Willy Ronis con la sua opera ha attraversato buona parte del Novecento, ed è una figura centrale della fotografia umanista francese. Nel suo “Sur le fil du hazard”, egli ha scritto: “La fotografia è lo sguardo. Si ha o non si ha. Può affinarsi con gli anni, ma si manifesta fin da subito, con la macchina più a buon mercato”; e infatti la sua predisposizione per il mezzo fotografico si nota già dai primi scatti, ancora adolescente come gli stessi lo ritraggono (sono per lo più autoritratti). In essi quel tanto di mestiere appreso nella bottega del padre è misto ad un innato senso della rappresentazione, che lo predestina ad essere fotografo, malgrado a quel tempo Ronis ne sia ancora ignaro e insegua il sogno dell’infanzia: un futuro nel campo della musica come compositore.
I suoi desideri in fondo si realizzeranno, anche se in maniera del tutto inattesa: come fotografo, sarà infatti un “compositore” d’immagini, ed elementi basilari per la musica, quali l’armonia e il tempo, saranno sempre al centro della sua poetica.
Ronis ha esplorato vari campi del suo mestiere: attento come un artigiano alla buona tecnica non meno che all’espressione artistica, ha lavorato nella moda, nella pubblicità, nella fotografia industriale, nell’illustrazione giornalistica.
Il suo “sguardo” resta però sempre e soprattutto quello di un reporter della quotidianità, lo rivela persino una foto come la celebre Nu provençal, dove è ritratta la moglie Marie-Anne che si accinge, in un torrido pomeriggio d’estate, a rinfrescarsi all’acqua di un catino vicino ad una finestra, appena sveglia dalla siesta. Come il fotografo stesso racconterà, quest’immagine è frutto di una casualità, di un gesto sapientemente colto dal suo sguardo e trattenuto dalla modella giusto il tempo di recuperare la fotocamera e scattare; pur posata, conserva intatto l’aspetto di uno scatto “rubato”. L’ambientazione estremamente spoglia della casa di campagna, presso cui nel 1949 la famiglia trascorre le sue vacanze, offre alla vista pochi elementi, che nell’obbiettivo si sono però armoniosamente ricomposti per raccontare il fascino di un’atmosfera particolare. E’, come accade sempre in Ronis, la descrizione di un attimo che si stacca dal flusso temporale per divenire “significato”.
Nei suoi libri, come nelle interviste rilasciate, il maestro francese ha ribadito quel che si poteva ben intuire dalla sua fotografia, cioè una passione profonda per la narrazione aneddotica, sviluppata negli anni andando a caccia di immagini, soprattutto per le strade della sua Parigi.
Con il suo errare per la città e il suo senso dell’avventura che “non si misura in chilometri”, ma si deve ricercare nell’improvvisa rivelazione di un istante, che ci spalanca le porte dell’emozione dinnanzi a “un tulipano in un vaso, sul quale si poggia un raggio di sole”, richiama alla mente l’immagine letteraria del flâneur. Il suo interesse per la condizione umana, e questo porsi in maniera empatica di fronte alle più semplici azioni d’ogni giorno, per scoprirvi un significato esistenziale universale, hanno fatto di lui un grande fotografo “umanista”, più che un semplice reporter sociale.
Forma e tempo sono due concetti chiave nell’arte di Willy Ronis.
Come nella realtà circostante, anche nel proprio esprimersi fotograficamente, egli ha cercato la semplicità, ma nell’accezione più alta del termine, quella cioè di chiarezza ed immediatezza; da vero comunicatore.
Nella sua fotografia l’attenzione alla forma, quindi, diventa ricerca tenace di un equilibrio, che non è tuttavia algida perfezione, quanto piuttosto “una geometria modulata dal cuore”. Le sue sono immagini complesse in una forma apparentemente semplice, perché funzionale: “Una foto significativa è una foto funzionale… La funzione di una foto consiste nella sua capacità immediata di sintetizzare la propria intenzione”.
La fotografia di Ronis è – secondo la sua stessa definizione – “dal vivo”: si realizza all’interno del tempo e richiede tempo. In un simile tipo di opera, la principale risorsa del fotografo è una chiara “percezione del tempo forte”, cioè dell’istante esatto in cui ogni figura si ritrova, nella scena ripresa, composta dal caso in un’armonia, che trasmette insieme il senso e l’emozione, stimolo di quello scatto. E’ un intuito, uno stato di grazia, che si manifesta in urgenza emotiva a scattare, racconta il fotografo parigino. Tale pulsione, egli precisa, nasce nella riflessione e nella paziente attesa; nulla ha, dunque, a che vedere con certi fotografi “mitraglieri”.
L’opera di Ronis è quella di un comunicatore, che non ammette equivoci nei suoi messaggi. E’ questo il motivo che lo ha portato a criticare quei colleghi che, per imperizia o per inseguire i facili successi di una moda pseudo-concettuale, hanno preferito la strada dell’ambiguità visiva, scegliendo di pubblicare immagini indeterminate nella forma e prive di un contesto chiaro.
Quel che più lo interessa, come appare, non è la creazione di un prodotto estetico fine a se stesso, ma piuttosto il trasmettere le proprie emozioni, i sentimenti provati dinnanzi a una situazione: non ignora, tuttavia – da comunicatore consapevole, quale egli è – il fatto che il “lettore” della sua immagine tenderà sempre ad arricchire quest’ultima d’imprevisti significati, mutuandoli dalla propria esperienza e dalle proprie aspettative. Non per nulla aveva lasciato l’agenzia Rapho che gli aveva impedito un controllo delle didascalie apparse accanto alle sue foto.

Per meglio comprendere l’atteggiamento del maestro francese di fronte al proprio lavoro, è necessario probabilmente esaminare anche il suo rapporto con il concetto di “hazard”, parola che è ricorsa spesso nei titoli di sue mostre e libri.
L’uso di questa parola nella lingua originale evoca oltre alla casualità i rischi del mestiere, che portano il fotografo a dubitare sempre dei propri risultati fino all’istante in cui non li può vedere concretizzati in un provino. Ronis parla, inoltre, della macchina fotografica come di una “scatola nera”; meno inquietante di quelle poste negli aerei o nei treni, essa è una sorta di registratore grafico molto indiscreto, per la sua attitudine a trasferire sui provini ogni traccia, anche la meno desiderata dal professionista, quella cioè di foto poco riuscite.
Visto che ogni cosa nel processo fotografico, dallo scatto alla stampa, deve essere frutto di paziente lavoro di selezione, e nulla è fortuito nelle sue composizioni, anche se tutto appare perfettamente naturale, tutto sembrerebbe scoraggiare da una lettura dell’opera ronisiana alla luce del concetto di casualità, se non che è il concetto di Caso, è insistentemente invocato da Ronis.
Al giorno d’oggi, esso è per noi ciò che gli antichi greci chiamavano “Tyche” e i romani, dopo di loro, “Fortuna”, l’incontro, per definizione imprevedibile e indipendente dalla volontà umana, di eventi esterni che tocca ad ognuno. Ma Ronis puntualizza: “una cosa è il caso che arriva di sorpresa, e un’altra cosa la capacità del fotografo di catturarne l’effetto”.
Vogliamo anche immaginare che, bandita ogni forma di casualità dall’opera finita, questo grande della fotografia, abbia preferito riconoscere – col menzionarlo tanto in titoli e scritti – l’importanza del Caso, nella sua accezione di “Moira”, la triplice divinità greca che assegnava a ciascun uomo la sua natura e il suo destino nel tempo. Un tributo alla casuale predestinazione del suo “sguardo” fotografico.

Rosa Maria Puglisi

già pubblicato in Cultframe dove potete trovare anche la biografia di Ronis

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