Per celebrare insieme a voi il compleanno di Gianni Berengo Gardin, ho deciso di riproporre un’intervista raccolta nel 2001, in occasione di una retrospettiva a lui dedicata e intitolata – appunto – “© Copyright Gianni Berengo Gardin”, allora in mostra a Roma al Palazzo delle Esposizioni.
Ricordo con grande piacere quell’incontro, in cui questo Maestro della fotografia italiana – con l’umiltà che gli è propria e che contraddistingue i “Grandi” – interrogandomi in maniera partecipe su cosa facessi, alla mia risposta che ero fotografa e amavo il reportage, replicò semplicemente: “Allora abbiamo una passione comune!”. Gli fui grata per questo pensiero che in qualche modo mi faceva sentire riconosciuta per ciò che amavo, e parte di qualcosa di più grande.

Tanti auguri, dunque, e che questa sua passione ci possa sostenere e illuminare ancora a lungo attraverso il suo lavoro!!!🙂

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© Rosa Maria Puglisi, 2001

Pensa che le 150 immagini di questa retrospettiva possano davvero riassumere il suo lavoro?

E’ stata, logicamente, una selezione molto difficile, poiché ho in archivio un milione e cento negativi. Mi spaventava l’idea di dover scegliere, non perché io ami tutte le mie fotografie, ma piuttosto perché a volte il mio giudizio può essere influenzato dal momento dello scatto e da cose che non si vedono poi nella fotografia. Questo lavoro è stato dunque fatto da Mario Peliti e Giovanna Calvenzi con l’aiuto di mia figlia Susanna, che cura l’archivio. Ci voleva il coraggio di selezionare. In questa retrospettiva non ci sono certi mondi: l’Australia, il Canada, la Cina, ma soprattutto l’India alla quale sono molto legato. Vi ho lavorato parecchio tempo e, non dico che mi abbia cambiato il carattere, però mi ha sicuramente cambiato molto il modo di pensare. Nonostante l’importanza dell’esperienza indiana, in questa mostra abbiamo voluto, visto che si parla tanto d’Europa, rimanere in tale ambito: c’è una piccola sezione di Europei, il resto è dedicato agli Italiani. Italia, dunque, con un accenno all’Europa, soprattutto alla Francia nella quale io ho imparato a fotografare.

Può parlarci di quest’influenza della fotografia francese nel suo percorso?

Da ragazzo, ho fatto per cinque anni il fotoamatore. Poi, visto che la passione era molto forte, ho deciso di diventare professionista. Allora i miei maestri ideali erano i fotografi americani di “Life” e della “Farm Security Administration”, dopo i quali (diciamo come secondi) venivano i francesi. In quegli anni andare in America era più difficile di oggi, specie se avevi poche lire, e quindi ho ripiegato sulla Francia che era più vicina (Parigi ha, inoltre, un grosso fascino su di me). A Parigi sono rimasto quasi due anni; ho conosciuto Doisneau, Boubat, Masclet, ma soprattutto Willy Ronis, col quale siamo diventati molto amici, e da loro ho imparato moltissimo. L’incontro con Cartier-Bresson è avvenuto solo molti anni dopo. Allora Cartier-Bresson era già “dio” e quindi non facilmente raggiungibile, così mi sono accontentato dei “santi”. Da lì è partito tutto, e, infatti, in molte mie foto si vede l’influenza della fotografia francese più di quell’americana.

Quel certo spirito ironico alla Doisneau di certe sue immagini?

Devo dire, forse, un po’ si; anche se io non mi accorgo di essere così ironico in fotografia.

A proposito di Cartier-Bresson, pare che lei abbia dichiarato di non credere in un “attimo decisivo”…

No, io credo nel momento decisivo; però, secondo me, il momento decisivo non esiste nella situazione che si fotografa. Sei tu, fotografo, che decidi quando è il momento decisivo. E ognuno lo fa secondo il proprio punto di vista. Dipende tutto dal fotografo; perché bene o male è sempre la sua realtà, quella che interpreta e che vuol far vedere agli altri.

La fotografia è un’interpretazione del tutto personale della realtà?

La fotografia non è quasi mai realtà, cioè lo è in gran parte, ma non totalmente. Pensa alla foto del poliziotto durante la contestazione della Biennale: quel poliziotto lì, può essere mille cose; può darsi che m’insegua per bastonarmi, ma può essere anche che corra per conto suo. Non credo a quelli che dicono che una fotografia vale mille parole. Una fotografia vale molte parole, però dovrebbe essere sempre accompagnata da parole, cioè da una didascalia che puntualizzi la situazione. Per quanto mi riguarda, io tendo sempre ad essere il più obiettivo possibile, però “cerco” di esserlo; non è detto che lo sia.. magari il mio inconscio nasconde qualcosa anche a me stesso, e quindi non sappiamo come va a finire… Il dramma è che oggi, col digitale, c’è una possibilità di falsificazione che è terribile; non sai più se quello che vedi non sia stato completamente costruito a tavolino in una stanza. Certo esisteva già una possibilità di falsificazione col fotomontaggio, ma era facile accorgersene. Oggi, invece, ci sono cose talmente perfette… Il discorso sulla comunicazione diventa, di conseguenza, molto complicato, molto difficile; specie nella comunicazione di guerra, dalla Guerra del Golfo in poi. L’associazione dei fotografi, cui appartengo, da anni tenta di avere una legge che obblighi chi lavora in digitale, trasformando le fotografie, a mettere un simbolo, una frase con cui dichiari che si tratta di un’immagine costruita. Fino a pochi anni fa io mettevo sempre all’inizio dei miei libri: nessuna di queste fotografie è stata ritoccata o trasformata al computer, proprio perché si sapesse che quello che avevo fotografato era quello che io vedevo.

E’ dunque contrario alle tecnologie digitali in fotografia?

Non sono contrario al digitale; capisco, anzi, che è molto utile per chi fa fotografia di cronaca: fa la foto e due minuti dopo la può trasmettere ai giornali. Però il digitale, a me, non interessa. Sarà una tecnologia nuova, moderna, attuale, ma a me va già anche troppo bene questa. E quindi per questa vita… la prossima reincarnazione vedremo; magari passerò anch’io al digitale sempre che rinasca uomo… E poi, in realtà, il digitale non è ancora arrivato (certo, ci arriverà presto) alla qualità che ha la fotografia tradizionale.

Gianni Berengo Gardin
Val D’Orcia. Copyright: Gianni Berengo Gardin

Qual è il motivo della sua predilezione per il bianco e nero?

Ci sono vari motivi. Innanzi tutto, è parte integrante della mia cultura visiva: sono cresciuto col cinema in bianco e nero (sono un grande appassionato di cinema), e con la televisione in bianco e nero; anche i miei maestri di fotografia erano tutti fotografi in bianco e nero. Quindi sono già istintivamente portato per questo tipo d’immagine. Poi sono convinto che, per il mio tipo di fotografia, sia più efficace. Da quelle pochissime foto a colori che faccio (come si suol dire per il panino; è l’unico ricatto al quale devo cedere, anche se malvolentieri) mi accorgo già in ripresa che sono distratto dal colore, e sono convinto che anche chi poi guarderà l’immagine, ugualmente distratto da certi colori piuttosto che da altri, non vedrà più l’immagine nel suo complesso. Chi guarda le foto in bianco e nero, è quasi costretto, invece, ad entrare di più nella fotografia…. a cercare di capire cosa il fotografo gli volesse dire. Per finire: oggi i colori della fotografia sono coloracci. Bianco e nero sono, ad ogni modo, due bei colori… per non dire del grigio, che è un colore bellissimo.

Che ne pensa dei reportage che troviamo oggi sui giornali a larga diffusione?

Si passa agli estremi opposti: dalla fotografia eccessivamente violenta (però è anche giusto far vedere certe cose) alle foto di una banalità estrema. E’ un periodo che vediamo solo foto di Talebani piantati davanti alla macchina. Capisco che anche loro hanno difficoltà a fare qualcosa di più interessante, però… Esistono, in ogni caso, vari modi di fare reportage, dipende un po’ da quello cui è portato il fotografo: io non andrei mai in guerra, perché odio la guerra, e questi ultimi anni di vita che ho, tento di tenermeli più stretti possibile; ma ci sono fotografi che amano il rischio di andare in zone di guerra… Penso, tuttavia, che siano utili anche i miei reportage: quella degli zingari e dei manicomi è anch’essa, in certo qual modo, una realtà “di guerra”. Inoltre, fotografie che sembravano banali quarant’anni fa sono oggi importantissime, in quanto documento di com’eravamo; così ho la presunzione di affermare che le mie foto non sono importanti oggi, ma fra cento anni diventeranno importantissime. A me interessa, comunque, fotografare chi normalmente non viene fotografato; infatti, i ritratti che ci sono in mostra (di Mulas, Piano, Zavattini, Fo…) sono, più che altro, foto di amici.

Qual è per lei, dunque, il ruolo del reporter?

Qual “era” il ruolo del reporter… perché ormai… E’ far vedere quello che lui vede, nel modo più onesto possibile, cosa non semplice né facile.

Rosa Maria Puglisi

(Pubblicata precedentemente su Cultframe)