Negli «anni cinquanta» Italo Calvino scrive la raccolta di racconti, che poi s’intitolerà “Gli amori difficili”; tema comune in essi è quel “nucleo di silenzio” che resta nei rapporti umani a dispetto di ogni forma di comunicazione, così nel titolo di ogni racconto il rapportarsi con gli altri si trasforma ironicamente in avventura.

“L’avventura di un fotografo” (messa in racconto dell’articolo saggistico La follia del mirino, scritto nel ’55 per il settimanale romano “Il Contemporaneo”), in modo particolare, tratta le difficoltà di comunicazione legate al medium fotografico.

Le idee di Antonino Paraggi, personaggio dal nome emblematico, non-fotografo, ma piuttosto uomo qualunque e filosofo per atteggiamento mentale, sono incomprensibili a «l’uomo fotografico», che si riversa per monti e per mari e, macchina a tracolla, fotografa la propria giornata con moglie e figli; per gli individui di tale specie, come scrive Susan Sontag, «far fotografie, che è un modo di attestare un’esperienza, è anche un modo di rifiutarla, riducendola a una ricerca del fotogenico, trasformandola in un souvenir».

Antonino si avvicina alla fotografia (ed alla realtà) chiedendosi che cosa spinga tanta gente a «prelevare dalla mobile continuità della giornata queste fette temporali dello spessore di un secondo […] Il gusto della fotografia spontanea naturale colta dal vivo», dice, « uccide la spontaneità, allontana il presente».
La fotografia diventa per lui un’ossessione conoscitiva, che lo porta, dietro ad una macchina fotografica, a chiedersi quale sia il significato degli atti dei fotografi e dei fotografati, e se l’essenza del ritratto possa essere colta in un fluire d’istantanee, che ricostruiscano come in un puzzle l’individuo, o nella maschera sociale di una posa, che rivelerà poco a poco i suoi significati.

Con l’ironia e la lucidità deduttiva che sempre lo hanno contraddistinto, Calvino accompagna il suo personaggio, ed alter ego, attraverso molte argomentazioni care alla critica fotografica, fino ad una soluzione tipicamente novecentista e perfettamente coerente con lo stile e la poetica di Calvino, ovvero: alla fine non ci resta altro che riformulare il già detto, in questo caso rifotografare il già fotografato.
In un’epoca in cui tutto sembra già fatto, e già fotografato, solo questo tipo di fotografia avrebbe ancora senso.
Quanto al senso della Fotografia, forse va citato il Calvino delle Lezioni americane: «Penso a una possibile pedagogia dell’immaginazione che abitui a controllare la propria visione interiore senza soffocarla e senza d’altra parte lasciarla cadere in un confuso, labile fantasticare, ma permettendo che le immagini si cristallizzino in una forma ben definita, memorabile, autosufficiente, “icastica”».

[Già pubblicato su Cultframe]