Nel 1955 Robert Frank, fotografo svizzero trapiantato negli Stati Uniti alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ottiene grazie al sostegno dell’amico Walker Evans una borsa di studio dalla John Simon Guggenheim Memorial Foundation e, grazie ad essa, intraprende un viaggio, in condizioni precarie, attraverso quarantotto Stati a bordo di una vecchia auto con la moglie e i suoi due bambini, durante il quale scatta un‘enorme quantità di fotografie: pare ben oltre 25.000.

Dal suo vaglio emergeranno soltanto 83 immagini, selezionate per un libro, che in America all’inizio non troverà editore, a causa dell’innovazione estetica proposta da quelle immagini, ma ancor di più per via del loro implicito messaggio ideologico, non conforme al clima politico dell’epoca.

Il libro viene pubblicato nel 1958 a Parigi da Robert Delpire col titolo “Les Américains”. Ad introdurre il lavoro di Frank vi sono testi di scrittori e pensatori quali Simone de Beauvoir, Erskine Caldwell, William Faulkner, Henry Miller e John Steinbeck.

Grazie al successo di quella pubblicazione, l’anno successivo esce negli Stati Uniti, presso la Grove Press, “The Americans”, con un’introduzione di Jack Kerouac in luogo dei testi proposti in Francia.

Proprio il contributo di Kerouac, la cui celebrità va crescendo col diffondersi del movimento Beat, salva il libro dal flop e fa si che trovi una larga diffusione nonostante incontri, prevedibilmente, non poche ostilità da parte della critica.

L’uso massiccio della sfocatura, d’illuminazioni tenui e di sovraesposizioni visibilmente recuperate, i tagli compositivi estremi, l’apparente casualità delle scene riprese, l’ostentata indifferenza verso non solo verso temi tipici, ma anche verso la ricerca di momenti salienti da immortalare (veri e consolidati topoi ), fanno di quest’opera qualcosa di inatteso, addirittura “sovversivo” per l‘epoca.

Sono questi i mezzi espressivi adottati dall’artista per rendere manifesta la propria visione personale di quella grande Nazione; una visione sicuramente ambigua nei sentimenti, ma che allora venne probabilmente recepita senza mezzi termini come un attacco frontale da parte di questo europeo all’ottimismo dettato dall’Establishment.

Frank venne tacciato di antiamericanismo e di simpatie verso un’ideologia di sinistra (in un periodo in cui il ricordo del maccartismo era ancora vivo), quando non d’incompetenza: riviste come la diffusissima Popular Photography stroncarono le sue fotografie, stigmatizzando come imperdonabili carenze (“sfocatura senza senso, grana,esposizioni fangose, orizzonti ubriachi e sciatteria generale”) quelle che invece erano scelte linguistiche innovative alquanto coraggiose.

Come dirà Elliott Erwitt: “Le immagini di Robert Frank potrebbero colpire qualcuno come sciatte – l’estensione dei toni non è giusta e cose del genere – ma sono di gran lunga superiori alle immagini di Ansel Adams per quanto riguarda la qualità, perché la qualità di Ansel Adams, se posso dirlo, è essenzialmente la qualità di una cartolina. Ma la qualità di Robert Frank è una qualità che ha qualcosa a che fare con ciò che egli sta facendo, con quella che è la sua mente … E’ qualcosa che ha a che fare con l’intenzione“.

Attraverso il suo sfocato, e i toni cupi, si manifesta un’angoscia esistenziale punteggiata da aperture inattese; in certe inquadrature decentrate si ritrova il senso frustrante d’indeterminatezza di una condizione monotona e intrinsecamente priva di senso, tipica di “quel tipo di civiltà nata qui [in America] e che si stava diffondendo ovunque”.

Era questo che il fotografo svizzero riportava puntualmente in un’opera, che – proprio come egli aveva previsto nel richiedere la borsa di studio – aveva preso via via forma, lungo i percorsi fisici e quelli mentali, per i quali s’era mosso senza una meta prestabilita, spinto da un’esigenza interna e dall’inquietudine (come accade “sulla strada” kerouachiana).

Nelle sue fotografie i moti dell’animo fluiscono nel continuo movimento reale – da cui l‘artista si sente attratto (“amo guardare cose banali, cose che si muovono”) -, movimento che è costantemente suggerito dal dinamismo percettivamente intrinseco proprio alle licenze tecniche, che allora gli furono aspramente contestate.

L’intenzione cinetica, del resto, pervade “The Americans” perfino nel “montaggio” della sua sequenza fotografica (quasi cinematografica: non per niente negli anni seguenti si dedicherà anche al cinema) dove ogni scatto è legato al successivo da una concatenazione logica, a seconda dei casi più o meno evidente, basata su una sorta di metamorfosi, per il quale troviamo il ricorrere di forme e di temi caratterizzanti (come bandiere, automobili, cappelli, simboli funerei) sapientemente variati in un gioco di contrappunti visivi.

La sua poetica – è stato scritto – è affine al free jazz di Ornette Coleman, il quale in quegli stessi anni ha esplorato i confini formali della musica dissolvendoli e ampliandoli come Frank ha fatto con quelli della fotografia; facendo piazza pulita di strutture e composizioni ormai stereotipate, aprendo strade – ad uno sguardo retrospettivo – non così sovversive dal momento che hanno solide radici proprio nella tradizione che hanno solo apparentemente negato, ma soltanto nuove: sono quelle che percorreranno fotografi come Diane Arbus, Gary Winogrand, e Lee Friedlander.

“The Americans” ha ben rappresentato l’anima inquieta dell’America della Beat Generation ed è stato considerato da molti fotografi una vera opera seminale per la fotografia americana.

Per celebrarne il cinquantenario dalla prima pubblicazione, che è ricorso il 15 maggio di quest’anno, la casa editrice tedesca Steidl ha ripubblicato il libro in una veste totalmente nuova, curata in ogni particolare dallo stesso Robert Frank. L’aspetto grafico è stato riveduto, e – soprattutto – le immagini proposte risultano sensibilmente diverse: frutto di una scansione digitale in tricromia delle stampe vintage dell’artista, esse restituiscono alla vista molti particolari che in edizioni precedenti erano andati perduti; e spesso ci troviamo di fronte alla proposta di nuovi tagli compositivi; inoltre compaiono qui due immagini stampate da negativi originali differenti rispetto a quelle usate in tutte le passate edizioni.

La versione italiana del libro è pubblicata da Contrasto.

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