Ho intervistato Ferdinando Scianna più di tre anni fa, ma le sue parole – anche prescindendo dall’occasione o dal particolare progetto allora presentato – restano di grande attualità, tanto che ho scelto di iniziare questo percorso sulla fotografia proprio con questa testimonianza del valore che un grande fotografo assegna alla memoria e al racconto. Racconto che, nella sua inevitabile arbitrarietà fatta d’interpretazioni, di scelte, d’immaginazione in senso lato, fa della fotografia un mezzo affine alla letteratura, eppur così diverso.

Nelle sue parole, la dimensione letteraria della memoria risulta strettamente collegata, com’è logico, alla soggettività, scardinando ancora una volta (se per caso fosse ancora necessario) il mito della fotografia oggettiva: specchio della realtà. Questa dimensione, inoltre, si direbbe quasi connaturata all’identità del siciliano, o almeno di quello che ha per scelta abbandonato l’isola, condannandosi ad un impossibile ritorno, ché dovrebbe poter contare in una macchina del tempo; e al desiderio di raccontare “i luoghi della memoria” nel momento in cui si prenda atto di quest’impossibilità.

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