Fino a un recente passato, solo sporadicamente, e in tono minore, si parla di artiste all’interno di quell’olimpo d’uomini illustri e geni che la storia dell’arte – quella riconosciuta e dominante – ci ha tramandato. Solo a partire dal Novecento, infatti, i territori dell’arte cominciano a schiudersi alle donne, le quali tentano di affrancarsi faticosamente dal marchio di dilettantismo, spesso apposto al loro lavoro da una critica anch’essa, prima del femminismo, appannaggio del genere maschile.

A porre rimedio a tale stato di cose facendo luce su “l’altra metà dell’arte”, sono intervenute studiose, che hanno dedicato la propria opera dapprima a restituire visibilità a figure femminili misconosciute, in seguito a dar voce alle istanze delle nuove artiste. In Italia questi studi hanno avuto alterna fortuna e tutt’oggi stilandone una bibliografia ci si ritrova con un breve elenco, nel quale la più recente acquisizione è Donne d’arte. Storie e generazioni, edito da Meltemi. Il volume, curato da Maria Antonietta Trasforini, è il risultato di un ciclo di conferenze organizzate fra il 2004 e il 2005 dall’Unione Donne Italiane e dalla Casa delle Donne di Pesaro.

È “un piccolo ma significativo puzzle”, forse un po’ discontinuo nel catturare l’attenzione del lettore; i pezzi che connette, scritti da storiche e critiche d’arte, ma anche da artiste, ricompongono per mezzo di una molteplicità “polifonica” di prospettive una visione variegata di quello che è l’arte al femminile a partire dal secolo scorso. La prima parte del libro si limita a render conto delle principali tappe della conquista da parte delle artiste di un proprio spazio “professionale” inalienabile, lottando contro pregiudizi sociali cui talora esse stesse aderiscono; la seconda è uno spaccato significativo del panorama teorico-artistico al femminile a partire dagli anni Sessanta.

A differenza di un’analoga raccolta di testi, dal titolo l’arte delle donne, pubblicata nel 2001 dalla medesima casa editrice e che già beneficiava dell’apporto di alcune delle autrici riproposte in quella attuale, qui non si tratta di fotografia. Almeno non nel suo specifico. Riappare qua e là fra le righe. Come nell’interessantissimo saggio su Carla Lonzi, in cui se ne parla come di un elemento che introduce una forte connotazione temporale all’interno di un discorso personale, restando tuttavia mero strumento d’illustrazione. Altrove ritorna, invece, fagocitata nei più complessi discorsi di artiste contemporanee quali Luisa Lambri e Annalisa Cattani.

Del resto, in un contesto come quello dell’arte contemporanea, appare perfettamente naturale e coerente che la fotografia sia considerata alla stregua di una qualsiasi tecnica (come la pittura o la scultura) al servizio della progettualità artistica. Questo approccio sicuramente accomuna le artiste ai colleghi uomini, laddove altri elementi legati per lo più a sfumature psicologiche – nelle quali l’educazione parrebbe tuttavia avere un ruolo determinante – si dimostrano ancora soggetti a connotazioni di genere.

[Già pubblicato su Cultframe]

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