fulton.jpg Hamish Fulton è un artista contemporaneo inglese, che ha mosso i suoi primi passi nel mondo dell’arte negli anni Settanta; erano quelli tempi che ereditavano le polemiche del decennio precedente contro la mercificazione dell’arte-oggetto (e degli oggetti artistici) contrapponendovi forme d’arte più effimere e dal valore letteralmente “incalcolabile”: gli happening, la land art, la body art, l’arte povera, fino alle “lezioni” sulla progettualità artistica di Josef Beuys.

L’arte di Fulton è il “viaggio” a piedi soprattutto (e a piedi nudi talora) anche per città, ma soprattutto per sconfinati paesaggi naturali: attraverso luoghi semidesertici e lande coperte dalla neve, tra monti e vallate dove non si scorge presenza umana. Egli si autoproclama “Walking Artist” ed il suo camminare è un modo di vivere che diventa arte; un’esperienza solitaria, come dovrebbe essere ogni viaggio: di ricerca, di scoperta.

Sembra strano pensare di poter visitare una sua mostra: una mostra fatta di esperienze. Strano quasi quanto pensare di poter ammirare in un museo una lavagna – con grafici e scritte di pugno del sopracitato Beuys – testimonianza di una “performance didattica” messa in atto a negazione della liceità dell’arte “commerciabile”, ma di queste lavagne ce ne sono ben sei in un museo di Perugia, a suo tempo acquistate dal Comune, e – d’altronde – la Galleria Alessandra Bonomo di Roma ospita una mostra di Hamish Fulton.

Quest’artista, accreditato non solo dalla sua lunga carriera di “camminatore” (non è un land artist,!), ma anche dalla presenza di sue opere nelle maggiori collezioni pubbliche del mondo, ci riporta dal suo viaggio scatti fotografici in bianco e nero con didascalie precise, e vi aggiunge il contrappunto coloristico di wall-drawings (dipinti sulle pareti della galleria, fatti di parole e numeri, simili a strane segnaletiche stradali), e ancora piccole istallazioni lignee e appunti su fogli di quaderno incorniciati. In tutte queste cose ricorre l’ossessione dei numeri di questi viaggi: i giorni e le notti, che ne hanno costituito la dimensione temporale; i passi e le direzioni, dimensione nello spazio. Tutto sospeso fra soggettività ed oggettività: è la percezione individuale che filtrata dalla ragione si trasforma in oggetti (in esperienze acquistabili dallo spettatore).

L’idea sottesa a questa mostra è senz’altro interessante e fascinosa, come lo sono le sue fotografie scattate sulle Alpi svizzere, sulla Marmolada e nelle Valli della Cina, spazi che Fulton “ha misurato” coi propri passi.

keeping still - mountainLa cartolina-invito alla mostra ce ne dà un indizio: un “esagramma” degli I:Ching, il famoso testo del Taoismo.

E’ il “segno” di due montagne riunite, il cui significato vasto e complesso, è in fondo riducibile alla parola “arresto”, nel senso d’immobilità e riflessione su ciò che è giunto a compimento. E’ il fermarsi, prima di riprendere il cammino ( e Tao significa appunto cammino). Una scritta in lingua inglese ribadisce questi concetti: keeping still – mountain; anche qui segue una serie di numeri progressivi.

L’artista si ferma a contemplare la strada percorsa, a pensare al tempo trascorso; nel suo raccoglimento sono le basi di un nuovo viaggio, di nuove esperienze. Che magari poi vorrà trasmetterci in un nuovo allestimento minimalista: come questo, dove complici gli spazi  ridotti della galleria, l’installazione (quella reale) continua idealmente nelle immagini dei cataloghi dell’artista messi a disposizione del pubblico che voglia sfogliarli.

Fulton sul suo interessante sito web afferma che un oggetto artistico si può acquistare, il “camminare” non può essere venduto, ma in fondo ci sono anche spettatori (l’ho sentito con queste orecchie!) che si deliziano davanti alla sua installazione pensando sia una mostra che ha come tema il Trekking.

Artista incompreso? Spettatori ingenui ed impreparati sull’arte contemporanea?

Una differente recensione è stata pubblicata da Cultframe e potete leggerla cliccando su: Hamish Fulton

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