Donata PizziNon resta, purtroppo, che questo fine settimana per visitare la mostra di Donata Pizzi al Museo di Roma – Palazzo Braschi: “Roma in Africa” si conclude, infatti, il 3 giugno.

Presentata qui nell’ambito di FotoGrafia a cura di Luigi Filetici, l’esposizione ci offre un’opera rigorosa dal punto di vista compositivo, ma al tempo stesso ricca di un fascino tutto romantico: gli spazi desertici immensi evocati dal formato panoramico e le rovine che li costellano, riempiono il cuore del visitatore di un senso di sospensione temporale a volte perturbante. In azione davanti ai suoi occhi c’è la potenza del Tempo che sgretola la pietra e polverizza la Ybris (la “superbia”) dell’essere umano, capace comunque di grandi opere.

Le vestigia di Roma antica nel Nord Africa a tratti si palesano come una diruta cristallizzazione della sabbia del deserto, a volte vi sprofondano inghiottite dalla medesima.

“Alberi piegati dal vento si incurvano nella stessa direzione delle sbrecciature di un antico arco romano; le colonne sono fitte ed erette come spighe di grano; il selciato compare sotto le sterpaglie e ne costituisce lo sfondo naturale. Il fornice dell’arco dialoga con il sinuoso profilo delle colline“, descrive appropriatamente il curatore.
Donata Pizzi, laureata con una tesi in storia contemporanea alla Facoltà di Scienze Politiche, presso l’Università degli Studi di Milano, ha iniziato a lavorare nei primi anni Ottanta come assistente di importanti fotografi di moda e dal ‘90 lavora come fotografo professionista.

Già da qualche anno ha scelto di concentrarsi su soggetti architettonici e altri suoi lavori – come quello delle “Città metafisiche”, nel quale interpretava in tale chiave la linearità dei volumi, tipici delle città fondate nell’Italia degli anni ‘30 per ispirazione fascista – ci hanno mostrato la sua perizia e la sua sensibilità nel cogliere le atmosfere proprie dei luoghi. E come in quell’occasione, anche nelle sue immagini d’Africa, regna sovrana un’armonia ricostruita fra “ragione e sentimento”.

Forse una perplessità ci passa per la mente: era davvero necessario uniformare totalmente le varie riprese desaturando il colore e dandogli una nuance seppiata, cancellando di fatto i cieli ed evocando la reminiscenza di vecchi testi dedicati all’archeologia?

Curiosamente il sito di FotoGrafia, e le immagini per la stampa, ci restituiscono una versione colorata degli scatti, che sembra spazzare via quel tanto di ripetitività che ci ha afflitto visitando la mostra.

Donata Pizzi

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