© Mario Fiore, Massawa, 1935. Laboratorio di Ricerca e Documentazione Storica Iconografica dell'Università di Roma Tre

Fino al 9 luglio è possibile visitare, presso la British School at Rome, (via Gramsci 61, Roma), una mostra di particolare interesse, dal titolo “Margini d’Italia”.

Ne è curatore David Forgacs, studioso e docente di Storia culturale italiana al University College London (dove detiene dal 1999 la cattedra più antica di italianistica in Gran Bretagna), secondo l’approccio metodologico che fa riferimento ai cosiddetti cultural studies.

La mostra è il risultato del suo progetto di ricerca ‘Linguaggio, spazio e potere in Italia dal 1800 a oggi’, svolto in occasione di una residenza triennale proprio al BSR in qualità di Research Professor in Modern Studies; sullo stesso progetto verte anche il suo libro illustrato “Italy’s Margins”, di prossima pubblicazione con la Cambridge University Press.

Per meglio capire le premesse (e le implicazioni) del lavoro del professor Forgacs consiglio di leggere una interessante intervista da lui recentemente rilasciata (cliccando qui!)

Concetto ampio e multiforme, quello di “marginalità” cui il titolo si riferisce, acquista in questa esposizione – fatta di immagini fotografiche, ma pure di materiale filmico – un senso di volta in volta concreto o figurato, mostrandoci “luoghi di confine” tanto in un’accezione geografica, quanto in una sociale e culturale; così che le 5 sezioni in cui è suddivisa la mostra hanno titoli come: Periferie; Colonie; Sud, Manicomi; Migranti, nomadi e altri. E designa, di fatto, come margini del Bel Paese, tutte le realtà che nel corso della storia, dall’Unità d’Italia a oggi, sono state messe in secondo piano e, per così dire, oscurate da immagini più “costruttive” per quella visione positiva che del Paese si teneva (tiene) a dare.

Gli scatti e i video proposti, sono per certi versi l’altra faccia della medaglia rispetto alle immagini di una “propaganda” più o meno mirata ed esplicita, diffuse nel corso del tempo allo scopo di trasformare e orientare l’opinione pubblica (vedi nell’intervista sopra citata i riferimenti fatti dal curatore della mostra al modello di analisi dei media da lui adottato!) magnificando la modernità e l’opulenza di una società, che per contro preferirebbe allontanare da sé (in senso lato) ogni situazione dissonante e “altra” rispetto al proprio mito di progresso; attuare una rimozione dalla coscienza collettiva di ogni fattore problematico.

© Franco Pinna. Maria di Nardò, epilogo dell’esorcismo, Cappella di San Paolo, Galatina (Lecce), 25 Giugno 1959

Non fa gran differenza che si tratti di poveri baraccati o nomadi, spinti nelle periferie cittadine; di gente mentalmente disturbata, allontanata in istituti spesso fuori città prima della riforma Basaglia; di coloni in terre lontane, emarginati in certo modo dalla Madrepatria, ed “emarginatori” a loro volta di popolazioni brutalmente asservite; di contadini del Sud, imprigionati senza speranza nella loro arretratezza economica e culturale; o, infine, di  migranti sui quali riversare attraverso i media ogni forma di sospetto per spostare l’attenzione da altri possibili forme d’allarme sociale. Tutte queste realtà sono “margini” e tendono sempre a rimanere marginali nella diffusione mediatica.

In mostra foto di autori quali Giuseppe Primoli, Ettore Roesler Franz, Franco Pinna, Robert Capa, Chim, Herbert List, Jerry Cooke, Marco Delogu, Uliano Lucas, Carla Cerati; ma anche cartoline e fotografie private di anonimi, e persino qualche testimonianza “dall’altra parte”, di etiopi che hanno fatto la resistenza contro gli italiani.

Scatti fotografici e film, documentari e telegiornali d’epoca, da un lato, acquistano in questa esposizione il valore di vera e propria documentazione visiva delle realtà da essi riprodotte, dall’altro costituiscono un fondamentale oggetto di riflessione circa i “modi di vedere”, oltre che di rappresentare, le realtà in questione: infatti “l’atteggiamento implicito assunto nei loro confronti varia significativamente di caso in caso. In alcuni casi le immagini riproducono e rinforzano gli atteggiamenti preesistenti di segregazione, dominio ed esclusione. In altri si assiste invece ad un tentativo di redenzione. Ad alcuni dei soggetti ritratti vien restituita dignità e si tenta di riportarli dai margini verso il centro. A volte una stessa rappresentazione oscilla ambiguamente fra i due opposti atteggiamenti o può essere interpretata diversamente a seconda del contesto”.

Si pongono così ai visitatori delle importanti questioni: “Fino a che punto queste immagini hanno contribuito alla creazione o alla riproduzione dell’idea stessa di marginalità? Fino a che punto, invece, hanno avuto una funzione di critica, contestazione e denuncia?”

© Maria Stefanek. Campo rom, Casilino 900, 2010
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