Jacques-Henri Lartigue. Richard Avedon, 1966. © Ministère de la Culture et de la Comunication, France/AAMHL
Jacques-Henri Lartigue. Richard Avedon, 1966. © Ministère de la Culture et de la Comunication, France/AAMHL

“L’intensificazione di studi e ricerche approfondite, di eventi espositivi, di sensibili riscontri mercantili alla crescita numerica e qualitativa di autori nuovi o messi in luce per la prima volta, l’impulso di vaste iniziative editoriali, pubblicistiche o interessate alla comunicazione, hanno posto la fotografia al centro di un complesso e significativo dibattito culturale che ne determina altresì la fortuna critica. Mai come ora, dopo la sua eclatante apparizione nel secolo XIX sulla scena della storia, la fotografia ha raggiunto una così vasta audience tra fotoamatori, studiosi, produttori tecnici, collezionisti, mercanti e appassionati osservatori, mettendola al centro di molti processi evolutivi, di una quantità innumerevole di attività in differenti settori. E, con la diffusione della sua crescente automazione e accessibilità fruitiva, sia verso nuovi utenti sia verso i suoi consumatori, in un tempo che è stato definito della “civiltà dell’immagine”, si è intensificata e approfondita anche la riflessione sul suo potenziale estetico e socio-culturale, rispetto a quanto già si era percepito in altri momenti“.

Con queste parole (che sembrano a tratti stridenti rispetto alla situazione italiana della fotografia tratteggiata nel precedente post) Bruno Corà presenta una interessante mostra, di cui egli è curatore, visitabile fino all’11 gennaio 2009 al Museo d’Arte della Città di Lugano, città dove con lungimiranza si sta cercando di promuovere l’arte (e con essa naturalmente anche la fotografia) attraverso la creazione di un “Polo Culturale”, pensato come laboratorio interdisciplinare, aperto alla più ampia collaborazione in rete.
Di questo progetto fa parte tale esposizione, che ambiziosamente propone di render conto delle maggiori espressioni della fotografia del Novecento e s‘intitola “Photo20esimo. Maestri della fotografia del XX secolo”.

Numerosissimi, i maestri cui accenna il titolo della mostra sono stati scelti per fornire attraverso le loro immagini un quadro il più possibile esaustivo di quelli che sono stati individuati come i maggiori filoni della fotografia novecentesca.

  © L. Moholy-Nagy FoundationLászló Moholy-Nagy. Senza titolo [Fotogramma] 1943. © L. Moholy-Nagy Foundation
László Moholy-Nagy. Fotogramma, 1943
A partire dall’ “Astrazione“, intesa in senso lato, con la quale gli artisti hanno variamente tentato, da una parte, di confutare l’attitudine realistico-documentaria del medium fotografico, dall’altra d’indagare proprio gli elementi costitutivi del suo linguaggio, creando una nuova estetica, in adesione con i movimenti delle avanguardie (dal futurismo al surrealismo, ed oltre).

Nella sezione dedicatale sono presenti autori diversissimi fra loro, come Moholy-Nagy, Veronesi, Siskind, Gioli, ma anche (inaspettatamente, e totalmente a proposito) come Mario De Biasi, Margaret Bourke-White  o Vittore Fossati.

Anche nella sezione che rappresenta il “Corpo” umano, si attraversano varie esperienze il cui senso appare sempre fortemente collegato al momento storico ed alla più generale percezione da parte della società del linguaggio dei corpi. Troviamo anche qui grande varietà di espressioni, da Kertész a Garduño, da Brandt ad Araki, da Man Ray a Francesca Woodman.

Non meno disparato il campo coperto dal “Ritratto“, inteso in molti modi da questi artisti, ma mai come semplice trascrizione di una somiglianza al’individuo: se per August Sander è classificazione di un sistema sociale e delle sue “personae“, per Walker Evans è svelamento di un’identità, spogliata appunto da ogni maschera sociale e colta nella sua autenticità, per fare due esempi opposti.

Arnold Newman. Picasso, 1954 © The Arnold Newman Archive
Arnold Newman. Picasso, 1954 © The Arnold Newman Archive

Quasi una sottosezione del “Ritratto” potrebbe essere considerata quella di “Arte e artisti”, ove si celebra lo stretto rapporto coltivato da questi con la fotografia, attraverso la quale son giunte a noi testimonianze non solo delle sembianze (spesso innalzate ad icone) degli artisti, ma anche della loro progettualità e del loro fare arte: dai ritratti di Steichen all’amico Auguste Rodin, alle immagini di Ugo Mulas. Ad arricchire questo ambito sono state scelte anche foto di scena degli anni d’oro del cinema italiano.

La rassegna della fotografia di “Paesaggio” presenta pure un ampio ventaglio di approcci, dalla veduta romantico-bucolica alle caotiche asprezze dei vai paesaggi urbani. Lungo lo svolgersi del secolo e le diverse esperienze di ricerca, troviamo scatti di Weston, Feininger, ma anche di Ghirri e Giacomelli, Meyerowitz e Barbieri. Particolarmente curiosa un’immagine di Diane Arbus: un paesaggio in interno, per così dire, quello su di una insolita tappezzeria.

Apre il discorso sul “Reportage”, invece, una storica fotografia scattata da Robert Capa poco prima d’inciampare nella mina che lo avrebbe ucciso: è lui il portabandiera di “generazioni di giornalisti fotografi che intendono fare la guerra contro la guerra… investendo in intensità etica e in una stampa moralmente impegnata”, come scrive Giovanni Fiorentino.
Anche qui le esperienze esposte sono disparate nella concezione e nei risultati, perché “il reportage affianca l’assolutamente irripetibile alla ripetizione ordinaria”. Così per citare solo i nomi più noti, troviamo in mostra  Robert Frank e William Klein, ma anche Cecil Beaton e persino Roman Vishniac, che con una fotocamera nascosta girando per ghetti e villaggi dell’Europa dell’Est negli anni ‘30 ha salvato tutto ciò che riusciva, “solo il loro ricordo“, degli sventurati ebrei destinati allo sterminio nazista.

Philippe Halsman. Marylin in White Dress, 1952
Philippe Halsman. Marylin in White Dress, 1952

Un tempo svilita dall’arte pittorica come genere bozzettistico, ma adottata fin dagli albori della fotografia (un po’ per necessità tecnica legata ai lunghi tempi di posa), la “natura morta” è divenuta esempio della frammentarietà insita nella visione fotografica; è infine cresciuta nella considerazione della modernità fino ad affermarsi definitivamente nell’odierna società dei media e dei consumi.

Malgrado un minore impatto emotivo non è meno importante è questa sezione dello “Still Life”: con la solita varietà dei suoi esempi (Renger-Patzsch, Steichen, Imogen Cunningham, Minor White, Cresci, Mulas, ecc.), racconta la storia di una progressiva nobilitazione degli oggetti della quotidianità.

La “Moda“, infine, genere vitalissimo e terreno di sperimentazioni ed ibridazione fra le arti. Dal bianco e nero, luce ed ombra, dalle stilizzazioni tipiche dei primi decenni che portano ad un’artificialità scultorea del corpo femminile, ridotto a lussuosa statua; alle nuove tendenze che si fanno largo negli anni Sessanta e, rivolgendosi alla borghesia, guardano ora verso la vita reale e la strada; la progressiva sperimentazione, in seguito, che non paga di inglobare nella scena anche i retroscena della moda, tenta di inglobare addirittura la vita di strada, proponendo immagini volutamente sempre più imperfette; e da questo recupero dell’impuro sembra poi naturale travalicare nella creazione di mondi e corpi nuovi, post-umani, che risentono delle suggestioni della ricerca genetica, della medicina estetica, e della fluidificazione dell‘identità.
Troppo numerosi anche qui i nomi (spesso già incontrati in altre sezioni) per citarli tutti.

Tributo alla fotografia di un secolo, questa mostra diventa in realtà un racconto di ciò che il secolo stesso è stato, attraverso un’ampia selezione di visioni differenti.

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