Quando ho incontrato Gianni Berengo Gardin per intervistarlo aveva con sé la sua Leica e spesso la sfiorava parlando, era un contatto che si ripeteva costantemente. Parlava della sua carriera, del suo modo di raccontare facendo fotografia, del suo tentativo di consegnare il più onestamente possibile alla storia l’immagine dei tempi e del loro progressivo cambiamento. Molto di questa chiacchierata lo troverete qui . Cosa manca, però, nell’intervista “ufficiale”? Manca, credo, il lato più umano.

Mi piace rimediare in questa sede, citando due fatti troppo contingenti (o forse no?), non congrui all’ufficialità d’una seria intervista.

Fra una domanda e l’altra, ho avuto modo di dire al celebre fotografo che anch’io ero fotografa e amavo il reportage. Non so cosa mi aspettassi, quale reazione, quale consiglio da parte di un professionista di grande esperienza.

Ha solo e semplicemente esclamato qualcosa che non mi sarei aspettata, cioè: “Abbiamo  una passione comune!”. Dandomi il pieno senso di una passione per la fotografia, intramontabile nonostante lunghi anni di professione.

Finita la nostra chiacchierata, ho poi tirato fuori la mia reflex chiedendo di fotografarlo come meglio credesse. Non senza un certo imbarazzo, ha scelto di mettersi accanto ad una sua immagine piuttosto nota e ha tentato un mezzo sorriso. Le sue mani intanto cercavano con circospezione di portare fuori dalla mia inquadratura la Leica che tanto aveva “carezzato” mentre si parlava. “No”, faccio io, “mi piace questo contatto evidente con il suo strumento di comunicazione”.

Il suo sorriso si è come aperto; ed ecco la foto che ho scattato.

Gianni Berengo Gardin

copyright: Rosa Maria Puglisi

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