Ennio Iacobucci insieme ad alcuni religiosi Cao Dai

Per tutta l’estate, fino al 14 settembre, saranno in mostra presso il Museo di Roma in Trastevere le immagini di una guerra che ha segnato una generazione, e che al nostro immaginario è arrivata filtrata attraverso celebri film. Ora per la prima volta a distanza di quarant’anni è possibile vederne la documentazione di prima mano che tante di quelle sequenze cinematografiche ha ispirato.

L’esposizione in questione ha come titolo “Vietnam. Fotografie di guerra di Ennio Iacobucci 1968 – 1975” e, oltre oltre a quegli eventi, ci dà modo di riscoprire un reporter di grande spessore, celebre in quegli anni, poi incredibilmente finito nel dimenticatoio. Ennio Iacobucci, appunto: i suoi lavori erano stati pubblicati nelle maggiori testate internazionali; per le sue immagini esclusive (valgano per tutte quelle di Phnom Pen presa dai kmer rossi) il New York Times l’aveva candidato al Pulitzer nel ’75.

Nella foto lo vediamo a Tay Ninh accanto ad alcuni religiosi Cao Dai nel 1969. La sua esistenza è stata avventurosa, e breve poiché il rientro nella natia Italia gli avrebbe riservato incomprensioni e amarezze, che l’avrebbero spinto nel ’77 al suicidio. La nota del curatore della mostra Vittorio Morelli ci dà una chiave di lettura della sua vita e opera.

Le immagini di Iacobucci sono semplici, schiette e piene di umanità. Ci restituiscono il senso del vero lavoro di un reporter, oggettivo e alieno dalle estetizzazioni; non per questo meno coinvolgente.

A tal proposito, coglierei l’occasione per rilanciare (per quanti non avessero avuto modo di leggerla) una discussione che su queste pagine aveva avuto luogo circa un anno or sono, i cui spunti ritengo sempre attuali (oltre che attinenti a questo post). La troverete in questa pagina.

Per un mio approfondimento sulla mostra potete leggere la recensione che ho scritto per Cultframe:

Per la prima volta in Italia, al  Museo di Roma in Trasteveresono esposti 120 scatti di un fotoreporter italiano ingiustamente dimenticato, la cui carriera è indissolubilmente legata agli scenari di una guerra, le cui immagini vediamo ora nella mostra “Vietnam. Fotografie di guerra di Ennio Iacobucci 1968 – 1975”.
Incredibilmente non ci dice molto il nome di Ennio Iacobucci, che pure aveva pubblicato il suo lavoro sulle maggiori riviste del mondo, da Time a Newsweek, ed era stato candidato nel 1975 al Premio Pulitzer dal New York Times.

Era nato in Abruzzo nel 1940 da una famiglia poverissima. Trasferitosi quindicenne a Roma in cerca di un futuro migliore, Ennio Iacobucci si era dedicato a umili mestieri, finché l’incontro con il giornalista britannico Derek Wilson (nella capitale per le Olimpiadi del ‘60) gli aveva cambiato la vita: grazie a lui Iacobucci avrebbe viaggiato e studiato le lingue; al suo seguito nel ‘68 si sarebbe improvvisato fotografo in occasione della Guerra dei Sei Giorni. Da questa breve esperienza israeliana sarebbe passato poi – non senza iniziali traumi – a testimoniare il lungo e sanguinoso conflitto, al quale avrebbe legato in quegli anni il suo nome, oggi pressoché caduto nell‘oblio.
Eroe di molte avventure – quasi un guascone – scampato ai pericoli della guerra in Vietnam, non sarebbe, infine, sopravvissuto alla “normale” esistenza da uomo comune, anzi da sconosciuto, che di ritorno in patria gli era toccata. Povero, solo e dimenticato si toglieva la vita all’età di 37 anni.

Guardando le immagini in bianco e nero di questa mostra – immediate nel loro stile privo di compiacimenti estetici – si ritrova uno spirito documentaristico ormai perduto ai nostri giorni: il gusto di riportare la vita vera, in ogni suo risvolto, di un luogo sconvolto dalla guerra; ritraendo, non meno che gli avvenimenti più significativi (e persino storici), la quotidianità di militari e civili, d’invasori e invasi, di vittime e carnefici, fatta di gesti normali (carichi di una voglia di normalità!), che, solo a noi, spettatori distanti, possono dare il senso dell’assurdo insito in ogni guerra.
Beninteso, non mancano immagini forti. Villaggi rasi al suolo, colline “rapate” dai bombardamenti con i tronchi degli alberi ancora fumanti che paiono capelli ritti dalla paura su una povera testa. Bambini orfani e mutilati. Poveri resti umani arsi dal napalm. Tutto è documentato con impegno.
Manca solo il senso del macabro, cui spesso i moderni reporter ci hanno resi avvezzi, rendendoci pure in parte insensibili all’altrui dolore e sofferenza. E ancora manca l’estetizzazione della guerra.

Molte di queste foto ci appaiono stranamente familiari. La spiegazione è semplice: Iacobucci aveva scattato un’enorme mole di materiale – talvolta cedendolo generosamente ai colleghi, dal momento che s’era trovato spesso unico testimone di quegli avvenimenti (anche il 17 aprile del 1975 era stato il solo fotografo presente alla presa di Phnom Phen da parte dei khmer rossi). Dal suo lavoro sembrano aver tratto spunto molti film, che hanno lasciato una traccia nell’immaginario collettivo.
La mostra, curata dal giornalista dell’Agenzia Italia Vittorio Morelli, vuol far luce su questa figura e restituirle la giusta statura.

Una selezione di scatti è nella galleria che Repubblica ha dedicato alla mostra.

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