Recentemente mi è capitato di vedere in alcune trasmissioni televisive lo psichiatra Vittorino Andreoli, che, ospite in veste di scrittore, presentava il suo recente “La vita digitale”.

Le sue considerazioni sul ruolo delle nuove tecnologie (in particolare si riferiva al cellulare) nella nostra vita e sui risvolti sociologici e antropologici di tutto quest’incalzante progresso, lo spingevano a parlare di quel piccolo accessorio del nostro quotidiano, che è ormai molto più che un telefono (può essere anche una fotocamera, una videocamera, un’agenda elettronica, una rubrica, un album personale e quant’altro) come una sorta di protesi imprescindibile, di più, come la nostra “mente in tasca”: un oggetto cui tendiamo a demandare la nostra memoria e perfino il nostro pensiero.

Tale affermazione, al di là di tutto (lo stesso Andreoli non era apocalittico fino in fondo e sperava che il suo monito servisse ad un uso meno “autistico” del mezzo), ha sollevato in me l’eco di una reminiscenza antica, classica direi, richiamando alla mia memoria un pezzo di letteratura filosofica che si appaia perfettamente al discorso dello psichiatra. Si tratta di un brano del “Fedro”, il celebre dialogo di Platone sulla retorica, l’educazione, la filosofia. Nel Fedro si tratta anche del passaggio epocale dalla tradizione orale a quella scritta, e lo si fa in questi termini.

Interrogato da Fedro sulla convenienza della scrittura, Socrate racconta il mito che vuole la scrittura sia stata inventata dal dio egizio Thoth (Theuth), il quale l’avrebbe presentata insieme ad altre “arti” di sua invenzione al faraone Thamus perché quegli la diffondesse in Egitto.

Questo lo scambio d’opinioni riguardo all’arte della scrittura: “Quando Theuth venne alla scrittura disse : – Questa conoscenza, o faraone, renderà gli Egizi più sapienti e più capaci di ricordare: é stata infatti inventata come medicina per la memoria e per la sapienza -. Ma quello rispose: – Ingegnosissimo Theuth, c’é chi é capace di dar vita alle arti, e chi invece di giudicare quale danno e quale vantaggio comportano per chi se ne avvarrà. E ora tu, padre della scrittura, per benevolenza hai detto il contrario di ciò che essa é in grado di fare. Questa infatti produrrà dimenticanza nelle anime di chi l’ avrà appresa, perchè non fa esercitare la memoria. Infatti, facendo affidamento sulla scrittura, essi trarranno i ricordi dall’ esterno, da segni estranei, e non dall’ interno , da se stessi. Dunque non hai inventato una medicina per la memoria, ma per richiamare alla memoria. Ai discepoli tu procuri una parvenza di sapienza, non la vera sapienza: divenuti, infatti, grazie a te, ascoltatori di molte cose senza bisogno di insegnamento, crederanno di essere molto dotti, mentre saranno per lo più ignoranti e difficili da trattare, in quanto divenuti saccenti invece che sapienti -”.

La vera opinione di Platone, malgrado il suo forte apprezzamento per i valori tradizionali dell’oralità, è ovviamente svelata dal fatto che grazie ai suoi dialoghi (pur sempre scritti), egli ha tramandato le proprie idee e quelle di Socrate.

Interessante coincidenza di vedute. La storia si ripete, basta solo ricordarsene. Ogni novità ha sempre destato qualche perplessità, finché non si impara ad usarla con la testa e ad apprezzarla per le giuste potenzialità.

Ma intanto il mio pensiero – sommando alle considerazioni socratiche quelle di Andreoli, il quale giustamente ammonisce avendo sotto gli occhi una tendenza nefasta ad usare stupidamente i nuovi mezzi – mi porta a trasporre queste idee nel campo della fotografia; e a chiedermi: se un telefonino può diventare la nostra “mente in tasca”, lasciandoci sempre più spesso decerebrati, può una fotocamera diventare la nostra “vista in tasca“, lasciandoci infine ciechi alla realtà? Può l’estrema accessibilità all’atto del fotografare e la ricerca spasmodica (lo vediamo ovunque) di immagini da catturare, e magari “sistemare” un pochino, render la gente insensibile ad una percezione “in-mediata“, dando infine loro soltanto una parvenza di comprensione del mondo in cui viviamo?

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