© Roberto Cavallini. "Keba", da Roma sunu Senegal

E’ in mostra a Roma presso la Casa della Memoria e della Storia, fino al 15 gennaio, “Roma sunu Senegal” (Roma nostro Senegal): un lavoro fotografico di Roberto Cavallini di grande interesse per la maniera in cui affronta il tema sociale dell’immigrazione dal Senegal in Italia.

Lungi dall’essere uno dei tanti reportage attuali, dove la crudezza di certe situazioni è sbattuta in faccia allo spettatore senza lasciargli altro spazio che quello di una reazione emotiva alla provocazione di immagini le quali richiamano solo situazioni estreme e spettacolarizzate, quello del fotografo e critico romano è, al contrario, un vero racconto in immagine, narrato da un osservatore – evidentemente coinvolto – che porta dinnanzi ai nostri occhi la propria testimonianza, ricca di quegli spunti e riflessioni che il suo approccio (frutto d’una cultura e una sensibilità personale) ci detta; cosicché ciò che vediamo negli scatti di questa mostra “non è né fiction che ha bisogno di suscitare emozioni forti, né cronaca che ha bisogno di accadimenti sensazionali che devono essere strillati con titoli a caratteri cubitali, è la storia di un processo di integrazione, dove le sofferenze, le gioie e le delusioni, si snodano nel fluire dell’arco temporale di circa tre – quattro anni, dal 2006 al 2009”.

© Roberto Cavallini. “Totem”, da Roma sunu Senegal

Teatro della storia che questi scatti narrano è il famigerato Roma Residence di Bravetta, nel XVI Municipio di Roma, gli intrecci della cui troppo complessa vicenda – fra speculazione immobiliare e propaganda politica – non sono qui molto importanti da ricordare quanto lo è, invece, lo spirito di positività, speranza e apertura che l’autore ha colto oltre lo sfondo drammatico di quella situazione. In proposito vi invito a leggere la presentazione che Cavallini ha scritto del proprio lavoro (clicca qui!).

Sono immagini forti e ben composte, in un bianco e nero “classico” dalla stampa molto accurata che nulla concede alle forzature drammatiche di contrasti eccessivi, ma neanche indulge nell’indeterminatezza emotiva di gamme tonali che stemperano nel grigiore. Il rigore del loro aspetto formale, nulla precludendo ma anzi esaltando un’incisività espressiva assolutamente in grado di coinvolgere chi le guarda, si direbbe null’altro che il corrispettivo visivo di quel rigore intellettuale con il quale l’autore ha scelto di raccontare la propria testimonianza diretta, con lucidità e chiarezza, di come un gruppo di persone lontane dalla loro patria, pur nelle difficoltà di una realtà precaria, sia riuscito a mantenere la propria identità e ad aprire un dialogo reciprocamente arricchente con i cittadini della città che li ospita.

© Roberto Cavallini, da Roma sunu Senegal

Storia di un processo d’integrazione riuscito malgrado le vicissitudini del Roma Residence, che da ghetto ha potuto divenire luogo d’incontro e scambio tra culture. Ma anche storia di una trasformazione in termini di percezione della realtà, per cui – sono queste le parole contenute nella lettera di un’abitante italiana di Bravetta – “un luogo da sfuggire, un luogo da sopportare, che racchiudeva in sé leggende metropolitane ma anche tutte le “povertà”degli uomini” – così come era visto prima – ha potuto trasformarsi in un luogo “in cui molte volte ci siamo confrontati ed abbiamo condiviso, musica, balli, gioia e speranze… in cui sono nate amicizie profonde e storie importanti”.

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