Ferruccio Testi. Ponte di Brooklyn, 1912
Copyright. Ferruccio Testi. Ponte di Brooklyn,1912

Una mostra alla scoperta di una favoleggiata metropoli americana di cent’anni fa, e oltre, è quella che si può scoprire al Fotomuseo Giuseppe Panini di Modena.

Intitolata “New York In & Out – La città di Jacob Riis, Joseph & Percy Byron e Ferruccio Testi – 1888-1914”, resterà aperta fino al 30 novembre.

Accanto al nome di un celebre pioniere del fotogiornalismo, quale Jacob Riis, noto per aver investigato e raccontato ogni aspetto di New York (soprattutto quelli più miseri ed equivoci, generalmente fuori dai “riflettori“), accanto ai nomi un po’ meno noti, ma ugualmente celebrati di Joseph e Percy Byron, padre e figlio, proprietari di un apprezzato studio a Broadway (perciò solitamente associati più che altro alla fotografia di scena) ci sorprende nel sottotitolo di questa mostra il nome di uno sconosciuto Ferruccio Testi.

Era questi un fotoamatore modenese, sbarcato nel 1912 a New York, al seguito di una delegazione della Camera di Commercio di Modena e sono le sue immagini il cuore della mostra, cosa che potrebbe stupirci ancora di più.

Da una parte le foto-ricordo dell’italiano, che colgono con freschezza visiva le impressioni di uno sguardo curioso, talora un po’ “distante”, per il quale tutto è novità: dalla gente (vista dall’alto) ammucchiata in coperta nella terza classe del piroscafo “Stampalia” su cui egli viaggia, alle luci sfavillanti della notte newyorkese (ammirate ancora una volta un punto di vista elevato), alle strade pavesate da enormi striscioni per la propaganda elettorale di Theodore Roosvelt, percorse già da qualche automobile e addirittura da un bus a due piani. Immagini che senza dubbio suscitano la nostra di curiosità.

Dall’altra le fotografie – concesse in prestito per l’occasione dal Museum of the City of New York – di quei grandi professionisti, i quali in comune con Testi hanno il avevano giusto il fatto di esser un tempo giunti anche loro in America dall’Europa.

Da questo muto dialogo fra le immagini dell‘uno – ingenua esplorazione di uno sguardo avido di quel mondo sconosciuto – e quelle degli altri, professionisti consapevoli non solo del linguaggio fotografico, ma anche e soprattutto della vita della Grande Mela, scaturisce l’aspetto più interessante di questa esposizione.

Similitudini e differenze, non solo di sguardo, ma persino di approccio, contribuiscono a ricostruire il quotidiano di quella leggendaria città, come lo si poteva vivere fra la fine del IX e gli inizi del XX secolo, fornendo uno spaccato articolato, di grande interesse sociologico e documentaristico.

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