autore ignoto, Vietnam (dalla mostra "an occasional dream")
autore ignoto, Vietnam (dalla mostra "an occasional dream")

E’ in mostra fino al 7 giugno presso la s.t. foto libreria galleria di Roma “An Occasional Dream”, una raccolta di circa 40 “immagini singolari di fotografi anonimi”, come recita il suo sottotitolo.

Accomunate dal fatto di essere fotografie occasionali, scattate nel corso del Novecento da chissà chi e in chissà quale circostanza particolare (più in generale in un “tempo libero”, che già evoca le dimensioni del soggettivo e del privato), sono immagini singole e singolari al tempo stesso: pezzi unici ormai; la cui stampa vintage conserva, oltre agli enigmi inerenti l’attimo e i disparati soggetti che hanno catturato, anche  il fascino di materiali fotografici ormai caduti in disuso.

Si tratta, per quanto ne sappiamo, della prima esposizione italiana di quella che viene ormai denominata “vernacular photography” e che vanta all’estero numerosi sostenitori fra fotografi, galleristi ed editori, i quali hanno rivalutato tale genere in virtù della sua fresca spontaneità, dalla loro “accidentalità” persino, ma – molto più – di quella sorta di riacquisizione di aura, di una riconquistata unicità ed autenticità (a dispetto di quanto teorizzato da Walter Benjamin!), quella che il tempo col suo trascorrere imprime, fornendo a queste stampe un vissuto, sul quale possiamo solo fantasticare.  La loro provenienza possono essere dei vecchi album dimenticati o dei mercatini delle pulci, dai quali emergono come melancoliche gemme del passato. A volte ripescate da vecchi laboratori e rifiuti.

Ognuna di queste immagini è un objet trouvé, nell’accezione duchampiana. Un oggetto preesistente ricontestualizzato. L’identità del fotografo non conta più di quella di chi ha fisicamente costruito l’orinatoio assurto ad opera d’arte (la “Fontaine”) nel momento in cui queste foto, avulse dal loro contesto, vengono da chi le ha rinvenute, e da chi le guarda, lette secondo altri significati.

Ma, in fin dei conti, ogni fotografia è sempre un object trouvé: estrae qualcosa dal fluire della realtà attribuendogli un senso; un senso che potrà cambiare e moltiplicarsi in virtù di come la foto sarà percepita da ciascun fruitore. La tragica irrilevanza del suo autore (o meglio, delle intenzioni del suo autore), che tante volte è oggetto di argomentazioni da parte di chi nega alla fotografia lo status di vero linguaggio, emerge però qui in maniera dirompente. Non meno che il fascino del tempo andato, che tutto ammanta di mistero e nostalgia.

Una nutrita collezione di vernacular photography potete trovarla in “Accidental Mysteries“.

Qui, invece, c’è la canzone di David Bowie alla quale è ispirato il titolo della mostra, a causa di una strofa che recita

In my madness
I see your face in mine
I keep a photograph
It burns my wall with time”.

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