© Rosa Maria Puglisi
© Rosa Maria Puglisi

 

Leggendo un post su Binitudini,  il blog di Sandro Bini, dal titolo “Late photography”: per una fotografia fuori dal coro, – che a partire dall’attuale trend che, complice lo sviluppo della mobile tecnology, causa una vera inondazione fotografica sul web e intasa i social network dell’ultima versione delle famigerate foto delle vacanze da condividere a tutti i costi con gli amici, parla di un ruolo da outsider che sarebbe destinato a chi “resterà fedele a una fotografia più lenta, scattata con una fotocamera e non con un cellulare o perlomeno non condivisibile e consumabile in diretta (“late photography”)” – ho trovato le riflessioni di Bini molto stimolanti, tanto da fornirmi l’idea di questo commento, che vi si aggancia e dà conto di come gli spunti di quel post hanno lavorato dentro di me.

Senza la minima intenzione di fornirvi verità o profonde intuizioni, mi limiterò ad una riflessione sulle implicazioni di quell’argomento su cui si potrebbe ulteriormente cercare un approfondimento.
A mio modo di vedere, la questione “fast photography vs late photography” cui sembra far riferimento l’articolo, potrebbe essere articolata altrimenti, approfondendone i due aspetti distinti: quello della “condivisione” di immagini personali (che non implica tanto, o implica solo in parte, l’aspetto esibizionistico di chi posta sui social network) e quello dell’approccio professionale, che sarebbe giusto potesse esprimersi secondo una pluralità di stili e intenti, non escluso quello della “fast photography”, che magari a questo punto andrebbe ridefinita e meglio indagata nelle sue potenzialità (al di là del suo aspetto “usa e getta” o magari proprio per quello).

Due aspetti distinti che, comunque, giustamente Bini fa confluire in un unico discorso, trattandosi delle due facce di una sola medaglia: l’atteggiamento nei confronti della realtà (o dovremmo dire l’approccio verso il mondo?) che negli ultimi anni è stato promosso dalla fotografia “mainstream” (quella che si fregia d’importanza per il fatto di trovar vetrine e fondi, sempre più miseri, a suo sostegno).
Da una parte, dunque, il discorso sociologico, che peraltro potrebbe – a ben guardare – arrivare a sfumare in toni ampiamente psicologici, se si comincia a mettere a fuoco il fatto che la “smart phone photography”, proprio come le care vecchie “foto delle vacanze” d’un tempo, prima ancora che moda compulsiva, non è altro che una delle espressioni possibili dell’umano bisogno di raccontarsi ed esser visti.
Dietro alla tecnologia… anzi, forse potremmo dire, dietro lo schermo protettivo della tecnologia c’è ancora l’essere umano con i suoi bisogni e le sue resistenze; l’umana voglia di essere approvati, anche a suon di illusori likes, che lasciano il tempo che trovano, e la paura di esporsi senza essere accettati).
L’altro argomento di questo discorso bicipite, invece, ci porterebbe al ruolo (ai ruoli) dei fotografi (non voglio neanche fare distinzione fra professionisti e non per non aprire un’ulteriore questione) che vivono, o almeno cercano di sbarcare il lunario, con questa sempre meno prestigiosa occupazione. Su questo fronte la parola chiave, tanto per cominciare, potrebbe essere “inflazione”. Certamente la cosiddetta fast photography favorisce un’inflazione d’immagini e anche tanta banalizzazione, ma siamo sicuri che la “late photography” sia un’alternativa?
 
Lo è se intendiamo con questo termine ciò che intendeva David Campany (riferendosi principalmente al fotoreportage giornalistico), cioè quegli scatti meditati di professionisti che preferivano giungere all’indomani delle tragedie per eseguire un lavoro”freddo” d’indagine, quasi da medico forense, alla ricerca delle prove di un dramma e dei suoi effetti, al di là di un  impatto emotivo subitaneo (schockante quanto transitorio); in quel caso la late photography ha un senso assolutamente alternativo ed un valore per me encomiabile, in quanto si rivolge alle coscienze dei fruitori, non ai suoi istinti (talora ferini, pensiamo alle riflessioni di Susan Sontag in “Davati al dolore degli altri”!), e pertanto bisognerebbe riconoscerle un ruolo di grande stimolo intellettuale, anziché paragonarla a quel mero sollecitatore emotivo, che spesso è la fotografia scattata a caldo, e con tecnologici “mezzi di fortuna”, che quotidianamente riempie la stampa.
Lo stesso si potrebbe dire (fatte le debite trasposizioni del discorso) per ambiti della fotografia diversi dal fotogiornalismo.Se, invece, l’idea di lentezza o, piuttosto, di ritardo – rispetto alla fretta/velocità e in funzione del riflettere, selezionare, operare delle scelte ponderate – diviene una mera scusa per mettersi “fuori dal coro”, sperando che questa posizione dia in qualche modo ragione e forza alle scelte fotografiche solo perché compiute lentamente e individualmente, augurandosi un riconoscimento futuro sol perché “il tempo è galantuomo”…
Beh, allora ho qualche dubbio… e mi vien da riflettere meglio sulla parola “coro”, sulle origini di questo concetto e sul ruolo – che al coro si affidava nella tragedia greca: era l’interlocutore dell’attore. Rappresentava la collettività che con il suo “senso comune” dialogava con i protagonisti delle vicende, dando loro spessore per contrasto. Insomma porsi “in relazione con”, piuttosto che “fuori dal” coro, credo potrebbe anche essere un gran vantaggio.
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