Guido Guidi; Francesco Jodice; Mimmo Jodice; Tancredi Mangano; Nino Migliori; Pino Musi; Carlo Naya; Carmelo Nicosia; Walter Niedermayr; Enzo Obiso; Francesco Radino; Aldo Sessa; Toni Thorimbert; Ernesto Tuliozi; Beppe Zagaglia; Marco Zanta.

Artisti internazionali Erich Angenendt (Germania); Nobuyoshi Araki (Giappone); Fikret Atay (Turchia); Adriana Bustos (Argentina); Paul Caponigro (USA); Nikhil Chopra (India); Matias Duville (Argentina); Eliot Elisofon (USA); Mounir Fatmi (Marocco); Cao Fei (Cina); Andreas Fogarasi (Austria/Ungheria); Richard Gadd (USA); Laura Glusman (Argentina); Sawako Hamasaki (Giappone); Maiko Haruki (Giappone); Swetlana Heger (Repubblica Ceca); Anastasia Khoroshilova (Russia); Iosif Kiraly (Romania); Robb Johnson (USA); Lisette Model (USA); Daido Moriyama (Giappone); Keizo Motoda (Giappone); Amir Mousavi (Iran); Ivan Mudov (Bulgaria); Zanete Muholi (Sudafrica); Yuko Murata (Giappone); Beaumont Newhall (USA); Anna Niesterowicz (Polonia); Tony O’Brien (USA); Koji Onaka (Giappone); Annu Palakunnathu Matthew (UK/India); Olivia Parker (USA); Hung-Chih Peng (Cina); Konrad Pustola (Polonia); Karolina Raczynska (Polonia); Mauro Restiffe (Brasile); Janet Russek (USA); Ryuijie (USA/Giappone); Saul Sancez (Argentino), David Scheinbaum (USA); Jennifer Schlesinger (USA); Ahlam Shibli (Palestina); Hiroshi Sugimoto (Giappone); Vivan Sundaram (India); Risaku Suzuki (Giappone); Sebastian Szyd (Argentina); Guy Tillim (Sudafrica); Charles H. Traub (USA); Hoy Cheong Wong (Malesia); Akram Zaatari (Libano).

Alla raccolta delle opere hanno collaborato Gitterman Gallery, New York; Hisako Motoo, Tokyo; Galerie Chantal Crousel, Parigi; Andrew Smith Gallery, Santa Fe, USA; Vitamin Creative space, Cina; Taro Nasu Gallery, Tokyo; Scheinbaum & Russek Ltd., Santa Fe, USA; VERVE Gallery of Photography, Santa Fe, USA; sepia EYE Gallery, New York; Z2O Galleria Sara Zanin, Roma; Gallery Koyanagi, Tokyo; Paul M. Hertzmann, San Francisco; Weston Gallery, Carmel, USA; Gallery Side 2, Tokyo; Taka Ishii Gallery, Tokyo; Michael Stevenson Gallery Sudafrica; Aaran Art Gallery, Teheran, Iran; Foksal Gallery Foundation, Polonia; Galeria Nuevo Chenta, Buenos Aires.

info
Fondazione Fotografia
059 239888
www.fondazionefotografia.it

ABContemporary

E’ in corso a Roma un’iniziativa (che sarà poi riproposta in altre città) per promuovere l’arte attraverso alcuni suoi interessanti temi, diretta al più vasto pubblico con percorsi aperti alle famiglie e ai ragazzi.

All’interno di essa si parla anche, com’è naturale, di Fotografia e, a tal proposito, vi segnalo il corso tenuto da Daniele De Luigi, critico e curatore, che ha vinto nel 2008 la prima edizione del premio per giovani curatori e critici d’arte “A cura di..”.

Qui di seguito potete leggere il comunicato stampa ed avere indicazioni circa il modo d’informarsi e partecipare…

Arriva a Roma ABContemporary, un percorso formativo di seminari e workshop sull’arte contemporanea e sulle Continua a leggere ABContemporary

Donne d’arte

Fino a un recente passato, solo sporadicamente, e in tono minore, si parla di artiste all’interno di quell’olimpo d’uomini illustri e geni che la storia dell’arte – quella riconosciuta e dominante – ci ha tramandato. Solo a partire dal Novecento, infatti, i territori dell’arte cominciano a schiudersi alle donne, le quali tentano di affrancarsi faticosamente dal marchio di dilettantismo, spesso apposto al loro lavoro da una critica anch’essa, prima del femminismo, appannaggio del genere maschile.

A porre rimedio a tale stato di cose facendo luce su “l’altra metà dell’arte”, sono intervenute studiose, che Continua a leggere Donne d’arte

A Torino il primo appuntamento con Confini

© Franco Borrelli

Confini, la rassegna fotografica italiana che ha per filo conduttore la fotografia al confine in termini di linguaggio o di tecnica importati da altri media, inizia quest’anno a Torino il proprio ciclo espositivo, per concludersi, dopo 8 mesi, a Trieste.

La nona edizione di questa rassegna annuale, ideata e organizzata da PhotoGallery di Firenze e MassenzioArte di Roma, presenta cinque autori che intervengono sul Continua a leggere A Torino il primo appuntamento con Confini

Hellen van Meene: “Untitled”

A gentile richiesta ripropongo questo pezzo di diverso tempo fa, relativo a un libro sul lavoro di una particolarissima fotografa olandese. Grazie per l’occasione! 🙂

(Una curiosità: il link all’account flickr del marito di van Meene, Frank van Eykelen (cliccare sul nome!), dove potrete trovare molto sui retroscena del lavoro di quest’artista e persino una nutrita galleria di sue foto.)

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copertina di Untitled

Prima di esser prese dal “sistema dei generi”, prima d’immergersi completamente nell’identità femminile, le ragazze vivono uno stato d’imperfezione e d’ingenuità, una sorta di limbo denso d’incerti presagi sulla vita futura.  Continua a leggere Hellen van Meene: “Untitled”