L’installazione fotografica di Alex Majoli, di cui abbiamo parlato nel precedente post, è il punto d’arrivo di un percorso espositivo interno alla GNAM che, come avevamo accennato, ci fa prima incontrare altre due mostre.

Sono queste, entrambe, a proprio modo imperniate sui “Giochi della memoria” e perciò sotto questo titolo collettivo le presenta Giovanna Calvenzi, quasi fossero un tutt’uno.

Entrambe ci parlano della rimembranza: l’una, sembra rievocare un periodo storico ormai lontano e le sue atmosfere, in asfittiche ambientazioni urbane; l’altra, invece, sembra presentare un album di foto-ricordo. Ma sono giochi, appunto; anzi finzioni.

E’ finzione palese il suggestivo lavoro di ricostruzione che Paolo Ventura intitola “Viaggio nella memoria”: scenografie in miniatura e fantocci di personaggi che ricostruiscono un passato immaginato attraverso i ricordi altrui; e sembrano quadri, o magari tableau vivant densi di una luce drammatica su cromatismi dimessi, frutto dell’illuminotecnica teatrale.

Moira RicciPiù sottile è il gioco di Moira Ricci, la quale manipola il medium fotografico, servendosi della tecnica del fotomontaggio, per partecipare in prima persona ad un passato non da lei vissuto, ma dalla madre scomparsa.

E’ un recupero nostalgico della persona cara, ma anche una riflessione meta-fotografica, che ci rimanda alle considerazioni barthesiane, al suo stupore dello “è stato”, ingenuo ma sentito, e da molti condiviso punctum della fotografia; e che arriva a sovvertire l’opinione che “la fotografia rende presente un evento passato”. Perché si potrebbe invece dire, parafrasando Pessoa, che il fotografo è un fingitore. Perché la fotografia è veicolo d’invenzione, più che di realtà, ma in qualche modo usa la finzione per dire cose vere: Il poeta è un fingitore/ finge così completamente/ che arriva a fingere che è dolore/ il dolore che davvero sente”.

Grazie alla fotografia, con questo lavoro intitolato “20.12.53-10.08.04” l’autrice partecipa, evocando una dimensione sincronica, alle vicende quotidiane della vita della madre, così come gliele hanno forse mille volte fatte vivere le foto ricordo del suo album.

L’illusione ottica è pressoché perfetta, se non fosse per l’onnipresenza di questa ragazza che scruta pensosa gli altri in posa, sempre uguale a se stessa – al di là di abiti e acconciature “d’epoca” – mentre il tempo scorre normalmente nel racconto della vita dei familiari.

Come ci sottolineano con le loro opere i due giovani artisti, questo può la “magia” della fotografia: fermare il tempo, rimescolarlo, creare ricordi anche inesistenti.

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