Si fa un gran parlare di fotografia come terapia sul web e altrove. C’è chi si mostra giustamente preoccupato da un dilagare di proposte terapeutico-fotografiche approntate alla bell’e meglio da persone, certamente in buona fede, ma che non hanno una preparazione per gestire le situazioni delicate che certi approcci troppo in profondità potrebbero provocare. E c’è chi semplicemente cavalca l’onda emotiva del riconoscimento di uno statuto psicologico per la fotografia, inteso nelle accezioni più disparate. Così che tutt’a un tratto fioriscono i progetti di fotografia terapeutica, spesso intrecciandosi e confondendosi con lavori più propriamente ricollegabili allo storytelling o addirittura a una concettualità ritenuta – forse – un po’ demodé e quindi da rileggere in una chiave più vicina alla sensibilità del pubblico attuale.
Fra le email che ricevo da voi mi è parsa emblematica quella che pubblico qui di seguito (insieme alla mia risposta). Ho chiesto al suo autore il permesso di pubblicare il nostro scambio di battute poiché mi pare possa fornire un qualche spunto a chi volesse approfondire l’argomento, nella speranza di sentire altri punti di vista e magari anche di sviluppare il nostro stimolati dalle vostre riflessioni.

 © Pamela Piscicelli/D.O.O.R, 15×21 cm, 78 pagine, design by Mirko Smerdel / Discipula, 2015
© Pamela Piscicelli/D.O.O.R, 15×21 cm, 78 pagine, design by Mirko Smerdel / Discipula, 2015

Per quanto riguarda il bel libro citato sotto, resta il dubbio riguardo alla sua reale collocabilità in un filone terapeutico. Non ho sufficienti elementi per poterlo stabilire, mancandomi dati su come si è sviluppato tale percorso, ma certamente mi balza all’occhio principalmente il suo valore di ricerca estetica di carattere diaristico in cui materiali eterogenei confluiscono a creare il racconto di stati d’animo più che di eventi.

Ad ogni modo, buona lettura e buone riflessioni (che mi auguro vorrete condividere)!

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Oggetto: Anche a castelnuovo si parla di fotografia terapeutica

A Castelnuovo di Porto domenica [4 ottobre] pomeriggio c’è stata una interessante discussione durante la presentazione di un libro: Undici solitudini di Pamela Piscicelli. Un libro molto personale, intimo. Un libro difficile da leggere visivamente e difficile da decodificare e avvicinare attraverso un punctum, come diceva Pamela riferendosi a Barthes, di vissuto comune.
In effetti Pamela parlando del libro, più e più volte aveva fatto riferimento alla sua fotografia come autoanalisi, come terapia. Aveva raccontato delle sue difficoltà di relazione con il padre e come questo lavoro fotografico l’avesse aiutata.

Nel dibattito è intervenuta Lina Pallotta, la quale, provocatoriamente le ha chiesto: Pamela, ma che malattia hai?
Naturalmente Pamela ha avuto difficoltà a rispondere. Non perché non sapesse il nome clinico della sua “malattia”.
Semplicemente Lina ha voluto forzare l’autopresentazione di Pamela per mostrarle che era eccessiva, inappropriata.
Non è meglio parlare di scoperta, ha suggerito Lina, rispetto al percorso interiore svolto con questo lavoro fotografico?
Dopo qualche altro chiarimento sulle parole utilizzate, tutti sono stati più soddisfatti del ribaltamento di prospettiva.

Certo si è passati da un potenziale luogo comune ad un altro, ma almeno è di segno positivo. Sicuramente, ci sarebbero dei significati più propri sia per la fotografia come terapia che per la fotografia come percorso di crescita, sviluppati in contesti più specializzati. Però alla fine è stata una bella chiacchierata…
Mi faceva piacere raccontartelo visto il tuo interesse per il tema.
A presto.
Paolo

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Ciao Paolo!
Grazie per questo messaggio: trovo il tuo racconto, e le conclusioni all’insegna del dubbio che ne trai, molto interessanti e pertinenti. E’ assolutamente vero, in questo periodo “c’è nell’aria” questa idea della terapia e si finisce per generalizzare; soprattutto perché c’è l’impressione diffusa che – come diceva una vecchia canzone – “siamo tutti un po’ malati, ma siamo anche un po’ dottori”.
Questo per dirti che credo ci siano due diverse problematiche che vanno a collidere in questa faccenda: da un lato la voglia – assolutamente lecita – che ognuno ha di trovare mezzi per star meglio (in una situazione storica di depressione sociale diffusa),e dall’altro lato l’idea balorda che, senza avere una preparazione specifica (talora – non non nel caso che racconti – neanche in fotografia; e figuriamoci poi in psicologia!), il fotografare si trasformi in automatico in un processo di autoanalisi e autoterapia. Non è così semplice però, anche se la società dei consumi ci ha allenati a pensare che tutto sia a portata di mano, in questo caso recandosi a comprare un qualunque apparecchio utile a scattar foto.
La fotografia non è terapia “di per sé”, neanche quando si occupa di “mettere a fuoco” un malessere, che – tra l’altro – non dev’essere necessariamente “una malattia”.
A tal proposito trovo che la fotografia si presti, per esempio, ad affrontare un generico “male di vivere”, di tipo montaliano intendo, essendo un’attività che – se svolta con la dovuta consapevolezza – tende all’attribuzione di significati personali per l’ambiente (cose, fatti e persone) che ci circonda, e riesce anche a dare uno scopo alla nostra esistenza in quanto esploratori di tale ambiente.
Se è pur vero che questo attribuire significati al mondo e agli eventi attraverso gli scatti è anche la chiave di volta delle potenzialità terapeutiche della fotografia – consentimi la metafora architettonica – è chiaro pure che i piedritti che sostengono l’arco sono due, distinti e separati: la fotografia vera e propria (con tutto il suo portato artistico e concettuale) e la terapia.
Fotografia e terapia sono semplicemente due cose che possono talora confluire in un unico nodo, a sostegno dell’espressione personale, e sappiamo bene che ci si può esprimere con varie finalità, non sempre e solo con quella di
liberarsi d’un peso o di cambiare prospettiva sulla propria vita. Il più delle volte la fotografia è solo (e non è poco!) uno strumento di conoscenza e di comunicazione. Uno mezzo di “scoperta”, come suggeriva appunto Lina Pallotta, che non deve per forza fare i conti con un disagio per “curarlo”, ma che sicuramente dà a chi fotografa occasioni di crescita personale, ampliando – è il caso di dirlo – le proprie vedute su se stessi e sulle cose.
Confondere i due piani e tentare di farne un tutt’uno. magari finendo addirittura con l’asserire – e mi è capitato di sentire anche questo! – che la fotografia è sempre terapeutica, non giova a nessuno, in quanto finisce con lo svalutare da una parte quelli che sono lavori autenticamente vissuti come terapia, perché frutto di un processo consapevole e portatori di una trasformazione personale profonda, e dall’altra con lo stravolgere e omologare il senso di lavori che traggono valore da un costrutto concettuale, sol perché si immagina che parlare di terapia sia più in linea con il momento attuale.
Sai cosa penso Paolo? Che forse questo dialogo potrebbe diventare un post, uno di quelli utili a far riflettere anche altra gente su queste criticità. Ti andrebbe se pubblicassi il tutto?
Buona giornata!
RM
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