Discorso sulla fotografia
di Paul Valéry

Il 7 gennaio del 1939, in occasione del centenario della Fotografia, Paul Valéry pronuncia alla Sorbonne un discorso di celebrazione, ora pubblicato per la prima volta in Italia come opera a se stante dalla casa editrice napoletana Filema; il volumetto, corredato di un ampio commento del curatore, di note biografiche e bibliografiche, riporta a fronte il testo originale francese tratto da una pubblicazione dell’epoca.

La forma evidente del panegirico fa scorrere il “Discorso” gradevole, leggero ed esaltatore dei vantaggi delle applicazioni e delle implicazioni di “una invenzione tutta nazionale e una delle più ammirevoli del XIX secolo”, lasciando il lettore già soddisfatto ad una rapida lettura. Magari solo un po’ perplesso.
Le argomentazioni addotte dal poeta potrebbero apparire, infatti, un po’ ingenue, ancorché piene di spunti e riferimenti ai primordi della Fotografia, oltre che al discorso di presentazione di quest’invenzione all’Académie des Sciences, da parte dell’astronomo François Arago (il centenario della cui data è occasione della commemorazione in questione); un po’ troppo semplici se ci si ricorda che sono posteriori agli scritti di Walter Benjamin sulla fotografia e sull’opera d’arte nell’epoca della tecnica, i quali proponevano ben altre questioni. Ma l’intervento di Valéry è chiaramente quello di un poeta.
Può inoltre sembrare particolare il fatto che non si parli mai della Fotografia come di un’arte, ma sempre come d’un mezzo, indispensabile tanto all’indagine della realtà visibile, visto che “siamo inconsciamente disposti a non ricevere una parte degli oggetti che sono davanti a noi e a vedere altre cose che non ci sono”; quanto alla registrazione degli avvenimenti storici, altrimenti affidati alla narrazione e alle tesi, “che sono prodotti dello spirito, e di conseguenza immaginazioni, interpretazioni, cose senza corpo”.
Si tratta, in fondo, solo dell’elogio di un’importante invenzione. Tale da permettere “una revisione di tutti i valori della conoscenza visuale. Il modo di vedere si modifica e si precisa, mentre le abitudini stesse risentono della novità che, dal laboratorio, passa immediatamente nella pratica, e introduce dei bisogni e dei costumi inediti nella vita”. Della Fotografia, figlia dei suoi tempi, si giovano come d’un elemento catalizzatore le Arti: tutte, Lettere incluse, ne ricavano un irrefrenabile impulso a staccarsi dal dato visibile e dalla descrizione (per loro impossibile) del reale, col risultato di dedicarsi finalmente ad una produzione dell’intelletto più libera, “purificata” com’è dalla realtà. Ma, proprio come accade a un catalizzatore nel laboratorio chimico, essa purtroppo è destinata a non prender parte al fenomeno di reazione che ha pur accelerato.

Sebbene non particolarmente illuminante dal punto di vista della critica fotografica, questo “Discorso” finisce, però, col toccarci nel profondo, allorché trasforma la Fotografia in una metafora del processo creativo in fieri. Non lo scatto o l’idea del fotografo è emblematico per il poeta, lo è piuttosto il processo chimico dello sviluppo, l’incanto dell’apparizione dell’immagine latente e del suo fissarsi: “non si può impedire di pensare… a delle precipitazioni che si osservano nello spirito, dei ricordi che si precisano, delle certezze che d’un tratto si cristallizzano, alla produzione di certi versi privilegiati, che si stabiliscono, disimpegnandosi bruscamente dal linguaggio interiore”. Un incantamento, questo, che l’artista Valéry conosce bene.

Rosa Maria Puglisi

già in Cultframe

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