In questi giorni, fino al 22 Agosto, è aperta alla Eleven Rivington di New York una mostra dal titolo “Stories: Portraits”(11 Rivington Street, fra Bowery e Chrystie Street, sono queste le esatte coordinate per i fortunati che magari si trovano da quelle parti) .

Si tratta di una collettiva di pittura, a cui partecipa un’artista genovese, Adria Sartore, della quale mi fa piacere parlarvi, perché mi dà modo di segnalare uno dei tanti intrecci possibili (e per me auspicabili) fra le arti, che avvengono oggi.

Venuta alla ribalta qualche anno fa in quanto protagonista di un controverso caso – dal quale oltre all’imperizia, se non necessariamente alla disonestà, di certi esperti, era emersa pienamente la qualità del suo lavoro; oggi ha alle spalle una carriera di tutto rispetto, avendo esposto le proprie originali opere in Italia e all’estero, da Londra a New York, da Pechino a San Pietroburgo, mietendo sempre successi, basti dire che nel 2004 il comitato del BP Portrait Award (il più prestigioso premio alla pittura di ritratto contemporanea) l’ha selezionata per la sua annuale mostra presso la National Portrait Gallery di Londra.

Al centro della sua poetica artistica Sartore ha posto, appunto, il genere del ritratto.

Malgrado dopo una certa stagione dell’arte contemporanea il ritratto classico (insieme a tutta la pittura figurativa) sembrasse inesorabilmente tramontato – cosa che era accaduta in una certa misura anche in fotografia – si assiste già da tempo a un rinnovato e crescente interesse verso quello che è uno dei generi artistici più antichi e stimolanti per i suoi sottintesi: dall’antichità in poi ha veicolato – infatti – ideali e idee estetiche, culturali e politiche; ha servito il potere come mezzo di propaganda, ha tramandato spesso nobilitandole le fattezze di gente importante, ma ha anche indagato i moti dell’animo divenendo strumento d‘introspezione e analisi fisiognomico-antropologica, infine psicologica.

In pittura, come in fotografia, la sua attuale riscoperta è collegata a due fondamentali tendenze in varie forme – si direbbe – onnipresenti nell’arte di oggi. Ne ha recentemente scritto Eleanor Heartney, studiosa della contemporaneità, nel suo libro “Art & Today”, pubblicato da Phaidon. Da una parte abbiamo l’interesse per la “narrazione” (non ci sembra un caso il titolo della mostra newyorkese!), dall’altra quello per l’indagine soggettiva della realtà, cui il ritratto si presta a tal punto da divenire una sorta di autoritratto tanto il soggetto può aderire empaticamente all’artista.

In questo quadro va collocata l’esperienza di Adria Sartore.

I soggetti da lei prediletti sono fanciulle o bambine in un‘età di transizione, spesso sull’orlo, non ancora immerse nell’identità di genere, le quali vivono una stagione ingenua carica di sogno e d’incerto presagio.
Non è un tema inedito quello dell’infanzia o dell’adolescenza, gli stessi quadri di Sartore ci rimandano ad altre immagini, spesso fotografiche: da Julia Margaret Cameron a Lewis Carroll, da Sally Mann a Hellen van Meene.

E qui l’intreccio fra fotografia e pittura sembra farsi più stringente: se la fotografa olandese si dichiara profondamente influenzata dal Millais di “Ofelia”, la pittrice genovese proprio a Elizabeth Siddal (musa e modella di Millais per questo celebre quadro) ha reso omaggio in una lunga ricerca (letteralmente, della sua Elisabeth/Ofelia) dalla quale più d’una mostra è scaturita.

Si tratta, è chiaro, d’un comune interesse per la pittura preraffaellita e per l’indagine del mito di un‘età dorata, che tuttavia entrambe svelano ricca d’incognite. Le incognite che la macchina fotografica esibisce sempre al di là di ogni filtro (costituito dalla posa e dalla preparazione accurata di un set), al di là di ogni costruzione intellettuale o sentimentale.

Oltre ogni stereotipo, la macchina fotografica cattura senza pietà la realtà di un istante, ferma particolari che il fluire delle azioni nasconde ai nostri occhi. Fa luce su quell’ “inconscio ottico”, del quale Walter Benjamin si è accorto. Un inconscio che si apparenta strettamente a quello psicoanalitico. Le immagini di Adria Sartore traggono linfa da questo.

L’agnizione della potenziale modella – del suo “shining” (così definisce in un’intervista questa “brillanza” che alcuni soggetti le trasmettono) – avvenuta in un incontro casuale. La “brillanza” che la sua fotocamera cattura in scatti che quell’inconscio ottico rivelano. La ricomposizione in pittura dell’ideale estetico e del mondo interiore dell’artista.

La goffaggine di quell’età acerba, le nubi scure che inavvertitamente solcano uno sguardo apparentemente sereno, vengono tradotte in una pittura raffinata e ricca di richiami all’arte italiana e fiamminga del Quattrocento, dove immaginazione e surrealtà sposano incredibilmente un realismo attento ai minimi dettagli.

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