Ancora un libro per voi, ormai un classico per chi voglia avvicinarsi allo studio delle immagini e, più in generale, della comunicazione visiva.

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La divergenza esistente fra “vedere” e “capire”, in un’epoca della totale “visibilità” come la nostra, tende sempre più a divenire drastica, rendendo auspicabile l’avvento di una nuova cultura visuale, che rinnovi gli ormai inadeguati strumenti analitici, ancora legati alla logica tecnocratica (codificata) della parola, piuttosto che ai principi democratici (intuitivi) della visione, che sottendono ad una realtà fatta d’immagini.

Col suo “Introduzione alla cultura visuale“, edito in Italia da Meltemi, Nicholas Mirzoeff intende colmare una lacuna, da una parte creando un’interfaccia per la fruibilità su vasta scala di un argomento solitamente riservato ai teorici ed agli operatori del settore; dall’altra proponendo quella che definisce una “strategia” che funga da struttura interpretativa per una quotidianità vissuta come evento visivo, nel quale cerchiamo informazioni.

Il libro, che sottolinea l’importanza di un orientamento degli studi “dal punto di vista del consumatore, piuttosto che del produttore”, imposta il problema dell’interpretazione dei linguaggi visivi, rilevando la convenzionalità delle loro rappresentazioni a partire dalla pittura rinascimentale, e annunciando il tramonto della corsa ad un improbabile realismo, messo definitivamente in crisi dalle tecnologie digitali.

Con l’appoggio delle teorie barthesiane e benjaminiane, Mirzoeff sottolinea così la peculiare soggettività (nonché democraticità) proprio della fotografia, che dai più è vista erroneamente fin dagli inizi come copia perfetta del mondo; e propone come esempi due visioni molto differenti fra loro, quelle di Weegee e di Nan Goldin (l’una voyeristica, l’altra intimistica), accomunate tuttavia dal tentativo di sovvertire il cosiddetto realismo fotografico, “testimoniando” entrambe non fatti, ma idee o sentimenti.

La sua analisi acquista poi forti accenti antropologici e sociologici, nel riferire come la creazione di stereotipi culturali di alterità sociale, razziale e sessuale, sia stata spesso più o meno sottilmente sostenuta dalla visualità, ma abbia anche in essa trovato forme di riscatto da parte delle “minoranze”.

Ad esempio concreto della nuova tattica interpretativa è infine presentata l’analisi del più grande caso mediatico di tutti i tempi (prima del ben più “spettacolare” attacco alle Twin Towers, che ben si presterebbe a tale analisi): la morte del personaggio simbolo della visual culture per eccellenza, Lady Diana.

Il libro di Mirzoeff ha il merito di porre l’accento non sulla presenza quasi ossessiva delle immagini nella vita d’oggi, argomento ormai vieto, ma sull’instabilità e la variabilità di un mondo-immagine moderno, che è soggetto ai mutamenti del “punto di vista” di chi l’osservi.

Le sue argomentazioni anche se non sempre convincenti, perché talora superficialmente schematiche, sono certamente “avvincenti” e piene di spunti di riflessione per comprendere una società sempre più unita in un’immagine globale, ma pericolosamente intollerante verso ciò che diverso da sé.

[Già pubblicato su Cultframe]

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