Lo Specchio Incerto

Tra immagine e parola

Pietro D’Agostino


Le immagini della luce

copyright: Pietro D'Agostino
© Pietro D'Agostino

Non la realtà con i suoi mille volti e situazioni, ma la luce è il soggetto per eccellenza di ogni immagine fotografica, analogica o digitale.
Sempre e comunque, qualsiasi apparecchio l’abbia prodotta (un foro stenopeico o la più sofisticata fotocamera), quale che sia stata la concretezza della cosa fotografata o l’interpretazione che ne ha dato il fotografo, una fotografia non può riportare altro che la maniera in cui la luce si è riflessa su qualcosa in un dato istante.
Un concetto assolutamente ovvio, questo, che sovente tuttavia sembra cadere nell’oblio di fronte alla sovrabbondante connotazione icastica della produzione fotografica dagli albori ad oggi.
Ce lo ricorda, invece, efficacemente la ricerca di Pietro D’Agostino. Sviluppatasi inizialmente nell’ambito del gruppo Pan-Ikon, essa indaga l’alfabeto del linguaggio fotografico – in risposta all’accelerazione di una tecnologia, che la nostra mente non è ancora riuscita a metabolizzare nei suoi risvolti concettuali più profondi – e sperimenta con sensibilità estetica le potenzialità del medium tornando a meditare sulla sua essenza.
Lo fa usando pellicole e carta sensibile, come “trappole” (così, del resto, Fox Talbot chiamava i suoi primi dispositivi!) per la luce, lasciando che essa riveli la propria “scrittura” con l’ausilio della chimica, senza che il fotografo imponga un proprio punto di vista.
Attraverso tecniche fondanti, quali il fotogramma o il chimigramma, l’autore ci invita a qualcos’altro che a guardare ciò che egli ha visto. Non ha per noi un messaggio che il suo lavoro debba mediare.
La sua fotografia è aniconica. E’ pura fotografia, proprio in quanto non rappresenta della realtà circostante altro se non l’incontro fra la radiazione luminosa e il materiale fotosensibile, sul quale s’imprimono figure astratte, saldamente ancorate all’interno dello spazio rettangolare del foglio, ma fluttuanti nel senso, che per il fotografo sono il prodotto di un continuo esperire che lo porta ad intrecciare la propria meditazione con quella di artisti appartenenti ad altre aree, come la poesia e la musica.
Sono configurazioni, costituite da gradazioni tonali, dal bianco al nero, che, però, solo apparentemente liberano queste opere dalla “significazione“, le sciolgono, piuttosto, da sovrastrutture simboliche logore ormai – per via della saturazione cui ci ha portato una sovraesposizione alla più tradizionale fotografia – e le riportano ad un grado zero della rappresentazione, quello proiettivo tipico dei meccanismi percettivi, che cercano di “riconoscere” ancor prima che capire, grazie all’innata capacità umana, connaturata alla percezione visiva, di creare immagini, ossia proiezioni della mente. In un processo che genera se non proprio la realtà stessa, l’immagine che ne abbiamo.

Rosa Maria Puglisi

(Pubblicato anche su Fotologie)

[il sito di Pietro D’Agostino]

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