La vittoria al festival di Sanremo della canzone di Simone Cristicchi, nonché la pubblicazione di un documentario in DVD, allegato all’album del cantante, ma anche le interviste televisive al cantante, che pongono l’accento su un problema sociale in genere “rimosso”, ci offrono lo spunto per questo post.

Senza addentrarsi troppo nel merito della bella canzone o del suo sensibile autore, del testo ci piace riportare frasi come queste: “I matti sono punti di domanda senza frase…”, “La mia patologia è che son rimasto solo…”. Frasi che sembrano descrivere molto bene una sensazione che coglie chi, per avventura, si sia trovato innanzi ad anime in pena che buona parte della loro vita hanno trascorso nel girone dantesco dei vecchi manicomi.

“Che cos’è la follia?”, scriveva Franco Basaglia, “La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia. Invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere”.

In questo credeva chi ha voluto la chiusura dei manicomi: la “Legge Basaglia” porta il suo nome.

Chiusi i manicomi, tuttavia, non è svanito il problema.

Nel 1996, un istituto romano per la formazione psichiatrica aveva mobilitato alcuni allievi di una scuola di fotografia – fra i quali anch’io – per effettuare riprese che rendessero conto dello stato delle cose nei luoghi della psichiatria di Roma e provincia, a distanza di diciotto anni (allora!) dall’approvazione della Legge Basaglia.

Il progetto era stato chiamato “L’invisibile visibile”, riferendosi alla prassi di occultamento, con cui la società si difende da tutto ciò che è diverso, e percepito come minaccioso, allontanandolo dalla vista.

Un’esperienza dura, per me e gli altri colleghi, che non eravamo stati preparati ai particolari ambienti, alle atmosfere, tanto meno alle persone che li popolavano. Ma eravamo lì a fotografare le strutture, e certo fra il “Santa Maria della Pietà” e una casa famiglia, o un CIM, c’era una bella differenza. Anche se poi il “Santa Maria della Pietà” (sorpresa!) non era vuoto, come si sarebbe potuto pensare, e molti erano i padiglioni a noi interdetti.

Avevamo, però, libero accesso al terribile “museo”, dove ancora si conservavano gli effetti personali di migliaia di malati, che – con una prassi simile a quella dei campi di concentramento nazisti – abbandonavano al loro ingresso tutto ciò che li legava al passato e a se stessi per trovarsi di fronte chissà… Lì erano conservati strumenti di contenzione e di tortura, scusate, di cura come l’elettrochoc e simili… Si spiegava che per un certo periodo era stata addirittura sperimentata una cura con le zanzare della malaria, le cui provvidenziali febbri avrebbero avuto la virtù di guarire dalle paturnie (e forse dalla vita stessa?).

Avevamo anche accesso al “Padiglione Peter Pan”, dove c’erano “creativi”, che periodicamente incontravano il pubblico, e anche almeno un bravo pittore.

Un po’ per i vincoli contrattuali che c’eravamo assunti, un po’ per viltà non ho saputo incontrare questa gente. Ma presto si sarebbe presentata una seconda chance.

Ancora vive quelle sensazioni, ho avuto l’occasione di fotografare una manifestazione all’interno dell’Ospedale Psichiatrico di Aversa, e ho cercato, infine, di “affrontare” quegli sventurati, che – come avevo appreso – avevano avuto più che altro il torto di deviare dagli schemi della normalità, avendo alle spalle una famiglia che, per indigenza o per ignoranza, li aveva abbandonati. Questo era bastato a condannarli, senza altre colpe, ad una sorta di ergastolo, talvolta alla pena capitale. “Morire di classe” era il titolo di un lavoro di Gianni Berengo Gardin, risalente al 1968: era stato il primo fotografo cui avevano concesso di avvicinarsi a quella realtà.

Le immagini che ho scattato in quell’occasione, all’interno del recinto dove ancora vivevano donne -, che lì avevano vissuto “da sempre”, che lì probabilmente sarebbero morte semplicemente perché fuori di lì non c’era dove andare -, volevano essere un estremo tentativo di restituir loro una visibilità negata. Un tentativo di testimoniare la loro scomoda presenza, le loro aperture e le loro chiusure verso il mondo.

Non ho tentato rappresentazioni espressionistiche della realtà. L’evidenza delle loro persone e di un vuoto intorno comunicava già tutto.

Ecco alcuni di quei fotogrammi. Per vederle più in grande basta cliccarci sopra.

Nel recinto. Aversa, 1996. Dalla serie: “Istituzione mentale”

Fuga. Aversa, 1996. Dalla serie

Rifiuti. Aversa, 1996. Dalla serie

Copyright delle fotografie di Rosa Maria Puglisi

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Lo scorso anno in provincia di Reggio Emilia, a Correggio, c’è stata sul tema una fondamentale mostra “Cent’anni di immagini del dolore”, curata da Sandro Parmiggiani e realizzata in collaborazione con il Centro di Documentazione di Storia della Psichiatria.

 

 

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