Qui di seguito un interessante link di approfondimento e una precisazione.

Il link:

Sul sito di Jno Cook, artista visuale olandese da anni stanziato a Chicago – noto fra l’altro per aver disegnato e costruito una gran quantità di fotocamere a partire da materiali riciclati (esposte nel 1990 in una mostra al MIT List Visual Arts Center) – del quale trovate qui un simpatico ritratto, potrete trovare un circostanziato articolo sul lavoro di Robert Frank in “The Americans”.

Si tratta di un testo ispirato dalla richiesta da parte di Robert Delpire di un’introduzione per un tascabile, dedicato alle immagini di Frank, nei primi anni Ottanta. Il testo, molto più esteso del previsto, non fu però pubblicato che nel 1985, per la prima volta, sul catalogo di una mostra spagnola (“Robert Frank, Fotografias/Films 1948/1984”) col titolo “Robert Frank y La Fotografia”.

Quella qui linkata è una versione (in inglese) riveduta, e con l’aggiunta di note: “Robert Frank: Dissecting the American Image“. Vi consiglio di dare un’occhiata anche agli altri due scritti di Cook segnalati accanto al cappello introduttivo a quel testo.

La precisazione: in merito alla citazione della frase di Erwitt.

Il riportarla vuole essere solo un modo di sottolineare come in fotografia ci si è espressi con modalità e intenzioni spesso totalmente diverse, che hanno creato non pochi dibattiti e discussioni, per il solo fatto che si stenta ad accettare la semplice verità che in arte non esistono precise regole e ricette, ma solo la capacità o l’incapacità di gestire i diversi linguaggi in base alle proprie esigenze espressive.

Per dirla in termini più chiari: Adams è stato un maestro incontestabile, da cui molto si è appreso riguardo ad una conoscenza della tecnica, imprescindibile, fondamentale anche per chi voglia “stravolgerla” a suo piacimento. Le parole di Erwitt, che non credo sia un ingenuo, personalmente le interpreto come una provocazione verso i benpensanti, i quali da una parte hanno misconosciuto la vera grandezza di Ansel Adams, riducendolo a un mito del tecnicismo, dall’altra hanno tutt’al più tollerato, storcendo il naso, le immagini di Frank come “interessanti” (perché così dicevano i critici), ma fondamentalmente “sbagliate”.

Il citarla oggi potrebbe sembrare simile allo sfondare una porta aperta. Non credo però lo sia. Perché esiste ancora e ha largo seguito (soprattutto nell’era del digitale e di Photoshop) la fazione dei fotografi ipertecnici, appassionati solo di immagini patinate in tutto e per tutto simili a quelle della pubblicità.

E d’altro canto esistono pure i fotografi dell’approssimazione, che cercano l’arte per errore, o se preferite per serendipità.

Gli uni e gli altri dimenticano l’essenziale di quella frase di Erwitt, e cioè che “la qualità di Robert Frank è una qualità che ha qualcosa a che fare con ciò che egli sta facendo, con quella che è la sua mente … E’ qualcosa che ha a che fare con l’intenzione“.

L’intenzione. Nessuno credo possa negare che è quella la chiave di lettura per giudicare la riuscita di un’opera: l’aderire di essa all’intenzione dell’artista.

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