Non ha deluso le aspettative l’incontro-dibattito (vedi post precedente) sulla rappresentazione della guerra in fotografia: gli spunti su cui riflettere non sono mancati.

Gli interventi di Fiorentino e De Bonis hanno ben introdotto al pubblico gli aspetti più problematici della questione, sui quali i fruitori delle immagini di guerra quasi mai si soffermano, perché ingenuamente sopraffatti dall’immagine stessa. Sono principalmente la retorica dell’immagine di guerra, la fascinazione estetica che proviamo davanti alle immagini più cruente, l’uso colpevolmente scorretto delle didascalie fino alla vera e propria strumentalizzazione propagandistica, ma anche l’etica (e, aggiungerei, il buon gusto) del fotoreporter di fronte alle situazioni più crude.

All’interno di un simile quadro della situazione, è stato ancor più illuminante il racconto dell’esperienza di Simcha Shirman “soldato con la macchina fotografica”, com’egli stesso s’è definito.

fotogramma dal film di C. Eastwood “Flag of Our Fathers”Gli esempi di come la simbolizzazione (e la didascalia!) pesi su un’immagine a livello d’impatto emotivo ( e propagandistico) sono tanto tanti, da quello emblematico-patriottico della fotografia della bandiera di Iwo Jima (la cui storia viene riproposta nel film Flags of Our Fathers) all’attuale caso dello scatto vincitore del World Press Photo di quest’anno, dove un titolo trasforma l’immagine di un gruppo di profughi libanesi, ritornati a vedere i loro luoghi e quel che resta delle loro case dopo i bombardamenti, in “turisti della guerra”. Con tanto di opinione pubblica pronta ad indignarsi, magari più sul “turismo” che sulla guerra stessa.

Ma come fa uno spettatore del “World Press“, o il lettore di un giornale a capirlo? Si tratta di profughi evidentemente abbienti, ben vestiti sulla loro decappottabile rossa, così lontani dallo stereotipo del “poveraccio” in fuga con le carabattole legate sul camion, cui siamo stati abituati dai media.

La didascalia, per carità, è sempre degna di fede. Così come solo ciò che viene pubblicato esiste, tutto ciò che è taciuto scompare nel nulla (guerre e genocidi inclusi). E tuttavia Susan Sontag giustamente si chiedeva se la pubblicazione di certe immagini di guerra stimolasse davvero la necessità di pace, più di quanto non giustificasse addirittura la guerra (vedi: “A proposito di Susan Sontag: Un essere umano morale“).

Altrettanto giustamente Maurizio De Bonis sogna la possibilità di veder pubblicati gli scatti scartati dei reporter di guerra, quelli dove si vede la vera realtà, priva degli orpelli della facile simbolizzazione: la banale e paradossale, antieroica quotidianità della guerra.

E’ proprio quello che troviamo nelle immagini di Shirman: una “purificazione” dalla retorica e dall‘estetizzazione della guerra. E’ il senso di un vissuto per il quale la guerra è solo una tragica contingenza, densa si di simboli, ma non di esaltazione dei luoghi comuni.

Da qui ci si può inoltrare in molte considerazioni. Il tipo di simbolizzazione messo spontaneamente in atto da Simcha Shirman è molto personale, e a volte anche autoreferenziale, ma si ricollega chiaramente ad una cultura visiva ed artistica di grande respiro, ed è l’esito di una continua meditazione esistenziale, come ci testimoniano le parole dell’artista.

Forse il suo limite, purtroppo, sta nella sua stessa grandezza.

Abituati come siamo a leggere un’immagine attraverso griglie semantiche precostituite, che trasformano singoli soggetti e situazioni in “evidenti emblemi di”, la foto di un paesaggio notturno, con un soldato addormentato e la scia del faro di una jeep in lontanza, ci sembra quella di un bombardamento con una vittima in primo piano.

Le fotografie di Shirman acquistano, dunque, la loro vera forma solo attraverso le parole del loro autore; senza la voce di questi, senza la sua preziosa testimonianza che ci racconta l’occasione e lo stato d’animo che sottendono, esse ci presentano soltanto degli enigmi, anzi un unico enigma, quello della quotidianità, che non sempre e non tutti sanno cogliere; perché troppo intenti a cercare oltre, non davanti agli occhi, ma dentro la propria testa piena di “simboli di“; e grazie a tali simboli, sempre pronti a “parteggiare per”.

Una simbolizzazione prefabbricata ad hoc sembra oggi sopravanzare la realtà dei fatti.

Il suo impatto emotivo prima, infine sociale, determina risvolti per i quali poi ci troviamo a percorrere il presente, secondo l’espressione di Umberto Eco, “a passi di gambero”.

La gente sembra semplicemente incapace di trarre proprie conclusioni dalle immagini che gli vengono proposte, forse perché vede troppo insistentemente sempre quelle stesse, e sempre sottotitolate allo stesso modo. Tanto che le tragiche riprese dei morti della Shoa, ormai sono sinonimo di apertura mentale e consapevolezza storica, con buona pace della pietas che dovrebbero evocare gli esseri umani che quei corpi accatastati sono stati; e si sostiene che dobbiamo a tutti i costi riempirci gli occhi di queste ed altre nefandezze “per conoscere e per ricordare“, dimenticando che un conto è prendere atto dell’altrui sofferenza, un altro è opporvisi uscendo dal nostro ruolo privilegiato di spettatori.

Altre argomentazioni si potrebbero fare, a partire da quanto emerso nel citato dibattito, ma per ora preferisco fermarmi qua.

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Articolo ripubblicato su Cultframe 

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