Samule Bianchi
Copyright: Samule Bianchi

Un’esperienza vissuta “in prima persona” è l’origine di questo scritto, quella di cui parla Maurizio De Bonis su Cultframe in “Storia di un esperimento”.
Tenterò di parlare di tale “esperimento” – dal quale molti spunti ed interrogativi sono emersi sul fare fotografia, non meno che sul trattarla come oggetto di studio e approfondimento critico -, narrandolo dal mio punto di vista, forse ancor più soggettivo di quello di De Bonis, un po’ per ribattere alle sue perplessità, un po’ sperando di fornire qualche altro elemento a chi fosse interessato o incuriosito.

Per cominciare vorrei fare delle premesse, spiegare cosa mi ha portato a partecipare e come mi sono presentata a questo appuntamento con la fotografia, propostomi qualche mese fa.
Divisa come mi sento fra la consuetudine a riflettere sulle immagini – qui e altrove coltivata – e un’antica e non sopita vocazione alla prassi fotografica, mi ero fin dall’inizio chiesta se dovessi presentarmi a questo incontro nella veste di fotografa o di studiosa della fotografia, dal momento che il progetto parlava di un “ritiro di aggiornamento, confronto e studio tra pari” pensato per “rompere questa cappa di isolamento culturale nella quale sono imprigionati fotografi e critici”.

A quale categoria fra queste mi sarei dovuta sentire di appartenere in quest‘occasione?

Claudia Romiti
Copyright: Claudia Romiti

L’incertezza riguardo al ruolo che avrei potuto rivestire derivava dal fatto che a lungo ho creduto di aver accantonato il fare fotografia, anche se continuavo a “scattare foto” quando mi sentivo spinta a farlo, senza una chiara intenzione e quasi per un riflesso condizionato, seguendo un istinto laddove la ragione si rifiutava di concedersi alla fotografia, per motivi che ora sarebbe troppo complesso spiegare.

Il primo impulso è, quindi, stato quello di tirarmi indietro, di non partecipare; perché in cuor mio il ruolo di fotografa era quello che mi premeva, anche se non mi sentivo più in diritto di ricoprirlo.

Infine però ho accettato, cedendo alla grande tentazione di un confronto diretto con chi la fotografia la faceva davvero e in tutta consapevolezza, come Samuele Bianchi, Alfredo Covino, Pietro D’Agostino, Antonella Monzoni, Claudia Romiti; ma anche con chi la capiva davvero come Orith Youdovich (che unisce alle doti di fotografa quelle di curatrice), e lo stesso De Bonis.

Alfredo Covino
Copyright: Alfredo Covino

Come si può ben immaginare, in me albergava pure – più o meno consapevolmente – una speranza: avere conferma e rassicurazione riguardo al mio attuale incerto status di fotografa.

Avendo accettato di prender parte all’esperimento di Maurizio e credendo in cuor mio opportuno parteciparvi da fotografa, si apriva allora una nuova questione: quali immagini avrei portato con me?
Quelle della “fotografa” priva di dubbi, che mi sentivo un tempo, o quelle della semplice “osservatrice esterna” – che mi sentivo ora – pronta a prendere in mano la fotocamera sotto la spinta di impulsi piuttosto inconsci, sempre incerta tuttavia sull‘opportunità di chiamare fotografia il prodotto di tale azione?

Dopo lunghe riflessioni ho deciso che avrei portato solo poche delle immagini dei reportage che facevo un tempo, in quanto rappresentative di un percorso culminato in un lavoro sull’ultimo periodo di vita di mio padre e sulla nostra casa (concluso il quale m‘era parso di non poter più dire nulla di mio attraverso la fotografia). Di questo lavoro avrei portato buona parte delle stampe che avevo esposto in una mostra; significava troppo per me: la fine di un percorso o quantomeno della capacità di esprimermi con un certo linguaggio.

Orith Youdovich
Copyright: Orith Youdovich

Solo a questo punto è stato per me veramente chiaro che ciò che mi interessava era proprio capire se riuscivo ancora o meno a dire qualcosa “fotograficamente“ anche con quelle immagini più recenti che avevo scattato seguendo una spinta interiore irrazionale, e che avevo accumulato senza neanche considerarle, contando in quel momento più l’atto (del guardare attraverso la macchina e scattare), che i risultati.

E’ vero, non le avevo pensate come “fotografia“, ma solo come un “continuare a fotografare” contro ogni tentazione di smettere.
Ma se la fotografia è fatta soprattutto dal particolare sguardo del fotografo, può quest’attitudine svanire di colpo nel nulla? E se la fotografia è fatta di codici visivi, attraverso i quali può comunicare, una volta che da tali codici uno si allontani inavvertitamente – col credere di non essere più fotografo -, quanto e cosa può arrivare di un’immagine? Ma si può davvero sfuggire alle strutture mentali che si creano “parlando un linguaggio” per anni?

Con questi dubbi e questi interrogativi sono partita il 10 Ottobre per Prato, all’avventura, portando con me anche una vasta selezione di quelle immagini più recenti; andando incontro a persone che (ad eccezione di Maurizio De Bonis e Orith Youdovich, i quali da anni sono miei amici) non conoscevo personalmente, e perfino come fotografi conoscevo molto poco, poiché mi ero guardata dal cercare informazioni che avrebbero potuto ingombrarmi di pre-giudizi. Del resto, per la fiducia che nutro in Maurizio ero certa di incontrare gente sensibile e preparata, e sotto questo aspetto non sono assolutamente rimasta delusa.

Antonella Monzoni
Copyright: Antonella Monzoni

E’ stata una vera e propria full immersion nel mondo delle immagini, interessante senza dubbio, a partire dall’introduzione di De Bonis, nella quale si affrontavano criticamente il reportage (argomento al quale inel corso di passati dibattiti l’abbiamo visto appassionarsi), la visione dell’altrui dolore in fotografia, oltre ad alcuni approcci fotografici fuori dal coro. Attraverso questi spunti ci si invitava a mettere in moto un “lavorio” mentale, il quale ci avrebbe accompagnati in quei giorni e – auspicabilmente – seguiti anche dopo la conclusione di quest’esperienza, per innescare quel tipo di proficuo processo creativo che scaturisce solo da un moltiplicarsi di dubbi e domande, e che non si acquieta mai nelle risposte scontate e preconfezionate dall’establishment dell’arte.

Nel corso del fine settimana, la visione dei lavori di ognuno, giorno dopo giorno, è stata intervallata da proiezioni e discussioni, nelle quali quasi inevitabilmente De Bonis è stato non tanto un punto di riferimento quanto una guida sicura. Tentazioni didattiche? Ruoli precostituiti? Chissà!

E’ sicuramente difficile uscire dal proprio ruolo per chiunque; lo è ancor di più quando chi ti sta intorno quel ruolo te lo richiede, pur inconsciamente. E i nostri “personaggi” di fotografi (visto che Maurizio nel suo racconto a ruoli e personaggi accenna) erano senza dubbio pirandellianamente “in cerca di autore”.

Pietro D'Agostino
Copyright: Pietro D'Agostino

D’altro canto, nel secondo e centrale giorno del nostro ritiro, mi è parso, tirasse addirittura aria da “terapia di gruppo“ ed è per questo forse che De Bonis avrebbe apprezzato se ci fossimo abbandonati in maniera “catartica“ al nostro “lavorio“, mentre si è invece trovato – nella migliore tradizione psicoterapeutica – di fronte alle “resistenze”, manifestatesi come paure, indecisioni e clamorose distrazioni.

Forse anche è inevitabile laddove delle persone sensibili accettano d’incontrarsi non prive di “maschere”, ma prive di “armature” difensive, per meglio accogliere uno scambio di idee e soprattutto di sensazioni e sentimenti, essendo questi per un artista buone premesse sulle quali formulare e riformulare successivamente dei concetti razionali.

Con varie sfumature ognuno aveva chiaro – credo – che di questo incontro il cardine dovesse essere la libertà di esprimere il proprio modo di essere, e i tentativi di operare al di fuori dai parametri che, sappiamo, costringono il mondo della fotografia ad una statica ripetitività di stilemi e perfino di argomenti.
Riflettere sulle proprie fotografie, a questo punto, diventava imprescindibile rispetto al riflettere sulla fotografia, ruolo che pareva attagliarsi di più a Maurizio De Bonis, unico fra noi a non essere fotografo.

Comprendo pienamente il suo desiderio di uno scambio più profondo anche a livello puramente intellettuale, come la sua delusione riguardo all‘inguaribile autoreferenzialità dei fotografi , ma credo che parlare della propria fotografia fosse per ognuno di noi il modo più autentico per parlare in quella sede di “Fotografia”, motivo per cui – a mio parere – è risultato anche piuttosto faticoso fare comparazioni con arti, certamente sorelle come il cinema e il video, ma che non rientravano (tranne che nel caso di Pietro D’Agostino e molto parzialmente di Samuele Bianchi) nell’ambito della nostra esperienza vissuta di produttori di immagini.

Rosa Maria Puglisi
Copyright: Rosa Maria Puglisi

Al di là di ogni aspettativa delusa – la mia per esempio è stata quella di non aver ottenuto indicazioni, ma non “sulla direzione da seguire” quanto sulla riconoscibilità di un percorso già in atto; per cui sono rimasta esattamente cogli stessi dubbi anziché conquistarne di nuovi – l’esperimento mi pare possa dirsi perfettamente riuscito, anche e proprio con tutte quelle pecche che riguardano l’espressione dell’umanità di ogni partecipante, proprio perché – quale che sia la sensazione di De Bonis – ognuno ha fatto del proprio meglio per abbandonarsi al “lavorio” auspicato e ognuno l’ha fatto secondo il proprio modo di essere.

Se Maurizio può chiamarci, infine, compagni di viaggio è perché questo cosiddetto esperimento non è stato altro che un viaggio esperienziale nella fotografia e dentro di noi. E tutti noi abbiamo accettato di farlo – credo – perché sentiamo in prima persona e percepiamo sempre più diffusa l’esigenza di scambi autentici di idee per superare l’impasse cui spesso ci costringe l’immobilismo della cultura e il conservatorismo dei suoi potentati, non meno delle varie logiche di mercato.


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