Sull’Osservatorio di Fotografia & Informazione, sito dell’Associazione Italiana Giornalisti dell’Immagine, leggo un’articolo che pare emblematico dell’odierna situazione italiana per quanto riguarda l’informazione e la sua gestione da parte dei media, e più in particolare dei giornali. E mi pare importante dargli il giusto rilievo.

Non tentiamo nemmeno di parlare qui di una certa “selettività”, che i media mettono in opera nel dare le informazioni, il che oggi è forse solo più palese di un tempo, perché più palesi sono gli interessi che legano gli organi d’informazione al potere. Nè della reiterazione continua di alcune notizie, che è corollario di una scarsa informazione.

Quello di cui ci racconta l’Osservatorio è non soltanto l’ennesima “sbavatura” nel sistema di controllo delle notizie o quantomeno la scarsa cautela nel diffondere una notizia, sulle quali si tende a sorvolare comprensivamente per via di fattori come “i ritmi frenetici di lavoro, la concorrenza fra testate timorose di farsi battere sul tempo dalle concorrenti e il peso insufficiente (quando non inesistente) dato ai redattori iconografici”.

Al centro della vicenda è, infatti, un gruppo di dieci immagini pubblicate a marzo negli Stati Uniti su un libro, scritto da un docente della UC Merced, tale Sean L. Malloy, dal titolo “Atomic Tragedy: Henry L. Stimson and the Decision to Use the Bomb against Japan”; scatti provenienti da una collezione privata, la Robert L. Capp Collection, donata nel 1997 dal suo possessore agli Hoover Institution Archives della Stanford University, con l’obbligo di non render pubbliche le foto prima del 2008. Soldato dell’esercito americano, Capp aveva scattato personalmente molte immagini di Hiroshima, come appariva all’entrata delle truppe d’occupazione, ma aveva conservato gelosamente anche altre immagini provenienti da una pellicola fortunosamente rinventuta in una grotta nei pressi della città.

Sono queste ultime le immagini sulle quali la stampa europea ha fatto esercizi d’ispirata retorica nei giorni che seguono la pubblicazione (il 5 maggio) di questa serie di 10 fotografie, ritraenti i poveri resti di presunte vittime del massacro atomico. Immagini anonime, che erano state pubblicate dal Professor Malloy nel tentativo di fare uscire dall’anonimato il loro autore appellandosi alle conoscenze di colleghi ricercatori e studiosi. Col risultato invece di fare emergere l’impropria attribuzione del soggetto ripreso: alcune rappresentano con assoluta certezza le vittime di terribile sisma avvenuto nella zona di Tokyo nel 1923.

In realtà Vittorio Zucconi, che aveva firmato l’articolo apparso in prima pagina su La Repubblica, diceva proprio bene: “Tutte le immagini dei massacri, dei genocidi, delle fosse comuni sono oscenamente simili”.

E direi pure che il suo articolo è tutt’altro che “poco veritiero”: come conclude tragicamente l’Osservatorio, infatti, “l’inautenticità delle foto nulla toglie [all’articolo]…ma induce forse a riflettere su quanto marginali e accessori siano alle volte i fatti rispetto ai commenti sulle pagine dei quotidiani, al punto che i secondi possono benissimo fare a meno dei primi”. (Ma non si parlava d’informazione?)

Dicevamo sopra, l’articolo che vi segnalo non parla solo d’imprecisone e fretta, parla d’altro. Di come si gestisce in Italia la rettifica di una notizia e di come lo si fa altrove. E la comparazione delle diverse reazioni si rivela davvero molto istruttiva. Per questo vi rimando all’articolo stesso.

Qui non ci resta altro che constatare, ancora una volta, quanto un’immagine fotografica sia insufficente come testimonianza, e quanto poco racconti della realtà del momento da cui è stata “prelevata”.

Sul sito di Le Monde potete vedere le “controverse immagini“, quello di Repubblica le ha infine tolte.

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