Segnalo questa mostra d’arte contemporanea, dove è protagonista la fotografia, inserendo il comunicato stampa, che spiega puntualmente le istanze di coloro che vi espongono. Istanze condivisibili, che riguardano l’ambiente e la società, l’ecologia vera e propria (nonché quella dello sguardo), e rivendicano per l’artista-fotografo un ruolo di interprete della realtà, oltre il caso e il caos.

Espongono Domenico Di Bona (fotografia), Maurizio Chelucci (fotografia), Carlo Gianferro (fotografia), Lughia (installazione), Giandomenico Marini (fotografia), Adamo Modesto (pittura), Laura Peres (fotografia), Paco Del Pino (fotografia). La mostra si terrà fino al 20 Marzo a Roma, presso Massenzio Studi 2, in via A. Cotogni 16 (prima traversa a destra di via di Valleranello).

Ulteriori informazioni potrete trovarle sul sito www.massenzioarte.it

 

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Perché work in progress… sugli studi d’arte?

Perché non solo gli esami, come diceva Edoardo, non finiscono mai: anche i lavori non finiscono mai.

Per noi , abituati da sempre a lavorare con le mani, essi sono il banco di prova della nostra fede nella contemporaneità e nell’evoluzione,(sempre che esista). Si amplia Il terreno della ricerca del bello, da farsi con mezzi poveri e con scarse possibilità. Solo coloro per i quali il recupero e la riconversione sono una VERA NECESSITA’ danno a questo termine un significato creativo. Ormai tutti parlano di recupero e di riconversione; si chiama in causa l’ecologia, l’economia e la globalizzazione, e si raffrontano questi temi ad un mondo non più ricettivo al nuovo, e voglioso di ordinare l’esistente, senza invadere altri spazi. Ma la vera domanda da porsi è – quale riconversione, quale globalizzazione, quale recupero?- Preservare spazio agli uomini non significa soltanto prendere coscienza del riutilizzo degli scarti a protezione dell’ambiente: è anche e soprattutto ottimizzare le risorse ed intraprendere un cammino di ricerca del bello nei luoghi dove non appare ad un primo sguardo disattento. Insomma, prima di riconvertire lo scarto per produrre ricchezza, perché non esaminarlo per produrre bellezza? La funzionalità non è sempre bellezza, ma la bellezza è sempre funzionale ad un ambiente sano.

Soprattutto è realizzare che nelle cose minime, nei “minimaminimalia” deve iniziare la ricerca di nuovi canoni estetici contemporanei: il minimalismo, l’oggetto ritrovato e scoperto sono correnti dell’arte solo marginalmente propedeutici a questa ricerca; ricerca che, tuttavia, deve invertire
rispetto a queste correnti, la sua rotta di indagine. Non si tratta di scoprire un oggetto che esprima forme o concetti che si uniformino ad un bello preesistente ed antico; non si ricerca la bellezza codificata o il concetto che presuppone una componente storica del pensiero, anche archetipale. Si tratta semplicemente di confrontarsi con ciò che casualmente troviamo, che il più delle volte è frutto di abbandono o disattenzione, per scoprire, in qualunque cosa il caso ci ponga di fronte,un significato nascosto ed un collegamento senza tempo con il tutto, atti a restituire dignità alla cosa ed all’osservatore.

Perché applicare allo scarto della natura o dell’uomo i canoni estetici mutuati dalla storia dell’arte è una violenza che noi facciamo A QUELLE COSE CHE IL CAOS ED IL CASO CI PONGONO INNANZI. Anche l’architettura non sfugge a questa regola. Se in natura non esiste la linea diritta un motivo deve pur esserci; se nel mondo reale è il caos che domina gli eventi, perché ostinarsi a ricreare un ordine sottostante?

In questa dinamica delle cose l’occhio fotografico aiuta : la foto, a differenza dell’artista, guarda e non giudica: riprende Giandomenico Marinianche ciò che il fotografo non cercava e vedeva nell’istante dello scatto. Particolari e cose che nascono dalla luce e dall’ombra per affermare non visti la propria esistenza, oltre ed al di sopra delle discariche.

Work in progress significa che quanto è stato fotografato e riutilizzato anche per un solo istante, perché elemento casuale e fortuito nella attività lavorativa di produzione, il pubblico non lo rivedrà dal vero, nella realtà espositiva, perché probabilmente inviato alle discariche senza alcun senso di gratitudine. Ma è proprio quel che non si troverà più, esistente solo per un attimo nello scatto del fotografo, ad aver diritto di cittadinanza in questa ricerca di un bello concettualmente diverso. Il sudore degli operai e le loro mani; il sorriso del riposo nell’attimo della foto, le loro vuote bottiglie di acqua: nudi componenti di arredo apparentemente desueti. Avanzi di ferro, pezzi di legno di scarto, cartoni per imballo che hanno completato il loro destino. Tutti avanzi di vita di cose apparentemente passate, con un pezzetto di anima da rispettare, amare e riscoprire.

Amare anche le cose non è vergogna: insomma non è blasfemo. Fissare l’attenzione a tutto, con una predisposizione di amore, curiosità e voglia di comprendere anche la cosa, oltre che le persone, per assimilarne l’intima struttura, aumenta , estende i canoni del bello. Se la bellezza dovesse preesistere al nostro sguardo, tale atteggiamento potrebbe ampliare la nostra coscienza, ed aggiungere alla vita un aspetto che ancora non ci era apparso chiaro e conoscibile.

Chissà quanta energia e luce è ancora presente in quello che abbandoniamo. Le cose vecchie hanno un’anima che quelle nuove non hanno. Pertanto, quando lavoriamo ,fermiamoci ogni tanto a fare questa ricerca. Non getteremo via insieme agli scarti una parte della nostra stessa vita. Si potrebbe anche scoprire che la bellezza è nel percorso, e non nel punto di arrivo. Per questo Work in progress …per Massenzio arte 2005. (Alessandro D’Ercole)

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