In risposta a “Reportage e senso della fotografia – Note a margine di Broken Landscape di Paolo Pellegrin” di Maurizio G. De Bonis.

Broken Landscape

Impone una seria riflessione la lettura dell’articolo (appello al dibattito) del direttore di Cultframe, che prendendo spunto dalle immagini più recenti di Paolo Pellegrin, fra quelle attualmente in mostra al Museo di Roma in Trastevere, espone i propri dubbi sul reportage contemporaneo e sul tipo di comunicazione che tende a veicolare.

Partendo dall’inconfutabile assioma che “l’azione del fotografo è sempre e comunque parziale, dunque non in grado di raccontare la realtà ma solo di sezionarla e di riproporla in un quadro espressivo che attiene a una poetica individuale e non alla raffigurazione oggettiva degli eventi“, Maurizio De Bonis si chiede, in particolare, cosa rimanga in certi casi della vicenda riportata dal fotografo, se non una retorica visuale tendente alla spettacolarizzazione.

Stilemi ormai popolarissimi, quali “enfatizzazione drammatica dell’inquadratura, uso evidentissimo di contrasti, cieli lividi, fortissima sgranatura del bianco e nero, angolazioni impressionanti“, infatti, fanno leva sulle emozioni del fruitore piuttosto che raccontare una storia sia pure filtrata dalla personalità e dalle idee dell’autore; col risultato che la dimensione etica del lavoro del fotoreporter risulta messa in ombra da quella estetica, forse perché – insinua infine De Bonis – in certi casi il mondo del reportage contemporaneo è vittima dell’ego ipertrofico di certi suoi operatori. Fra i quali non è da annoverare, comunque, Paolo Pellegrin, pluripremiato membro di Magnum Photo: la stessa mostra, che è un excursus su oltre un decennio d’immagini in svariate situazioni e luoghi, finisce infatti con l’assolverlo da eventuali sospetti.

Ma cos’è mai il reportage? E cosa ci aspettiamo sia, dal momento che (vedi precedente post) persino l’opera di un fotografo d’arte (nel senso che fotografa le opere d’arte) può essere definito, in qualche modo, reportage?

Proprio all’inizio del capitolo su Forme ed espressioni del reportage, Alfredo De Paz, nel suo “Fotografia e società”, chiarisce: “Se ogni fotografia in generale – in quanto riporta immagini del (dal) mondo – può essere detta reportage, il reportage vero e proprio si riferisce a quelle immagini riprese da un fotografo in tempo reale sul luogo stesso di un determinato evento; in questo senso, la fotografia di reportage, in quanto registrazione meccanica del mondo, si distingue dalla “fotografia di atelier” in cui determinate situazioni vengono artificialmente costruite e messe a punto per finalità estetiche”.

De Paz rimarca, inoltre, una sottile distinzione tra due termini che normalmente si sovrappongono fino a confondersi: reportage e fotogiornalismo. Nel primo “il fotografo si limita a riprendere determinati frammenti di realtà aventi precisi significati (soggettivi, sociali, politici, etnologici …); nel secondo “emerge maggiormente il desiderio di raccontare, attraverso le immagini, una storia avente valenze semantiche prevalentemente storiche, sociali, politiche”.

In un caso o nell’altro, il critico non menziona forme d’intervento autoriale di carattere “espressionistico”, se così si può dire.

Tuttavia leggendo avanti nello stesso libro, intuiamo che certe forme di “licenza poetica” siano state accolte da tempo e senza riserve all’interno del discorso critico sul reportage: basti pensare al fatto che De Paz nel tracciare un panorama di tale genere fotografico include nel novero dei reporter – accanto a Cartier-Bresson, Ronis, Kertész, Capa e Seymour – un autore come Mario Giacomelli, magari ingenerando in alcuni una certa perplessità. L’interpretazione della realtà è certo fortissima in Giacomelli, il quale più che fatti narra sensazioni e sentimenti, attraverso certi stilemi personali, che ormai spesso vengono (più o meno consapevolmente) citati da tanti giovani fotografi, fino al punto di farne un vero e proprio abuso.

Ed è forse piuttosto questo che a noi dà più fastidio, come – crediamo – in fondo anche a De Bonis: l’abuso delle formule stilistiche ormai “brevettate”. Non i toni espressivi intensi, ma il “virtuosismo” espressivo, che oltretutto – da fotografi, vorremmo insinuare – potrebbe anche aver qualcosa a che fare con i limiti della tecnica, soprattutto quando ci capitano fra le mani immagini di guerra – non è per fortuna il caso di Pellegrin! – scattate (questo sarebbe normale) in condizioni di luce critiche, ma per di più a distanze ragguardevoli attraverso obiettivi lunghi come bazooka.

Giusto per “dimostrare quanto (questi reporter) siano coraggiosi e abili a districarsi in situazioni difficili” soprattutto restandone alla larga. Sgranatura e forte contrasto nel bianco e nero, tanto, da fattore tecnico si trasformano in cifra espressiva, grazie ad un modo comune che è diventato “moda”, anche per via della promozione di tanti critici, non meno che del mercato editoriale.

Quali che siano i motivi, allo stato delle cose non possiamo che constatare una più che affermata tendenza ad accantonare l’immagine esteticamente pregnante (“classica” in senso lato) alla Cartier-Bresson, in favore di una certa indeterminatezza (molto “romantica”).

E’ un passaggio dal lineare al pittorico, dalla forma chiusa alla forma aperta, dalla chiarezza assoluta alla chiarezza relativa; il tutto rappresentato da immagini fluttuanti, spesso prive di contorno, che suggeriscono il moto e il continuo divenire, il reciproco influsso tra soggetto e oggetto; e invitano, in conclusione, all’apertura verso ogni lettura.

Al di là del fatto che le dicotomie che abbiamo utilizzato sono le stesse con le quali Wölfflin descriveva la contrapposizione fra Arte rinascimentale e Barocco (che sono poi le stesse categorie mentali che contrappongono pensiero classico a pensiero romantico); e alla luce del fatto che la “non-finitezza” (qualità a cui anche Paolo Pellegrin si dice interessato allo scopo di stimolare una conversazione o un dialogo) sia una modalità esecutiva molto frequente nell’Arte Contemporanea, atta a sollecitare proprio l’intervento interpretativo/creativo del fruitore; possiamo parlare davvero di reportage di fronte a siffatte opere?

In effetti, l’importante è mettersi d’accordo sulle definizioni.